Silvio D'Amico

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Silvio D'Amico con Marta Abba nel 1933

Silvio D'Amico (1887 – 1955), critico teatrale e docente italiano.

Citazioni di Silvio D'Amico[modifica]

  • [Luigi Pirandello] Rinnega addirittura i 'penso, quindi sono' di Cartesio: per lui neanche pensare significa essere. Qui sarebbe lecito chiedersi: ciò non finisce col distruggere l'essenza della grande poesia tragica, la nobiltà del dolore? Ma appunto qui vuole essere l'originalità del Pirandello drammaturgo; appunto da questa impossibilità di una tragedia egli trae la più disparata delle tragedie, la sua. (citato in Il teatro di Luigi Pirandello, VII ristampa, Oscar Mondadori, gennaio 1976, introduzione, p. XXIII)

Maschere[modifica]

  • Questo senso «religioso» del teatro fu la personale, essenziale caratteristica di Eduardo Boutet; che distingue nettamente, senza possibilità di confusione, la fisionomia di lui da quella di tutti gli altri critici nostri. (p. 30)
  • Boutet arrivò a' suoi cinquantanove anni, attraverso le delusioni più sfibranti che uomo fidente in un'idea abbia mai sopportato, con le convinzioni de' suoi diciotto, e con la serietà e la preoccupazione del suo apostolato, immutabili. «Fede, mistero, religioso, santo, sacro», sono appunto le parole che s'incontrano più frequenti ne' suoi scritti. Poteva accadere che scherzasse, forse nello stesso numero del giornale in cui Boutet scriveva, l'autore dell'articolo dove si trattava di politica, di pace, di guerra, o che so io: ma non scherzava lui, Boutet. Perché potevano essere mestieranti gli altri: lui si sentiva sacerdote. (p. 30)
  • Accade un po' dei giornalisti come degli attori: che la loro opera, avendo carattere momentaneo e quotidiano, non sopravviva alla loro morte: e non c'è chi possa poi ricordarla e discuterla, se non tra chi n'abbia avuto in tempo diretta e personale conoscenza. Che sappiamo e che sapremo mai, noi giovani, di Gustavo Modena e d'Adelaide Ristori? Parole. Che sappiamo noi delle famose critiche giornalistiche, che Eduardo Boutet sparse ne' quotidiani in voga durante la sua giovinezza, ora introvabili sin nelle biblioteche, introvabili a lui stesso che in questi ultimi tempi non ne serbava più se non il ricordo?
    Una fama le ha accompagnate nell'ambiente teatrale: la fama d'una grande severità. Per lo meno, chi le rammenta, ebbe questa impressione: che Boutet «stroncasse». (p. 31)
  • [...] noi italiani, mentre non abbiamo una grande tradizione d'autori drammatici e comici, ne abbiamo una senza confronto più importante e gloriosa di esecutori, che va dalle vecchie compagnie delle maschere ai nomi di Gustavo Modena, di Adelaide Ristori, Tommaso Salvini, di Ernesto Rossi, di Giovanni Emanuel, di Eleonora Duse, di Ermene Novelli.
    Ora questo fatto ha creato, nella realtà della nostra vita di teatro, un disequilibrio e un capovolgimento di valori, per cui l'attore è tutto e l'autore è nulla: l'attore è, invece che il fedele esecutore, il despota; e l'autore è, invece che il creatore, l'umile fornitore del canevaccio, dello schema-pretesto, su cui il comico verrà poi a ricamare le soggettive meraviglie della sua virtuosità. (p. 36)
  • [...] essendo l'attore italiano, forse più che i suoi confratelli di tutti gli altri paesi, altrettanto ricco di prodigiose doti naturali quanto scarso di vera intelligenza e privo di cultura, accade che il dominio della scena resti affidato unicamente al suo istrionismo e alla sua avidità dell'effetto e dell'applauso: coi quali debbon fare i conti tutti i disegni, tutti i tentativi, tutte le raffinatezze e le audacie del poeta. Quindi non è praticamente possibile attuare nessun rinnovamento nel nostro teatro, se prima non si attui il rinnovamento della mentalità di chi lo spadroneggia: ossia dell'attore. (p. 36)
  • Quello che Ermete Novelli – il quale ha pure avuto straordinarie qualità di mimo se non di interprete – esprimerebbe con larga smorfia, nel suo vivace gioco di tutti i muscoli facciali, Guitry lo esprime con un lieve socchiuder di palpebre, con una tenue contrazione delle labbra mobilissime. Egli ha, insieme con l'arte del dir semplice, l'arte di far intendere il non detto: l'arte della pausa. La sua controscena è sempre vigile; ma parca; e per questo d'una verità magnifica. (pp. 150-151)
  • Si è detto che Bourget è il più gran maestro del romanzo psicologico dopo Stendhal. Ma Stendhal era altro scrittore. Bourget è Bourget: non il sottile e raffinato casistico quale fu ritenuto per decennî, ché il fermo buon senso del suo cattolicismo positivista non gli consente poi sottigliezze estreme: sì lo studioso metodico e il disegnatore ordinato, che compone e rende, tratto per tratto, in un nitido rilievo di verità umane, figure come quella del marchese di Claviers-Grandchamp[1]. (pp. 153-154)
  • Abbiamo letto su un giornaletto teatrale un lamento sulla sorte della «povera» Maria Melato, che ci è parso il miglior elogio per lei. Maria Melato è sacrificata! Le hanno dato parti di secondaria importanza! La sciupano per rappresentar persone in cui la sua giovinezza sparisce, la sua voce non può cantare, la sua foga non può prorompere nella grande scena di rito, che avvince e attorce il pubblico! Abbiamo subito pensato: – Bravo Talli[2]; brava Maria Melato. – Perché quel che più di tutto apprezziamo in questa nostra attrice, più delle sue ricche tonalità più del suo stile doloroso, più della sua grazia pensosa, più della fissità de' suoi sguardi assorti, più della intensità delle sue attese, è la sua sete evidente di essere «una interprete». Che Dio la benedica per questa sete; e le dia quegli aiuti che ella cerca ed accetta sempre, con una umiltà pari al suo grande amore. (p. 165)
  • La pochade è un genere intraducibile. È roba fatta di spuma leggera, che si regge sul niente; panna montata. Chi, anche senza essere mai stato a Parigi, abbia letto in francese cotesti pasticci, nella edizione lucida da novantacinque centesimi, chi abbia udito per caso, in uno de' nostri teatri, qualcuna delle compagnie parigine che passano ogni tanto per qualche giorno dalle nostre parti, s'è bene accorto che il vuoto delle così dette pochades è tutto tenuto su da quel loro gergo rapido, da quel loro dialogo tutto tagli e scintillii, dalla stilizzazione di quella loro recitazione falsa, elegante e civettuola, a smorfie e a piccoli strilli. (p. 177)
  • Dina Galli non solo non è una interprete; ma non è nemmeno una vera attrice comica. Dina Galli è una pupattola straordinaria; è uno straordinario numero di caffè concerto. Come sogliono gli artisti di varietà (Viviani che fa lo scugnizzo, Cuttica che fa il coscritto, ecc.) anch'essa ha creato un suo unico tipo: quello della monella: che riserve in tutte le salse, in tutte le commedie che rappresenta. (p. 177)
  • Guai se la Galli si commuove o vuol commuovere. Essa non dispone che di alcune tipiche e sempre identiche smorfiette, con cui straluna il viso che non è un viso, ma una faccetta di bambola di biscuit, con due rossetti, un nasino all'insù, e due occhi enormi che paiono due uova al tegame. (p. 178)
  • In lei [Dina Galli] c'è una caricatura continua, e senza dubbio (quando le parti che sostiene son quelle della solita biricchina) gustosa; ma vera grazia non c'è, non c'è eleganza, non ci sono squisitezze. (p. 178)
  • [...] è risaputo che le Accademie sono, se non le produttrici, l'indice e le compagne del decadimento e del mal gusto. Fiorirono nella decadenza greca; imperversarono in quella latina; soffocarono, intristirono e isterilirono il nostro paese ne' suoi peggiori secoli. (p. 202)

Citazioni su Silvio D'Amico[modifica]

  • Noi dobbiamo a D'Amico, [...], lo sblocco di una certa involuzione, sblocco che è avvenuto con pubblicazioni, con la Rivista italiana del dramma con la fondazione dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica e con la Compagnia dell'Accademia. Dalla fondazione dell'accademia, prima scuola di Stato in Italia (che coincide, sì, con il fascismo, ma che sarebbe assurdo riconoscere come prodotto da una politica del fascismo) indubbiamente il teatro italiano trova un suo sblocco. (Paolo Grassi)

Note[modifica]

  1. Personaggio de L'Émigré (1908).
  2. Virgilio Talli (1858 – 1928), attore e regista teatrale italiano.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]