Karel Čapek

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Karel Čapek

Karel Čapek (1890 – 1938), giornalista e scrittore ceco.

R.U.R. Rossum's Universal Robots[modifica]

Incipit[modifica]

I Robot si muovono e parlano a scatti meccanici e rigidi e hanno facce inespressive, occhi fissi e allucinati, ma indossano abiti normali.

SCENA PRIMA
Direzione della fabbrica ROSSUM'S UNIVERSAL ROBOTS. La grandiosa fabbrica di Robot fondata dal "Vecchio Rossum" – chiamata in questo modo per distinguerlo dal nipote, il "Giovane Rossum" – si trova su una lontana isola. L'ingresso della direzione è sullo sfondo, a destra. Tutte le finestre si affacciano su una interminabile fila di edifici aziendali. Il direttore, Harry Domino, è seduto su una poltrona girevole e ha davanti a sé una grande scrivania con sopra una lampada elettrica, un telefono, un fermacarte, un contenitore per la corrispondenza e vari altri articoli di cancelleria. Sulla parete di sinistra grandi carte indicano linee marittime e ferroviarie. C'è anche un grande calendario e un orologio che segna qualche minuto prima delle dodici. Sulla parete di destra sono affissi manifesti con scritte tipo:

"LAVORO A BUON MERCATO? ROSSUM'S ROBOT"
"ROBOT PER ZONE TROPICALI A 150 DOLLARI L'UNO"
"TUTTI DOVREBBERO POSSEDERE UN ROBOT PERSONALE"
"PER CONTENERE IL COSTO DEL LAVORO, ORDINATE I ROSSUM'S ROBOT"

E poi ancora mappe, norme per il trasporto via mare, ecc. In un angolo una telescrivente riporta le quotazioni in Borsa. Sul pavimento uno splendido tappeto turco che crea un forte contrasto con quanto appeso alle pareti. Sulla destra ci sono poi un tavolo rotondo, un divano, una poltrona in pelle e uno scaffale con bottiglie di vino e liquori al posto dei libri. A sinistra la cassa. Accanto alla scrivania di Domino, Silla un robot femmina, sta battendo a macchina della corrispondenza.

DOMINO (Dettando) – "Non rispondiamo degli articoli danneggiati durante il trasporto. Dopo aver effettuato il carico, abbiamo immediatamente fatto presente al Vs. comandante che la nave non era adatta per trasportare gli Organismi, per cui la cosa è ora di competenza della Vs. Compagnia di Assicurazioni. Distinti saluti, Rossum's Universal Robots".
Scritto?

SILLA – Scrit-to!

Citazioni[modifica]

  • Immagini il silenzio se tutti dicessero solo quello che sanno?
  • Tra gli umani, un gatto è essenzialmente un gatto. Tra i gatti, un gatto è un'ombra che va in cerca di prede nel folto della giungla.

Incipit di Una vita qualunque[modifica]

«Dunque è morto?» esclamò il vecchio signor Popel. «E allora dov'è il male, per lui?»
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Fogli italiani[modifica]

Incipit[modifica]

Prima della partenza dei buoni amici mi hanno mandato poderosi volumi sulla storia italiana, sull'antica Roma, sull'arte in genere e su altre cose, con l'insistente consiglio di leggere tutto. Sfortunatamente non l'ho fatto; il risultato di tale negligenza è questo libro.
Di solito l'uomo fa cose diverse da quelle che vuole.
Non volevo affatto viaggiare e invece ho girato come un pazzo, su tutti i possibili trabiccoli, ma soprattutto a piedi, e quando sono arrivato al mar d'Africa, mi è venuto voglia di andare anche in Africa; non volevo scrivere niente e invece ho scritto un libro intero, e per giunta ne scrivo anche la prefazione, in cui vorrei elencare in fretta tutto ciò che purtroppo ho dimenticato nella pagine seguenti, per es., l'archittettura fiorentina, le varie qualità di vino, così come i diversi modi in cui si arrampica la vite, e soprattutto il vino di Orvieto, Tintoretto, le periferie, che per un interesse particolare hofrugato ovunque sia stato, i templi di Paestum che da lontano sembrano stenditoi ma da vicino sono dorici, le belle romane che hanno busti altrettanto forti e potenti, gli usignoli a Fana Sabina, le peculiarità del raglio dell'asino, le porte di Bonanno e di Barisali a Monreale, una gran quantità di altre cose e di altri fenomeni; ora però è tardi per ricordare.

Citazioni[modifica]

  • A dir la verità, la bellezza di Napoli è un po' un inganno. Napoli non è bella, finché non la guardate da lontano. Da lontano si stende dorata nel sole, il mare è azzurro, quanto ne avete appena un'idea, qui davanti un bel pino, lì quell'azzurro è Capri, il Vesuvio soffia un batuffolo di ovatta biancastra, Sorrento splende lontana e netta - Dio, è bello. E poi scende il crepuscolo, tutto si inazzurra e spuntano le luci, adesso è tutto un semicerchio di piccole scintille, sul mare si muove una nave e splende di luci verdi, azzurre, dorate: Dio, è bello! Ma entra in città, amico mio; cammina per le strade, posa su tutto i tuoi occhi boemi e goditi quanto puoi il pittoresco di questa vita; tra un po' ne sarai nauseato. Forse queste strade sono pittoresche, ma sono decisamente bruttissime. Girovaghi sotto ghirlande di biancheria sporca, ti fai largo tra una minutaglia di ogni risma, asini, mascalzoni, capre, bambini, automobili, ceste di ortaggi, e di altre equivoche porcherie, officine che fuoriescono sul marciapiede e arrivano al centro della strada, immondizie, marinai, pesci, carrozzelle, cespi di cavolo, strilloni, ragazze con i capelli acconciati, sudici monelli stesi a terra; è tutto uno spintonarsi, uno schiamazzare, un bastonare con malagrazia gli animali, un chiamare a gran voce, offrire, urlare, schioccare la frusta, derubare. (cap. Il popolo napoletano, paragrafo II, pp. 57-58)
  • A Monreale ci sono bellissimi mosaici della creazione; nemmeno Michelangelo nella Cappella Sistina comprese più profondamente la creazione delle acque, della terraferma e dei corpi celesti, e soprattutto dimenticò, non seppe rappresentare, che Dio il settimo giorno vide che era molto buono e si riposò. Dio a Monreale si riposa, sogna, come un agricoltore dopo il lavoro, con le mani in grembo. (cap. Palermo, p.64)
  • Anche Perugia è un sogno, una visione e una Betlemme tra il cielo azzurro e la terra azzurra; una Betlemme un po' più grande, una cittadina di palazzi e di case fortificate, porte etrusche e vedute stupefacenti. (cap. Dolce Umbria, p. 91)
  • Che cosa non mi è piaciuto? [...] 3. La spaventosa folla di turisti a Venezia. La maggior parte dei tedeschi porta zaini da montagna o abiti di loden, gli inglesi macchine fotografiche, gli americani si riconoscono dalle spalle e i ciechi per il fatto che sembrano quasi tedeschi, ma parlano vistosamente a voce alta, forse perchè da noi l'aria è più rarefatta [...] 5. Gli sposini. Senza rivelarne i motivi. 6. I veneziani, visto che sono russi. Una donna nera come il carbone e dagli occhi d'anguilla, che portava il vestito tradizionale dalle frange lunghe due palmi e il pettine sulla crocchia, un purissimo tipo veneziano, proprio mentre la guardavo ammirato, ha detto al suo cavaliere Da, da, jasnyj moj; e io ho perso un'altra illusione. (cap. Venezia, pp. 23-24)
  • E poi la stessa Monreale, strana città incollata al pendio di una collina, tra cactus arborei, palme, fichi e non so quanti altri alberi strani, una città piena di grate spagnole e saracene, di un barocco dolce e insolitamente colorato, di biancheria sporca, asinelli, bambini, maiali, di insegne popolari e di meravigliose vedute fino alle isole Lipari - la prima città che mi ha abbagliato. (cap. Palermo, p.63)
  • E su quel palmo di terra, tra moreschi archi ogivali dei portici, è cresciuto ed è fiorito tutto quello che con folle generosità il cielo ha versato nel grembo della Conca d'Oro del golfo di Palermo. Alcuni aranci e limoni si incurvano sotto il peso dei frutti maturi e ciò nonostante fioriscono: palme di datteri, roseti carichi, cespugli, con fiori a mo' di tromba della capacità di un litro buono, una vegetazione a me sconosciuta, ingarbugliata di fiori e di profumi. Su un cielo terribilmente azzurro si stagliano cinque rosse cupole saracene, simili a strani globi. Dio mio, forse è l'angolo più bello. (cap. Palermo, p.63)
  • Ho fatto questa esposizione storica per non dovermi vergognare quando dirò che Roma, tutto sommato, a me non piace. Né il Foro Romano, né gli spaventosi ruderi in mattoni del Palatino, né nient'altro ha evocato in me sentimenti sacri; quelle dimensioni maniacali delle terme, dei palazzi e dei circhi, quella strana passione di costruire in modo sempre più colossale, sempre più esteso, è la vera ossessione barocca, che in seguito spinse Paolo V a deturpare la Basilica di San Pietro. (cap. Roma, p.51)
  • Il dio umbro, poi, ebbe un meraviglioso azzurro per il cielo e un colore ancora più bello con cui tinteggiò le lontananze e le montagne. Perciò l'Umbria è così miracolosamente azzurra; la più azzurra di tutte le terre. (cap. Dolce Umbria, p.89)
  • Inesprimibili sono le bellezze e le meraviglie del mondo. (cap. Palermo, p.65)
  • Infine Taormina, paradiso terrestre su un mare mormorante, isola di profumi e di fiori tra le rocce, luci sul mare, l'Etna rutilante. - No, adesso pensa alla tua patria! Quand'anche qui fosse cento volte più bello, pensa alla tua patria natia, al paese dei corsi d'acqua e dei boschi mormoranti e dalla grazia modestissima e intima. (cap. Da Palermo a Taormina, p. 69)
  • Invece il Canal Grande quasi vi deluderà. Alcuni favoleggiano dello splendore dei suoi palazzi e altri della loro malinconica agonia: io vi ho trovato soprattutto un gotico alquanto scadente, che ha dato ai nobili veneziani solo la famosa merlettatura di pietra, con cui rivestire le facciate dei palazzi come bustini. Purtroppo mi sfugge il senso di questa passamaneria architettonica e di tutta la rigatteria da mercante della Venezia antica. Qui hanno sempre importato qualcosa: colonne greche, cannella orientale, tappeti persiani, influenze bizantine, broccati, gotico, rinascimento, per quei mercanti tutto andava bene, purchè di gran lusso. Non c'è nulla che non abbiano inventato, finanche la loggia aperta al centro della facciata: bello, ma un po' poco per una buona architettura. (cap. Venezia, pp. 27-28)
  • L'arte italiana in ciò che ha di meglio offre due esempi: ricominciare costantemente e imparare molto. Cominciare dall'inizio, cercare, sperimentare, scoprire e rinnovare, provare e risolvere, misurare le possibilità e azzardare; e, al contrario, imparare da se stessi e dagli altri, frenare la particolarità deviante, il disordine dell'originalità e la spudorata pretesa di essere se stessi: sono le virtù di questa meravigliosa fioritura. (Appendice, p.121)
  • L'indiscutibile pregio dei siciliani è che non mendicano quasi per nulla; sembrano assolutamente più severi e più dignitosi di quei riccioluti napoletani lassù, forse per l'influsso della cultura spagnola. L'influsso spagnolo è l'ultimo; il primo è greco, il secondo e il terzo sono il saraceno e il normanno; il rinascimento qui ha colpito solo di striscio. Mescolate questi vari elementi culturali con un sole abbacinante, una terra africana, una quantità di polvere e una vegetazione meravigliosa, e avrete la Sicilia. (cap. Palermo, p.61)
  • Ma tutto questo non è niente al confronto di Orvieto. Orvieto è una città ancora più piccola, e per giunta è posta sul piano di una tavola di roccia che si è arrampicata verticalmente dal suolo ad un'altezza straordinaria. In alto si arriva o per una strada a serpentina, che farebbe cambiare idea anche a un acerrimo nemico di questa irraggiungibile cittadina, o con una funicolare che vi farà sicuramente girare la testa. (cap. Siena, Orvieto, pp. 46-47)
  • Machar trovò a Roma la classicità. È strano. Per quanto mi riguarda, vi ho trovato principalmente il barocco. Il Colosseo è barocco. Tutta la Roma imperiale è interamente barocca. Poi arrivò il cristianesimo e in un attimo pose fine al barocco imperiale. Di conseguenza, Roma si addormentò artisticamente, si svegliò solo alla prima occasione, quando glielo permisero le strette briglie che le aveva messo il cristianesimo, e quando potè ribollire in una nuova ondata di barocco, questa volta nel segno del papato. (cap. Roma, pp. 49-50)
  • Non vorrei scrivere molto su Venezia; penso che tutti la conoscano. È realmente simile, fino al fastidio, ai vari souvenirs de Venice; quando mi sono fermato per la prima volta a piazza San Marco, sono rimasto confuso e a lungo non ho potuto liberarmi dalla opprimente sensazione che non fosse un luogo reale, ma il Lunapark dove deve svolgersi la notte veneziana. Aspettavo soltanto che cominciassero a gemere le chitarre e che il gondoliere cantasse come il signor Schütz. Por fortuna il gondoliere ha misteriosamente taciuto, ma alla fine mi ha derubato in modo poco cristiano, agitandomi davanti agli occhi un qualche tariffario. (cap. Venezia, p.27)
  • Pagatemi queste righe a peso d'oro, non per la loro bellezza intrinseca, ma perchè per esse tanto ho dovuto pagare. Ma se conto dieci centesimi per ogni stella e un centesimo per ogni mormorio del mare, dieci lire per il fuoco vermiglio dell'Etna e per l'aria balsamica mezza lira all'ora - come vedete, non conto né i riverberi del mare, né le palme, né l'antico castello e nemmeno il teatro greco che adesso, di notte, non ha alcunché di attraente - orbene, poi ne varrà la pena, e sia lodato Iddio che mi ha mandato in questa terra. Con il suo miracoloso potere mi ha condotto prima da Palermo attraverso la Sicilia, attraverso una quantità di colline sacre, strane e tristi, per viali di cactus e miniere di zolfo fino a Girgenti, che è una cittadina su una montagna, con a pochi passi tutta una serie di templi greci. Sono di ordine dorico e di conseguenza molto leggiadri. (cap. Da Palermo a Taormina, p. 66)
  • Per il resto, Firenze è spaventosamente infestata da stranieri. La gente del luogo, poi, va soprattutto in bicicletta e meno che altrove scarabbocchia tra i muri Viva il fascio. Quanto ai fascisti il loro grido è eiaeiaeia e il loro saluto è un tale fendente della mano nell'aria da far terrore. (cap. Firenze, p. 42)
  • Per il resto, Pisa è comunemente nota per la sua torre pendente; orbene, ne ha unaltra, ed è quella di San Nicola: Gloria e caratteristica fondamentale di Pisa è la sua bella architettura a colonne, ovvero una felice mania per le leggere loggette che rivestono tutte le facciate con il loro amabile ritmo. (cap. La Toscana, p. 95)
  • Questa Ravenna naturalmente non ha niente a che fare con la Ravenna morta, con la Ravenna delle antichissime architetture cristiane e dei mosaici più belli del mondo. Se scriverò in maniera più dettagliata su quello che ho visto - e certamente non lo farò - i masaici ravennati saranno la pagina più commossa. (cap. Ravenna, San Marino, p. 36)
  • Questi carri sono infatti dipinti magnificamente; leggende, duelli cavallereschi, scene storiche, guerre, immagini drammatiche della vita contemporanea, tutto è dipinto con primitività gotica o un po' alla maniera delle antiche carte da gioco [...] Il primo carretto avrei voluto comprarlo immediatamente; mi pareva un pezzo da museo. Dopo due giorni ne ho viste alcune migliaia, e tra loro delle perfette meraviglie policromatiche. Se l'arte popolare vive una vita piena, è qui. (cap. Palermo, p.62)
  • Quindi Siracusa, città su un'isola, frammento dell'antica Syrakus. Questa, in verità, sorgeva sulla terraferma e aveva un'estensione straordinaria, un teatro, un anfiteatro e le famose cave di pietra, a questo i Cristiani aggiunsero enormi catacombe. Le cave di pietra si chiamano latomie e sono molto belle! Sono paradisi vegetali, circondati da pareti di roccia; l'unico accesso è vigilato da un custode, cui si paga, e perciò, nelle cosiddette latomie, il tiranno Dionisio rinchiudeva i prigionieri. Anche a Siracusa i contadini hanno i carri dipinti, solo che ai quadri storici preferiscono le scene della vita dei nobili; e tra essi ci sono pezzi di particolare leggiadria. (cap. Da Palermo a Taormina, p. 68)
  • Ravenna è di per sé una città semimorta, senza tratti caratteristici, per giunta è il paradiso dei fascisti, e quelle camicie nere scorazzano con fucili e bande musicali per la città, il fascio, i nonnetti garibaldini, la musica, le processioni, le parate. Tra parentesi, i fascisti in uniforme somigliano ai nostri spazzacamini; portano una simile cuffia nera con un fiocco, e anche a loro brillano i denti; curiosa impressione. (cap. Ravenna, San Marino, p. 36)
  • San Marco. Non è architettura, è un organetto; si cerca la fessura in cui inserire la monetina perchè tutto l'apparato cominci a suonare Oh Venezia. La fessura non l'ho trovata, di conseguenza l'organetto non ha suonato. (cap. Venezia, p. 24)
  • Se Padova è la città dei portici e delle arcate allora non saprei come definire Bologna: Solo che qui ogni arcata è alta quanto da noi una casa di due piani, al centro un portale conduce a un atrio cinto di colonne, nel quale potrebbe starci una rispettabile stazione, e l'atrio con un altro portale si apre sul cortile. È un'assoluta follia di colonne e di archi; tutti i casamenti sono propriamente palazzi con colonnati; tutte le strade, quasi tutta la città, sono di soli palazzi, e dove sono i quartieri più poveri si trovano sempre e solo arcate sulla strada e sul cortile, logge, portici, tutto in un pesante stile rinascimentale. È una città sfarzosa e un po' fredda; la sua gloria non è nell'arte, bensì nella scienza e nel denaro. (cap. Firenze, pp. 40-41)
  • Siena è una città oltremodo piccola e carina, siede su tre collinette e sorride, sia che dietro le spalle le scorra una tiepida pioggerella sia che splenda il sole; ha un paio di monumenti famosi, ma è essa stessa un grazioso monumento antico. (cap. Siena, Orvieto , p. 45)
  • Sulla strada del ritorno è successo che a me si aggregasse un giovane agrigentino, che parlava qualcosa che egli forse riteneva francese; non so poi come sia successo, ma ad un tratto mi sono trovato a camminare attorniato da circa dodici ragazze molto belle, il tutto era circondato da un gregge di capre dal bianco pelame setoso e dalle corna a spirale. In questo modo, ho camminato nel pulviscolo dorato del tramonto, parlando alternativamente, in italiano e in francese, simile alla guida di un corteo bacchico; chi ci incontrava, a cavallo d'un asino o d'un bardotto, si levava il cappello e a lungo si girava a guardarci. Finché vivrò, non capirò questo antico avvenimento. (cap. Da Palermo a Taormina, p. 67)
  • Tu, poi, Rimini, non sei affatto l'ultima tra le città italiane. Anche se il resto non vale molto, hai il Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti; la facciata incompiuta e l'interno per metà guastato dal barocco, ma quello che resta dell'Alberti è di valore e mi riconcilia con il rinascimento che mi ha tanto gelato a Venezia. (cap. Ravenna, San Marino, p. 37)

Bibliografia[modifica]

  • Karel Čapek, R.U.R. Rossum's Universal Robots, traduzione di Vanni De Simone da una versione inglese, Bevivino Editore, Milano, 2006.
  • Karel Čapek, Fogli italiani, a cura di Daniela Galdo, Sellerio editore, Palermo, 1992.

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