Michel Onfray

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Michel Onfray

Michel Onfray (1959 – vivente), filosofo francese.

  • Casanova mi sembra piuttosto ateo, o almeno seguace di un deismo che sfida ogni concorrenza e lascia in pace le creature abbandonate al loro destino; dedito anima e corpo a un edonismo che è agli antipodi degli insegnamenti del Nazareno.[1]

Trattato di Ateologia[modifica]

Incipit[modifica]

Dopo alcune ore di pista nel deserto mauritano, la visione di un vecchio pastore con due dromedari, la sua giovane moglie e la suocera, la figlia e i ragazzi su degli asini, carichi di tutto ciò che è essenziale per la sopravvivenza, quindi per la vita, mi dà l'impressione di incontrare un contemporaneo di Maometto. Cielo bianco e rovente, alberi bruciati e rati, cespugli di spine trascinati dal vento su infinite distese di sabbia arancione, lo spettacolo mi trasporta nell'ambiente geografico — dunque mentale — del Corano, nelle epoche ormai lontane delle carovane di cammelli, dei campi nomadi, delle tribù del deserto e dei loro scontri.

Citazioni[modifica]

  • L'epoca sembra atea, ma solo agli occhi dei cristiani o dei credenti. In realtà, è nichilista. (p. 50)
  • Persiste la vecchia idea dell'ateo immorale, amorale, senza fede né legge etica. (p. 50)
  • Perché mi sembra vero piuttosto l'inverso: «Poiché Dio esiste, allora tutto è permesso». (p. 50)
  • I teisti hanno un bel fare contorsioni metafisiche per giustificare il male sul pianeta pur affermando l'esistenza di un Dio al quale nulla sfugge. I deisti sembrano meno ciechi, gli atei sembrano più lucidi. (p. 52)
  • L'epoca nella quale viviamo non è quindi atea. Essa non sembra ancora neanche postcristiana, oppure lo è molto poco. In compenso, essa resta cristiana, e molto più di quanto appaia. (p. 52)
  • La negatività deriva dal nichilismo consustanziale alla coesistenza di una religione ebraico-cristiana in decadenza e di un postcristianesimo ancora nel limbo. (p. 52)
  • Si può persino pensare che la fine del monopolio in campo religioso dei professionisti della religione abbia liberato l'ir razionale e generato una maggiore profusione di sacro, di religiosità e di sottomissione generalizzata all'irrazionale. (p. 53)
  • Michel Foucault chiamava episteme quell'invisibile ma efficace dispositivo di discorso, di visione delle cose e del mondo, di rappresentazione della realtà che chiude, cristallizza e blocca un'epoca su rappresentazioni fisse. (p. 55)
  • Ma è un pessimo calcolo rinunciare a vivere per non dover morire, perché così alla morte si paga due volte un tributo che è sufficiente pagare una volta sola. (p. 72)
  • Venire al mondo significa scoprire di essere per la morte; essere per la morte significa vivere giorno per giorno la delusione della vita. Solo la religione dà l'impressione di arrestare il movimento. In realtà lo accelera. (p. 72)
  • Lezione numero uno: se rifiutiamo l'illusione della fede, le consolazioni di Dio e le favole della religione, se preferiamo voler sapere optando per la conoscenza e l'intelligenza, allora la realtà ci appare così com'è: tragica. Ma una verità che toglie subito la speranza e consente di non sprecare del tutto la vita collocandola sotto il segno del morto-vivente è meglio di una storia che sul momento consola, ma ci fa trascurare il nostro unico bene: la vita qui e ora. (p. 75)
  • Infatti l'obbedienza si misura bene solo per mezzo di divieti. (p. 75)
  • La logica del lecito e dell'illecito rinchiude in una prigione dove l'abdicazione della volontà vale come atto di fedeltà e prova di comportamento pio – un investimento ripagato profumatamente, ma più tardi, nel paradiso. (p. 77)
  • La Bibbia, col pretesto di contenere tutto, impedisce tutto ciò che non contiene. Per secoli il danno che ne deriva è notevole. (p. 84)
  • Il genere evangelico è performativo – per usare la terminologia di Austin: l'enunciazione crea la verità. Ai racconti testamentari non importa un fico secco del vero, del verosimile o del veritiero. In compenso, essi rivelano una potenza del linguaggio che, affermando, crea ciò che enuncia. Prototipo del performativo: il sacerdote che dichiara sposata una coppia. Per il fatto stesso di pronunciare una formula l'evento coincide con le parole che lo significano. Gesù non obbedisce alla storia ma al performativo testamentario. (p. 121)
  • Gesù è dunque un personaggio concettuale. Tutta la sua realtà sta in questa definizione. (p. 125)
  • Gli evangelisti scrivono una storia, con la quale narrano meno il passato di un uomo che il futuro di una religione. Astuzia della ragione: creano il mito e sono creati da lui. I credenti inventano la loro creatura, poi gli tributano un culto: è il principio stesso dell'alienazione. (p. 125)
  • Paolo si impadronisce del personaggio concettuale e lo veste, gli fornisce delle idee. Il Gesù primitivo non parla affatto contro la vita. (p. 126)
  • Il radicalismo antiedonista del cristianesimo deriva da Paolo non da Gesù, personaggio concettuale silenzioso su questi problemi (p. 126)
  • Io sono per una spietata lettura storica dei tre sedicenti libri sacri. E ritengo necessario studiare la loro origine dentro la storia dell'Occidente e del mondo. (p. 160)
  • Questi tre libri servono più di quanto dovrebbero la pulsione di morte consustanziale alla nevrosi della religione di un solo Dio divenuta religione del solo Dio (p. 160)
  • La possibilità di effettuare prelievi dai tre libri del monoteismo secondo le proprie esigenze avrebbe potuto produrre ottimi effetti. (p. 161)
  • Infatti il monoteismo parteggia per la pulsione di morte, ama la morte, è affezionato alla morte, gode della morte, è affascinato da essa (p. 162)
  • Dal momento che la religione produce effetti pubblici e politici, essa aumenta considerevolmente il suo potere di nuocere. (p. 163)
  • Ogni teocrazia rende impossibile la democrazia. Meglio: un sospetto di teocrazia impedisce l'esistenza stessa della democrazia. (p. 163)
  • Sul terreno della storia si devono riprodurre gli schemi teologici. L'immanenza deve copiare le regole della trascendenza. La Torah racconta le cose senza ambagi. (p. 164)
  • I cristiani non restano indietro quando si tratta di arruolare Dio per i loro misfatti. (p. 165)
  • Dal Gesù umiliato alle umiliazioni praticate in suo nome, la conversione è rapida, facile e la mania durevole presso i cristiani. (p. 165)
  • Il non ebreo non gode degli stessi diritti di chi è membro dell'Alleanza. Di modo che, al di fuori del Libro, l'Altro può essere ispezionato come fosse una cosa, trattato come un oggetto: il goi per l'ebreo, il politeista e l'animista per il cristiano, l'ebreo e il cristiano per il musulmano, l'ateo ovviamente per tutti. (p. 176)
  • E poi, ultimo sofisma, poiché gli uomini sono uguali agli occhi di Dio, poco importa che sulla terra esistano differenze alla fin fine secondarie: uomo o donna? schiavo o proprietario? ricco o povero? Poco importa, dice la Chiesa – prendendo sistematicamente posizione nella storia a favore dei ricchi e dei possidenti... (p. 176)
  • Lo schiavo che recita bene la propria parte di schiavo – come il cameriere sartriano – si guadagna il paradiso (fittizio) con la sottomissione (reale) in terra. (p. 177)
  • La Torah, il Nuovo Testamento e il Corano giustificano la schiavitù per i nemici come segno d'infamia, quindi come umiliazione, destino che tocca al sottouomo, quale sempre è il reprobo che prega un Dio diverso dal loro. (p. 177)
  • Tutti sanno che l'origine della comunità, la genealogia della collettività prende corpo lì, nello spazio intimo della famiglia – la tribù primitiva. Leggere o rileggere Engels e L'origine della famiglia della proprietà privala e dello Stato per convincersene... (p. 184)
  • L'appartenenza dell'islam a una storia che nega la Storia genera una società statica, chiusa in se stessa, attratta dall'immobilità dei morti. (p. 185)
  • La democrazia vive di movimenti, di cambiamenti, di assetti nati da accordi, di tempi fluidi, di dinamiche permanenti, di giochi dialettici. Essa nasce, vive, cambia, si trasforma, si costruisce in relazione a una volontà generata da forze viventi. Ricorre all'uso della ragione, al dialogo tra le parti in causa, all'agire comunicativo, alla diplomazia e alla negoziazione. La teocrazia funziona in modo opposto: nasce, vive e gode dell'immobilità, della morte e dell'irrazionale. La teocrazia è il nemico che la democrazia deve temere di più, ieri l'altro a Parigi prima del 1789, ieri a Teheran, nel 1978, e oggi, ogni volta che Al Qaeda fa parlare le armi. (p. 186)
  • La teocrazia musulmana – come ogni altra teocrazia – implica la fine della separazione tra credenza privata e pratica pubblica. La religione esce dal foro interiore e si impone in tutti i campi della vita sociale. (p. 188)
  • La teoria dei prelievi permette oggi di tributare un culto al significante, pur svuotandolo totalmente del suo significato. Si adora perciò un guscio vuoto, ci si prosterna davanti al nulla – uno dei numerosi segni del nichilismo della nostra epoca. (p. 189)
  • L'islam infatti è strutturalmente arcaico: esso contraddice, punto per punto, tutto ciò che l'Illuminismo ha ottenuto. (p. 190)
  • Ancor più imbarazzante è che il laicismo militante si appoggi all'etica ebraico-cristiana, alla quale molto spesso si limita a togliere l'etichetta. (p. 195)
  • Cambia la forma, resta la sostanza. La laicizzazione della morale ebraico-cristiana assai spesso corrisponde alla iscrittura immanente di un discorso trascendente. (p. 195)
  • I manuali di morale nelle scuole repubblicane insegnano l'eccellenza della famiglia, le virtù del lavoro, la necessità di rispettare i genitori e di onorare i vecchi, la fondatezza del nazionalismo, i doveri verso la patria, la diffidenza verso la carne, il corpo e le passioni, la bellezza del lavoro manuale, la sottomissione al potere politico, i doveri verso la povera gente. Che cosa troverebbe da ridire il parroco del paese? Patria, Lavoro, Famiglia, la santa trinità laica e cristiana. (p. 195)
  • Il pensiero laico non è un pensiero scristianizzato, ma cristiano-immanente, nel quale, dietro un linguaggio razionale, spostato sul piano del concetto, persiste la quintessenza dell'etica cristiana. Dio lascia il cielo per scendere sulla terra. Egli non muore, non viene ucciso, non viene utilizzato con parsimonia, ma lo si acclimata sul terreno della pura immanenza. (p. 196)
  • Come non è giusto mettere sullo stesso piano vittima e carnefice, così non si deve tollerare la neutralità, ostentare benevolenza per ogni forma di discorso, compresi quelli che appartengono al pensiero magico. Bisogna restare neutrali? Ci possiamo permettere ancora questo lusso? Non credo. (p. 198)
  • Essi sanno che esiste un solo mondo e che ogni offerta di un oltremondo ci fa perdere l'uso e il beneficio del solo mondo esistente. È questo il vero peccato mortale. (p. 198)
  • Il monoteismo passa per essere la religione del Libro – ma sembra piuttosto la religione di tre libri che non si sopportano affatto.
  • Dio non è morto perché non è mortale. Una finzione non muore.
  • Dirsi ateo è difficile: atei si è chiamati.
  • Gli oltremondi mi sembrano subito contromondi inventati da uomini stanchi, sfiniti, essiccati dai ripetuti viaggi tra le dune o sulle piste pietrose arroventate. Il monoteismo nasce dalla sabbia.
  • Dappertutto ho constatato quanto gli uomini favoleggiano per evitare di guardare in faccia la realtà. La creazione di oltremondi non sarebbe molto grave se non venisse pagata a caro prezzo: l'oblio della realtà, e dunque la colpevole negligenza del solo mondo esistente.
  • Mosè, Paolo di Tarso, Costantino, Maometto, in nome di Jahwèh, Gesù e Allah, loro utili finzioni, si danno da fare per gestire le forze oscure che li invadono, li agitano e li tormentano. Proiettando sul mondo le loro perfidie essi lo oscurano ancora di più e non si liberano di nessuna pena. L'impero patologico della pulsione di morte non si cura con un'irrorazione caotica e magica, ma con un lavoro filosofico su di sé. Un'introspezione ben condotta ottiene che arretrino i sogni e i deliri di cui si nutrono gli dèi. L'ateismo non è una terapia, ma una salute mentale recuperata.
  • Il silenzio di Dio permette la chiacchiera dei suoi ministri che usano e abusano dell'epiteto: chiunque non crede al loro Dio, dunque a loro, diventa immediatamente un ateo.

Explicit[modifica]

Nel momento in cui si profila uno scontro decisivo – forse già perduto... – per difendere i valori dell'Illuminismo contro le affermazioni magiche, bisogna promuovere una laicità postcristiana, ossia atea, militante e radicalmente opposta a quella che ci obbliga a scegliere tra la religione ebraico-cristiana occidentale e l'islam che la combatte. Né Bibbia né Corano. Ai rabbini, ai preti, agli ayatollah, agli imam e ai mullah, io continuo a preferire il filosofo. Contro tutte le teologie strampalate, preferisco fare appello alle correnti di pensiero alternative alla storiografia filosofica dominante: burloni, materialisti, radicali, cinici, edonisti, atei, sensisti, gaudenti. Essi sanno che esiste un solo mondo e che ogni offerta di un oltremondo ci fa perdere l'uso e il beneficio del solo mondo esistente. È questo il vero peccato mortale.

Citazioni su Michel Onfray[modifica]

  • Ci si può chiedere perché darsi la pena di confutare le allegazioni di un Trattato di ateologia che non tiene la strada, da qualunque lato lo si prenda. È fare molto onore a un libro la cui sostanza intellettuale è molto magra. [...] Non si tratta di rispondergli sullo stesso tono, ma neppure di lasciar passare, senza suonare la campanella, un'aggressione simile. (Irene Fernandez)
  • Con Michel Onfray, abbandoniamo la pratica intellettuale comune – quella che verifica le fonti, pone degli argomenti coerenti e mira a elevare l'uomo – per scendere al livello di una demagogia militante che si sperava scomparsa dopo i rigurgiti del XX secolo. (Matthieu Baumier)
  • È la nuova star della filosofia francese. Perché Michel Onfray non propone teoremi di idee, ma parla soprattutto di felicità. (Manuela Grassi, «Panorama» data? data?)
  • Il ragionamento di chi attacca le religioni è in realtà un postulato, si sostituisce alla conoscenza dei concetti e degli argomenti attaccati, di modo che l'offensiva non viene condotta contro le ragioni delle persone e delle religioni incriminate, ma contro l'immagine fantastica che l'autore degli attacchi si è fatto di esse. Cosa ne è stato dell'equilibrio? Dov'è finito lo spirito critico? Dov'è la filosofia? Dov'è la capacità dell'intellettuale di formulare tesi verificabili e legittime, tenendo conto anche di argomenti che non vanno necessariamente nella stessa direzione? (Matthieu Baumier)

Note[modifica]

  1. Citato in Lydia Flem, Casanova, traduzione di Stefano Simoncini, Fazi, 2006, introduzione.

Bibliografia[modifica]

  • Michel Onfray, Trattato di Ateologia, traduzione di Gregorio De Paola, Fazi Editore, 2005.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]