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Ernesto Ragazzoni

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Ernesto Ragazzoni

Ernesto Ragazzoni (1870 – 1920), poeta, traduttore e giornalista italiano.

Il poeta improprio

Cettina Caliò, Il Foglio Quotidiano, 8 ottobre 2022.

  • Io parlavo di me, di me, di me, e di me: di nasologia e di me. Io drizzavo il naso e parlavo di me.
  • Una smania prepotente mi dilania |... in me dentro la rintuzzo: | vo in Lapponia | a ber l'olio di merluzzo.
  • Ora i tempi a mal volgono. | L'un polo l'altro accusa | di accaparrarsi il ghiaccio, e son ambo inquieti.
  • Ogni fiore si sente un po' rosa, | ogni fiume si sente un po' Po.
  • Disse la tinca al luzzo: | ove ten vai, o misero? | Disse il luzzo alla tinca: | al lago di Braguzzo. | Morale: O tinca! O luzzo!| O lago di Braguzzo!
  • Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, dei più appassionanti per me, è... non scrivere. Ci passerei tutta la vita [...]. Si lavora d'immaginazione, e non è un lavoro da tutti.
  • La prima azione della mia vita fu di impugnare il mio naso a due mani. Mia madre mi vide e mi chiamò un genio; mio padre pianse di gioia e mi donò un trattato di nasologia.
  • O cogliate la cicoria | od allori, o voi, Dio v'abbia | tutti quanti in pace, in gloria! | Io fo buchi nella sabbia.

Le mie invisibilissime pagine

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  • L'estetica dell'atlante mi tenta. Le linee che rappresentano su un foglio la figura di una terra si possono distinguere per la loro armonia od essere sgarbate pei loro intrinsici difetti come qualunque altra linea, quella dei caratteri di una scrittura, quella di un arabesco, quella di una forma ornamentale; e ci sono così, nella loro struttura geografica, paesi che sono brutti, precisamente come ci sono belli e brutti caratteri di scrittura, belli e brutti arabeschi, belle e brutte forme ornamentali. (pp. 43-44)
  • Sfogliamo l'atlante, senz'altro, come un album di figure, e sarà una facile distrazione, alla portata di tutti, e che ci si può concedere senza sacrificare una particella dell'attenzione che va debitamente consacrata ai reali grandiosi avvenimenti che attualmente empiono il mondo. Ed, anzi, non ci servirà che a meglio inquadrarlo. (p. 44)
  • Ma quante altre eleganze ha l'album del mondo. Guardate come la Scandinavia, frangiata di fiord, è agilmente modellata; ammirate come all'arco adriatico da Grado ad Ancona perfettamente corrisponde l'arco mediterraneo da Genova ad Orbetello; vedete come l'una rispetto all'altra armoniosamente si piegano, al di qua e al di là del torso di colonna del Caucaso, le linee del Mar Nero e del Mar Caspio; notate come rende la Finlandia quasi trasparente l'orditura sottile dei suoi mille laghi; e come quelli immensi del Canadà, strascico lungo d'isole d'acqua entro la terra, artisticamente snodano ed alleggeriscono la massa del continente nordamericano. (p. 48)
  • Lo chimpanzé, anche, non scherza quanto ad avvenenza, ma è da tanto tempo abituato ad essere brutto che non se ne preoccupa più ed è colla massima indifferenza che si monda le sue noci e si spulcia, lo guardi o non lo guardi la gente. (p. 56)
  • Ma da via Nomentana, svoltato per via dei Villini ed oltre, per via Marcello Malpighi, come per incantesimo, fuori dal vento, dalla polvere, dall'insolenza metallica dei tram, vi sareste trovati, come me nel silenzio beneducato che assume la primavera quando ha a che fare con giardini molto dabbene. L'aria violenta s'era mutata in zeffiro, e lo zeffiro è il vento ridotto a confettura. (pp. 75-76)
  • Rari i passanti – a quando a quando signorine con la racchetta di tennis – ed i passi erano leggieri come fossero pei viali remoti di un parco. Come è bello dove le strade cessano di essere strade, e dove la città, prima di risolversi a diventar campagna, se ne annette gli alberi i fiori ed il riposo. (p. 76)
  • Che cosa mi ricorda questo quartiere di Roma? Mi richiama Hampstead a Londra, Neuilly a Parigi... altro ancora. Ma su Hampstead non c'è questo cielo, e si sente troppo l'elegante artificio a Neuilly. (p.76)
  • Del resto, permettetemi ancora una breve nota: la frasca non serve ancora di insegna a tante osterie? e Frascati – ricordatevi che cosa c'è di speciale a Frascati – proprio senza ragione ha il bel nome frondoso che gli hanno dato? (p. 110)
  • La migliore prova, intanto, della rara bellezza del luogo e della sottile purezza del clima è che Nerone – e Nerone se ne intendeva di quello che fa piacere – si regalava a Subiaco una delle sue residenze estive più sontuose, vi si conduceva magnificamente per una via da lui apposta costruita e vi sfoggiava pompe che gli storici hanno registrato. (p. 137)
  • Ma nessuna traccia più resta a Subiaco del passato e dei fasti di Nerone. Pochi sassi nell'erba e tra i pruni, rovine di rovine, segnano appena il luogo dove sorgeva il suo palazzo, splendido di colonnati e di statue, e l'Aniene, rompendo gli argini che gli erano stati imposti, si è portato via già da più di mill'anni, inabissandosi tumultuoso nella vallata, i laghi dove s'era piaciuto di mirarsi, coronato di rose il tiranno. (p. 138)
  • Invece, attraverso più di tredici secoli, persiste sempre gloriosa e presente per continue opere feconde, la memoria di un anacoreta che qui era venuto oscuro per vivere oscuro, lontano dal mondo, nella preghiera e nella meditazione: Benedetto da Norcia. Perché troviamo una ben strana associazione di nomi a Subiaco! Nerone e San Benedetto! (pp. 138-139)
  • Subiaco, la valle sublacense e poscia Montecassino – la successiva creazione di San Benedetto – ebbero una vera missione storica. È di qui che si irradiarono le colonie monastiche per tutto il mondo innumerevoli; di qui che uscirono papi, dottori, maestri, artefici, i grandi dissodatori dell'anima medioevale, che insieme serbarono i tesori dell'antichità e cooperarono per la loro cultura al Rinascimento; di qui – e proprio da Subiaco – che uscirono nel 1465, in Italia, i primi libri a stampa: il Lattanzio, il Cicerone, il Sant'Agostino... Non merita, Subiaco, un pellegrinaggio? (p. 142)
  • Le due abbazie benedettine di Santa Scolastica e del Santo Speco sono staccate da Subiaco da tutta la larghezza della valle ed io ne ho la prima visione dall'alto della «rocca», dove, attenuata un po' l'arsura meridiana, sono salito a scoprir paese. Sorgono a mezza costa di un monte brullo e scosceso, contro cui, dall'altro lato, sembra voler dar di cozzo un altro monte, selvoso questo e quasi nero per l'ombra di fittissimi carpini. (p. 142)
  • Santa Scolastica: siamo su in alto, ed uno spiazzo erboso, seguito intorno da mura, specie di cortile esteriore, si protende verso il chiostro. [...] Si guarda in su e pare non ci debba essere altro cielo che il quadrato di azzurro che le linee del porticato e delle loggie sovrapposte determinano e chiudono. Ma non se n'ha alcuna tristezza o attediata idea di reclusione. (pp. 146-147)
  • L'edificio, dove si sentono ruderi di edifici preesistenti, – le pietre dei chiostri primitivi – fatto di architetture sovrapposte ma che non si cancellano e ancora si ricordano per certi archi, un portale, qualche affresco consunto, frammenti di murature, è una costruzione complessa, comprende parecchi corpi di fabbricati e dà impressioni diverse di forza, di raccoglimento, di maestà, di resistenza. È romitaggio, ed insieme santuario, ricovero ed alcun poco fortezza. (p. 148)
  • Hanno [i benedettini] pel loro spasso persino un bigliardo, mi dice il padre Silvestro, e se vogliono far musica possono anche profittare di un pianoforte. (p. 150)
  • C'è un osservatorio astronomico e meteorologico a Santa Scolastica, come c'è un laboratorio di chimica, un gabinetto di fisica e storia naturale. (pp. 158-159)
  • Questa dottrina [ora et labora] che doveva essere tanto feconda, si è appunto divulgata da qui, dallo speco ove si raccolsero i primi discepoli di Benedetto, e la stessa opera che ha saldato un triplice tempio ed un chiostro nella montagna crollante l'attesta. (pp. 160-161)
  • Il Santo Speco è a mezz'ora di salita da Santa Scolastica e vi si sbuca per un curvo profondo viale di elci secolari cui fa capo, battuta dal sole, una striscia di sassi, che vuole essere sentiero. (p. 161)
  • Immaginate, abbarbicate alla rupe, l'una sull'altra tre chiese, tre chiese di cui l'inferiore è una cripta – lo speco – e sopra, intorno e sotto, violenze e minaccie di roccie. Tutto pare così instabilmente sospeso in aria, così prossimo a rovina da far pensare che uns emplice ciottolo mosso possa d'un tratto determinare l'inabissarsi del monte. Ma il monte, che la leggenda vuole obbediente al comando di San Benedetto, da secoli sta. La materia aggrotta le sue dure ciglia sullo spirito ma lo spirito ha vinto. (p. 161)
  • [Su Villa Adriana] V'ebbero reggie, basiliche, biblioteche, templi, fori, terme, musei, piscine, magazzini, parchi, terrazzi, caserme, prigioni, residenze e dimore per tutto un popolo di ospiti e di servi, e di servi di servi; di pretoriani, di donne, di intendenti, di mimi, di belluari quale poteva convenire al fasto di un padrone del mondo conquistatore, filosofo, artista e dissoluto. (pp. 163-164)
  • Brillarono qui mosaici che sembravano intarsii di gemme; qui furono tratti i marmi più preziosi d'Africa e d'Asia, venati come se dentro chiudessero arcobaleni, ed è da qui che furono divelte tantissime delle statue di dee, di numi e di ninfe che abitano ora i musei di Roma ed altri e che il passante guarda per dovere alzando la testa dai libri scritti in minuscoli caratteri, e rilegati in tela rossa. (p. 164)
  • Ora, di tutti questi splendori di architetture non rimangono più che sparpagliati ossami, volte mozze che invano cercano le loro membra perdute, colonne scapitozzate, labirinti di gradinate corrose fra labirinti di muraglie sventrate, archi vuoti intorno a cui solo la fantasia può ricostruire la fisionomia degli edifici scomparsi, lastricati inabissati; ed ogni cosa assalita dalla libera e prepotente vegetazione della landa che tutto circonda. (p. 164)
  • Discendo, pel viale dei cipressi muti, mi tolgo dalla città sperduta, fatta di pietre morte, di grandi alberi, di erbe selvaggie, di rovi avviticchiaticci, dalla città di silenzio nel silenzio e che si chiama la Villa Adriana. (p. 171)
  • [Su Orta San Giulio] Anch'io, finalmente, mi trovo tra le mie pareti. Le riconosco. La sottile strada – l'unica strada del paese – che si insinua lunga, a gomitate, tra le due file di case, l'una appoggiata alla collina l'altra affacciata con brevi giardini sul lago. (p 196)
  • Very nice this place, indeed, grazioso davvero questo sito, e particolarmente caro agli inglesi, taluno dei quali, – più di una volta s'è dato – vi si è addirittura stabilito. Al cimitero, v'è un reparto inglese, distinto. Si potrebbe aver più stabile dimora che al cimitero? I pellegrini, e sovrattutto le pellegrine, di Britannia, a fotografie, a schizzi, ad acquerelli se ne portano via ogni anno tante vedute che credo raro abbia a trovarsi a Londra una casa a modo che non possegga la sua wiew of the lake of Orta. (p. 199)
  • Intanto, per la configurazione generale del luogo immaginate (ma non prendete troppo alla lettera l'analogia, intendiamoci) immaginate un arco di Trasimeno che abilmente si sia innestato su un fiord. A mezzogiorno, le acque – riflessi di lama azzurra – si lasciano teneramente abbracciare da una corona di colli; a settentrione – riflessi di ebano levigato – salgono a farsi attanagliare da ferrigne montagne accigliate che sembrano contendersele, e finiscono, del resto, riunendosi per strozzarle. (pp. 200-201)
  • Dalla corona dei colli nel più bel mezzo dei riflessi di lama azzurra, un promontorio s'allunga e si distacca, (un promontorio che funziona anche da penisola), e sull'ultimo orlo del promontorio stesso, – merletto bianco sgomitolato su un sofà di verzura – s'offre all'acque un paese, e, quel paese – l'intelligente lettore lo avrà già indovinato, – è Orta. (p. 201)
  • Un'isoletta linda e fiorita di fronte [al paese di Orta San Giulio di cui è frazione], già scoglio che fu nido di serpi, e poi aspra roccaforte, poi castello di vescovi e residenza di tranquilli canonici, ed oggi, ingentilita, luogo di ville e di giardini, ripete al paese quasi la sua stessa immagine. (p. 201)
  • Le care vecchie case d'Orta! Talune, vaste e severe sembran quasi conventi; altre si danno l'aria fiera di palazzotti ed anche di palazzi; molte s'onorano di stemmi; tutte contengono ricordi di generazioni e generazioni, non di rado arazzi, libri rari, mobili antichi, pitture: si aprono in gallerie ed in terrazzi, respirano per ampli atrii chiari, guardano ciascuno sul proprio giardino; e veramente son esse le pareti che custodiscono la pace dalle tempeste del mondo, le dimore fide del riposo e del silenzio. (pp. 203-204)

Bibliografia

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  • Ernesto Ragazzoni, Le mie invisibilissime pagine, Sellerio, Palermo, 1993.

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