Melissa Panarello

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Melissa Panarello, 2006

Melissa Panarello, meglio conosciuta sotto lo pseudonimo di Melissa P. (1985 – vivente), scrittrice, personaggio televisivo e saggista italiana.

Dall'intervista di Roberto Donati, 15 domande a Melissa P

CentralDoCinema.it.

  • Per me la letteratura è una porta che offre l'accesso a mondi meravigliosi e sconosciuti. Non tutta la letteratura è in grado di farlo, per questo diffido un po' di quegli autori che ti raccontano sempre mezze verità, quelli che non sanno scavare dentro la storia, che non riescono ad aprirti quella porta. Non credo, quindi alla Letteratura con la L maiuscola, perché non esiste. E non credo nemmeno nelle classificazioni e nei romanzi di genere: per questo credo che quello che scrivo non possa essere inserito in alcun contesto.
  • Prima di essere una scrittrice sono una lettrice, penso che non puoi scrivere se prima non ti sei imbevuta di parole altrui. Il lettore è principalmente un essere fortunato: può guardare alla vita dello scrittore rimanendo nell'anonimato. Può percorrere le strade del romanzo senza dover dare alcuna spiegazione. È una pulce, il lettore, che salta da una pagina all'altra e nessuno lo vede. È la parte più interessante del mio mestiere: dare qualcosa di mio a qualcuno che non conosco.
  • Ho sempre pensato che il sesso non fosse materia scandalosa. Non associo mai le parole scandalo-tragressione-sesso, è una cosa talmente noiosa. Per me lo scandalo è altro (Berlusconi al governo, per esempio), sicuramente non il sesso. Quindi no, non ci ho mai pensato, ho sempre creduto di scrivere storie umane, naturali. Non ho mai voluto scandalizzare.
  • Io sono una fan della pornografia, non di certo dell'erotismo. Lo trovo subdolo, falso, pudico. La pornografia è invece l'arte vera e sincera per eccellenza, che mostra tutto senza vergogna, senza sovrastrutture. [...] La pornografia non contempla l'etica, solo l'estetica. E mi piace per questo: il sesso è un fatto di corpo, non di mente. La mente viene prima, con la conoscenza della persona, con lo scambio degli sguardi. Ma a letto si è pelle e sudore, non sinapsi e neuroni.

100 colpi di spazzola prima di andare a dormire[modifica]

Incipit[modifica]

6 luglio 2000 15,25

Diario,
scrivo dalla mia camera semibuia tappezzata dalle stampe di Gustave Klimt e dai poster di Marlene Dietrich; lei mi guarda con il suo sguardo languido e superbo mentre scarabocchio il foglio bianco su cui si riflettono i raggi del sole, filtrati appena dagli spiragli delle persiane.
C'è caldo, un caldo torrido, secco. Sento il suono della televisione accesa nell'altra stanza e mi arriva la piccola voce di mia sorella che intona la sigla di un cartone animato, fuori un grillo urla la sua spensieratezza e tutto è calmo e mite dentro questa casa. Sembra che tutto sia rinchiuso e protetto da una campana di vetro finissimo e il caldo rende più pesanti i movimenti; ma dentro di me non c'è calma. È come se un topo stesse rosicchiando la mia anima e in maniera così impercettibile da sembrare dolce, persino. Non sto male e non sto nemmeno bene, la cosa inquietante è che "non sto". Però, so ritrovarmi: basta alzare lo sguardo e incrociarlo con quello riflesso sullo specchio perché una calma e una felicità mite s'impossessino di me.

Citazioni[modifica]

  • L'inverno mi appesantisce in tutti i sensi. Le giornate sono così uguali e così monotone da non riuscire più a sopportarle. (24 gennaio 2002; p. 68)
  • So benissimo che talvolta il diavolo si presenta sotto false spoglie e manifesta la sua identità solo dopo averti conquistata. Prima ti guarda con occhi verdi e luccicanti, poi ti sorride bonariamente, ti dà un bacio lieve sul collo e dopo t'inghiotte. (8 febbraio 2002; pp. 73-74)
  • Mi ha trovato stesa sul letto mentre ero intenta ad osservare un moscone che sbatteva contro la lampadina appesa al soffitto producendo un rumore fastidioso e ho pensato che la gente sbatte convulsamente contro il mondo allo stesso modo di quello stupido animale: crea rumore, scompiglio, ronza intorno alle cose senza mai poterle afferrare completamente; qualche volta confonde un desiderio con una trappola e ci rimane stecchita, marcendo sotto il riflettore blu dentro la gabbia. (1 marzo 2002; p. 102)
  • [...] io volevo ancora violenza, violenza fino a non poterne più. Mi sono abituata, forse non posso più farne a meno; mi sembrerebbe strano se un giorno la dolcezza e la tenerezza venissero a bussare alla mia porta e mi chiedessero di entrare. La violenza mi uccide, mi logora, mi sporca e si nutre di me, ma con e per essa sopravvivo, di lei mi nutro. (29 marzo 2002; p. 111)
  • Le incrostazioni sono dure a togliersi dal cuore. Ma forse il cuore può pulsare così tanto da rompere in mille pezzi la corazza che lo circonda. (24 giugno 2002; p. 139)

In Italia si chiama amore[modifica]

Incipit[modifica]

Nel 2003 il Moige mi impedì di partecipare a un'intervista televisiva. La rete era Rai 1, il programma Domenica In, presentava Mara Venier. L'accusa sosteneva che una ragazzina della mia età – all'epoca avevo diciassette anni – non potesse dichiarare all'Italia intera, ostaggio della fascia protetta, di condurre una vita sessuale e di esserne persino contenta. Cosa avrebbero pensato i nonni dei propri nipoti? Come si sarebbero giustificate con papà le quattordicenni dall'ombelico libero? Meglio tacere, ottima soluzione per nascondere i nostri peccatucci a favore di finte innocenze. Qualche settimana dopo quell'episodio di ostracismo, alle otto e mezzo di sera Eva Henger mostrava la linea verticale del suo sedere alle telecamere di Canale 5. Benedette sempre siano Eva e la sua Sacra Linea, tuttavia mi chiesi cosa stesse infettando il paese in cui mi ostino a vivere: perché il corpo può essere esibito, mentre vige il divieto di raccontarlo? Cosa c'è di indicibile sul corpo, così indicibile che nemmeno il corpo stesso riesce a dire?

Citazioni[modifica]

  • Il sesso è la cartina di tornasole di una società: racconta gli individui, la loro specificità, rivela i difetti e le virtù di ogni esistenza. Se però viene ingoiato e consumato come un pasto da fast food, non solo se ne perde il gusto essenziale, ma si fatica a comprendere tanto la propria sessualità quanto quella altrui.
  • Solo dove il senso del peccato è vivo e forte possono esistere lo scandalo e la trasgressione. E il nostro è il paese degli scandali, delle trasgressioni che occupano gli appartamenti delle periferie così come i dorati palazzi del potere. È il paese degli esibizionisti che rispondono alla larga richiesta di un numerosissimo popolo di guardoni. È il paese in cui, ancora oggi, pronunciare la parola "sesso" fa scappare la risatina tipica dei bambini che non sanno come affrontare una cosa più grande di loro. Nonostante l'ostentazione pornografica a cui dagli anni Ottanta in poi siamo stati abituati, in Italia regna un pudore sconsiderato, lo stesso di trenta o quarant'anni fa. E non vengano fraintesi i comportamenti e i costumi odierni, decisamente più libertini di quelli di ieri: una minigonna inguinale può rivelarsi una maschera tanto quanto una gonna sotto il ginocchio.
    Pur avendo perso eleganza e grazia, l'Italia di oggi non ha tuttavia acquisito una maggiore libertà sessuale. Un tempo, almeno, l'ipocrisia aveva una veste adeguata. Oggi invece è un'ipocrisia scollacciata, travestita da libertà.
  • In realtà non c'è niente di promiscuo nell'atteggiamento sessuale degli adolescenti, non più di quanto ce ne sia in quello degli adulti. La differenza è che loro lo fanno in maniera molto più rumorosa, più goffa, con tutto il coraggio e l'impudicizia della giovinezza.
    Ma da cosa li si vuole salvare davvero? Dal sesso, dall'amore o dalla scoperta del dolore? Quale bene inestimabile si vuole proteggere, a scapito della presa di coscienza di ciò che si è, di ciò che si desidera? La paura genera mostri, e più i ragazzi sono impauriti dagli ordini, dalle regole e dai cattivi sentimenti degli adulti, meno sono disposti a raccogliere la gioia che il sesso appena scoperto intende loro consegnare. Si troveranno così a inseguire la trasgressione, la storia bugiarda che i grandi hanno inventato come reazione alla legge divina.
  • Silvio Berlusconi è l'emblema dell'arretratezza culturale e sessuale che continua a brutalizzare il nostro paese. "O fai tutto quello che ti viene chiesto, o vai a casa," dice una ragazza intercettata all'amica, riferendosi alle feste di Arcore. Quindi, o la femmina si sottomette al volere del maschio, asseconda i suoi istinti primitivi, concede corpo e sorriso a Dracula, o viene allontanata, annullata, ferita. Da tutta questa storia non emergono né emancipazione, né libertà sessuale. Vecchi e bambine, femmine e maschi, potenti e precarie, giornalisti e vallette si succhiano il sangue a vicenda, saccheggiando all'eros, al desiderio, all'amore e all'indipendenza il loro valore primario: la possibilità di scegliere, la gioia di essere scelti e la soddisfazione di essere corrisposti.
  • In questo senso siamo tutti vittime di un razzismo dell'immagine, laddove a una molteplicità di attitudini, desideri, gusti e criteri estetici, si contrappone l'unicità della forma e dell'immagine plastica delle vallette televisive, presentate come prive di intelletto anche quando non lo sono. Oppure, al contrario, i dibattiti politici e culturali sono affidati a donne estremamente intelligenti e capaci che, per paura di essere confuse con le vallette, rinunciano a qualsiasi forma di seduzione, regalandoci un'immagine di donna forte e determinata poco disposta a compiacere il maschio. In realtà esiste una via di mezzo fra valletta e donna impegnata, ma la televisione e chi fa televisione sembra non farci caso.
  • Forse, penso mentre guardo un tronista di Uomini & Donne con le sopracciglia depilate e i pantaloni finto-usurati, forse è tempo che la televisione smetta di pretendere di educarci alla bellezza, insinuandola nelle nostre case con tanta violenza, senza perdono. Dobbiamo tutti attrezzarci affinché dalle nostre case la bellezza esploda. Un big bang d'amore, erotismo, grazia, compassione, tolleranza. Diventare noi, tutti noi, tutori dell'eros, coloro che ne conservano il suo istinto originario. Strappare lo scettro ai finti liberati, regnando ognuno nella propria esistenza come individui liberi, insostituibili, speciali e, per questo, immensamente erotici.

In nome dell'amore[modifica]

Incipit[modifica]

Caro cardinale Camillo Ruini,
scrivere una lettera non è mai cosa da poco; intanto perché pone il destinatario in una condizione di passività, cosa che non avverrebbe se il dialogo fosse diretto. Poi, perché a volte il destinatario riduce a un cartoccio le lettere spedite dai mittenti non graditi, le appallottola prima di averle lette e le lancia verso il cestino, sperando di fare centro. Mi auguro che la stessa sorte non tocchi alla mia.

Citazioni[modifica]

  • Qualche tempo fa scrissi sul mio sito una breve lettera aperta a lei indirizzata [...]. Con mia grande sorpresa la lettera fu largamente commentata dai visitatori del sito [...]. Spesso la loro impressione era che ciò che lei continua a dire si allontana pericolosamente dalla realtà in cui noi tutti viviamo. Fossero essi credenti o laici, molti esprimevano un desiderio che oggi andrebbe più di ogni altro tutelato: condurre la propria esistenza liberamente, ignorando per quanto possibile l'ingerenza della Chiesa [...].
  • Lei parla in nome di Dio, che è la verità in cui crede. Io cercherò di parlarle in nome dell'amore, quello terreno, quello in cui tutti noi comuni mortali crediamo.
  • L'adolescenza è un periodo di grandi ideali, forse confusi ma comunque forti e sinceri, un periodo in cui l'essere umano tenta di penetrare in quella fortezza che è il mondo degli adulti e per questo s'impegna a compiere imprese ben più ardue di quanto si immagini. È per questo che spesso gli adolescenti si preoccupano delle sorti del mondo, si occupano di ecologia, fanno volontariato, partecipano a manifestazioni politiche più di quanto possa mai fare un adulto.
  • Un adolescente desidera piacere, amare e lasciarsi amare, vivere con intensità tutte quelle piccole cose che in una giornata comune in una comune cittadina di provincia ti vengono offerte. L'unica cosa che potevamo fare in provincia, cardinale Ruini, era amare. L'unica cosa che potesse farci sentire vivi era darsi completamente all'altro, scivolare sotto le coperte insieme, mettere lo stereo ad alto volume perché i genitori nell'altra stanza non sentissero quanto baccano faceva l'amore.
  • Un quindicenne non può frenare la corsa al piacere, non può tenere chiusa la porta del desiderio, perché è nella sua natura rincorrere il piacere e desiderare le cose belle e soddisfacenti, e negare tutto questo equivale a negare la natura stessa dell'uomo che, per quanto lei possa giudicare discutibile, è talvolta un essere istintivo e poco razionale. E questo non è un sintomo di bestialità, è semplicemente uno degli ingredienti di cui è composto l'essere umano, le cui imperfezioni e fragilità non andrebbero né giudicate né mortificate, ma semplicemente accettate.
  • Ospitare la morte dentro il proprio corpo è quanto di più traumatico possa capitare nella vita di una donna. La scelta non è mai presa a cuor leggero, non è mai un frutto di una riflessione durata una notte. È una scelta ragionata e sofferta e, tuttavia, a volte necessaria.
  • Io credo davvero che amare liberamente sia la forma più alta di libertà, e che le unioni libere, le convivenze, le coppie di fatto non ledano la dignità di chi preferisce questo tipo di rapporto né quella di coloro che scelgono il matrimonio come sigillo alla propria unione. Non riesco a non pensare che, qualsiasi forma assuma, l'amore non è mai contrario alle leggi naturali, e che la natura ordina il mondo seguendo le leggi dell'amore.
  • Ci chiamano giusti solo quando assecondiamo le speranze e i progetti dei potenti, della Chiesa in primis. Ci chiamano giusti solo se consumiamo, solo se produciamo, solo se mettiamo al mondo dei figli che saranno anche loro consumatori e produttori. Non ci hanno mai chiamati giusti perché capaci di amare. La gente onesta non è solo quella che lavora, la gente onesta è anche quella che intesse rapporti personali sinceri e privi di qualsiasi pregiudizio.
  • Quel famoso Dio che mi aveva accompagnato durante l'infanzia, che sentivo come un peso ovunque andassi e qualsiasi cosa facessi, era improvvisamente scomparso durante i miei dodici anni, quando mi resi conto di non avere alcun bisogno di credere in qualcosa di superiore e divino, che mi bastava credere nella vita e nelle persone che mi circondavano e mi amavano di un amore terreno. Sentivo Dio persino in quelle voci di paese che additavano e demonizzavano le ragazze mie coetanee che conducevano una vita libera e libertina, vedevo Dio negli occhi strizzati della panettiera mentre entravo nel suo negozio mano nella mano con un ragazzo. Vedevo Dio nello sguardo morboso del barista che indugiava sulle cosce poco scoperte dalla gonna. Dio era amore ma anche disprezzo, un disprezzo che non sono riuscita a strapparmi dalla pelle tanto facilmente.
  • Il sesso fa conoscere le bellezze e le brutture della vita, indistintamente. Il sesso è l'atto più intimo fra due persone che si concedono l'una all'altra mostrando di sé ora i lati positivi, ora quelli negativi. [...] Il sesso mi ha insegnato che cos'è la vita, mi ha detto come avrei dovuto affrontarla: non abbassare mai la cresta, continuare anche quando va tutto storto, essere determinata a inseguire sempre lo scopo che ti sei prefissa. E cercare, cercare, finché non avrai trovato quello che cercavi.
  • Il sesso è un puro fatto di desideri. Creare desideri fittizi è altrettanto sbagliato quanto reprimerli, secondo me. Quindi basta con le imposizioni e con il dichiarare cosa è giusto e cosa è sbagliato: che le donne e gli uomini siano liberi di decidere se concedersi o non concedersi, se donare o non donare. Reprimere i famigerati ormoni adolescenziali non fa altro che accrescere la curiosità, e il sesso perde tutta la sua bellezza e tutta la sua purezza acquistando piuttosto morbosità. [...] La repressione non solo produce mostri bavosi, non solo può indurre a compiere atti estremi e violenti (come stupri e molestie) quegli uomini e quelle donne deboli che si sono visti costretti a seguire certe regole volute dalla Chiesa; la repressione impedisce che ci sia una giusta e chiara informazione sessuale che eviterebbe, tra l'altro, cose a cui la stessa Chiesa si oppone, come l'aborto e la trasmissione di malattie.

L'odore del tuo respiro[modifica]

Incipit[modifica]

Con un'ape fra i capelli mi sono gettata nelle strade del mondo. Un'ape che ronzava fra i fili della mia chioma, sbatteva convulsamente le sue ali e ronzava, ronzava. E io non la cacciavo, ho lasciato che costruisse il suo alveare nella mia testa e chi mi incontrava diceva «Hai i capelli come il miele» e non sapeva che nella mia testa c'era un'ape che con il suo corpo tenero e bicolore roteava nei miei pensieri, giocava. E a me faceva compagnia, divenne compagna irrinunciabile, anche se non molto fidata: talvolta mi dava dei morsetti sulla nuca che avrebbero dovuto farmi male. Ma la mia ape era troppo piccola per farmi male, depositava in me del miele, non era mai veleno.
Un giorno l'ape mi sussurrò qualcosa nell'orecchio, ma era un bisbiglio troppo fioco perché potessi sentirlo. Io non le chiesi mai cosa volesse dirmi e adesso è troppo tardi, la mia ape è volata via dai miei capelli, improvvisamente, e un passante l'ha uccisa. L'ha schiacciata. E sul marmo bianco posso vedere brilluccicare un liquido, una sostanza: la prendo con una spatolina e la porto in un laboratorio di analisi.
«Veleno», mi dice il biologo.
«Veleno...», ripeto io.
La mia ape è morta avvelenata, non schiacciata. Qualche ora prima mi aveva morsa.

Citazioni[modifica]

  • Ho disegnato, ma non ero capace di colorare senza sbavare lungo i bordi. Ho comprato una chitarra, ma avevo paura che le corde mi tagliassero le dita. Ho scritto e qualcosa dentro di me si è mosso. Ho scritto, ho scritto tanto, e poi sono diventata famosa. E quella cosa che avevo liberato è ritornata indietro e mi ha invaso. Uccidendomi.
  • Io ho bisogno di guardare la vita che ho dentro, questa vita buia e disconnessa da tutte le altre, ho bisogno di vivere dentro di me, perché all'infuori di me non esiste nessuno che riesca a farmi vivere.
  • Mi sono accorta di esserne innamorata una sera di fine estate. Una sera elettrica, in una Roma cagna più che mai, ripiegata su se stessa quasi a scusarsi di fare rumore, di essere troppo bella, troppo schizofrenica, troppo antica. Roma di imperatori e usurai, di politici e tassisti, di ragazze perse e di ragazze in minigonna e tacchi a spillo, Roma dei vini e Roma delle latterie, delle chiese e dei puttani.
  • Ringrazio tutti coloro che mi odiano, perché è grazie a loro che io mi amo di più.

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

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Opere[modifica]