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Alfred Edmund Brehm

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Alfred Edmund Brehm

Alfred Edmund Brehm (1829 – 1884), scrittore e biologo tedesco.

La vita degli animali

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Volume 1, Mammiferi

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  • A prima vista appare assai più bestiale che il mite scimpanzé, ma ben esaminando gli dobbiamo proprio assegnare il primo posto. Il gorilla non è soltanto la maggiore e più forte fra le scimmie, ma anche quella che possiede il maggiore sviluppo corporeo. (p. 51)
  • [Sui gorilla] Non temono animale qualsiasi, fosse anche l'uomo, non fuggono mai, anzi attaccano ed assalgono valendosi maestrevolmente di quelle loro mani formidabili e delle non men terribili mandibole, scagliando contro l'avversario, ove occorra, rami, pietre, noci, ecc. L'elefante, il gigante del bosco, non spoglia impunemente un albero sul quale trovisi il gorilla, e riceve tali bastonate sulla proboscide che è costretto a battere in ritirata. Il leopardo non accetta la lotta che sa tornargli facilmente fatale, il leone stesso, re del deserto, non può resistere all'impetuoso assalto di un branco di gorilla. (p. 52)
  • È più difficile impadronirsi di un gorilla che non di dieci scimpanzé. Le femmine appena avvertono il pericolo fuggono coi loro piccini sugli alberi: ma i maschi si preparano alla battaglia. Que' verdi occhiacci mandano faville, i crini del capo si rizzano, i denti digrignano, e l'assalto succede al grido di cai cai. Se l'arma da fuoco non prostra il feroce nemico, l'uomo è perduto. (p. 52)
  • Credono gli indigeni che le grandi scimmie sono veri uomini, ma che si fingono stupide e furiose per sottrarsi al pericolo di essere fatte schiave e quindi costrette al lavoro. Non dubitano poi che le anime dei re defunti prendono domicilio nel corpo del gorilla, il quale martoriando gli uomini non fa che continuare la tradizionale prediletta occupazione del defunto. (p. 53)
  • Assicurano che il scimpanzé adulto sia capace di spezzare rami che due uomini appena riescono a piegare, ed i Negri, assicurando che può opporre resistenza a dieci uomini, dicono che non assale mai se non provocato. In caso di pericolo il capo manda un grido che ricorda quello di un uomo che si trova alle prese colla morte, e tutta la brigata sale rapidamente sulle piante abbaiando come fa il cane. Se uno cade colpito tutti i maschi tentano vendicarlo assalendo il cacciatore, che soggiace certamente alle loro forze preponderanti quando non sia validamente sostenuto. (p. 61)
  • È grande l'attaccamento reciproco dei vari membri di una schiera. I maschi mostrano affetto per le femmine e queste per la prole, i più forti difendono i più deboli. L'istinto amoroso del scimpanzé è più mite nella sua manifestazione che non in altre scimmie, e sovratutto nel cinocefalo. Si vorrebbe perfino avere osservato una certa continenza. (pp. 61-62)
  • Nello scimpanzé i Negri ravvisano una tribù che appartiene all'umano consorzio, ma che ne fu esclusa per la sua cattiva condotta, ed andò sempre più tralignando fino all'attuale sua abbiezione. Questa opinione non impedisce punto che se ne facciano de' ghiotti bocconi. (p. 62)
  • L'orango è animale tranquillo e pacifico : alla vista dell'uomo non fugge, ma lo fissa con calma. Se suppone pericolo, cerca scampo nella alta cima degli alberi, e si nasconde fra il fogliame; se poi non si sente abbastanza sicuro, muta sede saltando da una cima all'altra, ma sempre con certa esitanza e cautela; l'impeto e la leggerezza di altre specie di scimmie gli sono sconosciute. Ferito da una palla o freccia grida fortemente, e spezzando i rami che ha sotto mano li lancia sul nemico, sperando con ciò di abbatterlo e di stornarne le operazioni offensive. Perfino quando è nel massimo furore è sempre così lento nei movimenti che lo si può inseguire comodamente; che però si difenda con bastoni maneggiandoli a foggia di clava è una storiella che raccontano gli indigeni, ma non fu creduta da alcun osservatore spassionato. Senza dubbio che se venne ferito e si vede il persecutore alle calcagne sa difendere valorosamente la propria pelle, e non è avversario spregevole, avendo fortissime le braccia e formidabili le mandibole. Con facilità spezza un rampone od il braccio di chi con esso lo minaccia: i suoi morsi sono veramente terribili. Giovane lo si piglia facilmente, ma adulto è difficile averlo, e quasi impossibile averlo vivo. (pp. 65-66)
  • Al modo, medesimo che abbiamo trovato nel guereza la più bella delle scimmie, troviamo nel mandrillo la più orrida. È invero per ogni rispetto uno schifoso animale, di cui l'indole corrisponde bene al corpo. Questo è piuttosto robusto e tozzo, la testa è ributtante, e le ganasce formidabili. I peli sono particolarmente ruvidi e arruffati, e il colorito delle parti nude in sommo grado spiacevole. La pelle è d'un bruno-oscuro con lievi sfumature di color olivastro; ogni pelo è cerchiato di nero e di verde-oliva. Sulla pancia sono biancastri, sui fianchi bruno-chiaro, la barba è giallo di limone, e dietro le orecchie si trova una macchia d'un bianco-grigiastro. Il viso e il deretano sono egualmente ripugnanti. (pp. 125-126)
  • Non si può immaginare un animale più vivamente colorito, eppure così brutto, come il mandrillo. (p. 126)
  • La forza, la scaltrezza ed il pericoloso suo morso ne fanno il signore della foresta. Non teme nessun nemico e non si spaventa dello scoppio dell'arma da fuoco. Le sue passioni sono d'una tale violenza da far credere che sotto il loro impero diventi affatto furioso e perda l'intelletto. Paragonata alla loro, la collera delle altre scimmie rassomiglia, a detta d'uno scrittore inglese, ad un lieve sospiro di vento, mentre quella del mandrillo può paragonarsi alla bufera che rovina tutto sul suo passaggio. Se il tremendo animale e inviperito (e a ciò basta uno sguardo, una parola, una minaccia) raggiunge un tale grado di furore da dimenticare tutto e precipitarsi a capo basso furente sul nemico. Un lampo diabolico sfolgora dagli occhi del mostro, che pare invero dotato di una forza e d'una cattiveria infernale. Si assicura che le sue tempestose passioni lo scrollano al segno da farlo cadere senza vita in mezzo ad urli e rantoli selvaggi. Si dice ancora che serba il rancore assai più a lungo degli altri cinocefali, e che mai perdona ad un nemico. Non v'ha quindi da maravigliarsi che gli indigeni non attacchino mai briga con lui: anzi non penetrano nei boschi in cui abita il mandrillo se non in gran numero e bene armati. Come la collera, la sua sensualità non conosce limiti, ed oltrepassa di gran lunga in svergognatezza e impudenza quella delle altre scimmie. I maschi non assaltano solo le loro femmine, bensì anche le donne, e sono perciò abbastanza pericolosi. (p. 127)
  • Tutti i carnivori mostrano nelle loro attitudini fisiche, come nelle loro facoltà intellettuali, un maggior accordo che non in nessun altro ordine: e questa conformità, mentre dà loro l'impronta di animali elevati, si rivela affini tra loro. I costumi più o meno comuni a tutti, il modo medesimo di vivere e la medesima alimentazione indicano che l'essere, l'indole di questi animali, la struttura delle membra, come quella degli stromenti della masticazione e della digestione, al pari delle facoltà intellettuali, sono essenzialmente conformi. Invero questi animali son molto conformi fra loro. Nei carnivori mancano quasi del tutto le contraffazioni, le eccezionalità stravaganti, le forme ributtanti e ridicole, e perciò ci mostrano una molto maggior conformità di struttura che non le scimmie, i lemuri ed i pipistrelli. (pp. 222-223)
  • Troviamo nei carnivori animali di grande intelletto, e non dobbiamo stupirci che si faccian proprie prontamente le astuzie e le simulazioni richieste dal loro mestiere di briganti e di ladri. Il sentimento della loro forza dà loro un gran coraggio ed una coscienza di sé che altri animali non raggiungono mai; ma appunto queste qualità hanno conseguenze che non militano troppo in favore di creature che sarebbero altrimenti molto apprezzabili. I carnivori sono avvezzi a vincere, e in loro cresce colla forza il desiderio di dominare, la crudeltà, una quasi invincibile smania di uccidere, una vera sete di sangue, di modo che possono essere considerati come il ritratto morale di certi uomini. (p. 224)
  • L'uomo vive in aperta guerra con quasi tutti i carnivori. Egli ha cercato collo addomesticamento di render utile un piccol numero di essi, ed invero in un caso riescì come con nessun altro animale. Il maggior numero è considerato come dannoso con più o meno ragione, ed ardentemente odiato, quindi accanitamente perseguitato; una parte in confronto minima viene risparmiata; in molti l'uomo opera utilmente uccidendoli. D'alcuni si mangia la carne od il grasso, d'altri la preziosa pelliccia è tramutata in ricche vestimenta; e fin qui non si può dare troppo torto all'uomo se li uccide: ma è cosa al tutto ingiusta che i mammiferi carnivori non solamente innocui, ma anche utili, siano disconosciuti, e debbano soggiacere alla cieca smania di distruzione. (p. 225)
  • Ad un tratto la terra treme - un leone ruggisce a breve distanza! Ora giustifica ben egli il suo nome di Esseb, colui che mette sgomento, poiché un vero sgomento e la più grande costernazione si manifestano nella seriba. Le pecore, fuori di sé, vanno a dare del capo contro la siepe spinosa, le capre belano lamentevolmente, le vacche si ammucchiano confusamente, il camello per fuggire cerca d'infrangere la sua catena, e i cani più gagliardi che lottano colle iene e coi leopardi ululano lamentevolmente e si rifugiano angosciosamente implorando protezione dal padrone. [...] Con un poderoso salto quel forte supera il muro spinoso di due o tre metri per scegliersi una vittima. Un solo colpo della terribile zampa fa stramazzare una giovenca di due anni: le tremende mandibole rompono la colonna vertebrale dell'animale che tenta resistere. La belva azzanna con cupo brontolio la preda, i grandi occhi sfavillano della voluttà della vittoria e dell'ingordigia della rapina, la coda flagella l'aria. Un minuto abbandona l'animale spirante e di nuovo lo azzanna finché non si muova più. Allora s'avvia alla ritirata. (p. 235)
  • Non si può descrivere l'effetto prodotto dalla voce del re sopra i suoi sudditi. La iena che urlava tace all'istante, il leopardo smette di grugnire, le scimmie cominciano a brontolare forte e salgono piene di terrore sino ai più alti rami. Nel gregge belante regna un silenzio di morte; le antilopi si precipitano in sbrigliata fuga attraverso le boscaglie; il camello carico trema, non ubbidisce più al richiamo del suo conduttore, getta giù il carico, il cavaliere, e cerca la sua salvezza in una fuga frettolosa; il cavallo s'impenna, sbuffa, dilata le narici e si precipita indietro; il cane non avvezzo alla caccia guaisce e cerca un rifugio presso il padrone. [...] E l'uomo persino, che per la prima volta, nella notte della foresta vergine, ode rintonare quella voce, si domanda se sarà abbastanza audace per affrontare chi emette un simile rombo. Il medesimo senso d'angoscia prodotto dal ruggito del leone si impadronisce anche degli animali che hanno sentore della sua presenza per mezzo d'un altro senso, cioè lo fiutano senza vederlo: sanno tutti che l'avvicinarsi del leone per loro significa morte. (p. 236)
  • [Sul leone] Quando ha che fare cogli animali selvatici, il leone si comporta in modo diverso di quello che usa cogli animali domestici. Egli sa che quelli da lontano lo fiutano ed hanno il piede abbastanza lesto per sfuggirgli. Per la qual cosa spiando gli animali che vivono nella foresta, striscia verso di essi con somma cautela e sotto il vento, sovente in compagnia di qualche individuo della sua specie. Le oasi del deserto del centro e del mezzogiorno dell'Africa sono i suoi territorii di caccia.
    Quando il giorno afoso tramonto e scende la fresca notte, la graziosa antilope, o la giraffa dall'occhio soave, la zebra variegata, o il forte bufalo, si affrettano per rinfrescarsi le fauci riarse. Si avvicinano con prudenza alla sorgente o al pantano, ben sapendo che appunto quei luoghi che possono offrir loro il maggior ristoro sono i più pericolosi. [...] Guai alla giraffa se si avvicina col vento al pantano ombroso, guai a lei se l'avidità di rinfrescare l'arsa lingua pensolante le fa dimenticare un istante la sua sicurezza. (pp. 238-239)
  • Il leone preferisce gli animali più grossi ai piccoli, sebbene non dispregi nemmeno questi, quando gli passano vicino. Si dice che talvolta si debba contentare di locuste. Tutti gli animali che vivono coll'uomo, le zebre selvatiche, e tutte le antilopi, ed il cinghiale, sono in ogni circostanza il suo principale cibo. (p. 241)
  • Il Leone di Persia (LEO PERSICUS) è più piccolo [del leone africano] e porta una criniera mista di peli neri e bruni. È quel medesimo che nell'antichità si trovava non solo in Palestina ma ancora in Grecia, od almeno nella penisola greca. Erodoto racconta che nel passaggio dell'armata di Serse in Macedonia i leoni si scagliavano sui camelli che portavano il bagaglio. Uscivano di notte tempo dai loro ripostigli, ma aggredivano soltanto i camelli, risparmiando gli uomini e gli altri animali. Molti si meravigliavano di quel fatto, che finora non si era osservato colà. (p. 254)
  • La tigre ed il giaguaro sono più compiutamente felini del leone, ma pello stesso motivo più carnivori, più avidi di sangue di lui. Malgrado che sia un predone, il leone è un nobile e generoso animale, un oppressore schietto; ma la tigre e il giaguaro sono striscianti, ipocriti, e perciò doppiamente pericolosi nemici di tutti i mammiferi, compreso l'uomo. (p. 264)
  • La tigre è un vero felino senza criniera, con fedine alquanto folte, e con striscie trasversali sullo screziato pelame. Ma è il più terribile dei felini, un animale in faccia a cui l'uomo sta quasi impotente. Nessuna creatura può congiungere tanta perfidia a tanta bellezza, nessuna meglio confermare la vecchia favola dell'inesperto topolino che ammira nel gatto un sì bello ed amabile animale. (p. 264)
  • La tigre è il re dei felini dell'Asia perché il leone che in alcuni siti abita le medesime steppe è molto più debole di essa, e non può in nessun modo misurarsi con lei. Per opporre re a re, bisognerebbe pigliare il leone africano; ma tuttavia sarebbe dubbio se il signore dell'Africa potrebbe vincere il suo caro, ma odiatissimo, secondo l'uso reale, cugino d'Asia. (p. 265)
  • Ha tutte le costumanze, tutti i modi del gatto, ma proporzionati alla sua statura. Le sue movenze sono graziose come quelle del gattino, e straordinariamente rapide, agili, ed anche durevoli. Striscia senza rumore, sa fare salti poderosi, si arrampica snella sopra gli alberi malgrado la sua mole, nuota maestrevolmente sopra larghi torrenti, e dimostra sempre una sicurezza ammirabile nell'eseguire ogni movimento. (p. 266)
  • Molti fra i penitenti che temporaneamente vivono presso fiumi sacri vengono uccisi dalla tigre. Nessun animale è veramente sicuro da essa; aggredisce persino il giovane elefante e il rinoceronte, benché non osi aggredire i vecchi, e debba soccombere nella lotta con un elefante adulto. Tutti i mammiferi, eccetto forse gli altri predatori e felini, diventano sua preda; si precipita sui più forti come sui più deboli. Inoltre non si fa scrupolo di ghermire talvolta un uccello, od un rettile. (p. 266)
  • L'utile che ricava dalla sua caccia un abile cacciatore di tigri non è per nulla insignificante. Astrazione fatta del premio dato al felice colpo, egli può godere quasi tutte le parti dell'animale. La carne non vien mangiata, come si potrebbe supporre, tenendo conto delle abitudini di molti popoli che ritengono buona preda tutti i felini uccisi: ma si utilizzano la pelle, gli artigli, i denti, il grasso. Le pelli conciate con qualche sostanze che le preservi dal tarlo, passano per la maggior parte nelle mani di Europei, o vengono spedite in Cina. Sono meno stimate di quelle di pantera, e si adoperano a farne coperte di cavalli, di selle, di slitte, ed in Cina se ne fanno i cuscini. In Europa è passata di moda da poco tempo; per contro i Kirgis l'apprezzano di molto: la adoperano per ornare i loro turcassi, e generalmente ne pagano una pelle intera come un cavallo. I denti e gli artigli servono ai Scikari non solo come speciali e preziosi trofei, ma anche come amuleto contro gli assalti della tigre, in perfetta conformità coll'assioma omeopatico. «Guarire il simile col simile». La lingua ed il fegato hanno pure un gran valore. Sono preparati dai cultori della medicina nell'India con molte cerimonie, come richiede sopratutto la scienza salutare, e dopo venduti come farmaci infallibili a caro prezzo al credulo compratore. Il grasso ha fama di potente curativo contro la podgara, ed è perciò accuratamente conservato. Ma il calore dei paesi abitati dalla tigre farebbe si che in breve fattosi rancido si guasterebbe se gli indigeni trascurassero di chiarificarlo a modo loro e renderlo così atto a serbarsi parecchi anni. Appena dunque una tigre è scorticata, i cacciatori levano con somma cura il grasso dalla carne e lo depongono in fiaschi a ciò destinati, che si portano seco. Questi, turati per bene, sono esposti per tutto il giorno al calore solare, e quando il contenuto si è liquefatto il grasso si chiarifica facilmente e si serba per lungo tempo. Gli Europei pure lo adoperano, ben inteso, ad altro fine: lo adoperano principalmente ad ungere le loro armi. (pp. 274-275)
  • Rispetto alla mole il giaguaro sta appena al disotto della tigre ed è superiore a tutte le altre specie della famiglia, eccetto solo il leone. (p. 279)
  • I grossi vertebrati che gli vien dato d'addentare formano il suo nudrimento: è per ogni rispetto una tremenda fiera. Per quanto pesante sembri la sua andatura, sa muoversi con somma agilità in caso di bisogno. La sua forza è straordinaria in confronto colla sua mole; può venire paragonata soltanto a quella del leone e della tigre. I sensi ha acuti e proporzionati: l'occhio mobile, che splende sovente nella notte, è vivo e truce, e vede bene nell'oscurità, mentre lo splendore del sole lo abbaglia: l'udito è eccellente, l'olfatto, come negli altri felini, non è straordinario, sebbene valga a fiutare la preda da una certa distanza. Così al fisico perfettamente conformato per essere un rapace pericolosissimo. Sdegna soltanto la carne della sua specie. (p. 281)
  • Si crederebbe facile cosa l'uccidere un giaguaro che nuota, ma anche nell'acqua è da temere. Abili barcaiuoli soli si fidano di aggredirlo, poiché se si vede inseguito, o si sente ferito, si rivolge subito contro il battello: se gli riesce di posare una zampa sul margine di esso, si slancia dentro, e piomba sui cacciatori. (p. 286)
  • Finché il giaguaro è giovane si può domare con percosse; più tardi è difficile padroneggiarlo: la generosità e la riconoscenza gli sono straniere; non dimostra durevole affetto al suo custode o ad alcuno animale allevato con lui, ed è quindi sempre una temerità il tenerlo in schiavitù più d'un anno senza rinchiuderlo. (p. 288)
  • Il leopardo è senza dubbio il più perfetto felino del mondo. Invero la maestà del leone c'infonde il rispetto per tutta la famiglia, invero, vediamo in lui il re degli animali; invero, la tigre ci appare il più feroce membro della feroce famiglia; invero, il gattopardo possiede un abito più ricco di tinte, più variegato degli altri; tuttavia, per la bellezza e la screziatura del vestimento, per la grazia e la eleganza delle movenze, per l'armonia delle forme, tutti gli altri felini stanno lungo al di sotto del leopardo. Esso accoglie in sé tutto quanto distingue in particolare le altre specie della famiglia, ne riunisce le qualità si intellettuali che fisiche. La sua zampa di velluto gareggia di morbidezza con quella del nostro micio; ma racchiude un artiglio che si può cimentare con qualunque altro; le mandibole sono proporzionalmente molto più potenti di quelle del suo reale affine. Bello quanto agile, forte quanto vispo, prudente quanto scaltro, ardito quanto astuto, esso si presenta la fiera più perfetta che si possa trovare. (p. 300)
  • Maestro in ogni esercizio corporeo, e più scaltro d'ogni altra fiera, egli sa sopraffare la selvaggina più paura e lesta. La sua corsa non è invero molto rapida, ma con salti formidabili egli sa raggiungere gli animali dalle lunghe gambe che gli sfuggono. Nello arrampicarsi è secondo a pochi altri felini. Si trova appiattato così sovente sopra un albero, in caso di bisogno attraversa al nuoto larghi torrenti, sebbene rifugga piuttosto dall'acqua. Solo quando si muove spiega la sua piena bellezza. Ogni sua movenza è si pieghevole, sì morbida, sì agile, sì graziosa che si ammira senza ritegno, benché si debba odiare. Non v'è mai nulla che indichi lo sforzo in lui. Il corpo suo si piega e si volta per tutti i versi, e il piede cammina così lieve come se portasse il corpo più leggiero. Le curve sono eleganti, molli, tondeggianti; insomma, un leopardo, sia che corra sia che strisci, è grande diletto dell'occhio. (p. 302)
  • Disgraziatamente la sua indole non è d'accordo colla sua bellezza fisica. È astuto, scaltro, maligno, cattivo, feroce, avido di rapina, sanguinario e vendicativo. In Africa lo chiamano eziando tigre, perché con questo appellativo si designa il tipo d'un essere sanguinario. E in vero, nessun altro felino dell'antico continente può meglio del leopardo meritarsi il nome del più terribile membro della famiglia. Egli uccide tutte le creature che può sopraffare, sieno pure grosse o piccole, inermi, o cedenti senza resistenza alla sua aggressione. Le antilopi, le capre, le pecore formano il suo principale alimento; ma insegue altresi le scimmie sugli alberi e gli iraci sulle rupi. È di continuo alle calcagna dei cinocefali impedendo così il loro pericoloso moltiplicarsi; ciò si può riconoscere in quelle alture dove esso non giunge. (p. 302)
  • Esso mena stragi sanguinose nelle mandre. Talvolta in una notte sola uccide trenta o quaranta pecore, ed è perciò più temuto del leone che si accontenta sempre d'una sola vittima. [...] All'audacia, alla smania di rapina, alla sete di sangue, il leopardo congiunge il maggiore ardimento. Franco e sfacciato penetra nel villaggio, nella città, persino nei casolari abitati. (p. 302)
  • [Sul leopardo] Una femmina che allatta è un vero flagello per tutto il vicinato. Essa ruba e assassina colla massima audacia, ma, più che mai accorta, gli è solo in csi rari che si possono acchiappare o la madre o i figli. (p. 305)
  • I ghepardi portano con pieno diritto il loro appellativo generico di Cane gatto (CYNAILURUS), poché sono invero metà cani e metà gatti. Felina è la testa, felina pure la lunga coda, ma canino tutto il corpo, e canine soprattutto le alte gambe ed i piedi: questi sono ancora conformati in modo da poter ritrarre e spinger fuori le unghie, ma i muscoli relativi sono così fiacchi e deboli, che le unghie quasi sempre sporgono, e sono quindi, come fra i cani, smussate dallo sfregamento. La mandibola somiglia essenzialmente a quella dei felini, ma i canini sono compressi come quelli del cane. Anche il pelame tiene il mezzo tra questo e quello. Del primo ha la variegata tinta, del secondo il pelo ispido e duro. Tale posizione intermedia s'accorda perfettamente colle facoltà intellettuali del ghepardo. L'espressione della sua faccia ricorda quella del felino, ma la bonarietà del cane appare nello sguardo che rivela chiaramente la dolcezza dell'indole. (p. 350)
  • La sveltezza e la perseveranza del ghepardo non sono grandissime, ed un'antilope incalzata da lui lo lascia lungi dietro da sé dopo una breve corsa. Esso deve dunque ricorrere all'astuzia per venire a capo di ghermire la preda. Appena adocchia un branco di antilopi o di cervi pascolanti, si accovaccia al suolo e striscia leggermente serpeggiando per avvicinarsi all'agoguata preda, sfuggendo al suo occhio vigile. Laonde, considerando tutte le proprietà della sua selvaggina, non ha l'imprudenza di mettersi sopra il vento, ed appena scorge la scolta del branco sollevare il capo per esplorare l'orizzonte, egli si accascia e rimane immobile. In tal modo accostatosi a circa 20 metri, sceglie la vittima, la raggiunge con pochi balzi, la getta a terra con qualche zampata, e l'abbranca alla nuca. Dopo una breve lotta, durante la quale trae la povera bestia a parecchie centinaia di passi; quella soccombe, ed egli ne beve con avidità il sangue fumante. (p. 350)
  • Non avviene mai che un ghepardo legato tenti di rosicchiare la fune sottile cui è legato. Non pensa neppure mai a nuocere in qualche modo a chi si occupa di lui, e si può senza timore andargli vicino, accarrezzarlo e lisciarlo. Riceve con calma evidente quelle carezze, e il più che si possa aspettare da lui è che faccia le fusa con maggior fretta del solito. (p. 353)
  • [Sul cuon alpino] È in vero un animale assai pauroso, si tiene sempre lontano dall'uomo e dalle sue abitazioni, preferendo gli oscuri canneti che conosciamo sotto il nome di giungle, folte boscaglie che si estendono per centinaia di miglia, e lasciano passaggio all'uomo solo di tratto in tratto. (p. 366)
  • [Sul cuon alpino] Nel cacciare rassomiglia al tutto al lupo, ma se ne distingue per un gran coraggio e per una sociabilità amichevole. (p. 366)
  • Ad eccezione dell'elefante e del rinoceronte, nessun animale dell'India, da quanto si assicura, può misurarsi col kolsun. Il ringhioso cinghiale soccombe malgrado le potenti zanne, ed il cervo dal piede veloce non è in grado sfuggirgli. Più felice è il leopardo che appena si vede aggredito cerca un ricovero tra i rami, ove il kolsun non lo può seguire; ma se abbandona il suo sicuro asilo nel denso fogliame, esso pure è condannato alla morte malgrado ogni difesa. Si assicura che è perfettamente indifferente alla muta il veder cadere i suoi più valorosi campioni nell'aggressione d'un animale formidabile come la tigre o l'orso; dieci e più possono essere sbranati dalle zanne dell'uno, o soffocati sul petto dell'altro, i superstiti non perdono coraggio, si precipitano con sempre nuovo ardore e con tale destrezza sull'avversario che alfine, esausto di forze, questo è certamente strozzato. Si ascrive la scarsità del kolsun alle sue lotte sanguinose coi più grossi carnivori: altrimenti questo animale si moltiplicherebbe a tal segno nell'India che non vi si troverebbe più caccagione. Non aggredisce mai l'uomo, si trae da banda quanto più lunghi può, ma se viene aggredito da esso spiega il suo valore anche contro di lui, e non è punto avversario da disprezzare. (p. 366)
  • Il buansu fa anche la caccia in branchi, ma si distingue dal suo affine pei suoni continui che emette correndo e che sono un ruggire particolare, affatto diversa dalla voce del cane domestico, e che ha pure poco di comune col lungo ululato del lupo, dello sciacallo, della volpe. (pp. 366-367)
  • I buansu presi giovani si addomesticano bene. Dimostrano molto attaccamento al loro custode, e, se questo se ne intende, può farsene eccellenti ausiliari di caccia. Sgraziatamente il buansu pare voler essere devoto solo al suo padrone. Non solo non può servire ad altri cacciatori, ma talvolta anche diventa pericoloso a motivo dello acuto suo morso. (p. 367)
  • Il lupo si distingue così bene nell'aspetto dall'adjak che non si può dubitare dell'animale che si ha dinanzi. Nessun cane domestico ha una espressione di faccia che rassomigli a quella del selvatico; persino il cane degli Eschimesi se lo si guarda in faccia si distingue dal lupo, ma l'adjak appare più selvatico di qualsiasi altro dei suoi affini allo stato libero. (p. 368)
  • Gli antichi conoscevano benissimo il lupo. Tutti i naturalisti romani e greci lo menzionano; ad essi pure esso appare come un mostro spaventevole, come più tardi apparve ai tedeschi sotto il nome di Vehrwolf. (p. 449)
  • La sua mobilità richiede un consumo importante di nudrimento, e quindi è assai dannoso, persino pericoloso quando è spinto dalla fame. D'inverno assalta ogni animale, l'uomo come gli altri talvolta, e sbrana tutto quel che può arraffare. Stanca la vittima incalzandola vivamente, di rado cerca di sorprendere qualche animale avvicinandosi cheto cheto. Talvolta uccide più di quel che consuma. Arreca devastazioni tremende fra le bestie inermi che vivono in gregge. (p. 450)
  • Quando la fame tormenta il lupo, è una bestia spaventevole, che dimostra allora la qualità che più gli fa difetto ed è dappertutto stimata: il coraggio. Il lupo affamato sopraffà cavalli e bovine, di cui evita le zampe e le corna accuratamente d'estate, ed attacca talvolta, sebbene di rado, uomini armati, anche se vede che alcuni suoi compagni sieno stati uccisi dalle armi da fuoco. (p. 450)
  • Non v'ha da stupire se questi terribili animali destano, e principalmente quando sono in gran numero, l'angoscia e lo spavento fra gli uomini non solo ma anche fra gli animali. I cavalli sono in sommo grado inquieti appena hanno sentore del lupo; gli altri animali domestici, ad eccezione del cane, pigliano la fuga se hanno il più lieve sentore del loro capitale nemico. Ma pei buoni cani non pare che vi sia piacere maggior della caccia al lupo, appunto perché si distinguono sempre meglio quelle caccie che sono le più pericolose. Perciò è notevole che l'odio fra due affini così prossimi come sono il lupo ed il cane possa raggiungere un tale indescrivibile grado d'intensità. Un cane sulle peste d'un lupo dimentica tutto, entra nel furore più inaudito, e non riposa prima che abbia azzannato il nemico pel collo. Non bada a ferite, non s'accorge della morte dei compagni. Anche moribondo tenta ancora di mordere bravamente il lupo. (p. 451)
  • Il lupo possiede tutte le doti e le qualità del cane: ha la stessa forza e la stessa costanza, la medesima acutezza di sensi, la medesima intelligenza. Ma è unilaterale e d'assai meno nobile del cane – senza dubbio soltanto perché gli fece difetto l'uomo, l'educatore del suo affine. Senza l'uomo il cane domestico non è nulla più che un lupo! (p. 452)
  • Molte osservazioni hanno fermato a sufficienza che dall'accoppiamento del lupo colla cagna o del cane con una lupa provengono ibridi che generano verosimilmente figli fecondi. Questi ibridi non tengono sempre il mezzo tra il lupo e il cane, e i piccoli d'uno stesso parto sono anche molto diversi. Per solito rassomigliano più al lupo, benché abbiano anche del cane. Molti naturalisti hanno perciò creduto di dover considerare il lupo comune come il ceppo del nostro cane. (p. 453)
  • Il produrre ibridi del lupo e del cane non è mai un atto di libera volontà, poiché l'antipatia naturale che esiste fra loro è così grande da potersi dominare solo in rare circostanze. Per solito l'uno e l'altro cercano accuratamente di evitarsi e non si piegano mai all'accoppiamento quando son liberi, mentre ciò non offre difficoltà tra conigli selvatici e domestici, anitre, oche, pernici, tacchini, insomma tra animali selvatici e domestici che vivono ancora adesso allo stato libero ed in ischiavitù. (p. 454)
  • Quel che è sicuro è che il lupo è suscettibile d'addomesticamento, e degno del consorzio con gente senza pregiudizi. Chi sa trattarlo bene può formare un animale che somiglia essenzialmente al cane domestico. Ma un animale libero deve certamente essere trattato in altro modo di uno schiavo sottomesso da tempo illimitato alla dominazione dell'uomo. (p. 455)
  • Il suo modo di vivere lo colloca appunto come anello di congiunzione tra il lupo e la volpe. A questa rassomiglia più che non a quello. Di giorno sta ritirato; verso sera si accinge alle sue scorrerie, urla forte per radunare altri della medesima specie e scorrazza con loro. Ama molto la società, benché faccia anche la caccia da sè. Si può chiamarlo più ardito, il più importuno di tutt'i cani. Non si spaventa punto della presenza dell'uomo, ma penetra sfacciamente nell'interno dei villaggi, persino dei cortili e delle abitazioni, e ne porta via quanto trova. Tale importunità rende lo sciacallo d'assai più sgradevole e noioso del suo famoso canto notturno che suole continuare con una mirabile costanza. (p. 460)
  • Il poco vantaggio che recano non è proporzionato al danno. Sono utili soltanto a sbarazzare dalle carogne ed a distruggere ogni sorta di animaletti molesti, sopratutto i topi; ma sono dannosi pel loro svergognato brigantaggio. Non contenti di divorare quanto si mangia, derubano ancora cose che non si mangiano nelle case e nei cortili, nelle tende e nelle stanze, nelle stalle e nelle cucine. Portan via quanto loro piace, e la loro passione per rubare è forse pari alla loro voracità. Nell pollaio fanno la parte della nostra volpe: uccidono colla crudeltà della martora e derubano se non coll'astuzia, almeno colla temerità della volpe. (p. 460)
  • Gli sciacalli presi giovani si addomesticano presto e meglio delle volpi. Si abituano pienamente al padrone, lo seguono come un cane, si lasciano accarezzare e domandano carezza al par di questo, ubbidiscono alla chiamata, dimenano amichevolmente la coda quando sono accarezzati colla mano: dimostrano insomma tutte le qualità, tutte le abitudini del cane domestico. Persino gli adulti si avvezzano col tempo all'uomo, per quanto da principio si mostrino ringhiosi. (p. 461)
  • Esso forma in certo modo l'anello di congiunzione tra i lupi e le volpi. La sua specie ha ancora del lupo, ma la forma della testa, le gambe corte e la coda piuttosto lunga e folta ricordano la volpe. (p. 466)
  • Rapisce tutto quello a cui arriva, ed agguaglia perfettamente in scaltrezza i nostri lupi e le volpi. Di notte penetra sovente nei villaggi indiani, e nell'inverno non è raro vederlo trottare di giorno appunto come il nostro lupo per la neve ed il freddo. Al tempo della riproduzione dimora in tane che si scava da sè ed in caverne, ove nell'aprile la femmina partorisce da sei a dieci figli. Il tempo degli amori ricorre in gennaio e febbraio e sovraeccita in sommo grado il lupo delle praterie, come tutti i cani. In quel tempo si ode la sua voce nella prateria: è un latrato particolare, alquanto prolungato al fine, che ricorda il grido della nostra volpe. (p. 467)
  • Il lupo delle praterie cade in trappola più raramente del lupo o della volpe, e quando ciò avviene il cacciatore ne ha poca gioia, perché la sua pelle non ha valore e non è punto pregiata dal pellicciaio. (p. 467)
  • La Volpe comune (Vulpes vulgaris) sta incontestabilmente al primo posto fra i mammiferi che vivono allo stato libero in Europa. Nissun altro membro della prima classe gode si estesa fama e vanta una riputazione eguale a quella dell'amica volpe, il tipo dell'astuzia, della sagacia, della malvagità, della temerità, e, se posso dire così, d'un certo fare cavalleresco. Il proverbio la celebra, la leggenda la vanta, la poesia la onora, ed uno fra i più grandi maestri tedeschi la trovò degna di sacrarle il suo canto. Non si può altrimenti: l'oggetto d'un interesse si generale dev'essere una creatura distinta. E così è per ogni riguardo la nostra briconcella. Dobbiamo stimare le sue qualità fisiche e morali, dobbiamo perfino in un certo modo amarla. In verità non si accorge per nulla della nostra amicizia. Malgrado la stima che ci inspirano le sue qualità, la perseguitiamo, le facciamo guerra quando se ne presenta l'occasione. Sembra che tra l'uomo e la bestia esista una gara, quasi che l'uomo si affanni a dimostrare che le capacità intellettuali del signor della terra oltrepassano quelle della volpe - e che dal quanto suo questa procuri di provare al suo persecutore che malgrado ogni ostacolo persiste a vivere. (p. 469)
  • A nessun animale vien fatta la caccia accanita e senza tregua che si fa alla volpe, eppure non riusci finora all'uomo di scemarla: è indistruttibile. (p. 471)
  • Una volpe che va alla caccia sembra affatto innocua, ed è però uno dei più dannosi carnivori che abbiamo ancora nelle località abitate. La sua caccia si esercita a danno d'ogni animale, dal capriolo giovane od infermo sino allo scarafaggio od al bruco, benché i sorci sieno la base principale dei suoi pasti. È odiata generalmente da tutta la selvaggina, poiché non risparmia né giovane né vecchio, insegue con passione la lepre ed il coniglio, saccheggia i nidi degli uccelli terragnoli e mangia le uova come i piccoli ed i genitori. Non esita nemmeno a derubare un capriolo od un cerbiatto quando crede di non essere osservata, benché sappia che la madre appena la scorga le sarà sopra se la può raggiungere, e la concerà colle zampe anteriori in modo che dovrà andarsene zoppicando. (p. 472)
  • Le sue facoltà intellettuali non sono soltanto d'accordo colle doti fisiche, ma compensano in certo modo quel che può mancarle in confronto di altre belve meglio dotate: così sa per benino sbrigare le sue faccende, né si lascia superare da un'altra creatura. Nulla le pare impossibile da raggiungere, nessuna selvaggina è troppo forte o troppo veloce per la sua astuzia, la sua sagacia; nulla è troppo rapido per la sua agilità; nulla troppo svelto per la sua leggerezza. Riconosce perfettamente il pericolo, ma non lo teme; per essa gli è appena se esistano reti, trappole, lacci, ed armi da caccia. In ogni circostanza sa trovare una scappatoia, e soltanto la più grande astuzia da parte dell'uomo, o la sua forza moltiplicata dall'unione coi propri congneri della volpe, può costare la pelle alla nostra bricconcella. (p. 470)
  • Le volpi prese giovanissime si allevano facilmente, perché si avvezzano senza pena al cibo dei cani. Se il loro padrone si occupa molto di esse sono presto e bene addomesticate, e lo rallegrano colla loro allegra vivvacità e mobilità. (p. 474)
  • Nelle località poco abitate l'aguarachay o il zorra dell'americano spagnuolo del sud è sovente straordinariamente audace. Göring mi raccontò che lo aveva veduto anche di giorno presso al podere. L'animale è dotato d'una memoria eccellente e si ricorda appuntino ove ha fatto bottino. Nei pollai ai quali fece una volta visita si devono custodire bene le galline; altrimenti il zorra torna sicuramente finché una ve ne rimane. (p. 480)
  • Si mostra curiosissimo rispetto a cavalieri isolati. Se ode il passo d'un cavallo sbuca dalla macchia, si pianta in mezzo alla strada e fissa immobile il cavallo ed il cavaliere, lasciandoli avvicinarsi a cinquanta passi almeno prima di ritirarsi. Questa ritirata non ha luogo frettolosamente, bensì passo a passo. L'animale si allontana con tutta pacatezza, adocchiando ancora sovente la strana apparizione, quasi volesse beffarsi della bestia e dell'uomo. Avvedutosi per altro che si ha l'aria d'inseguirlo scappa colla maggior velocità nel fitto della boscaglia, ove sparisce in breve. (p. 481)
  • Gli indigeni del Paraguay si servono di rado della pelle dell'aguarachay e non mai della carne, il cui sapore e l'odore sono ributtanti. Tuttavia questo animale, a cagione dei danni che arreca, è accanitamente perseguitato. Si prende in trappole, si ammazza di sera quando è in agguato, o si fa uccidere dai cani. A tale scopo si procura di spingerlo fuori delle boscaglie nelle quali si nasconde, per modo che il cacciatore a cavallo lo possa inseguire coi cani. Dapprincipio corre con molta velocità e il cacciatore quasi lo perde di vista. Ma dopo un quarto d'ora comincia ad essere stanco, ed è allora presto raggiunto. Tenta di difendersi dai cani, ma presto vien sbranato da essi. Gli è del resto abbastanza difficile lo spingere un aguarachay fuori del suo ripostiglio, poiché i cani gli stanno da lungi dietro nell'arte di insinuarsi fra i rami intricati e le pungenti bromelie. (p. 482)
  • Il licaone ha circa la mola d'un piccolo lupo, o d'un cane da macellaio di mole media, e presenta la maggior somiglianza con quest'ultimo per la forma, la quale malgrado la sua elegante sveltezza e leggerezza appare come d'un animale forte e robusto: in tutto ciò le osservazioni concordano. (p. 495)
  • Il licaone anche agli occhi del profano appare quale perfetto prodotto della luce, mentre la iena è una figlia delle tenebre per ogni riguardo. (p. 499)
  • Pochi sono gli animali la cui storia sia stata adorna di tante favole, di tante straordinarie dicerie, come quella delle iene. Gli antichi stessi narravano di esse le più incredibili cose. Si asseriva che il cane il quale vedeva l'ombra d'una iena ne perdesse incontanente la voce ed i sensi; si assicurava che l'odiosa belva sapeva imitare la voce dell'uomo per meglio adescarlo, poi d'un tratto aggredirlo ed ucciderlo; si credeva che il medesimo individuo radunasse in sè i due sessi, e persino mutasse a piacimento di sesso, ora presentandosi come essere maschio, ora come femmina. Il più notevole si è che siffatte fiabe trovarono credito presso tutte le popolazioni che conebbero le iene. Gli Arabi principalmente sono ricchi di leggende sopra questi animali. Si crede da essi solamente che l'uomo diventi furioso mangiando cervella di iena; si sotterra il capo della belva uccisa per togliere malvagi stregoni il mezzo di fare soprannaturali sortilegi. Persino si crede dai più, e con certezza, che le iene non son altro che stregoni travestiti, che di giorno vanno attorno in figura umana, ma di notte pigliano la maschera di iena e danno di ogni giustizia. Io stesso fui varie volte ammonito dai miei servi arabi con premura di non isparare sulle iene, e mi vennero narrate spaventose storie sulla potenza degli spiriti infernali mascherati. (p. 500)
  • La favola o la leggenda scelgon sempre forme adatte: un animale di cui vengono spacciate e credute tante meraviglie, deve avere nella sua forma alcun che di particolare. Le iene confermano questo fatto. Somigliano ai cani, eppur ne sono diverse per ogni riguardo; fanno parte della famiglia, eppure si stanno isolate. Il loro aspetto non è per nulla gradevole, anzi è decisamente ributtante. Tutte le iene sono brutte perché sono soltanto abozzi d'una forma che conosciamo assai più perfezionata. Alcuni naturalisti le considerano come membri in transizione fra il cane ed il gatto. Ma non possiamo adottare questo modo di vedere, poiché le iene hanno per se stesse una forma affatto particolare [...] Il collo tozzo, rigido in apparenza, la coda folta che non giunge all'articolazione del calcagno, il pelame lungo, ruvido, che si prolunga sulla schiena a mo' di criniera setolosa, il colore finalmente oscuro, notturno del pelo, tutto si riunisce per renderne affatto sgradevole l'impressione totale. Inoltre tutte le iene sono animali notturni, hanno spiacevole voce, discordante, stridula o sghignazzante, sono ingorde, voraci, diffondono intorno un pessimo odore, ed hanno movenze ignobili, come sciancate, e qualche cosa di affatto particolare nel complesso; insomma sarebbe cosa impossibile il dirle belle. (p. 501)
  • Il ghiottone d'Europa e d'Asia concorda colla volverena dell'America settentrionale, ma esso abita tutte le parti al nord della terra. (p. 569)
  • Malgrado la sua piccola mole il ghiottone non è punto un avversario da disprezzare. Esso è ferocissimo, straordinariamente forte, e sa per bene difendersi. Si assicura che persino gli orsi e i lupi gli cedono il passo. Gli ultimi sopratutto non lo toccano, forse a causa del suo fetore. Contro l'uomo si difende soltanto se non può più scansarsi. Per lo più quando scorge un cacciatore si salva colla fuga; se è inseguito si arrampica sopra un albero o sopra le più alte vette rocciose, ove nessun nemico osa tenergli dietro. In una località senz'alberi è presto raggiunto da cani agili, ma si difende con costanza e coraggio e morde rabbiosamente intorno a sè. Un cane solo non può mai vincerlo, e persino a parecchi riesce difficile il soggiogarlo. Se non può cercare scampo sopra un albero si pone supino, afferra il cane cogli aguzzi artigli, lo getta a terra e lo lacera per modo che soccombe sovente alle ferite. (p. 573)
  • I bei giorni dell'orso sono passati. Esso può trattenersi soltanto nei luoghi dai quali l'uomo, coi suoi tormenti, è rimasto lontano. La progressiva coltura del suolo, la diradazione delle vaste foreste che la nostra Europa possiede ancora, insomma l'irruzione dell'uomo dovunque, respingono più e più il nostro eremita e lo bandiranno totalmente, almeno dall'Europa centrale e meridionale. (p. 634)
  • Nella sua gioventù l'orso per vero arreca poco danno al lupo od alla lince, alla scaltra volpe, od al ghiottone che incontra qua e là come competitori. Esso si accontenta di sostanze vegetali, si ciba come un bue di grano tenerello o di erba grassa; mangia le gemme, le frutta, le bacche selvaggie, i funghi, e simili; smove mucchi delle formiche e si diletta delle larve delle medesime, ed anche delle adulte, di cui l'acido soddisfa il suo palato; sa anche, almeno nel sud, aver sentore di un alveare d'api che gli porge un cibo affatto ghiotto e sommamente gradito. E per quanto valorosamente difendano le api il tesoro penosamente ammassato, per quanto moltiplichino le punture, non se ne dà per inteso; il folto pelame gli è saldissima corazza, e soltanto quando l'adirato sciame gli si posa sul naso e trafigge questa sensibilissima parte coi pungenti aculei esso scuote brontolando adiratamente il capo. Imbandisce la mensa in modo diverso quando è vecchio. Qualche mammifero caduto per caso in suo potere gli ha insegnato che il sapore della carne non è da disprezzare, ed è più facile da raggiungere delle bacche della foresta, delle castagne, del miele, che sono di difficile conquista, e da quel punto messer orso si fa carnivoro in tutta la estensione del termine, insidia ogni grosso animale, più di tutto le pecore, ma anche i buoi, i cavalli, e varie altre selvaggine. (p. 635)
  • Nell'Alpi, e soprattutto nei giorni nebbiosi, l'orso è pericoloso molto, perché si può avvicinare inosservato al gregge e saltar sul dorso ad una vacca senza che le altre se ne accorgano. Se ha osservato un vitello e gli altri se ne avvedano, il gregge tutto spumando e mugghiando si raccoglie intorno al comune nemico, e i coraggiosi tori precipitandosi sopra di lui, colle corna abbassate, lo costringono alla fuga. Ma sovente accade che egli combatta anche con tanto accanimento che invece di una, dieci o dodici vittime giacciano al suolo. (p. 636)
  • I movimenti dell'orso sembrano più pesanti di quello che sono, poiché malgrado il suo pacato andamento nelle scorriere abituali sa molto bene correre in caso di bisogno, ed è in grado di raggiungere presto un uomo sul suolo piano. Nella salita la sua corsa è proporzionalmente ancora più veloce che non in pianura, perché le lunghe gambe posteriori gli giovano maravigliosamente; nella discesa per contro cammina con prudenza per paura di capitombolare. (p. 637)
  • [Sull'orso bruno] In vero è comico, ma tutt'altro che buono ed amabile. Non si mostra coraggioso se non quando non vede altra via di scampo. Intellettualmente è mal dotato, piuttosto stupido, indifferente e pigro. Tutti i felini ed i cani sono più intelligenti di lui. La sua bontà deriva unicamente dalla poca attitudine alla rapina, appare ridicolo solamente per le sue forme. Il gatto è coraggioso, il cane è scaltro, l'orso è rozzo e non raffinato. La sua memoria è debole, esso non è dotato di una intelligenza calcolatrice. La sua dentatura lo destina ad un cibo misto, perciò rapina di rado e solo in modo limitato. Questo è scarso merito, e non gli se ne può tener conto. È poco suscettivo d'istruzione e di ammaestramento, e non affatto di vera amicizia per l'uomo. Ama più il cibo che non il custode. Vero questo rimane sempre rozzo e pericoloso. Il lupo occupa decisamente un grado più elevato, e deve esser tenuto in conto di più nobile. (p. 638)
  • La carne di un orsatto di cinque o sei mesi è di gusto fino e gradevole e le cosce degli orsi adulti grassi sono una vera leccornia arrostite od affumicate, massimamente se sono preparate a dovere. Le zampe degli orsi adulti sono ricercate dai buongustai; tuttavia è d'uopo anzi tutto avvezzarsi alla loro vista, giacché spelate e preparate rassomigliano nel modo più schifoso ad un piede umano di straordinaria mole. (pp. 648-649)
  • [Sull'orso grizzly] Cacciatori esperti affermano che il giaguaro è una innocua creatura a paragone di esso. (pp. 653-654)
  • [Sull'orso grizzly] Nella corporatura e nell'aspetto esterno somiglia al nostro orso bruno, se non che è molto più grosso, più tozzo e incomparabilmente più forte di esso. (p. 654)
  • [Sull'orso grizzly] È una terribile fiera, più che a sufficienza forte per soggiogare ogni creatura del suo paese. Persino il forte bisonte, di cui il cugino l'auroch è scansato cautamente dall'orso nostrale, cade vittima di quello, e da lui in giù tutti i mammiferi. Non ha paura dell'uomo. Tutti i suoi affini, spinto da un senso innato, cedono il passo al re della terra e lo aggrediscono soltanto se sono presi da una rabbia furente o dalla sete di vendetta. Non così l'orso grizzly. Si avventa senz'altro sull'uomo, sia questo a cavallo od a piedi, armato o no, colpevole o no di averlo offeso. E guai a colui che non piglia a tempo la fuga, se non è capace di spedirgli in buon punto una palla mortale! (p. 655)
  • Fra tutte le tribù delle Pelli rosse dell'America settentrionale il possesso d'un collare di denti e di artigli di orso frutta al suo padrone una venerazione che appena gode fra noi un principe o un vittorioso guerriero. Solo può portar quelle collane quel selvaggio che se le è guadagnate col suo valore e colla sua forza, uccidendo l'orso. È un collare d'ordine, come non ne esiste nessun altro, non un segno di quello che si potrebbe fare, bensì di quello che l'uomo ha già fatto. Persino coll'odiato bianco l'Indiano si fa amico se sa con certezza che la faccia pallida ha sostenuto una lotta col potente nemico originale. (p. 655)
  • Il Baribal, stupido, pesante e goffo come appare, è tuttavia un animale vigilante e svelto. È robusto, coraggioso, agile e perseverante. Corre con tanta velocità che un uomo non lo può raggiungere, nuota abilmente, ed è maestro nell'arte di arrampicarsi. In ogni esercizio corporeo è più destro del nostro orso bruno, di cui possiede del resto tutte le qualità. Esso pure in caso di bisogno dimostra quel coraggio temerario che rende tanto pericolose le specie più forti della sua famiglia. (p. 659)
  • Si alimenta principalmente di vegetali, di erbe, di foglie, di grano tenero e maturo, di bacche e di frutta d'ogni sorta. Tuttavia insidia anche il bestiame dei coloni, e sfida, come il nostro orso, persino le corna delle bovine. (p. 659)
  • Gli orsi neri si distinguono essenzialmente dagli affini per la loro dolcezza e il buon naturale. Non fanno mai uso della loro forza contro i loro custodi, ma riconoscono perfettamente la superiorità dell'uomo, e si lasciano governare con somma facilità. Temono assai più i custodi che non ne siano temuti. (p. 660)
  • La loro voce somiglia a quella del nostro orso bruno, ma è più debole e più lamentevole. Non ho mai udito un brontolio od un ruggito. Il baribal, come l'orso bruno, esprime ogni genere di emozione cogli sbuffi e lo scoppiettare delle mandibole. Nella collera china il capo verso terra, sporge molto avanti le labbra, sbuffa e sbirciasi d'attorno in guisa affatto strana. (p. 661)

Volume 2, Mammiferi

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  • Il tilacino è il più grosso carnivoro fra i marsupiali. Assomiglia per la mole allo sciacallo. [...] L'espressione della faccia dell'animale è affatto diversa di quella del cane, e soprattutto la bocca largamente fessa e gli occhi grossi colpiscono lo sguardo. (pp. 10-11)
  • [Sul tilacino] Animale notturno in sommo grado, sfugge alla viva luce, e la straordinaria sensitività del suo occhio è svelata dall'incessante movimento della membrana nittitante; non v'ha gufo che sappia più accuratamente di esso difendere l'occhio dallo splendore ostile della luce. Probabilmente questa sensitività lo rende di giorno lento ed impacciato; ma di notte si mostra un animale assai diverso. È vivace, mobile, feroce e pericoloso, non teme nessun avversario, e riporta generalmente la vittoria, poiché i soli suoi nemici sono i cani. Se non lo si può dire il più feroce dei marsupiali carnivori, almeno supera in forze ed in audacia tutte le specie della sua famiglia, e merita anche per questo riguardo perfettamente il nome che gli si è dato di lupo marsupiale. È realmente un lupo genuino, e relativamente alla sua scarsa mole arreca nella sua patria danni uguali a quelli che produce i lsuo omonimo del Nord. (pp. 11-12)
  • [Sul tilacino] Lo si fa prigioniero quando prolunga le sue scorriere fino ai poderi dei coloni, sia con trappole, sia dandogli la caccia coi cani. Sa molto bene difendersi contro questi, e dimostra in ciò una ferocia, una crudeltà, affatto sproporzionate alla sua piccola mole. In caso di necessità lotta veramente da disperato, e può tener testa ad una intera muta di cani. Persino accade talvolta che li mettesse in fuga. (p. 12)
  • Una delle specie di questa famiglia, l'Orca (Orcinus Orca) è conosciuta sin dalla più remota antichità, ed è famosa per la sua ferocia. Cosa strana! gli osservatori moderni concordano sopra questo ultimo punto coi naturalisti antichi. Quest'animale è un delfino robusto, compresso, con piccola testa, dorso convesso, pinne laterali lunghe e pinna caudale larga, robusta, marginata in forma di S; ha da 11 a 13 denti robusti a mo' di quelli dei carnivori: è nero lucente al disopra, al disotto bianco di porcellana con sfumatura gialliccia. Sotto e dietro l'occhio trovasi una macchia allungata, bianca, che ha fatto dare all'animale dagli antichi il nome di delfino montone. (p. 880)
  • L'orca è una così strana creatura che tutte le popolazioni che ebbero che fare con essa le affibiarono un nome singolare. La maggior parte poi di questi nomi significa uccisore o assassino. Così gli Americani del nord lo chiamano Killer, gli Inglesi Trafker, i Norvegi Spukhugger, Hwalhund e Sprniger. Nella Svezia la si chiama Opara, in Danimarca Oruswin, nel Portogallo e nella Spagna Orca, in Francia Epaulard e Orgne, in Russia Kossakta, e via dicendo. (p. 882)
  • Si può dire che il capodoglio è l'animale il più tozzo che esista. La sua enorme testa lunga, larga, quasi quadrata, è della mole stessa del corpo, e si confonde con questo senza visibile passaggio. Il corpo è cilindrico, molto grosso nei due terzi anteriori, assottigliato poi sino alla coda. Davanti è piano ed appiattito. ma nell'ultimo terzo è tondeggiante. (p. 894)
  • Nei suoi movimenti il capodoglio ricorda più il delfino che non la balena. Cede di poco alle specie più veloci dell'ordine. Nuotando pacatamente, fa all'ora tre o quattro miglia inglesi; se si affretta solleva per tal guisa le onde, che il mare si agita tutto e produce cavalloni, che si vanno propagando a grande distanza. Allora gareggia di velocità con ogni vascello. Già da lungi si riconosce il capodoglio a' suoi movimenti. Se nuota tranquillamente, scivola leggermente sotto la superficie; se nuota più velocemente percuote l'onda or colla coda, or colla testa, che si vedono alternatamente comparire e sparire. (p. 896)
  • La pesca del capodoglio è più pericolosa assai di quella della balena. Questa è raramente in grado di resistere a' suoi audaci avversarii, mentre quello, se è aggredito, non solo si difende, ma si precipita furiosamente sul suo nemico, adoperando nell'attacco non solo la coda, ma anche la formidabile dentatura. I libri di storia naturale riboccano di racconti lamentevoli delle disgrazie cagionate dal capodoglio. (p. 897)

Volume 3, Uccelli

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  • [Sulla cornacchia] Si può asserire con tutta sicurezza che sono fra gli uccelli più utili d'Europa, e che senza di loro i piccoli vertebrati e gli insetti tanto diffusi e nocivi prenderebbero il sopravvento in modo assai fatale. È bensì vero che sono capaci di spogliare un nido, di assalire una lepre infermiccia od una starna, di fare qualche guasto agli orti ed alle fattorie: ma che importa se in alcuni mesi rubano una dozzina di uova o commettono altri simili peccatuzzi, mentre poi per tutta la durata dell'anno ci rendono servigi inestimabili? Far male a questi animali è un vero delitto, e un insulto alla vantata civiltà moderna, e l'uomo è in grave errore se crede che gettando veleno ai topi ne possa distruggere un numero maggiore di quello che ne distruggono le cornacchie. (p. 379)
  • È probabile che l'odio acerrimo delle cornacchie contro il gufo reale provenga dai notturni assalti che esso muove loro appunto quando le tenebre impediscono le difese: cosa fuor d'ogni dubbio è che il gufo è avidissimo della carne delle cornacchie. Queste vendicansi con tutti i mezzi delle notturne aggressioni, non permettendo al gufo reale ed a nessun altro uccello della famiglia dei gufi di mostrarsi alla luce del giorno. Se scoprono un uccello notturno l'aria echeggia di strida, e le cornacchie accorrendo frettolose precipitano con furia inaudita sul mal capitato. (p. 380)
  • Per tenere lontane le cornacchie dai luoghi ove tornano troppo importune, basta ucciderne una ed appenderne a spauracchio la spoglia. Questo è tutto ciò che si può fare lecitamente; quanto al resto, ripeto che la cornacchia è abbastanza utile per meritare di non essere molestata. (p. 381)
  • [Sull'averla maggiore] D'inverno sta posato, in apparenza pacifico, fra i passeri, godendo con essi il tiepore del sole, indi ad un tratto, scelta la preda, le si precipita addosso con movimenti che ricordano l'astore, la afferra ai fianchi e la uccide a colpi di becco e coll'ugne, indi col rostro o coi piedi la trasporta in luogo sicuro, e se la fame non lo spinge a tosto divorarla, la infilza su uno spino od anche sull'estremità di un acuto bastoncino. Compita questa operazione a poco a poco la va scarnando e divorando, strappando dal corpo ucciso alcuni brandelli che inghiotte successivamente. (p. 726)
  • Gli uccelletti da poco divenuti indipendenti hanno molto a soffrire dall'averla maggiore, ed invero se in lei l'agilità fosse pari all'ardimento non vi sarebbe predone più terribile. Per buona fortuna dei perseguitati le sue imprese vanno bene spesso fallate, ma ciò non toglie che sia un avversario molto pericoloso per tutti gli inermi, e l'uomo che vuol proteggere i cantatori non deve tollerarlo entro il ricinto delle sue terre. (p. 726)
  • [Sulla cinciarella] La grandissima paura che ha dei rapaci ne fa un uccello vigilante ed attento, che al minimo indizio di pericolo grida e mette in guardia tutta la minuta popolazione del bosco. Fa udire spesso il sibilante sitt sitt proprio delle cincie, alternandolo col verso ziteretete del quale non si saprebbe ben indicare il significato. Spaventata, grida zisteretetet. migrando chiama tietete; ma il vero richiamo di che si serve per chiamare le compagne suona limpidamente tgi tgi ovvero anche zizizir e zihihihihi. Non possiede verso o canto, a meno che cosi non voglia dirsi il complesso de' suoni qui sopra enumerati, dei quali alcuni sono sovente ripetuti. (pp. 975-976)
  • Fra i molti nemici della cinciarella l'uomo è fra i più formidabili; esso ne piglia moltissime coi così detti gabbiotti da cincia e le destina alla mensa. L'amatore se ne impadronisce per arricchire la sua raccolta di un uccello grazioso e divertente che si abitua facilmente alla prigionia. In gabbia si alleva senza difficoltà perché poco esigente in fatto di cibo, e perché ha tutte le doti che si possono desiderare in un uccello, esclusa quella del canto. (p. 976)

Volume 4, Uccelli

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  • La specie maggiore del genere è il Toco [...]. Ha le piume nere, bianche la gola, le guancie, la parte anteriore del collo e le copritrici superiori della coda; rosso sangue il groppone. Il becco molto grande ed alto, il cui margine mostra alcune intaccature è rosso-arancio vivo, colore che mutasi in rosso fuoco verso il dorso e verso l'apice della mascella inferiore. L'apice della mascella superiore ed il margine del becco presso il capo sono parimenti color nero; gli occhi, le redini e la regione temporale sono rosso-fuoco vivo; i margini delle palpebre azzurro-neri; le gambe grigio-azzurre. (p. 229)
  • Se v'ha un uccello che possa chiamarsi l'aquila del mare esso è certamente la Fregata, che senza dubbio è il più nobile fra gli steganopodi e che, a mio modo di vedere, è tipo di una particolare famiglia, e si distingue da tutti gli altri affini per lo sviluppo delle sue ali. (p. 966)
  • L'acutezza dei loro sensi, a detta concorde di tutti gli osservatori, specialmente della vista, deve essere segnalata. Una fregata che ondeggia nelle regioni superiori dell'aria può, da quanto si dice, scoprire il più piccolo pesciolino che nuoti presso la superficie dell'acqua, e quindi dominare in genere una grande estensione di mare ad un tempo. Le attitudini intellettuali della fregata si accordano con quelle di molti uccelli da preda. Sembra che essa non possegga un'intelligenza molto eminente, ma pure sa distinguere gli amici suoi dai nemici, e si fa più accorta per l'esperienza. Abitualmente non si mostra timida, ma si tiene però ad una certa distanza dall'uomo da cui non isperi cosa alcuna di buono; mentre sta ad osservare attentamente alle barche dei pescatori, loro tien dietro, ed al momento di trar fuori il pesce loro gira attorno così davvicino che la si potrebbe quasi uccidere col remo. Degli altri animali si cura soltanto fin dove s'immagina di poterne trarre alcun profitto. (pp. 968-969)

Volume 5, Rettili e pesci

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  • Antichissima fama celebra ed antichissime favole e storielle intorbidano la storia del più noto dei coccodrilli, di quello che abita nel Nilo, e trovò già chi lo descrisse ed in Erodoto e nell'autore del libro di Giobbe, il primo dei quali espone fedelmente quello che vide ed udì egli stesso durante il suo soggiono in Egitto, ed il secondo è un poeta che, malgrado la sua lingua ricca di immagini, delinea egregiamente il Leviathan. (p. 77)
  • Il coccodrillo si può attualmente dire quasi scomparso dall'Egitto, ma non sono certo le freccie e le pietre lanciate colla fionda di cui è parola nel libro di Giobbe che abbiano potuto discacciarlo, bensì le palle da schioppo. E sì che anziché sfuggirle vilmente loro resistette fermamente come un eroe, ma dovette lasciar la vita in faccia all'uomo dei tempi moderni. Dacché i nuovi mezzi di caccia si ridono della sua corazza ed un fanciullo lo può vincere, i suoi giorni dell'antichità sono ormai in massima parte passati, i suoi tempi sono omai compiuti. (pp. 79-80)
  • Si è disposti a credere che il coccodrillo non sia agile, ma si erra in ciò a partito. Nell'acque esso si mostra straordinariamente agile, nuota e si tuffa colla massima celerità e fende l'acqua come una freccia l'aria, giovandosi della robustissima coda come di un eccellente remo, e delle ben sviluppate palmature dei piedi posteriori. Infuriato od in lotta batte l'acqua si fortemente che non si può accusare di esagerazione l'antico poeta quando dice: «Fa ribollir l'acqua del profondo mare come se fosse quella di una pentola, e la rimescola come se si rimescolasse un unguento». Anche sulla terra non si muove affatto senza abilità, malgradoché vi abbia poco che fare. Quando sale su banchi di sabbia lo fa di regola molto lentamente, muovendo un piede dietro l'altro e tenendo il corpo sì basso da strisciare sulla sabbia stessa; ma se, trovandosi sulla terra a qualche distanza dal fiume, venga spaventato, allora si precipita molto celeremente verso l'acqua, e colla stessa celerità si slancia da questa sulla terra quando voglia cogliere la preda che vi ha scoperto e preso di mira. (p. 81)
  • [Sulla lucertola ocellata] Al giungere d'un uomo fugge celeremente alla buca in cui dimora e scompare nelle medesima; ma volgendosi ricompare a far capolino dalla apertura di entrata e vedere che cosa succede. Quando possa fugge sempre, non però dinanzi ai cani ed ai gatti, ché in faccia a loro si atteggia coraggiosamente a difesa, e saltando loro contro li morde al muso od alla parte anteriore del collo, e li mette generalmente in fuga. (p. 136)
  • Mercé i loro mezzi di difesa le lucerte ocellate hanno da temere da meno nemici che non le minori affini. Loro avversarii più terribili rimangono sempre gli uccelli rapaci, specialmente il biancone e la poiana, cui si aggiunge il corvo imperiale. Gli Spagnuoli e gli altri europei meridionali le tengono per velenose e ne hanno una paura veramente ridicola, ed in causa di questa paura le uccidono anche più sovente che non sarebbe da desiderarsi. (p. 137)
  • Nel modo di vivere la zootica di monte non differisce che punto o poco dalla lucertola ordinaria. Sceglie a un dipresso la stessa dimora, è pure vivace ed agile, inquieta e fuggitiva come questa, colla quale ha comune la passione pel calore e la preda cui dà caccia. (p. 138)
  • [Sulla lucertola vivipara] Gli individui prigioni si conducono precisamente come le lucertole, ma sembrano però più delicate di queste ed è raro che reggano all'inverno. (p. 138)
  • Nel mare delle Antille la sfirena è rappresentata dal Barracuda degli Spagnuoli (Sphyrena Barracuda), il gigante del genere, che misura sino 3 metri di lunghezza. Se si può prestar fede agli esserti di scrittori locali, questo pesce è temuto quanto il pesce cane, perché esercita anche a danno dell'uomo l'indole sua sanguinaria, penetra audacemente nei porti e addenta e divora gli uomini che si bagnano. Dutertre asserisce persino che è più pericoloso del pesce cane, perché il rumore lo adesca invece di impaurirlo. La carne rassomiglia in certo modo a quella del nostro luccio, se non che è velenosa in certi tempi. Vari scrittori concordano perfettamente in proposito. (p. 540)

Citazioni su La vita degli animali

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  • Ora, la Vita degli animali del Brehm è uno dei più splendidi libri da biblioteca familiare, un libro che non ha pari in altre lingue, ma quando vi consiglia gli uccelli da prendere in casa, esso è del tutto inattendibile. Il suo entusiasmo per il mondo dei volatili gli fa vedere un ideale animale da salotto in ogni pennuto, mentre proprio sotto questo aspetto vi sono enormi differenze tra una specie e l'altra. (Konrad Lorenz)

Bibliografia

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  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 1, Mammiferi, traduzioni di Gaetano Branca e Stefano Travella, Unione Tipografico-editrice torinese, 1872.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 2, Mammiferi, traduzioni di Gaetano Branca, Stefano Travella e altri naturalisti, Unione Tipografico-editrice torinese, 1872.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 3, Uccelli, traduzioni di Gaetano Branca, Unione Tipografico-editrice torinese, 1869.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 4, Uccelli, traduzioni di Gaetano Branca, Unione Tipografico-editrice torinese, 1870.
  • Alfred Edmund Brehm, La vita degli animali. Descrizione generale del mondo animale, Volume 5, Rettili e pesci, traduzioni di Gaetano Branca, Stefano Travella e altri naturalisti, Unione Tipografico-editrice torinese, 1872.

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