Tucidide

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Tucidide, Museo Puškin delle belle arti, Mosca.

Tucidide (460 a.C. circa – 400 a.C.?), storico greco.

Citazioni di Tucidide[modifica]

  • La natura umana è tanto sicuramente spinta all'arroganza dalla considerazione quanto mantenuta nel rispetto della fermezza. (da Storia della guerra peloponnesiaca)
  • Pensiamo che non sia un disonore riconoscersi poveri, ma che sia un'autentica degradazione non tentare di liberarsi dalla povertà. (da Storia della guerra peloponnesiaca)
  • Per gli uomini famosi tutta la terra è un sepolcro. (da Storia della guerra peloponnesiaca Libro II cap. 42)
  • Sicuramente i più coraggiosi sono coloro che hanno la visione più chiara di ciò che li aspetta, così della gloria come del pericolo, e tuttavia l'affrontano. (da Storia della guerra peloponnesiaca)
  • Sii certo che per essere felici bisogna essere liberi e che per essere liberi bisogna mostrare il proprio coraggio, perciò non sottovalutare i pericoli della guerra.  Fonte? Fonte?
  • Quanto al nome era una democrazia, ma di fatto era il governo di uno solo. (parlando della democrazia sotto Pericle) (da Storia della guerra peloponnesiaca Libro II cap. 63)
  • Gli uomini sono la città, non le mura né le navi vuote di uomini.  Fonte? Fonte?
  • [Monologo di Pericle] Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e' stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell'universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso
Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicita sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell'Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
 Fonte? Fonte?
Qui ad Atene noi facciamo così![1]

La guerra del Peloponneso[modifica]

Incipit[modifica]

Luigi Annibaletto[modifica]

L'ateniese Tucidide ha raccontato la guerra sorta fra le città del Peloponneso e Atene, con le sue varie vicende. Cominciò egli a descriverla subito ai primi indizi di ostilità, prevedendo che tale guerra sarebbe stata importante e, fra tutte le precedenti, certo la più degna di considerazione.
[Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Luigi Annibaletto, Mondadori, 1952]

F. P. Boni[modifica]

Tucidide ateniese ha scritto la storia della guerra fra i Peloponnesi e gli Ateniesi quando gareggiavano tra loro, cominciando subito da poi che fu ordinata; avvisando che grande ella sarebbe e degna di ricordanza più delle passate.
[Tucidide, Delle guerre del Peloponneso, traduzione di F. P. Boni, Pomba, 1854]

Fruttero & Lucentini[modifica]

Tucidide di Atene ha qui narrato la guerra combattuta da Peloponnesiaci e Ateniesi gli uni contro gli altri, e per narrarla si mise all'opera subito, fin dall'inizio.
[Tucidide, La guerra del Peloponneso, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Claudio Moreschini[modifica]

L'ateniese Tucidide descrisse la guerra tra Ateniesi e Peloponnesi, come combatterono tra di loro cominciando subito al suo sorgere e immaginandosi che sarebbe stata la più grande e la più importante di tutte quelle avvenute fino ad allora.
[Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Claudio Moreschini, RCS Rizzoli Editore, 2008]

Citazioni[modifica]

  • [Parlando della peste[2]] Correva quell'anno, a confessione universale, immune sovra tutti da malattie; o se qualcuno era di prima da qualche morbo afflitto, tutti si risolvevano in questo. Gli altri poi senza alcuna precedente cagione, ma interamente sani, erano all'improvviso compresi da veementi caldure al capo, da rossezza e infiammazione d'occhi, e nell'interno la gola e la lingua diventavano tostamente sanguigne, e mandavano alito puzzolente fuor dall'usato. Dopo di che sopravveniva starnutazione e raucedine, ed in breve il male calava al petto con tosse gagliarda: e qualora si fosse fitto sulla bocca dello stomaco lo sovvertiva, e conseguitavano tutte quelle secrezioni di bile, che dai medici hanno il loro nome; con grandissimo travaglio. (Libro II, 49, Pomba, 1854, pp. 115-116)
  • [Parlando della peste[2]] L'esterno del corpo non era a toccare molto caldo, né pallido; ma rossastro, livido e gremito di pustulette ed ulceri; mentre le parti interne erano in tal bruciore che i malati non potevano sopportare d'avere indosso né i vestiti né le biancherie più fini; ma solo di star nudi. (Libro II, 49, Pomba, 1854, p. 116)
  • [Parlando della peste[2]] Ciò nonostante finché la malattia era nel suo colmo, il corpo non languiva, ma contro ogni credere durava l'incomodi, talché i più, o erano da interno calor consumati nel nono o settimo giorno, avendo qualche residuo di forza, o se pur scampavano, scendendo il morbo nel ventre, si faceva grande esulcerazione con sopravvenimento di diarrea immoderata, intantochè la maggior parte morivano di debolezza. (Libro II, 49, Pomba, 1854, p. 116)
  • Noi saremo sicuri dei nostri amici non accettando i favori da questi ma facendoli.
  • L'uomo è portato per natura a disprezzare chi lo blandisce e ad ammirare chi non si dimostra condiscendente.
  • Amiamo il bello, ma con semplicità, e ci dedichiamo al sapere senza debolezza. Adoperiamo la ricchezza più per la possibilità d' agire che essa offre che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergonosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai di più il non darsi da fare per liberarsene.
  • Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.

Note[modifica]

  1. La guerra del Peloponneso. Tucidide. Mondadori. Milano. 1971. vol. I, pagg. 121-128. ISBN 978880432320
  2. a b c La pestilenza descritta da Tucidide sembra tifo più che peste. (Cfr Biblioteca italiana: o sia giornale di letteratura, scienze et arti, Volume 5, Presso Antonio Fortunato Stella, 1817, p.328).

Bibliografia[modifica]

  • Tucidide, Delle guerre del Peloponneso, traduzione di F. P. Boni, con note illustrative di Francesco Predari, Pomba, 1854. (Anteprima su Google Books)
  • Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Luigi Annibaletto, Mondadori, 1952.
  • Tucidide, La guerra del Peloponneso, traduzione di Claudio Moreschini, RCS Rizzoli Editore, 2008.

Altri progetti[modifica]