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Guerra del Kosovo

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Collage di immagini del conflitto.

Citazioni sulla guerra del Kosovo.

Citazioni

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  • Certo, bisogna ammettere che si tratta di una tragedia per i serbi e una vera ingiustizia, leggi un affronto al loro orgoglio e alla loro storia. Ma questa ingiustizia se la sono cercata. Ho visto, in Kosovo, gli «insediamenti» per i serbi che il regime di Milosevic andava costruendo nel vano sforzo di rettificare gli squilibri demografici. E chi erano questi poveri «coloni»? Gli infelici civili serbi che avevano vissuto nella Krajina in Croazia, fino a quando la guerra di conquista scatenata dal loro indomito leader non aveva provocato un immane disastro, costringendoli ad abbandonare fattorie e villaggi che occupavano da secoli. A costoro era stata promessa una nuova terra nella regione colonizzata dall' Albania, ma da qui sono stati sradicati e scacciati ancora una volta. Che fine avranno fatto? Forse stanno scagliando sassi contro i McDonald's di Belgrado, e giurano ardentemente di non dimenticare mai le perdute glorie del 1389, ma forse di tanto in tanto si chiederanno dov'è che hanno fatto il primo di una lunga catena di sbagli. (Christopher Hitchens)
  • Dagli schermi televisivi [russi] i nostri dirigenti (soprattutto Primakov e i suoi ministri comunisti, insieme all'inaffondabile ministro degli esteri Igor Ivanov) senza il minimo imbarazzo giuravano eterna amicizia al fascista Milosevic, reduce dalle operazioni di pulizia etnica che aveva organizzato nel suo Paese. E i vertici dell'esercito russo dichiararono di non escludere la fornitura di armi ai serbi. Tutta questa propaganda di tono molto aggressivo veniva riversata sui telespettatori per giornate intere, un notiziario dopo l'altro. [...] La stampa russa silenziava senza vergogna le notizie delle operazioni di pulizia etnica condotte dall'esercito serbo al comando di Milosevic. E tutto questo non avveniva nelle ere preistoriche della "cortina di ferro", ma nel nostro tempo, quando, per scrivere un resoconto obiettivo, bastava andare in Internet e leggere le agenzie di stampa straniere o gli interventi delle agenzie umanitarie internazionali, dove trovavi costantemente notizie di ritrovamenti di fosse comuni piene di albanesi fucilati. Se poi i nostri esperti di politica estera amavano tanto proprio l'agenzia «Tanjug», magari potevano dedicarle una parte dell'articolo, ma non raccontare il conflitto sempre e soltanto dalla stessa parte! (Elena Tregubova)
  • Dire agli albanesi del Kosovo che non avranno mai diritto all'autodeterminazione, è stupido, è un nonsenso politico. Come è altrettanto folle promettere l'indipendenza. L'unica soluzione alla crisi kossovara passa attraverso l'armonizzazione di queste due tesi contrapposte. Ciò che è stato raggiunto nel nord della ex Jugoslavia a prezzo di guerre sanguinose, nel sud deve essere ottenuto con mezzi pacifici. Del resto qui non è più in gioco la "Grande Serbia": il sogno di Milosevic è definitivamente svanito in Bosnia, dove il 25% della popolazione è di etnia serba. Il Montenegro, ad esempio, pur facendo parte della federazione jugoslava, ha oggi molta più autonomia di quella che aveva il Kosovo nel '74, ai tempi di Tito. Inoltre, nel Kosovo i serbi sono soltanto il 2% della popolazione. Dunque il richiamo del sangue non c'entra nulla, in ballo c'è soltanto la lotta per il potere in corso a Belgrado, dove la gente non ne può più della crisi economica, dell’embargo e di una folle dittatura. (Sali Berisha)
  • Il conflitto è già incominciato. A metà marzo, per la seconda volta, gli abitanti del Kosovo avevano pacificamente votato per loro indipendenza, da raggiungere attraverso il dialogo politico. Milosevic ha colto così l'occasione per imprimere un ulteriore giro di vite, massacrando decine di civili inermi. (Sali Berisha)
  • Il malefico, terribile, sovversivo e codardo attacco dell'esercito della Nato contro la Serbia e la Jugoslavia è la prova delle politiche neonaziste degli Stati Uniti e dei loro satelliti. La Serbia si difenderà contro gli aggressori e sconfiggerà il nemico. (Aleksandar Vučić)
  • L'idea della 'guerra umanitaria' si è formata sostanzialmente in quell'occasione: quando si decide di bombardare, di ammazzare, conviene garantire che dopo arriveranno gli aiuti. Certo si tratta di molto danaro, ma in fondo costa quanto un giorno o due di guerra, è un costo aggiuntivo che vale la spesa: è pubblicità, è comunicazione. E il mondo 'umanitario', in buona misura, è stato al gioco. (Gino Strada)
  • Ma perché Milosevic insisteva tanto per mantenere anche il controllo esclusivo sul Kosovo, dove la popolazione albanese sfiorava il 90%? «In quel caso - rispose Milosevic freddamente - è per motivi storici». È un peccato, in retrospettiva, che ci sia voluto tanto tempo per diagnosticare questa patologia tipicamente serba, un connubio tra arroganza e vittimismo, grazie alla quale tutto quello che appartiene a loro è di loro esclusivo possesso, mentre quello che appartiene agli altri rimane sempre negoziabile. (Christopher Hitchens)
  • La NATO voleva fare una guerra evitando uno spargimento di sangue... dal suo lato! Riconosco senz'altro che Milosevic è una persona orribile, tuttavia vi è un pericolo reale per le nostre anime se ci abituiamo a rimanere a distanza di sicurezza e a premere bottoni che distruggono gli altri. È anche un pericolo reale per le nostre anime rimanere ad osservare la distruzione di un gruppo di persone solo perché appartengono alla razza sbagliata. (Andrew Robinson)
  • Noi ci difenderemo, ma non vogliamo fare il gioco di Belgrado, che vuole solo provocarci per farci infine saltare i nervi. (Rexhep Meidani)
  • Non abbiamo dichiarato guerra a nessuno e in fondo quello che sta avvenendo nei Balcani non è una guerra vera e propria fra Stati. Si tratta di un conflitto tra la dittatura e la democrazia, tra il medioevo e la civilizzazione moderna, tra il passato e il futuro. (Rexhep Meidani)
  • [Sugli americani] Non li sopporto. In Jugoslavia hanno lasciato solo morte e distruzione. Hanno bombardato il mio Paese, ci hanno ridotti a nulla. Dopo la Seconda Guerra Mondiale avevano aiutato a ricostruire l’Europa, a noi invece non è arrivato niente: prima hanno devastato e poi ci hanno abbandonati. Bambini e animali per anni sono nati con malformazioni genetiche, tutto per le bombe e l’uranio che ci hanno buttato addosso. Che devo pensare di loro? (Siniša Mihajlović)
  • Per me l'intervento militare è stata una triste necessità. Ma credo che l'Europa abbia compiuto un errore gravissimo nella guerra balcanica: quello di non aver esercitato nessuna pressione sulla parte albanese. Certo non possiamo mettere sullo stesso piano il comportamento dei kosovari e quello di Milosevic prima che scoppiasse il conflitto. Ma va detto che il loro comportamento non è stato certo impeccabile. (Sergej Adamovič Kovalëv)
  • Prima della guerra per andare dai miei genitori dovevo fare 1,4 km, ma senza ponti eravamo costretti a un giro di 80 chilometri. Per mesi la gente ha sofferto ingiustamente. Bombe su ospedali, scuole, civili: tutto spazzato via, tanto non faceva differenza per gli americani. Sul Danubio giravano solo delle zattere vecchie. Come la giudico? Ho ricordi terribili, incancellabili, inaccettabili. (Siniša Mihajlović)
  • Ricordate gli sviluppi in Jugoslavia, prima che Eltsin fosse elogiato, non appena iniziarono gli sviluppi in Jugoslavia, alzò la voce a sostegno dei serbi, e noi non potevamo che alzare la nostra voce per i serbi in loro difesa. Capisco che lì fossero in corso processi complessi, lo so. Ma la Russia non ha potuto fare a meno di alzare la voce a sostegno dei serbi, perché anche i serbi sono un popolo speciale e vicino a noi, con la cultura ortodossa e così via. È una nazione che ha sofferto tanto, per generazioni. In ogni caso, l'importante è che Eltsin abbia espresso il suo sostegno. Cosa hanno fatto gli Stati Uniti? In violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite ha cominciato a bombardare Belgrado. Sono stati gli Stati Uniti a far uscire il genio dalla lampada. (Vladimir Putin)
  • Tenete bene a mente il Kosovo quando qualcuno verrà a dirvi che un intervento in Ucraina non farebbe che "inasprire il conflitto" o "portare alla Terza guerra mondiale", per citare i pretesti più utilizzati. Ovviamente lo scenario e gli avversari sono molto diversi: la Russia non è la Serbia e Putin non è Milosevic. Ma la lezione da trarne è una sola: l'uso deciso della forza può essere un bene, sia sul momento sia come deterrente, mentre invece la titubanza ha ripercussioni molto gravi e apre il varco a nuove aggressioni. (Garri Kasparov)
  • Nessuno di noi pensava che la situazione si sarebbe risolta con una giornata di bombardamenti.
  • Questa non è affatto la mia guerra. Questa è la guerra dell'America che difende i propri valori. E mi assumo la piena responsabilità di aver ritenuto che fosse essenziale non stare lì mentre Milosevic attuava i suoi piani.
  • Se fosse stato uno statista ragionevole, il leader serbo avrebbe orientato l'opinione mondiale contro la guerriglia, assecondando le aspirazioni autonomiste dei kosovari moderati. Ma Milošević non vedeva nel conflitto etnico un problema politico o diplomatico da risolvere; per lui c'era solo un nemico da combattere.
  • Vengo da lì, vengo dall'Europa centrale. E ho visto cosa succede quando il male non viene confrontato per tempo. E le cose che stanno succedendo lì mi ricordano quelle che succedevano durante la Seconda guerra mondiale. Quelle immagini di deportati chiusi nei vagoni dei treni...
  • Il modo di condurre la guerra in Kosovo da parte del presidente americano Bill Clinton è stato irresponsabile. Il suo eccessivo ricorso alla diplomazia ha minato la credibilità della campagna militare, mentre le sue prudenti tattiche militari hanno privato la sua diplomazia del dovuto prestigio. Il suo vago accenno a 50.000 "tutori della pace" non risponde alla semplice cruciale domanda: come entreranno in Kosovo? Nessuna meraviglia che l'uomo forte serbo, Slobodan Milosevic, non si sia arreso. La decisione moralmente fallimentare della Nato di non assumersi alcun rischio militare nelle operazioni che hanno l'obiettivo di impedire la pulizia etnica ha lasciato ai criminali di Milosevic mano libera per distruggere la comunità kosovara.
  • La penosa realtà è che la campagna di bombardamenti è stata condotta come se le vite umane in gioco dovessero essere valutate a tre differenti livelli: le vite più preziose sono quelle dei piloti americani, con tattiche militari esplicitamente adottate per ridurre al minimo le loro perdite; poi vengono quelle degli ufficiali di Milosevic, i cui quartieri generali hanno costituito un bersaglio soltanto quando erano vuoti; quelle che valgono meno sono le vite dei kosovari stessi, a vantaggio dei quali non è stato corso alcun rischio. Questa apparente indifferenza ha già colpito la posizione generale dell'America. Ogni governo democratico è comprensibilmente riluttante a perdere le vite dei suoi soldati. Ma condurre una guerra, in cui non venga fatto alcuno sforzo - anche se la vita dei suoi combattenti professionisti è esposta a qualche rischio - per proteggere le maggioranze indifese, priva la sua stessa attuazione del suo più alto obiettivo morale.
  • La politica di Mosca non è guidata dal desiderio di aiutare gli Usa o di rafforzare la Nato. Infatti, quello che realmente la Russia vuole è uno scacco della Nato, che discrediti contemporaneamente l'atteggiamento generale dell'America (evitando al tempo stesso uno scontro aperto fra la Russia e l'Occidente). Pensare diversamente significa dimostrare un'incredibile ingenuità. In queste circostanze, l'unica soluzione accettabile è l'imposizione del controllo effettivo del Kosovo da parte delle forze della Nato, unitamente al reale ritiro dell'esercito serbo.
  • Il tipo di armamento usato in Kosovo era più preciso di quello utilizzato nella prima guerra del Golfo; e sebbene anche in Kosovo e in Serbia qualche bomba fosse sfuggita al controllo, il numero dei civili rimasti uccisi era molto inferiore a quello dell'Iraq. Inoltre, sono ancora convinto che un numero maggiore di civili sarebbe rimasto ucciso se avessimo inviato truppe di terra, soluzione che avrei tuttavia messo in atto pur di evitare la vittoria di Milošević. Il successo della campagna aerea in Kosovo segnò un nuovo capitolo nella storia militare.
  • La campagna di bombardamenti aveva tre obiettivi: mostrare a Milošević che eravamo del tutto determinati a impedire un'altra ondata di pulizia etnica, evitare un'offensiva ancora più sanguinosa contro civili innocenti in Kosovo, e infine, se Milošević non avesse destitito presto dal suo intento, danneggiare seriamente la capacità militare serba.
  • Le uccisioni ricordavano molto da vicino quelle che avevano caratterizzato gli inizi della guerra in Bosnia, un paese che, come il Kosovo, costituiva una sorta di ponte sull'abisso che separa serbi cristiano-ortodossi e musulmani europei, un territorio spartiacque sul quale per circa seicento anni si erano verificati periodicamente sanguinosi conflitti.
  • In merito all'intervento della Nato in Kosovo, penso ci sia un elemento che nessuno può contestare: i raid, le bombe, non sono stati provocati da un interesse concreto. Hanno, cioè, un carattere esclusivamente umanitario: in gioco qui ci sono i principi, i diritti umani ai quali è stata accordata una priorità rispetto anche alla sovranità degli Stati. È questo che rende legittimo attaccare la Federazione jugoslava anche senza il mandato dell'Onu.
  • Mi hanno scritto attori di teatro che mettono in scena da dieci anni le mie opere e che mi vogliono bene: "Cosa abbiamo fatto di male per essere bombardati?", mi chiedono. A me non hanno fatto niente, naturalmente, ma il loro regime, con l'aiuto delle sue componenti militari, massacra i loro concittadini, un grande gruppo di loro concittadini. E quello che quel regime fa con quegli albanesi è come se lo facesse a me. È quel principio base per cui se si maltratta qualsiasi persona è come se lo si facesse a noi stessi. E questo è un principio di solidarietà umana che sorpassa la frontiera degli stati, delle regioni.
  • Milosevic ha le mani troppo sporche di sangue per diventare affidabile e sbaglia chi dice che questa guerra potrebbe avere frenato la lenta avanzata della democrazia in Serbia e Montenegro. Il male deve essere affrontato. E se dicessimo: aspettiamo ancora dieci anni perché forse così la democrazia si svilupperà, sarebbe solo una scusa, un pretesto artificioso.
  • Con il pretesto del genocidio ai danni dei cossovari – genocidio mai avvenuto – le più grandi potenze del mondo hanno distrutto l'economia della Jugoslavia per rendere possibile un genocidio – questa volta autentico – ai danni dei serbi nella stessa regione. Esiste qualcuno che in tutto ciò possa individuare non dico giustizia, ma una qualsiasi logica?
  • Io so soltanto (e molti testimoni l'hanno confermato) che in quanto presidente serbo Sloba aveva ordinato più volte e con estrema chiarezza di non torcere un capello ai civili, se non altro per non offrire ulteriori motivi all'aggressione della Nato. Se poi alcuni reparti militari hanno disobbedito agli ordini questo non può essere imputato ad un capo di Stato, almeno se esiste ancora un diritto internazionale.
  • Neppure un decennio di violenze e la guerra delle diciannove nazioni più forti del mondo contro la piccola Serbia è riuscito a distruggerlo del tutto.
  • Ricordo ancora con stupore certe conferenze stampa della Nato in cui ogni pomeriggio si cercava di lanciare una nuova menzogna, spesso talmente assurda da lasciare stupefatti tutti tranne i grandi «media» occidentali. I serbi succhiavano il sangue dei bambini cossovari preparando scorte per le trasfusioni, i serbi avevano ucciso tutti i «leaders» albanesi, i serbi costringevano Rugova a schierarsi per la pace con la pistola alla nuca. E nello stesso tempo sui muri di Belgrado apparivano scritte sardoniche, commenti salaci. La mia gente sa sopportare le disgrazie soprattutto attraverso l'ironia.
  • Walker parlava da mesi di «genocidio degli albanesi» mentre fra i poco più di mille morti causati da un anno e mezzo di guerriglia più della metà erano stati serbi, poliziotti ma soprattutto contadini. Ciò che sarebbe accaduto era chiaro da mesi anche se alle 19 nazioni che si allearono per bombardarci era molto meno evidente il fatto che questo Paese avrebbe resistito, perché da secoli ha conosciuto le ingiustizie e non le ha mai accettate senza reagire. Forse fu questa la vera sorpresa di quella lunga e ingiusta tragedia, il potentissimo Occidente degli strateghi e pensatori non aveva neppure ipotizzato il fatto che la povera e piccola Jugoslavia potesse rifiutare l'imposizione. Continuavamo a subire i più massicci bombardamenti mai compiuti dalla seconda guerra mondiale senza cedere alle intimidazioni del resto del mondo, ed anzi rispondendo con una protesta civile.
  • [Sui bombardamenti americani] Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l'unico popolo che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E con un'arma criminale e genocida come l'uranio.
  • È in corso una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est europeo. I terroristi dell'UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della "Grande Albania". In stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l'intera Macedonia e presto anche Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in Grecia).
  • Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato le foto satellitari delle fosse comuni. C'è stata una rivolta di 22 mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di serbi. Questo tribunale dell'Aja e le sue bugie non sono che una parte del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una spruzzata di croati e musulmani.
  • Si sono vendute menzogne anziché verità. È incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell'UCK), che le foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio, che i duecentomila stupri erano secondo l'ONU, tra tutte le parti e in tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni.
  • I serbi hanno invaso la nostra patria, hanno ucciso decine dei nostri cittadini, hanno distrutto diverse case e incendiato molti villaggi. Ora propongono il dialogo solo per far credere al mondo che il capitolo sulle stragi è definitivamente chiuso. È del tutto naturale che lo rifiutiamo.
  • La nostra battaglia per l'indipendenza è stata esemplare per la sua natura pacifica. Noi ci stiamo preparando per le elezioni non per la guerra. Siamo gli unici tra i popoli della ex-Jugoslavia ad aver scelto la non violenza come una strategia e non per calcoli tattici. Ma nulla potrà costringere un popolo libero a sottomettersi all'oppressore. Se dovessimo impugnare le armi contro i gestori della macchina bellica jugoslava, ci saremmo incamminati sulla strada scelta dai nostri oppressori.
  • Noi siamo etnicamente albanesi, abbiamo la nostra lingua, la nostra cultura, le nostre tradizioni, la nostra religione musulmana. Se dovessimo accettare l'egemonia serba sarebbe come vivere sotto un regime coloniale. Il Kosovo non conoscerà una vera pace fino a quando non otterrà l'indipendenza così come è stato per le altre nazioni che formavano la Jugoslavia.
  • Io ho deciso di rimanere perché avevo davanti agli occhi i meccanismi profondi di manipolazione dell'informazione portati avanti da Milosevich. Già in precedenza, prima che scoppiasse il conflitto, da Belgrado si era giocato a creare confusione nella diffusione di notizie.
  • Milosevich usava una tecnica ben conosciuta alla semantica dei media: l'implosione dell'informazione su se stesso. Più informazione si dà, a partire da più fonti, maggiore è, in teoria, il criterio di verità per stabilire la realtà dell'informazione. Ma se vengono date troppe notizie divergenti alla fine si crea un involucro vuoto della stessa informazione e quindi si produce confusione nell'opinione pubblica. Il risultato è quello di non riuscire più a realizzare la fattualità degli eventi. È questo che mi ha spinto a dire: "rimango qui".
  • Non ho mai usato Internet per un semplice motivo: l'unico modo per potermi connettere era utilizzare una struttura che si chiama "Mediacenter", situata presso l'Hotel "Grand" a Pristina, che era controllato dai serbi. Dato che tutte le linee telefoniche erano sotto controllo non sono voluto incorrere nella banalità di essere spiato da loro. Inoltre tutti i giornalisti che andavano lì e si connettevano ad Internet telefonicamente sapevano benissimo che le quattro linee telefoniche dell'hotel erano controllabili dai serbi. Quindi era come se i giornalisti internazionali, attraverso l'hotel, diffondessero direttamente le informazioni al ministero dell'informazione serba che poi elaborava in tutta tranquillità le sue strategie.
  • Il Kosovo è ancora formalmente una provincia serba, sotto il protettorato dell'Onu, ma con un destino incerto. Un ritorno dell'autorità serba, sia pure nell'ambito di una vasta autonomia, è oggi impensabile. Ma l'indipendenza non è prevista. Anche Slobodan Milosevic, come l'odio tra serbi e albanesi, esisteva prima della guerra. E non era affatto scontato che scomparisse, insieme al regime, in seguito alla sconfitta militare.
  • Il rapporto di forze tra i due schieramenti era simile a quello tra elefanti e formiche. Queste ultime sono state sovrastate ma non schiacciate. Slobodan Milosevic si è ritrovato con un esercito quasi intatto, per non parlare della polizia, che è in realtà un altro esercito, più malleabile per il regime, che può usarlo per controbilanciare il primo in caso di necessità.
  • La guerra umanitaria contro Milosevic non aveva come obiettivo soltanto la stabilità in Europa, ne aveva anche uno etico. I delitti gravi contro l'umanità, come quelli compiuti da Milosevic nel Kosovo (dove masse imponenti di profughi si muovevano sotto gli occhi impietositi dei telespettatori occidentali) «non potevano restare impuniti». Le parole decise di Madeleine Albright, allora segretaria di Stato nell'America di Clinton, erano un messaggio preciso: era una dichiarazione di guerra al totalitarismo, per ragioni umanitarie. Anche la Germania, per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale, partecipò a un'azione bellica con gli altri europei. La discussione sulla legittimità o meno di quella guerra fu intensa. E diventò ancora più aspra quando invece di crollare dopo i primi bombardamenti, la Serbia di Milosevic tenne duro. Non era stata presa in giusta considerazione la mentalità del dittatore né quella del popolo serbo, convinto di essere capace di dare il meglio di se stesso nei momenti di pericolo (pensa Joze Pirjevec). È con questa stessa mentalità che Milosevic si è difeso al Tribunale internazionale e che non pochi serbi continuano a difenderlo. Al di là, spesso, della ragione.

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