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Zbigniew Brzezinski

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Zbigniew Brzezinski nel 1977

Zbigniew Brzezinski (1928 – 2017), politico e politologo statunitense di origini polacche.

Citazioni di Zbigniew Brzezinski[modifica]

Citazioni in ordine temporale.

1976[modifica]

"Ridicolo parlare con Breznev e non incontrare Berlinguer"

Intervista del Quotidien de Paris, citato ne La Stampa, 5 novembre 1976, p. 20

  • È chiaro che non favoriremo la presenza dei comunisti al governo, ma detto questo è ridicolo accettare di parlare con Breznev e rifiutare ogni contatto con Berlinguer. Inoltre se il partito comunista italiano entra nel governo, si trova legato al sistema democratico, e questo può significare una possibilità in più per il pci di allontanarsi dalle sue radici staliniane e anche leniniste.
  • La nostra politica, oggi, manca d'immaginazione, si cura apparentemente più dei nostri avversari che dei nostri amici.
  • Continuiamo a considerare la nostra politica estera nella prospettiva dei rapporti Est-Ovest, che era quella del dopoguerra, e non abbiamo voluto comprendere la dicotomia Nord-Sud. E così, ad esempio, ci siamo impegnati dalla parte sbagliata in Angola.

1977[modifica]

Dopo Kissinger pessimista l'ottimismo di Brzezinski

Intervista di Jonathan Power per l'International Herald Tribune, citato ne La Stampa, 5 novembre 1976, p. 1

  • Il pessimismo è una profezia che si autorealizza, e se si è politicamente impegnati, non ci si può permettere un disastro spengleriano come prospettiva di base.
  • L'uomo occidentale ha imparato, e i comunisti stanno imparando in maniera anche più dolorosa, che non si raggiunge mai lo stato di perfezione, che ogni cambiamento sociale è un processo.
  • Io credo che ciò che è storicamente inevitabile nel nostro tempo non sia una qualche rivoluzione utopia, ma la crescente domanda dell'uomo dei suoi diritti personali.

1978[modifica]

  • [Sulla guerra dell'Ogaden] Non ci sono dubbi sul fatto che sia stata la Somalia a violare le frontiere etiopiche.[1]
  • [Sui cubani durante la guerra dell'Ogaden] Quando un piccolo Paese mantiene in un continente come l'Africa un terzo delle sue forze armate, non possono esservi dubbi sulle sue intenzioni politiche e sulla sua attività militare.[2]

1979[modifica]

Brzesinski: la Cee deve essere più forte anche se potrebbe contestare l'America

Intervista di Thomas Kielinger e Michel Tatu, La Stampa, 1 maggio 1979, p. 1

  • Non bisogna illudersi che con uno, due o tre accordi positivi si possa cambiare la natura di un rapporto che ha radici storiche molto complesse.
  • L'abilità dell'uomo di Stato è quella di distinguere tra elementi di competizione ed elementi di cooperazione, cercando di rafforzare i secondi, senza tuttavia trascurare i primi.
  • Non usare la nostra influenza in modo costruttivo in regioni del mondo che invocano mediazioni dall'esterno per far avanzare il processo di costruzione della pace sarebbe da parte nostra un crimine storico.
  • Bisogna tenere presente la totalità della recente esperienza storica europea. L'Europa, nel corso delle ultime decadi ha simultaneamente sperimentato: primo, una lunga guerra civile continentale nell'arco che comprende le due cosiddette «guerre mondiali»; secondo, una massiccia depressione; terzo, lo scadimento del ruolo mondiale con la dissoluzione degli imperi europei; quarto, una profonda trasformazione sociale interna; infine, la divisione in due sfere d'influenza. Tutti questi elementi hanno avuto un impatto dirompente sull'identità europea.
  • Uno dei dilemmi presenti nei rapporti euro-americani e che noi non desideriamo un'Europa debole, arrendevole; d'altra parte ci rendiamo conto che l'Europa, rafforzandosi e quindi diventando più di un partner, inevitabilmente ci contesterà di più.
  • I cinesi sono gente molto matura e di sottile pensiero. A me sembra, lasciando da parte le considerazioni tattiche, che essi siano mossi da una visione a lungo termine del loro ruolo nel mondo.
  • Gli Stati Uniti sono assolutamente prevedibili per quanto riguarda i loro impegni fondamentali. Essi non cambiano solo perché cambia il presidente o il segretario di Stato.

1981[modifica]

  • In passato, c'era tra i democratici, anche nell'Amministrazione Carter, la tendenza a scegliere unilateralmente una politica di acquiescenza. Così, tra la gente di Reagan, c'è la tendenza a scegliere soltanto una politica di confronto e di riarmo. Ma se lo scopo è evitare una nuova guerra fredda e una nuova, illimitata, corsa agli armamenti, l'Occidente deve trovare invece un giusto equilibrio tra queste due linee di politica estera.[3]

1984[modifica]

  • Cernenko non possiede una grande personalità, è l'espressione della burocrazia del partito.[4]

1985[modifica]

Brzezinski giudica il nuovo leader. "Se è un riformista avrà vita difficile"

Intervista di Andrea Tarquini su Michail Gorbačëv, la Repubblica, 15 marzo 1985

  • Sul conto di Gorbaciov, gli occidentali stanno dicendo e scrivendo un mucchio di stupidaggini. Perchè mai la giovane età, degli abiti di buon taglio, maniere affabili ed educate, e una moglie carina dovrebbero essere i segni distintivi di un riformista? Krusciov era un rozzo campagnolo, Deng Xiaoping è un ottuagenario, ed entrambi hanno saputo, in modi diversi, essere dei riformatori. No, il nuovo capo del Cremlino deve ancora mostrare se ha la stoffa di un leader, e quali sono le sue intenzioni. E se davvero vorrà essere l'uomo della Grande Riforma, dovrà affrontare ostacoli immani.
  • Quel che mi sembra interessante in Gorbaciov non è certo la sua età: Stalin, Kruscev e Breznev andarono al potere prima dei sessanta, e quindi semmai le aberrazioni furono le segreterie dei già vecchi Andropov e Cernienko. No, quel che colpisce è che Gorbaciov è il primo leader sovietico che ha saputo farsi scegliere dai suoi predecessori. Egli ha saputo imporsi come l'uomo capace di ispirare fiducia ai vecchi del Cremlino, e di piacere all'Occidente. Qui sta la sua forza, ma anche la sua debolezza. [...] Perchè se prima Andropov e Suslov, poi gli altri vecchi del Cremlino si sono fidati del giovane Mikhail, ciò vuol dire che non hanno certo visto in lui l'uomo che avrebbe spezzato la continuità del sistema. Semmai, egli è stato scelto come il leader che avrebbe saputo ringiovanire il sistema garantendone la continuità, come Andropov aveva continuato a fare. Ringiovanire un sistema centralizzato e burocratico è una cosa, riformarlo è ben altra.
  • Negli anni '60 i sovietici si proponevano di raggiungere o superare gli Usa in tutti i campi. Il gap è invece rimasto invariato sul piano quantitativo della produzione, e si è aggravato dal punto di vista qualitativo. Pensi solo al fatto che l'Urss è l'unico paese industrializzato dove la durata media della vita è scesa. O al fatto che mentre la "High tech", la tecnologia di punta, dà una nuova spinta alla reindustrializzazione dell'America, mentre Europa e Giappone la seguono, e la Cina stessa si muove, il Cremlino deve gestire un'agricoltura primitiva, e un'industria congelata, ferma a vecchie tecnologie.
  • Se il programma "Sdi" renderà inutili i missili sovietici, ciò ridurrà i rischi di confronto. I sovietici ne sono allarmati? È un allarmismo che potrebbe tornare utile, nel senso di persuaderli della necessità di trattare; tanto più che nel frattempo il vantaggio tecnologico Usa aumenta anche nelle armi convenzionali.
  • Ritengo [...] che il riemergere della superiorità americana abbia rafforzato la stabilità del mondo. Instabilità e tensioni erano aumentati proprio quando a metà dei Settanta l'Urss aveva tentato con ogni mezzo di farsi accettare come potenza alla pari con noi.

Secco giudizio di Brzezinski. "Reagan è un leader debole"

Sul Volo TWA 847, la Repubblica, 25 giugno 1985

  • Il dirottamento di Teheran e quello di Beirut sono molto differenti. Cinque anni fa gli iraniani ci ponevano condizioni inaccettabili come la consegna dello Scià. Oggi dagli sciiti provengono richieste spiacevoli ma su cui si può trattare.
  • L'amministrazione [di Ronald Reagan] è come bloccata da quello che avviene in Nicaragua e si disinteressa di quanto succede altrove. [...] Se Reagan non si muove c'è il rischio di una ulteriore pressione nei confronti dei settori arabi moderati con il pericolo di nuove prove di forza.
  • [Su Nabih Berri] Non è un interlocutore credibile.

1989[modifica]

  • Nell'evoluzione del postcomunismo è importante lo sviluppo particolarissimo del Pci e l'attività pionieristica che ha avviato in campo ideologico.[5]
  • Credo che siamo quasi al punto di poter eliminare gli impulsi che diedero inizio alla guerra fredda. Ma non penso che ci si possa arrivare annullando i due blocchi, dissolvendo le due alleanze militari. Credo che sia vero il contrario. Nato e Patto di Varsavia debbono creare una struttura di collegamento che garantisca una stabilità europea pur consentendo il cambiamento. E il summit di Malta è un primo sondaggio in questa direzione.[6]

La profezia di Brzezinski

Intervista di Enrico Franceschini, la Repubblica, 21 febbraio 1989

  • Se Gorbaciov vuole ottenere autentico progresso economico, deve concedere più democrazia, ma il prezzo che pagherebbe è l' instabilità politica in Urss, che è un sistema multinazionale pronto ad esplodere, come si è già visto in Armenia e nelle regioni baltiche. Viceversa, se Gorbaciov vuole mantenere la stabilità politica, dovrà rinunciare ad un vero progresso economico, perché solo con la liberalizzazione dei mercati e dei prezzi, solo attraverso individualismo e pluralismo, il suo tentativo di riforma può avere successo.
  • Io sostengo infatti che Gorbaciov è un revisionista, molto più vicino ad un Dubcek che ai suoi predecessori del Cremlino. Io sono favorevole a quel che Gorbaciov sta facendo, ma non penso che produrrà mai un genuino sistema pluralista. Prevedo piuttosto una fase di protratta turbolenza, in cui assisteremo da un lato a concessioni eclatanti che Gorbaciov potrebbe fare, come l'abbattimento del muro di Berlino o la restituzione al Giappone delle quattro isole di Kuril, in cambio di crediti e aiuti occidentali; e dall'altra a rivolte etniche, ribellioni di massa, anche armate.
  • Il comunismo, in Urss, potrà fare posto ad uno statalismo nazionalistico che non è per forza strettamente marxista-leninista, lo statalismo c'era in Russia anche prima del '17, anche se con ciò non voglio dire che si tornerà al regime degli zar.
  • C'è grande dibattito, oggi, sulla guerra fredda, sul fatto se sia finita o no. È un dibattito semplicistico. Alla gente piace giocare con le parole, e allora ci giocherò anch'io: la guerra fredda si è intiepidita. Le relazioni tra noi sono più calorose, ma le differenze di valori e di ideali rimangono. In Europa, molti ritengono che l'Occidente dovrebbe fare di più per superare queste differenze, e per aiutare Gorbaciov a vincere la sua perestroika. Io invece non penso che l'Occidente possa fare molto, perché neanche Gorbaciov può fare molto per evitare il fallimento, a meno che non rinunci al leninismo, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe.
  • In Cina non ci sono le tensioni multinazionali dell'Urss, perché la classe contadina non è andata distrutta, perché c'è Honk Kong, perché ci sono all'estero 40 milioni di cinesi con molti soldi, perché i cinesi possono fare appello a certi valori culturali tradizionali per ristrutturare il loro comunismo e formare un sistema imprenditoriale e commerciale, e infine [...] la società cinese è sufficientemente adattabile per rendere questa trasformazione possibile.

1990[modifica]

  • No, Walesa non è populista. Vuole appoggiare il governo, spegne ogni focolaio di scioperi. Potrebbe rovesciare l'esecutivo, invece non lo fa. Il problema è che lui è al posto sbagliato, fuori dal processo decisionale, e deve farsi sentire.[7]
  • [Su Lech Wałęsa] Quando si detiene il potere c'è sempre e ovunque il pericolo di abusarne. Ma lui non ha istinti dittatoriali, crede nella democrazia per cui ha lottato. È stato il leader della lotta al comunismo e per le riforme, vuole continuare a esserlo. È autocratico, sì, ma sarà un autocrate democratico che governa sviluppando e allargando le libertà.[7]
  • L'Europa sul piano geopolitico, non esiste. Sta cercando di emergere, ma non c'è ancora riuscita. Quanto al Giappone, non sa assumersi alcuna responsabilità in materia di sicurezza nazionale e non è pronto a farlo.[8]
  • Per gli Anni 90, il Golfo Persico e il Medio Oriente resteranno le zone più esplosive; in secondo piano io penso si possano collocare l'Unione Sovietica o l'Europa orientale, soprattutto la Jugoslavia, l'Albania, la Bulgaria e tutti i Paesi dell'Est; ma è soprattutto nelle prime due regioni che le crisi saranno più gravi. Ci saranno problemi anche nell'Africa del Suf, ma non coinvolgeranno il resto del mondo.[8]

1991[modifica]

"Gorby? Un simbolo come Elisabetta II"

Intervista di Ennio Caretto su Michail Gorbačëv, la Repubblica, 10 dicembre 1991

  • Non credo che [l'Unione sovietica] possa ricostituirsi in qualche altra forma, sotto la Russia. L'Ucraina non lo accetterebbe di sicuro.
  • [Sull'Unione degli Stati Sovrani] Gorbaciov ha sbagliato a insistere su una nuova federazione, nessuno la vuole.
  • Le forze armate sovietiche sono ridotte alla disperazione, temono di scomparire insieme col Cremlino. L'America e l'Europa devono fare del loro meglio per impedire una catastrofe. [...] Devono riconoscere l'Ucraina, e poi devono essere presenti economicamente e politicamente sulla scena sovietica.

"Eltsin ha riempito un vuoto pericoloso"

Intervista di Ennio Caretto sulla dissoluzione dell'Unione Sovietica, la Repubblica, 29 dicembre 1991

  • [Sulla Comunità degli Stati Indipendenti] È un istituto che esige una certa parità tra i membri. Ma essi non sono affatto eguali. Da un lato la Russia tende a dominarla mentre dall'altro l'Ucraina vuole una vera indipendenza: l'ho toccato con mano, ci sono stato di recente. Anche supposto che tutto vada per il meglio, la Comunità sarà condizionata da entrambi i due colossi. Il resto delle repubbliche sarà autonomo soltanto in apparenza. In sostanza dipenderanno da Kiev o da Mosca.
  • Alcune repubbliche non sono in grado di sopravvivere da sole economicamente, e non hanno leader nazionali. In realtà esse erano vassalli del Cremlino e i loro governanti sono uomini di ieri, comunisti travestitisi da nazionalisti. E le aspettano problemi enormi di coordinamento e di sviluppo. Per non parlare dell' instabilità e delle scontento interni.
  • Eltsin è stato liberamente eletto e ha riempito con impeto un pericoloso vuoto di potere. Si può discutere se lo abbia fatto democraticamente o no. Ma rispetto all'Urss, i cambiamenti da lui promossi sono un passo avanti storico. Di rado il mondo ha assistito a una rivoluzione simile.
  • [Su Michail Gorbačëv] Ha svolto una funzione importante, ma si è lasciato superare dagli eventi. Poteva ritirarsi prima. Doveva capire che nell' Urss la decentralizzazione era il presupposto del rinnovamento. Senza di essa, sarebbero impossibili le eventuali - sottolineo eventuali - democratizzazione del sistema e graduale ripresa dell' economia. La decentralizzazione è un evento positivo.
  • Sono probabili conflitti etnici, ma non guerre civili vere e proprie. Mi inquieta di più la prospettiva del crollo sociale ed economico dell'ex impero sovietico. L'aeronautica civile è sul punto di fermarsi, e presto sarà la volta delle ferrovie. Il sistema di distribuzione dei prodotti alimentari si è sfasciato. Non funziona più l'assistenza sanitaria. E via di seguito. Ne va di mezzo il tessuto sociale del paese.

1992[modifica]

  • [«Davvero Bill Clinton sarà un nuovo John Kennedy?»] Francamente spero proprio di no. [...] A mio avviso lo stile politico di Clinton assomiglia a quello che fu del presidente Johnson, più attento ai problemi di natura interna che a quelli internazionali. So quanto conti la leggenda, so che per gli intellettuali europei Kennedy era un politico elegante e raffinato, mentre Johnson appariva brutale e volgare, ma ciò che importa adesso, per l'opinione pubblica americana sono i problemi economici.[9]

1996[modifica]

Colloquio con Zbigniew Brzezinski, esperto di politica internazionale

Intervista di Lucio Caracciolo, Limes, Ombre russe - n°2 - 1996

  • A livello strategico, militarmente parlando, la Russia è ancora una superpotenza, ma a livello tattico non lo è più. E non lo è nemmeno dal punto di vista economico, finanziario e culturale. Le manca soprattutto la dimensione globale della superpotenza.
  • L’eventuale ricostruzione dell’impero russo potrebbe influire negativamente sugli interessi americani se ciò avvenisse per coercizione. L’uso della forza significherebbe che la Russia è diventata una dittatura di carattere nazional-sciovinista e come tale sarebbe una minaccia per i suoi vicini. Perciò, gli Stati Uniti dovrebbero sostenere il pluralismo geopolitico nello spazio ex sovietico e il modo migliore per favorirlo è sostenere i nuovi Stati indipendenti che intendono rimanere tali.
  • A mio avviso [...] l’applicazione meccanicistica della «terapia dello shock» alla Russia è stato un errore. Non esistevano né le condizioni politiche né quelle economiche per l’applicazione di tale terapia. Il tentativo di imporre modelli occidentali ha provocato una naturale reazione antioccidentale.
  • L’espansione dell’Europa significa che Mosca avrà meno opportunità di stabilire un predominio geopolitico in Europa centrale. A mio avviso bisogna procedere con l’espansione dell’Europa, mentre allo stesso tempo va chiarito che l’allargamento della Nato non è fatto in funzione antirussa, ma è invece finalizzato alla costruzione di una valida struttura di sicurezza per l’Europa.
  • La Nato è una struttura di si­curezza collettiva ed è per questo che agli americani non si chiede se sono pronti o no a morire per l’Anatolia ma se sono disposti a farlo per la comune sicurezza d’Europa e d’America.
  • Coloro che si oppongono all’allargamento della Nato sono di fatto gli stessi che optano per un’Europa tronca, di cui alcune parti rimarrebbero poco sicure, percorse da fremiti etnici ed esposte ad ambizioni imperiali.

1997[modifica]

«Russia nella Nato? Sì, non umiliatela»

Intervista della Los Angeles Times sull'allargamento dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord, citato ne La Stampa, 12 giugno 1997, p. 27

  • Per attenuare il risentimento della Russia dobbiamo offrirle le migliori condizioni possibili che, a mio giudizio, comportano che l’allargamento della Nato sia accompagnato da un trattato o da una carta con la Russia che garantisca una reale cooperazione NATO-Russia. Se la Russia accetterà, le relazioni tra l’occidente e la Russia saranno stabili e improntate alla cooperazione. Se la Russia rifiuterà, a soffrirne sarà solo la Russia proprio in quanto contribuirà al suo isolamento. Un rifiuto da parte della Russia sarà la ripetizione dell’errore storico commesso da Stalin quando rifiutò il piano Marshall. Un eventuale rifiuto condannerebbe la Russia all’arretratezza.
  • L’opposizione all’allargamento della Nato viene esclusivamente dalla elite politica, che è poi essenzialmente il vecchio apparato della politica estera sovietica divenuto oggi l’apparato della politica estera russa. Per costoro è difficile digerire il fatto che la Russia non è più una potenza imperiale con la sua sfera di influenza nell’Europa centrale.
  • Lebed è stato a pranzo a casa mia a metà gennaio e in quella circostanza abbiamo parlato a lungo della NATO. Anche se non è mia intenzione mettergli delle parole in bocca, Lebed mi fece capire che la questione dell’allargamento della Nato veniva affrontata dalla elite russa in modo da creare il rischio dell’autoisolamento della Russia. A suo giudizio l’elite russa stava facendo dell’inutile allarmismo. Personalmente non riteneva un problema l’allargamento della NATO. Scherzosamente lasciò intendere che il modo migliore per affrontare la questione consisteva nel dare un nuovo nome alla Nato per poi procedere al suo allargamento. Ai russi non sarebbe restato altro che accettare la nuova realtà in quanto a molti russi è solamente il nome che da fastidio in quanto riporta alla memoria i giorni della guerra fredda quando erano tutti condizionati dalla propaganda sovietica e indotti a considerare la Nato un nemico.
  • Lebed è una persona molto franca. Non si perde in inutili giri di parole e ovviamente non si lascia influenzare dagli slogan di facile presa. E ciò che più conta, rifiuta in modo categorico l’intera tradizione imperiale. Dice con chiarezza che la sua idea di una Russia moderna coincide con l’idea di una Russia che non sia più uno Stato imperiale.
  • Se Lebed non verrà assassinato, è l’uomo più forte e probabilmente il candidato più credibile nella corsa alla presidenza della Russia.

1998[modifica]

Zbigniew Brzezkinski: "Sì la Cia entrò in Afghanistan ben prima dei russi"

Intervista di Vincent Jauvert sull'invasione sovietica dell'Afghanistan, Nouvel Observateur, 15 gennaio 1998; citato in andreacarancini.it, 18 agosto 2021

  • Secondo la versione ufficiale della storia, l’aiuto della CIA ai mujaheddin iniziò nel 1980, vale a dire dopo che l’esercito sovietico aveva invaso l’Afghanistan, il 24 dicembre 1979. Ma la realtà tenuta segreta è tutt’altra: fu in effetti il 3 luglio 1979 che il presidente Carter firmò la prima direttiva sull’assistenza clandestina agli oppositori del regime filosovietico di Kabul. E quel giorno scrissi una nota al presidente nella quale spiegavo che a mio avviso questo aiuto avrebbe provocato un intervento militare dei sovietici.
  • Non spingemmo i russi a intervenire, bensì aumentammo scientemente la probabilità che lo facessero.
  • Questa operazione segreta fu un’eccellente idea. Essa ebbe per conseguenza di attirare i russi nella trappola afghana e lei vuole che io la rimpianga? Il giorno in cui i sovietici attraversarono ufficialmente la frontiera, scrissi al presidente Carter, in sostanza: "Noi abbiamo adesso l’occasione di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam".
  • L’Occidente, si dice, dovrebbe avere una politica globale nei confronti dell’islamismo. Questo è stupido: non esiste l’islamismo globale. Consideriamo l’Islam in modo razionale e non demagogico o emotivo. È la prima religione del mondo con 1,5 miliardi di fedeli. Ma cosa c’è in comune tra l’Arabia Saudita fondamentalista, il Marocco moderato, il Pakistan militarista, l’Egitto filo-occidentale o l’Asia centrale secolarizzata? Nulla di più di quello che unisce i paesi della cristianità...

1999[modifica]

Il compromesso è una sconfitta

Sulla guerra del Kosovo, la Repubblica, 29 maggio 1999

  • Il modo di condurre la guerra in Kosovo da parte del presidente americano Bill Clinton è stato irresponsabile. Il suo eccessivo ricorso alla diplomazia ha minato la credibilità della campagna militare, mentre le sue prudenti tattiche militari hanno privato la sua diplomazia del dovuto prestigio. Il suo vago accenno a 50.000 "tutori della pace" non risponde alla semplice cruciale domanda: come entreranno in Kosovo? Nessuna meraviglia che l'uomo forte serbo, Slobodan Milosevic, non si sia arreso. La decisione moralmente fallimentare della Nato di non assumersi alcun rischio militare nelle operazioni che hanno l'obiettivo di impedire la pulizia etnica ha lasciato ai criminali di Milosevic mano libera per distruggere la comunità kosovara.
  • La penosa realtà è che la campagna di bombardamenti è stata condotta come se le vite umane in gioco dovessero essere valutate a tre differenti livelli: le vite più preziose sono quelle dei piloti americani, con tattiche militari esplicitamente adottate per ridurre al minimo le loro perdite; poi vengono quelle degli ufficiali di Milosevic, i cui quartieri generali hanno costituito un bersaglio soltanto quando erano vuoti; quelle che valgono meno sono le vite dei kosovari stessi, a vantaggio dei quali non è stato corso alcun rischio. Questa apparente indifferenza ha già colpito la posizione generale dell'America. Ogni governo democratico è comprensibilmente riluttante a perdere le vite dei suoi soldati. Ma condurre una guerra, in cui non venga fatto alcuno sforzo - anche se la vita dei suoi combattenti professionisti è esposta a qualche rischio - per proteggere le maggioranze indifese, priva la sua stessa attuazione del suo più alto obiettivo morale.
  • La politica di Mosca non è guidata dal desiderio di aiutare gli Usa o di rafforzare la Nato. Infatti, quello che realmente la Russia vuole è uno scacco della Nato, che discrediti contemporaneamente l'atteggiamento generale dell'America (evitando al tempo stesso uno scontro aperto fra la Russia e l'Occidente). Pensare diversamente significa dimostrare un'incredibile ingenuità. In queste circostanze, l'unica soluzione accettabile è l'imposizione del controllo effettivo del Kosovo da parte delle forze della Nato, unitamente al reale ritiro dell'esercito serbo.

Cecenia, obiettivo genocidio

Sulla seconda guerra cecena, La Stampa, 18 novembre 1999, p. 24

  • Il piano che il Cremlino sta per mettere in atto in modo quanto mai deliberato comporterebbe le seguenti tappe: 1) Bombardamento massiccio delle città cecene, per costringere i civili ad abbandonare il Paese. Questa strategia è già stata largamente applicata. 2) Progressivo accerchiamento militare dei ribelli, spinti verso le concentrazioni urbane o semi-urbane dove i ceceni non possono usare ancora le stesse tattiche che hanno permesso di infliggere pesanti perdite ai russi. 3) A differenza del precedente conflitto, i russi non hanno alcuna intenzione di impegnarsi in costosi combattimenti di strada contro uomini assediati e determinati.
    L'idea, invece, è di utilizzare nuove armi contro i ceceni, prendendoli alla sprovvista con esplosivi e sostanze chimiche (tra cui i gas asfissianti), per annientare letteralmente – a debita distanza – le decine di migliaia di ribelli che, spinti dai russi, si raccolgono intorno alle rovine delle città. [...] L'obiettivo finale di questa strategia sarà il genocidio, al quale il mondo intero assiste passivamente.
  • Un chiaro successo militare [russo], innanzitutto, stimolerà ulteriormente le aspirazioni neo-imperialistiche di Mosca, accrescendo il prestigio dei peggiori elementi della dirigenza russa. La politica di questo Paese farebbe un passo indietro.
  • I ceceni resistono da oltre 120 anni. Non sono né russi né ortodossi. E inoltre, in questo conflitto, sono le vittime. Le sofferenze che oggi vengono loro inflitte ricordano la decisione presa da Stalin nel '44 di cancellare questo popolo, deportandolo in Asia centrale.
  • Sebbene la Cecenia sia peggio del Kosovo, la Russia non è la Serbia, e un'azione in stile Nato non è in discussione. Il conflitto ceceno assomiglia a quello di Timor Est, in cui una forte pressione internazionale, senza minacce militari, ha convinto l'Indonesia che un accordo pacifico sarebbe stato più vantaggioso per i suoi interessi nazionali.

2000[modifica]

  • Quanto sia fallito l'esperimento democratico russo è dimostrato dal fatto che l'ipotesi di un Putin-Pinochet equivalga a un buon augurio per la Russia.[10]

Clinton, troppa fretta con «mister» Putin

La Stampa, 2 giugno 2000, p. 30

  • Nelle relazioni con la Russia, Clinton merita un certo credito. La denuclearizzazione di Ucraina e Bielorussia e la riduzione bilaterale delle forze strategiche sono state negoziate con tenacia e con successo. L'indipendenza dell'Ucraina è stata supportata con forza. Gli Stati Uniti hanno esteso le loro relazioni con stati indipendenti nel Caucaso meridionale e in Asia Centrale. Ancora più importante il fatto che, sotto l'impulso di Clinton, la Nato stia allargandosi a Est, e l'amministrazione si sia impegnata a continuare tale espansione, includendo gli stati sul Baltico.
  • L'amministrazione non soltanto ha avvallato il bombardamento del parlamento Russo ordinato dal Cremlino nel 1993, ma ha insistito nel salutare Boris Eltsin come provato democratico, sebbene la sua presidenza fosse una miscela di anarchia e autoritarismo. Tristemente, facendo così ha screditato il vero significato della parola democrazia agli occhi di molti russi.
  • L'amministrazione Clinton ha «compreso» e anche giustificato due guerre russe contro il popolo ceceno. Clinton ha paragonato la campagna russa agli sforzi fatti da Lincoln per salvare l'unità americana e ha proclamato, sommerso dalle critiche, che l'obiettivo della guerra era quello di «liberare Grozny».

«L'Unione? È tutta da costruire»

La Stampa, 7 settembre 2000, p. 2

  • L'Europa è un'entità non ancora ben definita, composta di nazioni individuali, ognuna con una propria politica estera. L'Europa è qualcosa di ancora troppo poco prossimo alla definizione di Unione europea. Probabilmente si tratterà in futuro di una confederazione, e con ogni probabilità vedremo la sovranità di ciascun Paese fondersi in una formula più ampia.
  • Sappiamo tutti cos'è l'Unione europea, sappiamo cos'è la Nato, ma ciò che non conosciamo sono i confini esterni dell'avventura europea. È ben chiaro che quando parliamo di Europa oggi ci riferiamo soltanto a metà dell'Europa.
  • Porzioni di questo mondo si trovano in Paesi che hanno potenziato la loro capacità bellica. Inoltre, bisogna tenere cono che l'Europa si trova più vicina geograficamente a quelle minacciose realtà.

2001[modifica]

  • Fra le varie regioni del mondo l'Estremo Oriente e, in senso lato, il continente asiatico è senza dubbio l'area dove si registra il maggior numero di attriti nazionali che non hanno trovato alcuna via di composizione e che quindi possono degenerare in qualsiasi momento.[11]

La Nato non è un quiz

La Stampa, 25 maggio 2001, p. 30

  • La minaccia un tempo rappresentata dall'Unione Sovietica è scomparsa, e la Russia è impegnata in un difficile processo di autoridefinizione. Di conseguenza, la Nato va trasformandosi da alleanza difensiva focalizzata su un pericolo molto concreto in una coalizione di sicurezza integrata che copre l'intero spazio euro-atlantico, e ha la capacità di reagire alle minacce portate alla pace entro i confini di questa regione, ma anche nelle aree contigue.
  • Siccome la Nato è un'alleanza militare e non una garanzia unilaterale di protezione, ciascun paese membro deve offrire un impegno credibile in materia di autodifesa; non solo, ma deve essere pronto a contribuire tangibilmente alla sicurezza collettiva anche quando non sia direttamente minacciato.
  • Qualunque Stato considerato idoneo a essere ammesso nell'UE deve essere automaticamente ritenuto idoneo anche all'ingresso nella Nato, purché sia disposto a contribuire in un modo oggettivamente misurabile alla propria difesa e alle missioni di sicurezza collettiva della Nato.

L'ex consigliere Brzezinski: sottovalutate le sofferenze di palestinesi e iracheni

Intervista di Tg3 sulla guerra al terrorismo; citato ne L'Unità, 7 novembre 2001, p. 6

  • Esiste un’Europa, esiste un ruolo europeo in questa guerra? Lo sapete voi stessi, la risposta è no. [...] Esistono azioni individuali dei singoli Stati dell’Unione europea, azioni che apprezziamo, ma niente di più.
  • Siamo sostanzialmente soli in questa guerra. Non ci possiamo far incantare dalla solidarietà. Alcune nazioni in qualche misura ci aiutano, altre sfruttano solo l’occasione per perseguire i propri obiettivi. Ma questa è una battaglia tutta nostra.
  • [Sull'antiamericanismo nel mondo arabo] Ci sono ragioni legate alla questione palestinese. Abbiamo sottovalutato le sofferenze di quel popolo, come quelle del popolo iracheno. Abbiamo sottovalutato la reazione degli arabi alla nostra presenza militare.

2002[modifica]

«Nessuna alternativa all'integrazione»

Intervista di Paolo Mastrolilli, La Stampa, 25 maggio 2002, p. 2

  • Ci sono ancora parecchie questioni da risolvere, ma la Russia non ha alternative all'integrazione nell'Occidente.
  • Le questioni che devono ancora essere risolte riguardano il consolidamento della democrazia e l'economia di mercato, il sostegno a governi dittatoriali come quello della Bielorussia e la guerra in Cecenia, che deve essere superata con un processo di modello europeo, simile a quello utilizzato dalla Francia in Algeria.
  • La Nato continuerà ad avere un ruolo fondamentale per la sicurezza in Europa, e anche nelle regioni circostanti. Certo non può risolvere la crisi in Medio Oriente, però rappresenta una grande fonte di stabilità internazionale, e chi sostiene che è finita non sa che cosa dice.

Dove nasce il terrorismo

Sulla guerra al terrorismo, la Repubblica, 8 settembre 2002

  • La definizione data dall'amministrazione Bush alla sfida cui l'America deve far fronte è stata formulata in gran parte in termini pseudoreligiosi L'opinione pubblica ha sentito affermare ripetutamente che il terrorismo è un "male", il che è vero senza ombra di dubbio, e che di esso ne sono responsabili i "malfattori", il che è certo. Eppure, dietro a queste più che comprensibili espressioni di condanna, c'è un vuoto storico. È come se il terrorismo, quasi fosse un fenomeno astratto, fosse sospeso nello spazio cosmico, con spietati terroristi che agiscono sotto qualche influenza satanica non riconducibile ad alcuna specifica motivazione.
  • Chiaramente, la causa principale dell'odio nei confronti dell'America è il coinvolgimento americano in Medio Oriente. Non si può ignorare il fatto che la percezione politica araba sia stata forgiata dal contatto della regione con il colonialismo francese e inglese, dal fallimento del tentativo arabo di precludere l'esistenza di Israele, dal susseguente sostegno americano ad Israele, e dalle dirette ingerenze del potere americano nella regione. È specialmente l'ingerenza del potere americano ad essere stata percepita dagli elementi più fanatici della regione come un'offesa alla purezza sacrale e religiosa della custodia da parte dell'Arabia Saudita dei luoghi santi dell'Islam, come una ferita al benessere del popolo iracheno. L'aspetto religioso aggiunge fervore al loro zelo, ma merita sottolineare che alcuni dei terroristi dell'11 settembre non avevano un tenore di vita ispirato al rispetto dei dettami religiosi. Il loro attacco al World Trade Center ha avuto una precisa connotazione politica. Nonostante tutto, però, in America c'è stata una considerevole riluttanza ad affrontare le dimensioni storiche più complesse di quest'odio. Per vincere la guerra al terrorismo, dunque, occorre prima di tutto stabilire due obiettivi primari: il primo è quello di distruggere i terroristi e il secondo quello di dare avvio ad uno sforzo politico che si concentri sulle condizioni che hanno portato alla loro genesi.
  • L'assai ristretta e univoca definizione della minaccia terroristica proposta dall'amministrazione Bush rappresenta il rischio particolare di far sì che altre potenze estere non si lascino sfuggire l'occasione di utilizzare la parola "terrorismo" per sostenere i loro programmi, come stanno facendo il presidente Vladimir Putin in Russia, il Primo Ministro Ariel Sharon in Israele, il Primo Ministro Atal Bihari Vajpayee in India e il Presidente Jiang Zemin in Cina. Per ognuno di loro l'astratta definizione americana di sfida terroristica è diventata un espediente e un vantaggio al tempo stesso. Quando parlano con gli americani, Putin e Sharon difficilmente riescono a pronunciare una frase senza utilizzare la parola terrorismo, così da trasformare quella che è la lotta americana al terrorismo nella loro lotta contro quei particolari vicini di casa musulmani.

Attacco impossibile senza complicità interne

Intervista di Maurizio Molinari sulla crisi del teatro Dubrovka, La Stampa, 26 ottobre 2002, p. 3

  • Si tratta di una conseguenza dell'indifferenza mostrata dal mondo intero di fronte alla lenta ma progressiva distruzione di una piccola nazione, di fronte al lento ma progressivo genocidio di un piccolo popolo. L'unica soluzione è che il Cremlino comprenda ciò che l'America comprese ai tempi del Vietnam e prima ancora la Francia ai tempi dell'Algeria: la necessità di riconoscere il diritto all'autodeterminazione di un popolo, in questo caso quello ceceno.
  • C'è un'interessante domanda che bisogna porre in questo momento: chi nell'attuale struttura del potere russo ha cooperato con chi ha pianificato questo attacco terroristico nel centro di Mosca? [...] Senza tali aiuti nulla del genere sarebbe stato possibile.
  • Ogni persona razionale, padrone del proprio intelletto, non può non chiedersi come sia mia stato possibile che un gruppo di individui, forse nel numero di quaranta, molti dei quali indossano un'uniforme regolare, con in braccio armi di tipo automatico e in possesso di numerose cariche esplosive abbiano potuto arrivare tranquillamente a Mosca, muoversi in strada agilmente con dei veicoli fino a raggiungere il teatro, entrare senza incontrare alcuna difficoltà e quindi prendere in ostaggio diverse centinaia di persone. Mi pare del tutto ovvio che qualcuno ha avuto un'interesse concreto nel fatto che tutto ciò si avverasse.

NATO. I sei comandamenti

La Stampa, 21 novembre 2002, p. 7

  • La «seria e addensante» minaccia del terrorismo può essere sconfitta con l'organizzazione di una risposta militare e politica su vasta scala che tenga conto dei luoghi da cui scaturisce il terrorismo e di coloro che lo incitano politicamente. L'unità di intenti fra America e Europa in questo è indispensabile, con la Nato come momento essenziale di unione.
  • Durante la Guerra Fredda, la Nato è stata l'alleanza centrale, politica e militare, che ha salvato la pace e che ha creato le precondizioni per la liberazione dell'Europa dell'Est. Una Nato allargata è adesso la più importante alleanza politico-militare che lega assieme un'Europa non più divisa e l'America.
  • [La Nato deve] preparare attivamente e promuovere una prossima ridefinizione dello spazio geopolitico della comunità atlantica, eventualmente comprendendo in essa l'Ucraina, come la Georgia e l'Azerbaigian. È opportuno notare che diversi anni fa l'idea di includere i Paesi baltici era considerata impensabile.
  • [La Nato deve] incoraggiare l'evoluzione della Russia in un Paese che condivida i valori democratici attraverso una nuova e più intensa cooperazione Nato-Mosca. Contemporaneamente non si può nascondere il nostro disgusto per le atrocità commesse dai russia in Cecenia, che non favoriscono certo l'aspirazione russa ad essere visti come un Paese democratico europeo e che non sono compatibili con la condotta e le norme militari della Nato.

2003[modifica]

  • Il sostegno alla politica repressiva di Israele rischia di trasformare quel Paese in un nuovo Sud Africa dell'apartheid.[12]

Brzezinski: le cose peggioreranno se non si cede il potere agli iracheni

Intervista di Paolo Mastrolilli, La Stampa, 15 giugno 2003, p. 2

  • [Sull'Iraq] Più si allontana la nascita di un governo locale, più aumenta l'insoddisfazione della gente, e questo ingrossa anche le file di coloro che sono pronti a usare la violenza per far fallire il progetto americano.
  • [Sulla mancanza di arma di distruzione di massa in Iraq] È necessario capire, perché la credibilità dell'America nel mondo è a rischio. Bisogna sapere perché una simile impressione è stata creata dall'Amministrazione. Chi l'ha sviata? L'errore dell'intelligence è stato commesso in buona fede, oppure qualcuno lo ha incoraggiato?
  • I palestinesi devono compiere passi concreti per fermare i terroristi, ma affinché lo facciano gli israeliani debbono offrire contropartite tangibili che giustifichino lo sforzo.

Potere e paranoia dell'America di Bush

Sulla guerra al terrorismo, la Repubblica, 19 novembre 2003

  • Paradossalmente, l' America non è mai stata tanto potente nel mondo quanto lo è oggi, eppure la sua posizione politica globale non era mai precipitata tanto in basso. Perché? Dall' 11 settembre, una tragedia che ha comprensibilmente sconvolto e indignato gli americani, gli Stati Uniti hanno adottato, ai livelli più alti del governo, quella che è giusto definire una visione paranoica del mondo.
  • Bisogna a tutti costi resistere alla tentazione di tuffarsi a capofitto nell' allettante immagine di un'America pronta a lanciare operazioni preventive, unilaterali, sulla base del sospetto che un paese possieda armi di distruzione di massa, poiché a questo si riduce attualmente l'intera dottrina americana. Senza una riforma radicale dei servizi d'intelligence, gli Stati Uniti, detto con grande semplicità, non hanno informazioni sufficienti per compiere un'azione preventiva con qualche credibilità.
  • Può una potenza mondiale fornire una leadership globale costruita sull'ansia e sulla paura? La necessità di aprire un dibattito davvero serio non può essere negata "teologizzando" la minaccia di un "terrorismo", che è «usato da gente che odia le cose» mentre noi siamo «gente che ama le cose», per dirla con le parole del massimo portavoce dell'America. Il terrorismo è una tecnica per uccidere. Essa non può essere un nemico. È come se noi dicessimo che la Seconda guerra mondiale non è avvenuta contro i nazisti, bensì contro il blitzkrieg. Noi dobbiamo chiederci piuttosto chi sia il nemico, e qual è la ragione che lo spinge ad attaccarci.
  • [Sul conflitto israelo-palestinese] Certo, il terrorismo palestinese va condannato e rifiutato. Ma ciò non si deve de facto tradurre in una politica di sostegno a una repressione sempre più brutale, agli insediamenti dei coloni, e a un nuovo muro. È in gioco il destino di un paese democratico, Israele, che gli Stati Uniti si sono impegnati a difendere da oltre 50 anni. Ben presto, però, svanirà la soluzione dei due Stati. Molto presto la realtà degli insediamenti - fortificazioni coloniali in cima a colline con piscine, accanto a favelas prive d'acqua potabile, e dove il 50 per cento della popolazione è disoccupata - farà sfumare la prospettiva della soluzione dei due Stati con un muro che frammenta ancor più la Cisgiordania e infligge ulteriori sofferenze umane.
  • Oggi, per la prima volta, l'impegno americano all'idealismo su scala mondiale è minacciato da una sensazione di vulnerabilità. Gli americani sono destinati a vivere in un mondo insicuro. È un fatto inevitabile. Come tutti gli altri, dobbiamo imparare a conviverci.

2004[modifica]

  • Il presidente russo Vladimir Putin è un dittatore mascherato da leader democratico. Le gravissime interferenze del Cremlino sulla crisi politica di Kiev ne sono l'ulteriore conferma.[13]

«L'obiettivo di Mosca: ricostruire una piccola Urss»

Intervista di Maurizio Molinari sulla rivoluzione arancione, La Stampa, 24 novembre 2004

  • [Su Vladimir Putin] Lui e gli ex agenti del Kgb come lui che lo circondano nelle stanze del Cremlino condividono idee nostalgiche, sognano di realizzare nel prossimo futuro una nuova versione dell'Unione Sovieticia, creata attorno a un'unione di popoli slavi come quelli della Bielorussia e dell'Ucraina.
  • Una vittoria della democrazia a Kiev rafforzerebbe chi a Mosca si batte e vuole la democrazia. Una sconfitta della democrazia a Kiev invece darebbe forza a chi a Mosca persegue disegni nostalgici ed è animato da propositi illiberali e dispotici.
  • La posta in palio in Ucraina è davvero molto alta. Per l'Europa, per gli Stati Uniti, per chiunque ha a cuore la democrazia.

2005[modifica]

«Non ho dubbi: a Mosca lo volevano morto»

Intervista di Paolo Mastrolilli su Papa Giovanni Paolo II, La Stampa, 3 aprile 2005

  • I media avevano scritto che ero stato io a far eleggere Giovanni Paolo II, complottando col cardinale di Filadelfia Krol. Quella presunta notizia veniva da un rapporto fasullo del Kgb, diffuso per spargere la disinformazione su un tema che preoccupava molto Mosca. Era una tale fesseria, che quando vedevo il Papa ci scherzavamo sempre su.
  • Verrà ricordato come un faro che ha brillato in un periodo caratterizzato dal cinismo, il vuoto spirituale, e anche l'incertezza politica provocata dalla guerra fredda.
  • Giovanni Paolo II ha rilanciato la fede, ma non solo quella cattolica. Ha fatto riflettere tutti sull'esistenza di qualcosa che trascende gli esseri umani, affascinando i laici e i credenti di qualunque denominazione.
  • Il comunismo significava vuoto materialistico, violenza politica e barbarie intellettuale. Wojtyla, invece, è stato il simbolo dei valori opposti: fede, dignità umana, spiritualità, libertà. Con la sua testimonianza ha sgretolato l'impero sovietico dall'interno.

2007[modifica]

La guerra al terrore ha snaturato gli Usa

Sulla guerra al terrorismo, la Repubblica, 26 marzo 2007

  • La «Guerra al terrorismo» ha dato vita in America a una cultura della paura. L'elevazione di queste tre parolette a mantra nazionale da parte dell'Amministrazione Bush, dopo i terribili eventi dell'11 settembre, ha avuto un effetto deleterio sulla democrazia americana, sulla psiche americana e sulla reputazione degli Stati Uniti nel mondo. L'utilizzo di questa formula ha di fatto pregiudicato la nostra capacità di affrontare in modo efficace le vere sfide che ci impongono i fanatici che potrebbero utilizzare il terrorismo contro di noi.
  • In sé e per sé la formula è priva di significato: non definisce con precisione né un ambito geografico né il nostro presunto nemico. Il terrorismo non è un nemico, bensì una tecnica di guerra: è l'intimidazione politica attuata con l'uccisione di esseri umani disarmati. Può anche essere che l'indeterminatezza della frase sia stata intenzionalmente (o istintivamente) calcolata dai suoi sostenitori. Il costante riferimento a una «guerra al terrorismo» ha di fatto conseguito un obiettivo primario, quello di favorire l'affermarsi di una cultura della paura. La paura obnubila la ragione, intensifica le emozioni e rende più facile per i politici demagogici mobilitare l'opinione pubblica nell'interesse delle politiche che si prefiggono di perseguire. Senza quel legame psicologico instaurato tra lo shock dell'11 settembre e la presunta esistenza di armi irachene di distruzione di massa, la guerra in Iraq non avrebbe mai conseguito il supporto del Congresso di fatto ottenuto.
  • La cultura della paura è come il genio fatto uscire dalla lampada: acquisisce vita propria e può diventare demoralizzante.
  • L'atmosfera generata dalla "guerra al terrorismo" ha incoraggiato la vessazione legale e politica degli arabo-americani. La discriminazione sociale, per esempio quella nei confronti dei musulmani che viaggiano in aereo, è anch'essa una conseguenza collaterale involontaria: non deve stupire il fatto che il risentimento nei confronti degli Stati Uniti sia cresciuto perfino tra musulmani per altro non particolarmente interessati al Medio Oriente, mentre la reputazione dell'America di leader nel promuovere rapporti costruttivi interrazziali e interreligiosi ne ha gravemente sofferto.
  • La cultura della paura ha alimentato l'intolleranza, il sospetto nei confronti degli stranieri, l'adozione di procedure legali che sono deleterie per i principi fondamentali della giustizia. Il principio secondo il quale si è innocenti fino a quando la colpevolezza non è dimostrata si è stemperato, se già non si è dissolto del tutto, e alcune persone - anche cittadini statunitensi - sono incarcerate per lunghi periodi senza un giusto processo. Non vi è alcuna prova sicura di cui si abbia testimonianza che un simile eccesso ha effettivamente scongiurato qualche significativo attentato terroristico, né che gli arresti di presunti terroristi di qualsivoglia tipo siano serviti a qualcosa. Un giorno gli americani si vergogneranno di tutto ciò.
  • Un'alleanza globale dei moderati, inclusi quelli musulmani, impegnata in una campagna dichiarata volta a estirpare i network specificatamente terroristici e a porre fine ai conflitti politici che alimentano il terrorismo sarebbe stata molto più fruttuosa di una «guerra al terrorismo» contro il «fascismo islamico» proclamata demagogicamente e pressoché unilateralmente dagli Stati Uniti.

2008[modifica]

"L'Occidente deve armare la Georgia"

Intervista di Maurizio Molinari sulla seconda guerra in Ossezia del Sud, lastampa.it, 13 settembre 2008

  • L’Occidente deve aiutare la ricostruzione economica della Georgia perché ha subito seri danni. La ricostruzione è essenziale per la stabilità, mentre sappiamo che Putin e Lavrov vorrebbero rovesciare il presidente Saakashvili. In secondo luogo dobbiamo offrire assistenza militare perché, se la Georgia dovesse rimanere indifesa, anche la più insignificante delle provocazioni potrebbe dare modo ai carri russi di marciare su Tbilisi, come fecero su Praga nel 1968.
  • Nessuno in Russia vuole entrare in guerra con gli Stati Uniti e l’Occidente ma, se la Georgia sarà indifesa, la tentazione russa potrebbe diventare incontenibile: farebbe gola a chiunque poter occupare Tbilisi, tagliare l’oleodotto Baku-Ceyhan e trasformare l’Azerbaigian in satellite senza colpo ferire.
  • Quando Putin afferma che il collasso dell’Urss è stato il maggior disastro geopolitico del XX secolo, lascia intendere che vuole ricostruirla attraverso l’estensione del controllo russo sui nuovi Stati indipendenti già parte dell’Urss e prima ancora dell’Impero russo. Questa tentazione imperiale nuoce alla Russia e l’antidoto è costituito da più stretti rapporti con l’Occidente.
  • Chi si ricorda il nome del presidente dell’Urss negli Anni 50? Tutti pensano a Stalin ma lui non era il presidente. Il punto non è chi ricopre la carica di Capo dello Stato ma chi ha il potere reale.
  • Putin sta seguendo gli esempi di Stalin e di Krusciov. Chiunque conosca un poco la Russia se ne rende conto. Eccetto Silvio Berlusconi.
  • L’interesse di Mosca sta in un più forte e saldo rapporto con l’Occidente. Non è suo interesse creare un asse con la Cina.

Intervista a Zbigniew Brzezinski

Intervista di Michael Mechanic, Mother Jones, 4 settembre 2008; citato in ariannaeditrice.it, 2 ottobre 2008

  • [«Quali sono per lei i fallimenti più rilevanti dell'amministrazione Bush?»] Ne emergono due in particolare. Il primo è la guerra totalmente auto-distruttiva in Iraq, che ha enormemente minato la posizione americana nel mondo, e, ancor peggio, l'influenza globale dell'America. Servirà molto tempo per rimediare a queste conseguenze. Il secondo è l'economia, che ha non solo danneggiato la capacità di sussistenza di migliaia di americani ma sta anche danneggiando la fiducia in sé del paese. L'insieme di questi aspetti costituisce un trascorso penoso.
  • Stiamo conducendo una guerra contro il terrorismo, ma abbiamo avuto la fortuna che non sia stato commesso alcun atto di terrorismo contro gli Stati Uniti dall'11 settembre. È in parte fortuna, in parte conseguenza del semi-isolamento dell'America e in parte il risultato, forse, di un buon lavoro di spionaggio e controspionaggio. Ma ben poco è dovuto alle conseguenze dell'auto-generatosi clima di terrore in questo paese, che ha prodotto reazioni ridicole, molte delle quali non sono certo servite a scoraggiare o prevenire il terrorismo.
  • Più siamo invasivi e più li mettiamo sotto pressione, più il nazionalismo in Iran si unisce al fondamentalismo.
  • [Sulla guerra in Iraq] Le persone che hanno perpetrato questa calamità dicono che non possiamo andarcene finché le cose vanno male. E se le cose vanno meglio, per esempio grazie al surge, dicono che non possiamo andarcene proprio adesso che vanno meglio.
  • La lezione principale [dell'amministrazione Bush] è che non si deve fare demagogia con gli americani, perché ti si ritorce contro. In secondo luogo, si deve informare ed educare il popolo americano se si vuole ottenere il suo stabile sostegno nella politica estera, e bisogna stare molto attenti a non ingannarlo perché significa poi perdere il suo appoggio. E in terzo luogo bisogna essere preparati a ridefinire il ruolo dell'America, perché l'idea che sia abbastanza potente da dettare legge al mondo è stata screditata negli ultimi otto anni.
  • [«Lei ha consigliato McCain in passato. Perché appoggia Obama?»] Perché sento in lui un'istintiva e cerebrale comprensione di cosa sia il mondo oggi, e di come l'America debba ridefinirsi in rapporto a questo mondo così da essere una forza autenticamente costruttiva e da riuscire ad ispirarlo. Può suonare molto ambizioso, ma penso che la scelta sia tra questo o un maggiore isolamento, una sorta di gated community, una comunità recintata globale, mentre il mondo scivola verso condizioni sempre più caotiche.
  • [«A proposito di sapienza politica, come valuterebbe la diplomazia nell'era di Bush?»] Praticamente inesistente. Voglio dire, guardi il totale fallimento degli sforzi per promuovere la pace tra Israele e i palestinesi.
  • Mi ha stupito la frequenza e la pervasività di pubblicità pomposamente patriottiche per l'industria della difesa, solitamente accompagnate da deferenti saluti agli uomini e alle donne che stanno sacrificando le loro vite per difenderci. Siamo attualmente la potenza più orientata militarmente. Ma abbiamo davvero bisogno di tutto questo per la nostra sicurezza?

2011[modifica]

  • L'America dovrà trattare con i Fratelli musulmani se questi faranno parte della scena politica, lo stesso vale per Hamas e Hezbollah. Altrimenti quei gruppi si radicalizzano e acquisteranno più peso politico.[14]

2013[modifica]

Zbigniew Brzezinski: la strategia Obama e una visione lungimirante per l'Europa

Intervista di Stefan Grobe, it.euronews.com, 20 gennaio 2013

  • Abbiamo una dottrina Obama, ma non una strategia Obama. [...] Penso che, prima di tutto, dovrebbe prendere atto, come punto di partenza, che il conflitto globale tradizionale a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi 200 anni, in futuro non esisterà più. Voglio dire che la nozione di egemonia globale da parte di una singola potenza non è più possibile, anche per la più potente. Ma allo stesso tempo dovremo affrontare conflitti più numerosi e simultanei con rischi potenzialmente molto alti. Perciò la nostra risposta deve essere molto più intelligente, diversificata e, si spera, decisa collegialmente con gli altri Stati. Evitando così una sorta di scontro totale, implicito invece nella nostra esperienza storica più recente.
  • Se si guarda all’Europa e ad alcuni dei suoi problemi è come trovarsi davanti a uno specchio e vedere riflessi i nostri problemi: gravi problemi fiscali, conflitti socio-economici, una seria polarizzazione interna, paralisi politica e l’assenza di una visione condivisa e convincente del futuro. Per cui possiamo imparare l’uno dai problemi dell’altro.
  • Lei ha definito Cina, India, Russia potenze emergenti. Ma a ben vedere solo una di queste è una potenza emergente. Le altre due non lo sono. Una è in lotta con la nostalgia del passato e l’altra ha un’opinione esagerata di se stessa, data la sua generale condizione socio-economica, pur avendo un grande potenziale. C'è una sola potenza emergente ed è la Cina. E certamente dobbiamo prestarle attenzione.
  • In Europa alcuni tendono ai particolarismi, una sorta di tendenza nostalgica verso il passato e questo non risolverà i problemi dell’Europa. Oggi l’Europa ha bisogno di una visione più suggestiva e lungimirante, simile a quella che aveva qualche decennio fa e che oggi manca.
  • Putin si preoccupa del passato, della nozione del potere mondiale della Grande Russia, della creazione di qualcosa di simile all’Unione Sovietica ma con un nome nuovo. Tutti obiettivi irrealistici che, alla fine, non credo che la maggioranza dei russi sosterrà.

L'America da sola non fermerà la guerra. Obama mobiliti il mondo

Sulla guerra civile siriana, la Repubblica, 30 agosto 2013

  • Le guerre civili sono sempre brutali. Quella siriana è allo stesso tempo un fanatico conflitto religioso e un violento scontro etnico interno.
  • Come potrebbe uno Stato, di qualsiasi orientamento geopolitico o religioso, rifiutare di associarsi alla condanna collettiva di un disumano omicidio di massa di civili mediante agenti chimici lanciati con armamenti moderni?
  • Nello scenario peggiore, la crisi siriana potrebbe rispecchiare le violenze, un secolo fa, nei Balcani, e che all'inizio vennero trascurate.

2014[modifica]

Crisi ucraina, Brzezinski: "Putin vuole ricostruire l'Unione Sovietica"

Intervista sull'annessione della Crimea alla Russia, it.euronews.com, 7 marzo 2014

  • [Vladimir Putin] aveva già detto cose come "il collasso dell’Unione Sovietica è la più grande calamità del ventesimo secolo". Pensate a cosa significhi. Prima guerra mondiale: milioni di persone uccise. Seconda guerra mondiale: milioni e milioni di persone uccise. Più l’Olocausto. La guerra fredda: la minaccia di un disastro nucleare per tutta l’umanità. Nulla di tutto questo è stato importante, per lui, come la scomparsa dello Stato del quale era un agente segreto, nel Kgb. Lui vuole ricostruire l’Unione Sovietica. L’Ucraina è la posta in palio.
  • La mia opinione è che lui aveva ipotizzato di proseguire in questa operazione, se non ci fosse stata reazione da parte degli ucraini e dell’occidente. Poteva continuare con questa mossa, prendere l’Ucraina un pezzo alla volta e, alla fine, smembrarla e imporre un governo di sua scelta a Kiev.
  • Se i russi rifiutano un accordo sulla Crimea, vi garantisco che un’ampia maggioranza di ucraini che non sono anti-russi, diventeranno anti-russi.

Brzezinski: «Ucraina decisiva, Putin non è più un partner credibile»

Intervista di Ugo Tamballi sull'annessione della Crimea alla Russia, st.ilsole24ore.com, 25 ottobre 2014

  • [Sulle rivendicazioni russe sull'Ucraina in base alla lingua comune] Non sono d'accordo. Lei dunque pensa che una parte importante del Belgio sia francese? O che molti svizzeri siano tedeschi? La lingua non determina necessariamente l'identità nazionale. Seri studi suggeriscono che il numero di russi e di coloro che s'identificano come russi in Ucraina, è attorno ai 4/5 milioni. È tuttavia vero che una significativa porzione di Ucraina centrale e orientale usi il russo come lingua predominante. È ugualmente una semplificazione grossolana affermare che il Paese sia parte della storia russa. In realtà gli ucraini sono stati soggiogati dalla Russia: è stato loro impedito lo studio della loro storia e attivamente scoraggiato l'uso della lingua.
  • [«Vladimir Putin è ancora un partner credibile?»] Sfortunatamente no. E questo vale anche per molti dei suoi associati che d'improvviso sono diventati estremamente ricchi, mentre la popolazione russa nel suo complesso vive ancora in una condizione di ritardo.
  • Se il fanatismo religioso si diffonde in Medio Oriente, i russi ne sono vittime potenziali. Hanno una vasta popolazione islamica che può essere attratta dagli appelli radicali, dato specialmente il trattamento che i musulmani hanno subito dal potere di Putin.

2015[modifica]

"Cina e Russia possono essere nostri alleati nei conflitti"

la Repubblica, 29 settembre 2015

  • Se potessi plasmare la politica estera nella sua interezza, mi piacerebbe creare uno scenario nel quale noi statunitensi e cinesi e russi fossimo più consapevoli degli interessi che condividiamo più che delle divergenze che abbiamo in termini di diversi sguardi sui diversi conflitti.
  • [I cinesi] hanno iniziato a pensare sempre più spesso, negli Anni '50 e, con maggiore chiarezza, negli Anni '60 che l'alleanza sino-sovietica a un certo punto corresse il rischio di spaccarsi e ciò potesse offrire agli Usa l'occasione di essere pronti a sfruttarla. All'epoca notai che tra i cinesi e i sovietici o russi c'erano autentici dissidi. Mi accorsi che, pur nel bel mezzo del Comunismo, i cinesi erano prima di ogni altra cosa cinesi. Vado fiero del fatto di essermene accorto. Poi ho anche visto i russi offendere i cinesi, trattandoli da burattini, e mi è parso che a un certo punto i cinesi avrebbero reagito. Ho pensato che questo potesse fornire qualche logica spiegazione per un rapporto più bilanciato con l'America, nel quale la Cina potesse avere una chance in più, oltre che essere un'appendice all'ostilità sovietica nei nostri confronti.
  • Oggi ci stiamo avviando in una fase nella quale la Cina sta riemergendo come potenza mondiale e si presenta una nuova partita da giocare. Spero che riusciremo a gestirla con successo, con senso di responsabilità, evitando le provocazioni che l'una o l'altra parte potrebbe ritenere dirette nei propri confronti.

Citazioni su Zbigniew Brzezinski[modifica]

  • Zbigniew Brzezinski, il giovane e celebre professore di scienze politiche alla Columbia University, giunge a conclusioni analoghe [a quelle di John Kenneth Galbraith] allorché osserva che l'America è oggi in uno stato di transizione fra l'èra dell'industria convenzionale e un'età che egli definisce tecnetronica: «In una società industriale, il modo di produzione passa dall'agricoltura all'industria sostituendo l'azione dell'uomo presso la macchina all'uso della forza umana e animale. Nella società tecnetronica, l'azione dell'uomo alle macchine è sostituita dall'automazione e dalla cibernetica... Nella società industriale, la guida passa dall'élite rurale-aristocratica a quella urbana ‹plutocratica›... Nella società tecnetronica post-industriale, la preminenza del potere finanziario o della plutocrazia, è insidiata a causa d'una leadership politica sempre più influenzata da uomini che posseggono perizia e talento intellettuale di tipo nuovo. La conoscenza diviene uno strumento di potere.» (Alberto Ronchey)

Note[modifica]

  1. Citato in Ogaden: la Somalia accusa di collusione USA e URSS, L'Unità, p. 15.
  2. Citato in La frattura tra le superpotenze ricucita nei corridoi dell'Onu?, La Stampa, 2 giugno 1978, p. 20.
  3. Citato in Brzezinski si difende, La Stampa 23 gennaio 1981, pp. 1-2.
  4. Citato in Lo conosco, è un burocrate senza personalità, La Stampa, 14 febbraio 1984, p. 3
  5. Citato in E Brzezinski elogia i "pionieri" del Pci, la Repubblica, 5 luglio 1989.
  6. Citato in "Malta può essere una nuova Yalta", la Repubblica, 3 novembre 1989.
  7. a b Citato in "Walesa Presidente della repubblica è l'ultima speranza per la Polonia", la Repubblica, 30 giugno 1990.
  8. a b Citato in E al Duemila arriveremo così, La Stampa, 14 novembre 1990.
  9. Citato in "Clinton non è Kennedy. Somiglia più a Johnson", la Repubblica, 12 novembre 1992.
  10. Citato in Putin, il mistero dello zar che spiò il capitalismo, la Repubblica, 9 gennaio 2000.
  11. Citato in «Stanno scherzando con il fuoco», La Stampa, 3 aprile 2001, p. 3
  12. Citato in Brzezinski: gli Usa un caso di paranoia, la Repubblica, 16 novembre 2003.
  13. Citato in Brzezinski: a Mosca c'è un dittatore, La Stampa, 27 dicembre 2004.
  14. Da Trattare con i Fratelli musulmani, la Repubblica, 8 febbraio 2011.

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