Madeleine Albright

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Madeleine Albright

Madeleine Albright (1937 – vivente), politica statunitense di origine ceca.

Citazioni di Madeleine Albright[modifica]

Bill Clinton lied, but nobody died.[1]
  • Io sono per la democrazia, ma imporre la democrazia è un ossimoro. La gente deve scegliere liberamente la democrazia, e questa deve salire dal basso.
I'm for democracy, but imposing democracy is an oxymoron. People have to choose democracy, and it has to come up from below.[2]
  • [Sull'Operazione Ajax] L'amministrazione Eisenhower credeva che le proprie azioni fossero giustificate da ragione strategiche, [...] ma il colpo di stato è stato un chiaro ostacolo allo sviluppo politico dell'Iran. Ed è facile capire perché oggi molti iraniani continuano ad essere infastiditi da quest'intervento da parte dell'America nei loro affari interni.
The Eisenhower administration believed its actions were justified for strategic reasons. [...] But the coup was clearly a setback for Iran's political development. And it is easy to see now why many Iranians continue to resent this intervention by America in their internal affairs.[3]
  • La democrazia è una forma di governo; non è un biglietto per qualche terra fantastica dove tutto il male è sterminato e tutti sono d'accordo con noi.
Democracy is a form of government; it is not a ticket to some fantasy land where all evil is vanquished and everyone agrees with us.[4]
  • Non possiamo giocare con i fiammiferi nel mezzo di giacimenti petroliferi.[5]
  • Non riesco a pensare ad un'area dove le cose siano migliorate negli ultimi cinque anni. Una delle cose che mi preoccupano è la certezza con cui l'amministrazione Bush è convinta che Dio sia al loro fianco e che loro stiano seguendo un piano molto dettagliato.[6]
  • Un fascista si identifica come membro di un gruppo tribale e dice che quel gruppo incarna una nazione. Un leader come questo fa del suo meglio per dividere le persone invece di unirle. E ciò che separa un fascista da un dittatore è l'uso della violenza per ottenere o mantenere ciò che vuole. Il modo più semplice per definirlo è un delinquente con un esercito.[7]

Fascismo. Un avvertimento[modifica]

  • Negli Stati Uniti esiste una diffusa tendenza a idealizzare gli anni del secondo dopoguerra dipingendoli come un'età dell'innocenza in cui ogni americano si sentiva parte di una nazione formidabile e ogni famiglia poteva contare su un reddito sicuro, elettrodomestici all'avanguardia, bambini superdotati e una visione rosea della vita. In realtà quelli della Guerra fredda furono anni di incessante trepidazione in cui un altro tipo di nube si sovrappose a quella tetra e sempre incombente del fascismo. (p. 6)
  • Se si immagina il fascismo come una vecchia ferita ormai quasi rimarginata, eleggere Trump alla Casa bianca è stato come strappare la benda e grattare via la crosta. (p. 9)
  • [Su Donald Trump] Ha sistematicamente degradato il dibattito politico nel paese manifestando un totale disprezzo dei fatti, ha calunniato i suoi predecessori, minacciato di «rinchiudere» i rivali politici, additato i principali organi di stampa come «il nemico del popolo americano», diffuso menzogne sull'integrità del sistema elettorale, promosso politiche nazionalistiche sconsiderate in campo economico e commerciale, offeso gli immigrati e i loro paesi d'origine e alimentato un'intolleranza paranoica verso i seguaci di una delle maggiori religioni del mondo. (p. 9)
  • Che i capi di Stato abbiano il dovere di fare l'interesse del proprio paese è una verità ovvia, com'è ovvio che Donald Trump affermi: «L'America prima di tutto». Nessun politico degno di questo nome ha mai pensato di porre in second'ordine il bene della propeia nazione. Le buone intenzioni non si discutono. Ciò che differenzia Trump da ogni altro presidente, almeno dopo l'infelice triade di Harding, Coolidge e Hoover, sono le modalità con cui persegue tale interesse. Per Trump il mondo è un'arena in cui ogni Stato, al pari di un'impresa immobiliare, lotta per imporre il proprio dominio sugli altri e scende in campo per sbaragliare la concorrenza e lucrare fino all'ultimo centesimo da ogni affare. (p. 10)
  • Diversamente dalle monarchie o dalle dittature militari imposte dall'alto, il fascismo trae forza da uomini e donne sconvolti dalla guerra, dalla perdita del lavoro, da un'umiliazione subita o dalla percezione che il paese stia precepitando verso un rovinoso declino. Più acuto è il malcontento, più facile è per un leader fascista ottenere consenso prospettando un cambiamento o la restituzione del maltolto. (p. 14)
  • Laddove i monarchi sottomettono i sudditi, i fascisti li incitano affinché in caso di guerra abbiano la volontà e la forza di andare in prima linea. (p. 16)
  • Mussolini non era un fine conoscitore dell'animo umano, ma sapeva cosa desideravano le masse: spettacolarità. Paragonava la folla a una donna che resta inerme (nella sua fantasia) di fronte alla possenza dell'uomo, e si faceva riprendere dai mezzi d'informazione governativi al volante di auto sportive, a torso nudo nei campi di frumento, in sella al suo stallone bianco di nome Frufrù, o in uniforme militare, corredata da stivali lucenti e una fila di medaglie sul petto, e accettava ogni invito che la sua agenda gli consentiva, passando da feste di matrimonio a inaugurazioni di fabbriche, a manifestazioni pattriotiche. (p. 30)
  • A voler riconoscere un talento a Hitler, questo non riguardava certo la qualità delle sue idee, quanto la sua straordinaria capacità di tradurre in realtà principi aberranti. Là dove altri avrebbero esitato e si sarebbero lasciati frenare da scrupoli morali, lui agiva elevando a principio guida la spregiudicatezza. Fin dall'inizio della sua carriera dimostrò un raro talento nell'intuire le reazioni della folla, modulandovi di conseguenza il messaggio. Quando ne parlava con i suoi consiglieri, non usava giri di parole in proposito: sosteneva che la maggior parte delle persone desiderava avere fede in qualcosa, ma non disponeva degli strumenti intellettuali per disquisire su quale dovesse essere l'oggetto di tale fede. Pertanto la mossa più astuta era tradurre i concetti in termini che la gente fosse in grado di comprendere per poi indurla a pensare che dietro le innumerevoli cause dei suoi problemi si nascondesse un unico avversario. (p. 44)
  • L'ego smisurato che innalzò Mussolini ai vertici del potere fu lo stesso che in seguito lo tradì. Il Duce si fidava così ciecamente del suo istinto e credeva talmente nei suoi proclami che si rifiutava di chiedere o accettare consigli. Per gran parte del suo governo riunì nelle sue mani le redini dei ministeri più importanti, arrivando a guidare fino a sei contemporaneamente. A differenza di Hitler, che delegò ad altri il grosso del lavoro, Mussolini si dedicò con fierezza al governo della nazione. Un'arte nella quale, tuttavia, non eccelleva. (p. 52)
  • A differenza di Mussolini, Hitler non riconosceva i suoi errori, non si pentiva delle decisioni prese né si mostrava turbato dall'odio verso la sua persona. (p. 84)
  • Iosif Stalin condannava senza riserve le politiche reazionarie dei fascisti italiani e tedeschi ma, per i comunisti, fascista era un insulto alquanto versatile. Più che in senso proprio, essi adoperavano il termine come epiteto per screditare capitalisti, nazionalisti, democratici, religiosi e ogni altra fazione - trockista, socialista o liberale - che si opponeva all'Urss in nome della sinistra. Per Stalin, chiunque non stava dalla sua parte non era migliore di Hitler; non c'erano vie di mezzo. Ecco perché, se all'apparenza fascismo e comunismo erano agli antipodi, nella realtà le differenze fra le due ideologie erano molto più sfumate. (p. 87)
  • Al pari di altri leader nazionalisti, Milošević faceva leva sulle tradizioni letterarie, religiose e artistiche che avevano mantenuto unito il popolo iugoslavo nonostante secoli di dominazione straniera. Rinfocolava la rabbia per le sconfitte subite in passato per mano dei turchi ottomani e dei nazisti, ed esortava a tenere alta la guardia contro fantomatici nemici presenti, coma la Cia, la Germania e il Vaticano. (p. 106)
  • Benché tutti i gruppi che presero parte alla carneficina bosniaca commisero violazioni dei diritti umani, fu la milizia serba, fornita dell'arsenale più potente, a macchiarsi dei crimini di gran lunga più efferati. (p. 107)
  • Quando anni prima avevo viaggiato in Iugoslavia ero rimasta piacevolmente colpita dalla grande cura che veniva riservata al patrimonio artistico, nonché dalla coesistenza, spesso all'interno di una stessa città, di chiese cattoliche e ortodosse mescolate a una o più moschee. Adesso invece i luoghi di culto erano stati danneggiati e la Biblioteca nazionale di Sarajevo, con la sua collezione di libri rari di epoca ottomana, era stata bombardata e distrutta da un incendio. (p. 108)
  • In Kosovo, nel 1389, le forze serbe avevano subito una dura sconfitta per mano della cavalleria mobile dell'impero ottomano. Il condottiero serbo, catturato dai turchi, era stato portato al cospetto del sultano e decapitato. Nel corso dei secoli erano stati molti i serbi che, rendendo omaggio alla prodezza del loro esercito, avevano vagheggiato di vendicare quella sconfitta. Per loro il Kosovo era un luogo simbolo dell'identità serba. (p. 110)
  • Se fosse stato uno statista ragionevole, il leader serbo avrebbe orientato l'opinione mondiale contro la guerriglia, assecondando le aspirazioni autonomiste dei kosovari moderati. Ma Milošević non vedeva nel conflitto etnico un problema politico o diplomatico da risolvere; per lui c'era solo un nemico da combattere. (p. 110)
  • Slobodan Milošević non incarnava affatto lo stereotipo del fascista cattivo. Non era esuberante come Mussolini o stenotoreo come Hitler. Era grassoccio, rubicondo e informale, esibiva modi pensatamente affabili e nei colloqui tendeva a fare la parte dell'innocente. (p. 111)
  • Milošević si autodefiniva democratico ma aveva una concezione tutta sua del significato di questo termine. Esercitava un controllo dispotico sui media nazionali, reprimeva gli oppositori politici e aveva creato una forza paramilitare per intimidire i nemici interni. Aveva condotto la sanguinosa guerra in Bosnia senza mai smettere di proclamarsi pacifista e aveva assistito al massacro dei civili a Sarajevo continuando a sostenere che le vere vittime fossero i serbi. (p. 111)

Note[modifica]

  1. (EN) Citato in Ryan Lenz, Madeleine Albright hits Bush with a bumper sticker one-liner , MayneToday.com, 21 ottobre 2004.
  2. (EN) Da un'intervista del 2006; citato in Iraqi war: "US worst blunder", News24.com.
  3. (EN) Da un discorso del 17 marzo 2000; riportato in US-Iran Relations, AsianSociety.org.
  4. (EN) Da Promoting Democracy: 14 Points for the 21st Century., discorso del 2006 alla Princeton University; riportato in Princeton.edu.
  5. Dal programma televisivo Daily Show di Jon Stewart.  data? data?
  6. (EN) Dall'intervista di Zvika Krieger, The Last Word: Madeleine Albright, Newsweek International, 24 luglio 2006; riportata in Msnbc.msn.com.
  7. Intervista di Amanda Mars, “Il fascismo? Un delinquente con un esercito”. Parola di Madeleine Albright, traduzione di Luis E. Moriones, Rep.repubblica.it, 26 settembre 2018.

Bibliografia[modifica]

  • Madeleine Albright, Fascismo. Un avvertimento, traduzione di Valentina Abaterusso, Chiarelettere, 2019, ISBN 978-88-3296-135-5

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