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Caterina da Siena

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Santa Caterina da Siena

Santa Caterina da Siena, al secolo Caterina Benincasa (1347 – 1380), religiosa e mistica italiana.

Citazioni di Caterina da Siena

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  • E diceva parole tanto dolci, che è da scoppiare, della bontà di Dio. (dalla lettera A Frate Raimondo da Capua dell'Ordine de' Predicatori, nelle Lettere)
  • In altro non sta la pena nostra, se non in volere quello che non si può avere. (da Le lettere)
  • Nella amaritudine gusterai la dolcezza, e nella guerra la pace. (dalla lettera A Stefano di Corrado Maconi, nelle Lettere)
  • Oimè, dov'è la purità del cuore e la onestà perfetta; che con l'onestà loro l'incontinenti diventassero continenti? Ed egli è tutto il contrario; perocché spesse volte li continenti e li puri gustano la incontinenza per le immondizia loro. (dalla Lettera a Urbano VI)
  • Orsù figliuoli dolcissimi, correte questo palio; e fate che solo sia uno quello che l'abbia. (dalla lettera A Sano di Maco, e agli altri figliuoli, nelle Lettere)
  • Solo colui che è fondato in carità, è quello che si dispone a morire per amore di Dio e salute dell'anime, perocché è privato dell'amore proprio non si dispone a dare la vita. (dalla Lettera a Urbano VI)
  • [Le ultime parole] Sangue, sangue, sangue. (citata in Lodovico Ferretti, Vita di S. Caterina da Siena, Ferrari)

Libro della divina dottrina

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Levandosi una anima ansietata di grandissimo desiderio verso l'onore di Dio e la salute de l'anime; exercitandosi per alcuno spazio di tempo nella virtù, abituata e abitata nella cella del cognoscimento di sé per meglio cognoscere la bontà di Dio in sé; perché al cognoscimento séguita l'amore, amando cerca di seguitare e vestirsi della verità. E perché in veruno modo gusta tanto ed è illuminata d'essa verità quanto col mezzo de l'orazione umile e continua fondata nel cognoscimento di sé e di Dio (però che l'orazione, exercitandola per lo modo decto, unisce l'anima in Dio, seguitando le vestigie di Cristo crocifixo), e così per desiderio e affecto e unione d'amore ne fa un altro sé.

Citazioni

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  • Tu dimandavi di sostenere e di punire e' difecti altrui sopra di te; e tu non t'avedevi che tu dimandavi amore, lume e cognoscimento della verità. Perché già ti dixi che quanto era maggiore l'amore, tanto cresce il dolore e la pena. A cui cresce amore, cresce dolore. (cap. V)
  • In cui parturisce la superbia? solo nel proximo per propria reputazione di sé; unde ne traie dispiacere del proximo suo, reputandosi maggiore di lui, e per questo modo gli fa ingiuria. Se egli ha a tenere stato di signoria, parturisce ingiustizia e crudeltà ed è rivenditore delle carni degli uomini. (cap. VI)
  • [...] perché l'amore di me [Dio] e del proximo è una medesima cosa, e tanto quanto l'anima ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me. (cap. VII)
  • Tucte le virtù si pruovano e parturiscono nel proximo, sì come gl'iniqui parturiscono ogni vizio nel proximo loro. Se tu vedi bene, l'umilità è provata nella superbia: cioè che l'umile spegne la superbia, però che 'l superbo non può fare danno a l'umile [...]. (cap. VIII)
  • [...] se l'anima non facesse la penitenzia sua discretamente, cioè che l'affecto suo fusse principalmente posto nella penitenzia cominciata, impedirebbe la sua perfeczione. Ma debbalo ponere ne l'affecto de l'amore, con odio sancto di sé, e con vera umilità e perfecta pazienzia, e ne l'altre virtù intrinseche de l'anima [...]. Le quali virtù dimostrano che la volontà sia morta, e continuamente s'uccide sensualmente per affecto d'amore di virtù. (cap. IX)
  • E non dovete vòllere il capo indietro a mirare l'aratro per timore di veruna creatura né per tribolazioni: anco nelle tribolazioni godete. (cap. XII)
  • Perché nel cognoscimento che l'anima fa di sé, cognosce meglio Dio, cognoscendo la bontà di Dio in sé; e nello specchio dolce di Dio cognosce la dignità e la indegnità sua medesima: cioè la dignità della creazione, vedendo sé essere imagine di Dio e datole per grazia e non per debito. E nello specchio della bontà di Dio dico che cognosce l'anima la sua indegnità nella quale è venuta per la colpa sua. Però che come nello specchio meglio si vede la macula della faccia de l'uomo specchiandosi dentro nello specchio, così l'anima che, con vero cognoscimento di sé, si leva per desiderio con l'occhio de l'intellecto a raguardarsi nello specchio dolce di Dio, per la purità, che vede in lui, meglio cognosce la macula della faccia sua. (cap. XIII)
  • E destici el Verbo de l'unigenito tuo Figliuolo, il quale fu tramezzatore fra noi e te.
    Egli fu nostra giustizia che sopra di sé punì le nostre ingiustizie; e fece l'obbedienzia tua, Padre etterno, la quale gli ponesti quando el vestisti della nostra umanità, pigliando la natura e imagine nostra umana. Oh abisso di carità! qual cuore si può difendere che non scoppi a vedere l'altezza discesa a tanta bassezza quanta è la nostra umanità? Noi siamo imagine tua, e tu imagine nostra per l'unione che hai facta ne l'uomo, velando la Deità etterna con la miserabile nuvila e massa corrocta d'Adam. Chi n'è cagione? L'amore. Tu, Dio, se' facto uomo, e l'uomo è facto Dio. Per questo amore ineffabile ti costringo e prego che facci misericordia a le tue creature. (cap. XIII)
  • E però quella cosa che dà vita, spesse volte, per loro difecto, loro dà morte, cioè il prezioso sangue de l'unigenito mio Figliuolo, el quale tolse la morte e la tènabre e donò la luce e la verità, e confuse la bugia.
    Ogni cosa donò questo sangue e adoperò intorno a la salute e a compire la perfeczione ne l'uomo, a chi si dispone a ricévare; ché, come dà vita e dota l'anima d'ogni grazia (poco e assai, secondo la disposizione e affecto di colui che riceve), così dà morte a colui che iniquamente vive. (cap. XIV)
  • Qui mostrava la Verità etterna che elli ci aveva creati senza noi, ma non ci salvarà senza noi; ma vuole che noi ci mettiamo la volontà libera, col libero arbitrio exercitando el tempo con le vere virtù. (cap. XXIII)
  • E' piei conficti ti sonno scalone acciò che tu possa giognere al costato, il quale ti manifesta el segreto del cuore. Però che salito in su' piei de l'affecto, l'anima comincia a gustare l'affecto del cuore, ponendo l'occhio de l'intellecto nel cuore aperto del mio Figliuolo, dove truova consumato e ineffabile amore. (cap. XXVI)
  • O misericordia la quale esce della Deità tua, Padre etterno, la quale governa con la tua potenzia tucto quanto el mondo! Nella misericordia tua fummo creati: nella misericordia tua fummo ricreati nel sangue del tuo Figliuolo. La misericordia tua ci conserva, la misericordia tua fece giocare in sul legno della croce el Figliuolo tuo alle braccia, giocando la morte con la vita e la vita con la morte. E alora la vita sconfisse la morte della colpa nostra, e la morte della colpa tolse la vita corporale allo immaculato Agnello. Chi rimase vinto? la morte. Chi ne fu cagione? la misericordia tua. (cap. XXX)
  • O pazzo d'amore! non ti bastò d'incarnare, che anco volesti morire? Non bastò la morte, che anco discendesti a lo 'nferno traendone i santi padri, per adempire la tua verità e misericordia in loro? Però che la tua bontà promecte bene a coloro che ti servono in verità. Imperò discendesti a limbo, per trare di pena chi t'aveva servito e rendar lo' el fructo delle loro fadighe. (cap. XXX)
  • Tanto sonno diversi e' fructi di questo arbore che dànno morte, quanto sonno diversi e' peccati. Alcuni ne vedi che sonno cibo da bestie, e questi sonno quegli che immondamente vivono, facendo del corpo e della mente loro come il porco che s'involle nel loto: cosi s'invollono nel loto della carnalità. O anima bructa, dove hai lassata la tua dignità? Tu eri facta sorella degli angeli, ora se' facta animale bruto [...]. (cap. XXXII)
  • Alcuni altri el fructo loro è di terra. Questi sonno e' cupidi avari, e' quali fanno come la talpa che sempre si notrica della terra infino a la morte; e gionti a la morte non hanno rimedio. (cap. XXXIII)
  • [...] sono tre principali vizi, cioè l'amore proprio di sé; unde esce il secondo, cioè la propria reputazione; e da la reputazione procede il terzo, cioè la superbia, con falsa ingiustizia e crudeltà e con altri immondi e iniqui peccati che doppo questi seguitano [...]. (cap. XXXVIII)
  • [...] meglio si cognosce la luce per la tenebre, e la tenebre per la luce. (cap. XLII)
  • [...] el sancto baptesmo, nel quale baptesmo fu messa la pupilla della fede ne l'occhio de l'intellecto. (cap. XLVI)
  • Quante sonno le pene di colui che appetisce vendecta! Continuamente si rode e prima ha morto sé, cioè l'anima sua, che egli ucida el nemico suo; el primo morto è egli, uccidendo sé col coltello de l'odio. (cap. XLVIII)
  • Vedi tu: costoro si sonno levati con timore servile dal bòmico del peccato mortale; ma se essi non si levano con amore della virtù, non è sufficiente il timore servile a dar lo' vita durabile. Ma l'amore col sancto timore è sufficiente, perché la legge è fondata in amore con timore sancto. (cap. LVIII)
  • [L'orazione] è una arme con che l'anima si difende da ogni adversario, tenuta con la mano de l'amore e col braccio del libero arbitrio, difendendosi con essa arme col lume della sanctissima fede. (cap. LXV)
  • Ché sai che la superbia del dimonio non può sostenere la mente umile [...]. (cap. LXVI)
  • Io confesso al mio Creatore che la vita mia non è passata altro che in tenebre; ma io mi nascondarò nelle piaghe di Cristo crocifixo e bagnarommi nel sangue suo; e così avarò consumate le iniquità mie e godarommi, per desiderio, nel mio Creatore. (cap. LXVI)
  • Chi va con poca prudenzia, e non con modo, poco truova; chi con assai, assai truova [...]. (cap. LXVI)
  • Ma l'anima, che in verità è intrata nella casa del cognoscimento di sé, exercitando l'orazione perfecta [...], riceve me [Dio] per affecto d'amore, cercando di trare a sé el lacte della dolcezza mia col pecto della doctrina di Cristo crocifixo. (cap. LXXII)
  • El quale cognoscimento di sé vuole essere condito col cognoscimento di me [Dio], acciò che non venga a confusione. Perché del cognoscimento di sé [l'anima] acquistarà l'odio della propria passione sensitiva e del dilecto delle proprie consolazioni. E da l'odio fondato in umilità trarrà la pazienzia, nella quale pazienzia diventarà forte contra le bactaglie del dimonio, contra le persecuzioni degli uomini e verso di me, quando per suo bene sottrago el dilecto da la mente sua. [...] Or così debba fare e fa l'anima che si vuole levare dalla imperfeczione, aspectando, nella casa del cognoscimento di sé, la providenzia mia col lume della fede [...]. Ella sta in vigilia, vegghiando con l'occhio de l'intellecto nella doctrina della mia Verità, umiliata perché ha cognosciuta sé in continua orazione, cioè di sancto e vero desiderio, perché in sé cognobbe l'affecto della mia carità. (cap. LXXIII)
  • Io voglio che tu sappi che ogni lagrima procede dal cuore, perché neuno membro è nel corpo che voglia tanto satisfare al cuore quanto l'occhio. (cap. LXXXIX)
  • Unde avete del glorioso Tomaso d'Aquino (che la scienzia sua egli ebbe più per studio d'orazione ed elevazione di mente e lume d'intellecto, che per studio umano), el quale fu uno lume che Io [Dio] ho messo nel corpo mistico della sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'errore. (cap. XCVI)
  • La sensualità è contraria a lo spirito, e però in essa sensualità pruova l'anima l'amore che ha in me [Dio], Creatore suo. Quando si pruova? quando con odio e dispiacimento si leva contra di lei. (cap. XCVIII)
  • Io [Dio] amo la virtù e odio el vizio; chi ama el vizio e odia la virtù offende me ed è privato della grazia mia. Questi va come cieco che, non cognoscendo la cagione del vizio, cioè il proprio amore sensitivo, non odia se medesimo né cognosce il vizio né il male che gli séguita dipo' el vizio. Né cognosce la virtù, né me che so' cagione di darli la virtù che gli dà vita, né la dignità nella quale egli si conserva e viene a grazia col mezzo della virtù. (cap. XCVIII)
  • Vuoli tu venire a perfecta purità ed essere privata degli scandali, e che la mente tua non sarà scandalizzata per veruna cosa? Or fa' che tu sempre ti unisca in me [Dio] per affecto d'amore, però che Io so' somma ed etterna purità, e so' quel fuoco che purifico l'anima: e però quanto più s'acosta a me, tanto diventa più pura; e quanto più se ne parte, tanto più è immonda. (cap. C)
  • Perché spesse volte adiviene che, vedendo andare molte creature per la via della molta penitenzia, tucti gli vorrebbe mandare per quella medesima via; e se vede che non vi vadano, ne piglia dispiacimento e scandalo in se medesimo, parendoli che non faccian bene. Or vedi quanto è ingannato, però che spesse volte adiverrà che farà meglio colui di cui gli pare male perché fa meno penitenzia, e più virtuoso sarà (poniamo che non facci tanta penitenzia) che colui che ne mormora. E però ti dixi di sopra che coloro che si pascono a la mensa della penitenzia, se non vanno con vera umilità e che la penitenzia loro non sia posta per principale affecto ma per strumento di virtù, spesse volte per questa mormorazione offendaranno la perfeczione loro. E però non debbono essere ignoranti, ma debbono vedere che la perfeczione non sta solamente in macerare né in ucidere il corpo, ma in ucidere la propria e perversa volontà. (cap. CIV)
  • [...] unde veniste in tanta excellenzia, per l'unione ch'Io [Dio] feci della Deità mia nella natura umana, che in questo avete maggiore excellenzia e dignità voi che l'angelo, perch'io presi la natura vostra e non quella de l'angelo. (cap. CX)
  • Sì che tucta l'essenzia divina ricevete in quello dolcissimo sacramento socto quella bianchezza del pane. E sì come il sole non si può dividere, così non si divide tucto Dio ed uomo in questa bianchezza dell'ostia. Poniamo che l'ostia si dividesse: se mille migliaia di minuzzoli fusse possibile di farne, in ciascuno so' tucto Dio e tucto uomo, come decto ho. Sì come lo specchio che si divide, e non si divide però la imagine che si vede dentro nello specchio; così, dividendo questa ostia, non si divide tucto Dio e tucto uomo, ma in ciascuna parte è tucto. (cap. CX)
  • La materia vostra è l'amore, perch'Io [Dio] vi creai per amore, e però non potete vivere senza amore. (cap. CX)
  • [L'anima è] apta ad amare; sì come decto t'ho che tanto è apta ad amare che senza amore non può vivere, anco el suo cibo è l'amore. (cap. CX)
  • Essi [ministri] sonno e' miei unti, e chiàmoli e' miei «cristi», perché l'ho dato a ministrare me [Dio] a voi. Questa dignità non ha l'angelo, ed holla data agli uomini: a quelli che Io ho electi per miei ministri, e' quali ho posti come angeli, e debbono essere angeli terrestri in questa vita, però che debbono essere come angeli. (cap. CXIII)
  • Tucti e' loro dilecti sonno d'adornare i corpi e le celle loro e d'andare discorrendo per le città. E adiviene di loro come del pesce, el quale, stando fuore de l'acqua, muore. Così questi cotali religiosi con vana e disonesta vita, stando fuore della cella, muoiono. Partonsi dalla cella, della quale si debba fare un cielo, e vanno per le contrade cercando le case de' parenti e d'altre genti secolari [...]. (cap. CXXV)
  • Però che tucti e' vizi, come decto t'ho, nascono da l'amore proprio, perché da l'amore proprio nasce il principale vizio della superbia; e l'uomo superbo è privato della dileczione della carità, e da la superbia viene alla immondizia e a l'avarizia. (cap. CXXVI)
  • [...] tucti e' vizi sonno conditi dalla superbia, sì come le virtù sonno condite e ricevono vita dalla carità. (cap. CXXVIII)
  • Unde Io voglio che tu sappi che tucte quante le pene, che le creature che hanno in loro ragione hanno, stanno nella volontà; però che, se la volontà fusse ordinata e accordata con la volontà mia, non sosterrebbe pena. Non che fussero però tolte le fadighe; ma a quella volontà, che volontariamente porta per lo mio amore, non le sarebbe pena, perché questi cotali volontieri portano, vedendo che è la volontà mia. (cap. CXXXI)
  • E chi più cognosce, più ama: e chi più ama, più riceve. (cap. CXXXI)
  • Dà lo', Padre etterno, ché vedi che stanno a la porta della Verità tua e chiegono. E che chiegono? il Sangue di questa porta, Verità tua. E nel sangue tu hai lavate le iniquità, e tracta la marcia del peccato d'Adam. El Sangue è nostro, però che ce n'hai facto bagno: nol puoi né vuogli disdire a chi te l'adimanda in verità. Dà dunque il fructo del Sangue a le tue creature: pone nella bilancia el prezzo del sangue del tuo Figliuolo, acciò che le dimonia infernali non ne portino le tue pecorelle. Oh! tu se' pastore buono, che ci desti el Pastore vero de l'unigenito tuo Figliuolo, el quale, per l'obbedienzia tua, pose la vita per le tue pecorelle e del Sangue ci fece bagno. (cap. CXXXIV)
  • El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavità. Ogni cosa era obbediente a l'uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia commessa, trovò ribellione in sé e in tucte le creature. Insalvatichì el mondo e l'uomo, el quale uomo è un altro mondo. (cap. CXL)
  • E chi molto ama, molto si duole; unde a cui cresce amore, cresce dolore. (cap. CXLV)
  • Raguarda la gloriosa vergine Orsina, che tanto dolcemente sonò il suo stormento, che solo di vergini n'ebbe undici migliaia, e più d'altretanti d'altra gente ne prese con questo medesimo suono. E così tucti gli altri [santi], chi in uno modo e chi in un altro. (cap. CXLVII)
  • In questa vita mortale, mentre che sète viandanti, Io [Dio] v'ho legati nel legame della carità: voglia l'uomo o no, egli ci è legato. Se egli si scioglie per affecto che non sia nella carità del proximo, egli ci è legato per necessità. (cap. CXLVIII)
  • [...] tu sai di quella dolce vergine sancta Agnesa. La quale, dalla sua puerizia infino a l'ultimo, servì a me [Dio] con vera umilità, con esperanza ferma, intantoché non pensava di sé né della sua famiglia con dubbitazione. Unde ella con viva fede, per comandamento di Maria, si mosse, poverella e senza alcuna substanzia temporale, a fare il monasterio. Sai che era luogo di peccatrici. Ella non pensò: — Come potrò io fare questo? — Ma sollicitamente, con la mia providenzia, ne fece luogo sancto, monasterio ordinato a religiose. Ine congregò nel principio circa diciotto fanciulle vergini senza avere cavelle, se non come Io la provedevo [...]. (cap. CXLIX)
  • Raguarda gli appostoli povarelli e gli altri gloriosi màrteri, Pietro, Pavolo, Stefano e Lorenzo, che non pareva che stesse sopra 'l fuoco, ma sopra fiori di grandissimo dilecto, quasi stando in mocti col tiranno, dicendo: — Questo lato è cocto: vòllelo e comincialo a mangiare. — Col fuoco grande della divina carità spegneva il piccolo nel sentimento de l'anima sua. (cap. CLI)
  • Raguarda Francesco con quanta perfeczione e odore di povertà, con le margarite delle virtù, egli ordinò la navicella de l'ordine suo, dirizzandoli nella via dell'alta perfeczione; ed egli fu il primo che la fece [questa via], dando lo' per sposa la vera e sancta povertà, la quale aveva presa per se medesimo, abbracciando le viltà. (cap. CLVIII)
  • Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die' lume nelle tenebre delle molte eresie; che tanto l'ebbe in odio, che se ne dispose a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l'exercizio suo non er'altro che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare, annunziando la verità e dilatando la fede senza veruno timore. Ché non tanto ch'egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l'ultimo della vita. (cap. CLVIII)
  • Come debba andare colui che vuole intrare alla perfecta obbedienzia particulare? Col lume della sanctissima fede, col quale lume cognosca che gli conviene uccidere la propria volontà col coltello de l'odio d'ogni propria passione sensitiva, pigliando la sposa che gli darà la carità e la sorella. La sposa, dico, della vera e prompta obbedienzia con la sorella della pazienzia e con la nutrice de l'umilità; ché, se egli non avesse questa nutrice, l'obbedienzia perirebbe di fame, perché ne l'anima, dove non è questa virtù piccola de l'umilità, l'obbedienzia vi muore di subbito. (cap. CLIX)
  • Sì che le conversazioni del vero obbediente sonno buone e perfecte, o con giusti o con peccatori che sieno, per l'ordinato affecto e larghezza di carità. Della cella si fa uno cielo, dilectandosi di parlare e conversare in me [Dio], sommo e etterno Padre, con affecto d'amore, fuggendo l'ozio con l'umile e continua orazione. E quando e' pensieri, per illusione del dimonio, gli abbondano in cella, non si pone a sedere nel lecto della negligenzia, abbracciando l'ozio, né vuole investigare per ragione le cogitazioni del cuore, né i suoi pareri: ma fugge l'ozio, levando sé sopra di sé con odio sopra el sentimento sensitivo, e con vera umilità e pazienzia a portare le fadighe che sente nella mente sua [...]. (cap. CLIX)
  • Perché nella carità non cade tristizia, ma allegrezza: fa el cuore largo e liberale, e non doppio né strecto. (cap. CLX)
  • Ma questi tiepidi, che né un grande male fanno né uno grande bene, non cognoscono la freddezza dello stato loro, né in quanto dubbio stanno. Non cognoscendola, non si curano di levarsene né curano che lo' sia mostrato; essendo lo' mostrato, per la freddezza del cuore loro, si rimangono legati nella loro longa consuetudine e usanza. (cap. CLXII)
  • A ogniuno gli sarà dato il prezzo secondo la misura de l'amore e non secondo l'operazione né misura del tempo; cioè che più abbi colui che viene per tempo, che quello che viene tardi, sì come si contiene nel sancto Evangelio. Ponendovi la mia Verità l'exemplo di quelli che stavano oziosi e furono messi dal Signore a lavorare nella vigna sua: e tanto die' a quelli che andarono all'aurora quanto a quelli della prima, e tanto a quelli della terza e a quegli che andâro a sexta, a nona e a vesparo quanto a' primi; mostrandovi la mia Verità che voi sète remunerati non secondo il tempo né opera, ma secondo la misura de l'amore. Molti sonno messi nella puerizia loro a lavorare in questa vigna: chi v'entra più tardi, e chi nella sua vecchiezza. Questi anderà alcuna volta con tanto fuoco d'amore, perché si vedrà la brevità del tempo, che ringiugne quegli che intrarono nella loro puerizia, perché sonno andati co' passi lenti. (cap. CLXV)
  • L'acqua sostenne Mauro, essendo mandato da l'obbedienzia a campare quello discepolo che se n'andava giù per l'acqua. Egli non pensò di sé; ma pensò, col lume della fede, di compire l'obbedienzia del prelato suo. Vassene su per l'acqua come andasse su per la terra, e campa il discepolo. (cap. CLXV)

Citazioni su Caterina da Siena

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  • Caterina viene riconosciuta come una «santa viva» anche perché fa penitenza continuamente, digiuna, macera il suo corpo e alla fine si consuma. È morta a 33 anni, a forza di digiunare: è come dire che una donna, per guadagnarsi uno spazio che di solito alle donne non è consentito, deve sempre fare uno sforzo eccezionale. (Alessandro Barbero, Dietro le quinte della Storia)
  • Tipo originale, Caterina non rassomiglia a nessuno: le celesti visioni, la energia straordinaria, la fede inconcussa nel grande ideale umano, le vennero dall'intimo convincimento dell'anima, ed è cosa importantissima il considerare come questo possente mondo spirituale nasce, cresce, s'afferma in una eletta, delicata coscienza e da questa riesce a signoreggiare il mondo esterno.
  • Un giorno, per circostanze impreviste, dovette recarsi più tardi dell'ora consueta presso una lebbrosa, della quale curava sera e mattina le piaghe raccapriccianti, e costei spazientita gridò: «Ah! viene; finalmente questa regina del sobborgo! Non si stanca mai di quella cara chiesa, e di quei cari frati che non vuol mai lasciare!» Caterina comprese l'insinuazione perfida e ne arrossì, ma invece di rispondere, chiese scusa alla malata del suo ritardo e continuò a curarla con un raddoppiamento di zelo, tanto che se ne attaccò la lebbra e non la perdette che alla morte dell'inferma.
  • Vide passare un mendicante estenuato, quasi nudo; non avendo altro in quel momento, gli dette il suo mantello di Domenicana. Quel mantello, sebbene in più luoghi rammendato, erale carissimo, e non esitò a privarsene per coprirne l'infelice; ma ì superiori suoi la costrinsero a ripigliarlo e la sgridarono assai per aver abbandonato il segno dell'ordine, l'egida della Chiesa. Essa rispose allegramente: «Meglio mancar di mantello che di carità.»

Bibliografia

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Voci correlate

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Altri progetti

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