Ludovico Ariosto

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Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto (1474 – 1533), poeta italiano.

  • Piccola è questa casa, ma sufficiente per me, nessuno vi ha ragioni sopra, è pulita, infine è stata fatta con i miei denari. (iscrizione nella casa di Ariosto a Mirasole, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli)
Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non | Sordida: parta meo sed tamen aere domus.

Orlando furioso[modifica]

Incipit[modifica]

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.

Citazioni[modifica]

  • Ecco il giudicio uman come spesso erra! (canto I, ottava VII, verso 2)
  • Oh gran bontà de' cavalieri antiqui! (I, 22)
  • Pel bosco Ferraú molto s'avvolse,| e ritrovossi al fine onde si tolse. (canto I, ottava XXIII, versi 7-8)
  • Né tempo avendo a pensar altra scusa, | e conoscendo ben che 'l ver gli disse, | restò senza risposta a bocca chiusa (canto I, ottava 30, versi 1-2)
  • La verginella è simile alla rosa | Ch'in bel giardin su la nativa spina | Mentre sola e sicura si riposa, | Né gregge né pastor se le avvicina: | L'aura soave e l'alba rugiadosa, | L'acqua, la terra al suo favor s'inchina: | Gioveni vaghi e donne innamorate | Amano averne e seni e tempie ornate. (I, 42)
  • Che chi ne l'acqua sta fin alla gola | ben è ostinato se mercé non grida. (canto I, ottava L, versi 3-4)
  • Forse era ver, ma non però credibile, | a chi del senso suo fosse signore; | ma parve facilmente a lui possibile, | ch'era perduto in via più grave errore. | Quel che l'uom vede, Amor gli fa invisibile, | e l'invisibil fa vedere Amore. | Questo creduto fu; che 'l miser suole | dar facile credenza a quel che vuole. (canto I, ottava LVI)
  • Ingiustissimo amor, perché sì raro | corrispondenti fai nostri desiri? ... da chi disia il mio amor tu mi richiami, | e chi m'ha in odio vuoi ch'adori ed ami. (canto II, ottava I, versi 1-2 e 7-8)
  • Questo disir, ch'a tutti sta nel core, | de' fatti altrui sempre cercar novella... (canto II, ottava XXXVI, versi 1-2)
  • Ma ne li vizi abominandi e brutti | non pur gli altri adeguò, ma passò tutti. (canto II, ottava LVIII, versi 7-8)
  • La bella terra che siede sul fiume, | Dove chiamò con lacrimoso plettro | Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume. (canto III, ottava XXXIV, versi 2-4)
  • Quantunque il simular sia le più volte | ripreso, e dia di mala mente indici, | si trova pur in molte cose e molte | aver fatti evidenti benefici, | e danni e biasmi e morti aver già tolte; | che non conversiam sempre con gli amici | in questa assai più oscura che serena | vita mortal, tutta d'invidia piena. (canto IV, ottava I)
  • Perché si de' punir donna o biasmare, | che con uno o più d'uno abbia commesso | quel che l'uom fa con quante n'ha appetito, | e lodato ne va, non che impunito? (canto IV, ottava LXVI, versi 5-8)
  • Ben s'ode il ragionar, si vede il volto: | Ma dentro il petto mal giudicar puossi. (V, 8)
  • Miser chi mal oprando si confida | Ch'ognor star debbia il maleficio occulto; | Che quando ogn'altro taccia, intorno grida | L'aria e la terra istessa in ch'è sepulto: | E Dio fa spesso che 'l peccato guida | Il peccator, poi ch'alcun dì gli ha indulto, | Che sé medesmo, senza altrui richiesta, | Inavvedutamente manifesta. (VI, 1)
  • Come aviene a un disperato spesso, | che da lontan brama e disia la morte, | e l'odia poi che se la vede appresso, | tanto gli pare il passo acerbo e forte. (canto VI, ottava V, versi 1-4)
  • Pareami aver qui tutto il ben raccolto | che fra i mortali in piú parti si smembra, | a chi piú et a chi meno e a nessun molto (canto VI, ottava XLVII, versi 2-4)
  • Donna sì laida, che la terra tutta | né la più vecchia avea né la più brutta. (canto VII, ottava LXXII, versi 7-8)
  • Ho perduto l'onor, ch'è stato peggio; | che, se ben con effetto io non peccai, | io do però materia ch'ognun dica, | ch'essendo vagabonda, io sia impudica. (canto VIII, ottava XLI, versi 6-8)
  • Non comincia Fortuna mai per poco, | quando un mortal si piglia a scherno e a gioco (canto VIII, ottava L, versi 7-8)
  • Ben ch'esser donna sia in tutte le bande | danno e sciagura, quivi era pur grande. (canto VIII, ottava LVIII, versi 7-8)
  • Io credea e credo, e creder credo il vero. (IX, 23)
  • L'amante, per aver quel che desia, | senza guardar che Dio tutto ode e vede, | aviluppa promesse e giuramenti, | che tutti spargon poi per l'aria i venti. (canto X, ottava V, versi 5-8)
  • Bene è felice quel, donne mie care, | ch'essere accorto all'altrui spese impare. (canto X, ottava VI, versi 7-8)
  • Che fossi fatto in quarti, arso o impiccato, | brutto ladron, villan, superbo, ingrato. (canto X, ottava XLI, versi 7-8)
  • Che ben fu il più crudele e il più di quanti | mai furo al mondo ingegni empi e maligni, | ch'imaginò sì abominosi ordigni. (canto XI, ottava XXVII, versi 7-8)
  • E spenta ogni pietà, strage nefanda | di quel popul facean per tutti i liti: | fosse iustizia, o fosse crudeltade, | né sesso riguardavano né etade. (canto XI, ottava LII, versi 5-8)
  • Dirò insomma, ch'in lei dal capo al piede, | quant'esser può beltà, tutta si vede. (canto XI, ottava LXIX, versi 7-8)
  • A tutti par che quella cosa sia, | che piú ciascun per sé brama e desia (canto XII, ottava XX, versi 7-8)
  • Fu il vincer sempre mai laudabil cosa | Vincasi o per fortuna o per ingegno. (XV, 1)
  • O d'ogni vizio fetida sentina, | dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa | ch'ora di questa gente, ora di quella | che già serva ti fu, sei fatta ancella? (canto XVII, ottava 76)
  • Che sarebbe pensier non troppo accorto | perder duo vivi per salvare un morto. (canto XVIII)
  • [riferendosi ad Orazio Coclite] Orazio sol contra Toscana tutta. (XVIII, 65)
  • Alcun non può saper da chi sia amato | Quando felice in su la ruota siede; | Però c'ha i veri e i finti amici a lato, | Che mostran tutti una medesma fede. | Se poi si cangia in tristo il lieto stato, | Volta la turba adulatrice il piede; | E quel che di cor ama, riman forte, | Et ama il suo Signor dopo la morte. (XIX, 1)
  • Le donne son venute in eccellenza | di ciascun'arte ove hanno posto cura. (canto XX, ottava 2)
  • A donna non si fa maggior dispetto, | che quando o vecchia o brutta le vien detto. (XX, 120)
  • Il consiglio del mal va raro invano. (canto XXI, ottava XLVIII, verso 6)
  • Amor, con che miracolo lo fai, | che 'n fuoco li tenghi, e nol consumi mai?" (canto XXIII)
  • Chi mette il piè su l'amorosa pania, | cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale; | che non è in somma amor, se non insania, | a giudizio de' savi universale: | e se ben come Orlando ognun non smania, | suo furor mostra a qualch'altro segnale. | E quale è di pazzia segno più espresso | che, per altri voler, perder sé stesso? | Vari gli effetti son, ma la pazzia | è tutt'una però, che li fa uscire. | Gli è come una gran selva, ove la via | conviene a forza, a chi va, fallire: | chi su, chi giù, chi qua, chi là travia. | Per concludere in somma, io vi vo' dire: | a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena, | si convengono i ceppi e la catena. (canto XXIV, ottave I-II)
  • Senza il pane discerner da le giande, | dal digiuno e da l'impeto cacciato, | le mani e il dente lasciò andar di botto | in quel che trovò prima, o crudo o cotto. (canto XXIV, ottava XII)
  • L'animo è pronto, ma il potere è zoppo. (XXV, 76)
  • Di più direi; ma di men dir bisogna. (XXVI, 22)
  • Gli è teco cortesia l'esser villano. (XXVII, 77)
  • Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo. (XXVIII, 2)
  • Se piú che crini avesse occhi il marito, | non potria far che non fosse tradito. (canto XXVIII, ottava LXXII, versi 7-8)
  • Non conosce la pace e non l'estima | chi provato non ha la guerra prima (canto XXXI, ottava II, versi 7-8)
  • Michel, più che mortale, Angel divino (XXXIII, 2, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Milano, 1921, p. 412)
  • [Melfi] La ricca terra ch'ai Normandi | sarà principio a farli in Puglia grandi. (XXXIV, verso 7-8)
  • Del re de' fiumi tra l'altiere corna | or siede umile (diceagli) e piccol borgo: | dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna | d'alta palude un nebuloso gorgo; | che, volgendosi gli anni, la più adorna | di tutte le città d'Italia scorgo, | non pur di mura e d'ampli tetti regi, | ma di bei studi e di costumi egregi. [Ariosto descive la sua amata città Ferrara] (canto XXXV, ottava VI)
  • Temerità per certo e pazzia vera | è la tua, e di qualunque che si pose | a consigliar mai cosa buona o ria, | ove chiamato a consigliar non sia. (canto XLI, ottava XLII)
  • Ove femine son, son liti e risse (canto XLIII, ottava CXX, verso 8)
  • Bestemmiando fuggì l'alma sdegnosa | Che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa. (XLVI, 140)
  • E levar questa donna anco ti voglio; ché sarebbe a lasciartela gran fallo.
  • E quel che non si sa non si de' dire, | e tanto men, quando altri n'ha a patire.
  • Ma 'l popolo facea, come i più fanno, | ch'ubbidiscon più a quei che più in odio hanno.
  • Natura il fece, e poi ruppe la stampa.
  • O città bene avventurosa... | ...la gloria tua salirà tanto | ch'avrai di tutta Italia il pregio e 'l vanto.
  • Or che s'aspetta? Soccorrer qui, non lacrimare accade.

Explicit[modifica]

E due e tre volte ne l'orribil fronte,
alzando, più ch'alzar si possa, il braccio,
il ferro del pugnale a Rodomonte
tutto nascose, e si levò d'impaccio.
Alle squalide ripe d'Acheronte,
sciolta dal corpo più freddo che giaccio,
bestemmiando fuggì l'alma sdegnosa,
che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa.

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Soverchia nel Furioso, la materia d'amore, perché soverchia nel cuore dell'Ariosto, nel quale essa agevolmente trapassava a sentimenti gentili, alla pietà che va oltre le tombe, alla rivendicazione dell'innocenza calunniata e della gratitudine brutalmente violata, al fervido culto pel santo nodo dell'amicizia. (Benedetto Croce)

Incipit di alcune opere[modifica]

La Lena[modifica]

Ecco La Lena, che vuol far spettacolo
un'altra volta di sé, né considera
che se l'altr'anno piacque, contentarsene
dovrebbe, né si por ora a pericolo
di non piacervi: che 'l parer de gli uomini
molte volte si muta, et il medesimo
che la matina fu, non è da vespero.
E s'anco ella non piacque, che piú giovane
era alora e piú fresca, men dovrebbevi
ora piacer. Ma la sciocca s'imagina
d'esser piú bella, or che s'ha fatto mettere
la coda dietro; e parle che, venendovi
con quella inanzi, abbi d'aver piú grazia
che non ebbe l'altr'anno, che lasciòvisi
veder senz'essa, in veste tonda e in abito
da questo, ch'oggi s'usa, assai dissimile.

Satire[modifica]

Io desidero intendere da voi,
Alessandro fratel, compar mio Bagno,
s'in corte è ricordanza più di noi;
se più il signor me accusa; se compagno
per me si lieva e dice la cagione
per che, partendo gli altri, io qui rimagno;
o, tutti dotti ne la adulazione
(l'arte che più tra noi si studia e cole),
l'aiutate a biasmarme oltra ragione.

Citazioni su Ludovico Ariosto[modifica]

  • Il Tasso piacerà sempre più alle anime romantiche, mentre l'Ariosto sarà sempre più ammirato dagli spiriti classici. (Giuseppe Prezzolini)
  • L'Ariosto significò la commedia umana quale la veggiamo rappresentarsi nel mondo, laddove Dante fece primo subbietto suo il soprammondano, e in esso figurò e simboleggiò le cose terrene. E come il gran Fiorentino nelle fogge variatissime de' tormenti e delle espiazioni dipinse i variatissimi aspetti delle indoli e delle passioni, il simile adempiva l'Ariosto sotto il velo dei portenti magici e delle strane avventure. Ma certo qual narrazione di fatti umani riuscirà più vasta, più immaginosa e più moltiforme di quella dell' Orlando furioso? Quivi sono guerre tra più nazioni, nascimenti e ruine di molti regni, conflitto sanguinoso di religione e di culto, infinita diversità e singolarità di costumi, e tutto il Ponente e il Levante offrono larga scena e strepitoso teatro a cotali imprese e catastrofi. Quivi sono dipinte la vita privata e la pubblica, le corti e le capanne, i castelli ed i romitaggi; quivi s'intrecciano gradevolmente la cronica, la novella e la storia, e ciò che il dramma à di patetico, l'epopeia di maestoso, il romanzo di fantastico. (Terenzio Mamiani)
  • Poeta grandissimo, Ariosto non fu certo un precursore della sinistra. (Geno Pampaloni)
  • Se l'Ariosto fosse stato un filosofo, o un poeta filosofo, avrebbe sciolto un inno all'Armonia, come non pochi se ne posseggono nella storia della letteratura, cantando quell'alta Idea che gli rendeva comprensibile la discorde concordia delle cose e, appagandogli l'intelletto, infondeva pace e gioia nell'animo. (Benedetto Croce)
  • «Signore e signori, c'era una volta un critico il quale, affermando con straordinario calore la superiorità della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso sull'Orlando furioso di Lodovico Ariosto, attaccò molte liti con le persone che non la pensavano come lui, e sostenne perciò uno dopo l'altro non meno di quattordici fortunati duelli; ma al quindicesimo, cadde finalmente col petto trapassato dalla lama nemica. Allora i padrini che afflittissimi lo sorreggevano e aspettavano di raccogliere le sue ultime volontà, lo udirono uscire in questa confessione suprema: "E dire che io non ho ancora letto né l'Orlando furioso né la Gerusalemme liberata!...".» (Federico De Roberto)
  • Tutti gli altri nostri poeti o moderni o antichi tanto sono inferiori all'Ariosto quanto lo è uno scrittore ad un genio. Genio faceto nelle commedie, genio critico nelle satire, genio amabile nel lirico italiano e latino; ma genio grande nell'epica. Niuno aspiri al suo sublime, se non ha la forza della sua anima. (Andrea Rubbi)

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]