Massimo Scaglione

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Massimo Scaglione

Massimo Scaglione (1931 – 2015), docente universitario, regista teatrale e televisivo italiano.

I Divi del Ventennio. Per vincere ci vogliono i leoni...[modifica]

  • [Su Fosco Giachetti] L'eterno secondo.
  • Il divo truce per eccellenza, Fosco Giachetti, era nella realtà simpatico e spiritoso: difficile immaginarlo in questa veste. [...] A differenza del superpremiato Amedeo, Fosco Giachetti raramente si discosta dal suo personaggio fisso, quello cioè dell'uomo serio e integerrimo, che lotta contro l'ingiustizia e che soffre, quasi sempre in silenzio. (p. 21)
  • Amedeo Nazzari per esempio, ci racconta che all'Eliseo di Roma una sera di fine febbraio viene a vedere lo spettacolo Anna Magnani, non ancora assurta ai fasti del neorealismo, ma moglie del regista Goffredo Alessandrini. Sa che il marito sta cercando il protagonista del film Cavalleria e non esita a segnalarglielo.
  • [Sul cinema italiano del ventennio fascista] Un cinema che si ispira costantemente a Hollywood.
  • Insomma, in campo maschile gli anni '39-'40 premiano i solidi mestieranti, magari attempati, e lasciano in anticamera i pimpanti attori giovani.
  • Amedeo Nazzari può essere il nostro Errol Flynn o il nostro Clark Gable, mentre il suo diretto rivale Fosco Giachetti può essere facilmente paragonato a Gary Cooper o a Henry Fonda. Lo statuario Massimo Girotti potrebbe invece rappresentare il Tarzan nostrano. [...] Il quieto Nino Besozzi potrà conquistare i favori di Ray Milland, Vittorio De Sica sarà uno spiritoso Cary Grant e Rossano Brazzi incanterà il pubblico femminile come Robert Taylor. [...] E se poi paragoniamo il surreale Totò a Buster Keaton il gioco è fatto! (pp. 12-13)
  • [Sui divi del cinema italiano del ventennio fascista] Il Ministero della Cultura Popolare li assisterà con spirito paterno. Prima li inciterà a essere dei cloni hollywoodiani, poi li italianizzerà anche nei nomi e nei cognomi: così alla Osiris verrà tolta la s finale, Rascel diventerà Rascele, Lucy D'Albert sarà Lucia D'Alberti... Alla faccia di Hollywood! (p. 13)
  • Il trionfo di Amedeo Nazzari non ha confronti. [...] Il risultato di Nazzari è clamoroso. Bello, simpatico, dotato di grande comunicativa, è al centro di film popolari [...], è partner delle dive più amate quali Alida Valli o Assia Noris, Luisa Ferida o Elsa Merlini. Rappresenta anche l'ideale della bellezza fascista, virile e cordiale. Può passare con gli stessi risultati dall'eroico aviatore di Alessandrini al malizioso commediante di Neufeld o di Mattoli e la sua duttilità non può che piacere a un pubblico che vedrà in lui il nostro Errol Flynn o il nostro Cary Grant. [...] Nazzari saltabecca da una commedia con i "telefoni bianchi" a un dramma storico; e sempre con risultati accattivanti. (pp. 19-20)
  • È utile osservare che i nomi che contano non soggiornano a lungo da noi, girano un film e se ne vanno insalutati ospiti, anche perché il governo italiano accetta queste immissioni nel nostro panorama divistico ma le dosa con discrezione. (p. 31)
  • Georges Rigaud arriva da noi proprio quando impazza l'autarchia e così il povero divo viene ribattezzato Giorgio Rigato! (p. 31)
  • [Sul cinema italiano degli anni '30-'40] In una produzione che tende a esaltare i valori nazionali a tutti i livelli, dall'arte al lavoro dei campi, dal colonialismo all'agiografia dei nostri grandi personaggi, è inevitabile che anche il mondo musicale passato e presente sia considerato dal nostro mondo di celluloide. Ovviamente è la lirica a fare da padrona, sia attraverso le vite dei nostri compositori sia attraverso la ricostruzione davanti alla macchina da presa delle storie che tali compositori hanno ispirato. (p. 37)
  • Ricordate certi film di Frank Capra con Jean Arthur e James Stewart? Bene, quelli di Bragaglia possono costituire per la nostra cinematografia un palliativo non banale. (pp. 38-39)
  • Il governo fascista ha nei suoi obiettivi più precisi anche quello di valorizzare al massimo il nostro passato e il patrimonio artistico che lo caratterizza. Condottieri come Scipione l'Africano o Fanfulla da Lodi, battaglie come la disfida di Barletta, martiri come Pietro Micca, artisti come Caravaggio per arrivare poi ai nostri aviatori, ai nostri contadini, ai nostri eroi di guerra... È dunque questa cinematografia quasi tutta appannaggio dei nostri attori, sollecitati a usare enfasi e temperamento a più non posso. E, in questo panorama di eroi e di poeti, anche gli esponenti del mondo musicale non tardano a emergere. (p. 39)
  • Esiste una notevole parte della cinematografia del Ventennio che si articola attraverso la produzione di film che passeranno alla storia come quelli dei "telefoni bianchi", per via del candore che investe l'arredamento dei salotti e dei tendaggi di molte nostre commedie. (p. 46)
  • Ci vuole comunque il dopoguerra perché Sordi compia un salto di qualità e il primo regista a valorizzarlo sarà Mario Soldati. (p. 47)
  • Nel cinema del periodo fascista il cattivo si conquista facilmente l'odio dello spettatore perché contro di lui agisce tutta una sceneggiatura che deve esaltare la figura del nostro eroe senza macchia, e che sia impegolato in un'avventura amorosa e che combatta per degli ideali. (p. 57)
  • Osvaldo Valenti nella nostra cinematografia del Ventennio occuperà un posto di primo piano, e si troverà ad assumere anche il ruolo di protagonista, conquistando una popolarità singolare per un interprete votato al ruolo di "vilain". (p. 58)
  • Alessandro Blasetti distingue l'attore da quella che è definita "star". A quest'ultima categoria tutto è permesso: "La star domina nelle paghe, asservisce autori e direttori ai suoi pregi fisici e ai suoi difetti artistici, tocca insieme il massimo del suo livello finanziario e il minimo della sua statura professionale". (p. 125)
  • Intorno agli anni '50 il nostro Amedeo viene scritturato per un film da girarsi in Argentina. Il ruolo però è negativo e Nazzari si rifiuta di girare. Interviene addirittura Evita Perón, ma Nazzari rimane fermo sui suoi propositi e il ruolo dev'essere modificato! (p. 126)
  • I quasi cento film girati nei primi anni '40 occupano a tempo pieno i nostri interpreti, che raramente parlano di censura, che invece esiste e opera già alla fine degli anni '20. [...] Già nell'ottobre del 1930 vige la disposizione che proibisce il rilascio del nullaosta ai film contenenti "anche in minima parte" parole e dialoghi in lingua straniera. Parlare e cantare in inglese, per esempio, pare assai poco patriottico e addirittura infido. (pp. 129-130)
  • [Su Rossano Brazzi] Ovvero, il bello del cinema fascista. (p. 135)
  • [Su Rossano Brazzi] Possiede una bellezza ben temprata dalla pratica sportiva e soprattutto dal pugilato, contende a Massimo Girotti la palma per l'attore più prestante, anche se il suo aspetto fisico sarà più morbido e poco confacente agli ideali rudi e spartani incoraggiati dal Duce. (pp. 135-136)
  • [Su Rossano Brazzi] La popolarità gli verrà con Kean [...]. È arduo per un quasi debuttante impersonare quello che era stato l'attore più affascinante del teatro inglese ma lo scritturato vince la sua battaglia e affronta ruoli sempre più importanti. (p. 136)
  • [A proposito di Gino Cervi] Figlio di un illustre critico teatrale, che non vede di buon occhio la sua propensione per lo spettacolo. E infatti finché lui sarà in vita il giovane Gino si guarderà bene dal recitare. Ma dopo la morte del padre, eccolo subito affrontare il palcoscenico in compagnie prestigiose. (p. 138)
  • Quest'ultimo film [Quattro passi fra le nuvole] conferma la versatilità di Cervi a far vivere gli eroi della storia ma anche a rendere la quotidianità di personaggi umani e dimessi. In questo senso, sarà un regista come Mario Camerini a valorizzare [...] la naturalezza e la misura di Gino Cervi. (p. 138)
  • [Sull'interpretazione di Renzo ne I promessi sposi di Camerini] Malgrado l'età non più verdissima [...] Gino Cervi riesce a rendere credibile il personaggio del giovane innamorato vittima dei soprusi dei potenti e sarà proprio la partecipazione a questo film a renderlo l'attore tra i più popolari del momento. (pp. 138-139)
  • Le finezze cinematografiche di Cervi non si contano. [...] Potendo dunque contare su una versatilità rimarchevole, Cervi affronta ogni genere di film, dalle commedie [...] al dramma borghese [...] alla rievocazione storica [...] al patetismo. Ma dove Cervi nella maturità eccelle è il dramma borghese. (p. 139)
  • [Su Leonardo Cortese] Sprizza simpatia da tutti i pori. (p. 142)
  • [Su Leonardo Cortese] Il nostro eroe si ritrova – senza aver fatto alcun tipo di gavetta – attore giovane, ruolo che manterrà con successo per anni e anni. (p. 142)
  • Leonardo Cortese si segnalerà per il brio, la naturalezza, la simpatia, la versatilità del suo temperamento. (p. 143)
  • [Su Leonardo Cortese] È stato un attore giovane di grande umanità e finezza, incline anche ai ruoli di sofferta sobrietà. [...] Accanto alla simpatia e al brio, sovente nelle sue interpretazioni fanno capolino la malinconia e la pensosità. (p. 143)
  • Il cinema sonoro ha bisogno di attori che sappiano parlare e De Sica, malgrado qualcuno lo ritenga poco adatto per la Settima Arte, viene invitato ad apparire sullo schermo, naturalmente in ruoli brillanti. (p. 145)
  • De Sica ha modo di emergere attraverso una recitazione sottile, ironica e cordiale. (p. 145)
  • Non sono ancora spuntati i Nazzari e i Giachetti e perciò De Sica rimarrà per anni incontrastao interprete. (p. 146)
  • [A proposito di Fosco Giachetti] Il pubblico [...] ormai identifica in lui una sorta di eroe dei nostri tempi. I suoi personaggi sono quasi sempre positivi, rigorosi, intensi. Rappresentano gli ideali fascisti e al tempo stesso autorizzano il pubblico femminile a trovare in lui l'uomo nuovo, che snobba i salotti e che sviluppa le qualità di onestà, di fiducia, di serietà. (p. 148)
  • Recitazione asciutta, espressione corrucciata, intensità costante, Giachetti non tarda a conquistarsi il favore del pubblico, anche perché numerosi registi punteranno su di lui. In mezzo a tanti attori brillanti e salottieri Giachetti ha subito modo di affermare la sua forte e intensa espressività. (p. 148)
  • Giachetti no, non possiede la versatilità di Nazzari, che passa dai ruoli brillanti a quelli drammatici. Fosco di nome, lo è anche di fatto e le sue interpretazioni sono sempre serie, intense, aggrondate. (p. 148)
  • [A proposito di Fosco Giachetti] Le sue interpretazioni, mai superficiali e sempre orientate verso il cliché dell'uomo tutto d'un pezzo, in lotta con i soprusi e vittima dei tradimenti, sia femminili [...] che istituzionali. (p. 149)
  • La carriera del nostro attore [Fosco Giachetti] è tra le più sostanziose di una cinematografia che persegue il sogno di creare nuovi divi in sostituzione di quelli americani. [...] A quale divo hollywoodiano possiamo accostare il nostro Fosco? Humphrey Bogart [...]? Mah, Giachetti è abbastanza fedele a se stesso ed è difficile paragonarlo a qualche altro... È sufficiente esaminare ancora Noi vivi di Alessandrini per capire comunque quanta umanità ci sia nella sua recitazione. (pp. 149-150)
  • [Su Massimo Girotti] Colpisce subito il suo aspetto fisico, proprio di un atleta. [...] Anche se il nostro attore si è fatto le ossa studiando recitazione, è innegabile però che i registi lo notino per l'aspetto fisico. Tant'è vero che Alessandro Blasetti non esiterà ad affidargli il ruolo di protagonista nel celeberrimo La corona di ferro, uno dei pochi film «colossali» nostrani [...]. Buona prova del giovane Girotti, novello Tarzan. (p. 151)
  • [Su Massimo Girotti] Grazie al talento di Visconti, l'attore atleta diventerà interprete efficace a tutto tondo, [...] validissimo anche in teatro. (p. 151)
  • [Su Claudio Gora] Viso interessante, recitazione asciutta e contenuta. [...] Recitazione intensa, un po' aggrondata alla Fosco Giachetti, per intenderci, Gora diventa un eroe romantico, votato ai drammi o comunque alle storie serie. (p. 152)
  • Viso espressivo, recitazione sorniona e intensa, parlata siciliana, abilissimo negli stupori e negli sdegni, Musco si conferma anche sullo schermo come uno dei comici più dotati di questo periodo. (p. 157)
  • [Su Amedeo Nazzari] I registi [...] hanno immediatamente individuato l'estrosità, la predisposizione notevole sia al drammatico che al comico e al brillante. (p. 159)
  • [Su Amedeo Nazzari] Negli ultimi anni affronta i ruoli di carattere con lo stesso impegno e con gli stessi risultati di quando era il numero uno. (p. 160)
  • [Sull'interpretazione di Nazzari ne Le notti di Cabiria] La sua efficace e spiritosa interpretazione del divo nel film di Fellini [...] in cui si prende in giro con garbo e leggerezza, dimostrando quella versatilità che è stata uno degli elementi caratterizzanti di una carriera tutta all'insegna del mestiere e del divertimento. (p. 161)
  • [Su Carlo Ninchi] Il suo aspetto fisico non è da attore giovane né da primo attore. Parrebbe confinato nei ruoli di carattere ma [...] il suo aspetto ruvido [...] non può non attrarre l'attenzione dei nostri registi, sempre alla ricerca dell'uomo nuovo, che possa in qualche modo corrispondere a un ideale fascista da «battaglia del grano». (p. 161)
  • Il Centro Sperimentale di Cinematografia negli anni della sua fondazione ha licenziato numerosi attori e attrici [...]. Ma il più bello uscito dal reame è sicuramente Massimo Serato. [...] Adatto sia ai film in costume che alle commedie di ambientazione borghese. Non deve fare tanta anticamera il giovane divo perché un regista dotato come Mario Soldati gli faccia interpretare il ruolo di protagonista nel film risorgimentale Piccolo mondo antico. (p. 165)
  • [Su Massimo Serato] Una carriera dunque rapida e indolore, che lo porta a essere uno degli amorosi più apprezzati [...]. Il dopoguerra però lo trasformerà radicalmente, al punto di dover abbandonare i ruoli da bello e amato dal pubblico femminile per affrontare personaggi drammatici. (p. 166)
  • Nell'edulcorato panorama dei belli, dei condottieri, degli eroi, degli onesti, degli studenti, il nome di Osvaldo Valenti compare come l'unico divo rappresentante di quel noir che tutti vogliono far credere ci sia stato all'ombra del cinema dei telefoni bianchi. Aveva classe da vendere e si divertiva a stupire [...]. [Alessandro Blasetti] subito ne intuisce le potenzialità di antipatico, ne ammira lo spirito e l'ironia e gli attribuisce una parte importante. (pp. 169-170)
  • [Sull'interpretazione di Osvaldo Valenti ne La cena delle beffe] firma la sua più bella interpetazione, tutta giocata sull'ironia e sulla perversione. Ecco, Osvaldo Valenti è l'unico attore ad assumere le connotazioni di divo pur giocando quasi sempre sulla negatività dei personaggi. (p. 170)

Bibliografia[modifica]

  • Massimo Scaglione, I Divi del Ventennio. Per vincere ci voglioni i leoni..., Lindau, 2005. ISBN 88-7180-561-5

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