Ludovico Ariosto
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Ludovico Ariosto (1474 – 1533), poeta italiano.
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[modifica] Orlando furioso
[modifica] Incipit
Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
[modifica] Citazioni
- A donna non si fa maggior dispetto, | che quando o vecchia o brutta le vien detto.
- Ben ch'esser donna sia in tutte le bande | danno e sciagura, quivi era pur grande. (canto VIII, ottava LVIII, versi 7-8)
- Bene è felice quel, donne mie care, | ch'essere accorto all'altrui spese impare. (canto X, ottava VI, versi 7-8)
- Che ben fu il più crudele e il più di quanti | mai furo al mondo ingegni empi e maligni, | ch'imaginò sì abominosi ordigni. (canto XI, ottava XXVII, versi 7-8)
- Che chi ne l'acqua sta fin alla gola | ben è ostinato se mercé non grida. (canto I, ottava L, versi 3-4)
- Che fossi fatto in quarti, arso o impiccato, | brutto ladron, villan, superbo, ingrato. (canto X, ottava XLI, versi 7-8)
- Che sarebbe pensier non troppo accorto | perder duo vivi per salvare un morto. (canto XIX)
- Chi mette il piè su l'amorosa pania, | cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale; | che non è in somma amor, se non insania, | a giudizio de' savi universale: | e se ben come Orlando ognun non smania, | suo furor mostra a qualch'altro segnale. | E quale è di pazzia segno più espresso | che, per altri voler, perder sé stesso? | Vari gli effetti son, ma la pazzia | è tutt'una però, che li fa uscire. | Gli è come una gran selva, ove la via | conviene a forza, a chi va, fallire: | chi su, chi giù, chi qua, chi là travia. | Per concludere in somma, io vi vo' dire: | a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena, | si convengono i ceppi e la catena. (canto XXIV, ottave I-II)
- Come aviene a un disperato spesso, | che da lontan brama e disia la morte, | e l'odia poi che se la vede appresso, | tanto gli pare il passo acerbo e forte (canto VI, ottava V, versi 1-4)
- Del re de' fiumi tra l'altiere corna | or siede umile (diceagli) e piccol borgo: | dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna | d'alta palude un nebuloso gorgo; | che, volgendosi gli anni, la più adorna | di tutte le città d'Italia scorgo, | non pur di mura e d'ampli tetti regi, | ma di bei studi e di costumi egregi. [Ariosto descive la sua amata città Ferrara] (canto XXXV, ottava VI)
- Dirò insomma, ch'in lei dal capo al piede, | quant'esser può beltà, tutta si vede. (canto XI, ottava LXIX, versi 7-8)
- Donna sì laida, che la terra tutta | né la più vecchia avea né la più brutta. (canto VII, ottava LXXII, versi 7-8)
- E levar questa donna anco ti voglio; ché sarebbe a lasciartela gran fallo.
- E quel che non si sa non si de' dire, | e tanto men, quando altri n'ha a patire.
- E spenta ogni pietà, strage nefanda | di quel popul facean per tutti i liti: | fosse iustizia, o fosse crudeltade, | né sesso riguardavano né etade. (canto XI, ottava LII, versi 5-8)
- Ecco il giudicio uman come spesso erra! (canto I, ottava VII, verso 2)
- Forse era ver, ma non però credibile, | a chi del senso suo fosse signore; | ma parve facilmente a lui possibile, | ch'era perduto in via più grave errore. | Quel che l'uom vede, Amor gli fa invisibile, | e l'invisibil fa vedere Amore. | Questo creduto fu; che 'l miser suole | dar facile credenza a quel che vuole. (canto I, ottava LVI)
- Ho perduto l'onor, ch'è stato peggio; | che, se ben con effetto io non peccai, | io do però materia ch'ognun dica, | ch'essendo vagabonda, io sia impudica. (canto VIII, ottava XLI, versi 6-8)
- Ingiustissimo amor, perché sì raro | corrispondenti fai nostri desiri? ... da chi disia il mio amor tu mi richiami, | e chi m'ha in odio vuoi ch'adori ed ami. (canto II, ottava I, versi 1-2 e 7-8)
- L'amante, per aver quel che desia, | senza guardar che Dio tutto ode e vede, | aviluppa promesse e giuramenti, | che tutti spargon poi per l'aria i venti. (canto X, ottava V, versi 5-8)
- La bella terra che siede sul fiume, | Dove chiamò con lacrimoso plettro | Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume. (canto III, ottava XXXIV, versi 2-4)
- Le donne son venute in eccellenza | di ciascun'arte ove hanno posto cura. (canto XX, ottava 2)
- Ma 'l popolo facea, come i più fanno, | ch'ubbidiscon più a quei che più in odio hanno.
- Ma ne li vizi abominandi e brutti | non pur gli altri adeguò, ma passò tutti. (canto II, ottava LVIII, versi 7-8)
- Natura il fece, e poi ruppe la stampa.
- O città bene avventurosa... | ...la gloria tua salirà tanto | ch'avrai di tutta Italia il pregio e 'l vanto.
- Or che s'aspetta? Soccorrer qui, non lacrimare accade.
- Perché si de' punir donna o biasmare, | che con uno o più d'uno abbia commesso | quel che l'uom fa con quante n'ha appetito, | e lodato ne va, non che impunito? (canto IV, ottava LXVI, versi 5-8)
- Quantunque il simular sia le più volte | ripreso, e dia di mala mente indici, | si trova pur in molte cose e molte | aver fatti evidenti benefici, | e danni e biasmi e morti aver già tolte; | che non conversiam sempre con gli amici | in questa assai più oscura che serena | vita mortal, tutta d'invidia piena. (canto IV, ottava I)
- Questo disir, ch'a tutti sta nel core, | de' fatti altrui sempre cercar novella... (canto II, ottava XXXVI, versi 1-2)
- Senza il pane discerner da le giande, | dal digiuno e da l'impeto cacciato, | le mani e il dente lasciò andar di botto | in quel che trovò prima, o crudo o cotto. (canto XXIV, ottava XII)
- Temerità per certo e pazzia vera | è la tua, e di qualunque che si pose | a consigliar mai cosa buona o ria, | ove chiamato a consigliar non sia. (canto XLI, ottava XLII)
- O d'ogni vizio fetida sentina, | dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa | ch'ora di questa gente, ora di quella | che già serva ti fu, sei fatta ancella? (canto XVII, ottava 76)
[modifica] Citazioni su Ludovico Ariosto
- Il Tasso piacerà sempre più alle anime romantiche, mentre l'Ariosto sarà sempre più ammirato dagli spiriti classici. (Giuseppe Prezzolini)
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