Roberto Cotroneo

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Roberto Cotroneo

Roberto Cotroneo (1961 – vivente), giornalista, scrittore e critico letterario italiano.

  • Odio le biblioteche immense, fatte di migliaia di dorsi che non si leggeranno mai, buone per riempire scaffali, per non vedere pareti bianche. (da Presto con fuoco)
  • Eppure deve esistere una calligrafia delle passioni. (ibidem)
  • Ma è nell'ora del mezzogiorno che il trionfo supremo delle forze positive si risolve in rinunzia, la loro vivacità finisce in sonno, la loro pienezza in debolezza. Sappia la straniera che il giudizio verrà dalla luce meridiana. Quando la volontà di vivere si ritira, assorbita dall'indifferenza come acqua dalla sabbia. (da Otranto)
  • Solo di notte passeggiando per i bastioni come fossi uno spettro leggero mi rivolgo a quei rari e timorosi passanti che ancora si lasciano avvicinare, e li scongiuro: liberatemi dalle catene del giorno, della luce meridiana. Solo così sarò libera di apparirvi in sogno. (ibidem)
  • C'è una legge di natura che sappia spiegare perché il mio desiderio per Nunzia sia rimasto intatto, a dispetto del tempo? Una legge che mi dica perché non c'è più una sola notte che io non desideri quel corpo, fino a sentirmelo addosso, come se Nunzia fosse ancora con me, in quelle stanze che dànno sul giardino? (da L'età perfetta)
  • Io ero diventato un uomo che non aveva più lettere da scrivere, libri da leggere, amici da incontrare. Guardavo le case e cercavo di spiare quello che c'era dentro, il buio oltre i vetri, le luci deboli; convinto che il tempo fosse solo una modalità dello spazio, e il passato qualcosa che sta un poco in più in là, in fondo a quel corridoio. (ibidem)
  • Sul mare la memoria corre più veloce, silenziosa, si immerge e risale tra i flutti, ma soprattutto si mescola. Voi non sapete cosa significa questa parola: mescolarsi. Pensate che le cose vostre sono le vostre, e le mie sono le mie. E pensate che le vite sono come le frange di quelle tende che ci sono nei bar del mio paese, tutte di paglia, una accanto all'altra, che cadono giù dritte toccandosi una con l'altra, certo, ma senza intrecciarsi tra loro. E invece non è così. Invece noi sappiamo che le vite si arrangiano una con l'altra, si confondono, si immergono in storie che non sono le loro per poi uscirne di nuovo cambiate. (da Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome)
  • Come si potevano perdere le parole che correvano per il mondo, e con le parole perdere intere vite, intere storie che nessuno avrebbe potuto ricostruire uguali? (ibidem)
  • Oggi vivo di insonnia e di nostalgie. Specie nei giorni che precedono la primavera, nei giorni di vento, sono preda di rimpianti a cui non so dare un nome. (da Questo amore)
  • L'odore del mare quel pomeriggio era acre, la sabbia fredda e sottile. Seduto accanto a me Edo prese un piccolo bastoncino, e con il bastoncino si mise a disegnare stanze sulla sabbia. Le stanze dove saremmo stati sempre assieme. (ibidem)
  • Ora lei mi chiede se io sarei capace di scriverla, questa storia. Almeno di scriverla, visto che non ho parole per dirla. (da Il vento dell'odio)
  • Ho suonato per tutta una vita. Per me suonare era come camminare. La cosa più naturale possibile. Mi sono seduto davanti a un mare che sento addosso anche quando non lo vedo, un mare che vorrei continuare a sognare per tutte le notti che mi rimangono ancora. E te lo posso dire. Tutto ha avuto un senso e tutto era necessario. E no, non ho nemmeno un rimpianto.... (da E nemmeno un rimpianto. Il segreto di Chet Baker)
Blowin' in the web
  • Abbiamo trasformato lentamente i social network, senza che molti media se ne accorgessero troppo, da luoghi dell'esibizionismo, luoghi del mostrarsi per quello che si fa, in luoghi dell'anima, in luoghi dove finalmente l'identità prende un suo ruolo sempre più importante, e dove il privato e il pubblico sono divisi sempre meno, sono una linea sottile, fragile, impercettibile. (da Il libro che si scrive ogni giorno, Sette, 6 luglio 2012)
  • Il testo, la musica, l'arte, la fotografia, il cinema, e in generale anche le immagini sono manipolabili, citabili, ricostruibili come fossero dei Lego della modernità, dei Lego pieni di senso che nessuno prima sapeva davvero come usare. Il lato emozionale dei social network ha fuso inconsci, per dirla con Jung, trasformandoli in collettivi, generando altri mondi e altre scritture. Ha cercato risposte in domande che si fanno nel vento del web, e a sua volta ha generato domande che nessuno prima aveva pensato esistessero. Siamo di fronte a un lenta rivoluzione sociale e culturale, che forse sarà lunga, e troverà molte resistenze. Ma che potrebbe cambiare tutto. (ibidem)
  • È come se attraverso i nuovi mezzi che conosciamo molto bene, a cominciare dai social network, il mondo avesse aperto il suo catalogo: lasciandoci scegliere quello che vogliamo, ma anche permettendoci di inventare mondi che prima non c'erano nella nostra vita. Cambiando i linguaggi, inventando il nuovo libro del mondo che è di tutti, che tutti possono leggere, e che non è scritto in modo convenzionale. (da È scoppiata la rivoluzione interiore, Sette, 13 luglio 2012)
  • Raccontare la propria identità è un outing emotivo a cui tutti stanno cominciando a cedere, e non perché manca il pudore di fare attenzione a quel che si scrive e si dice. Ma perché è cambiata una nuova forma di senso del pudore: quella del pudore interiore. E forse questa è la nuova rivoluzione, la liberazione interiore di oggi è come la liberazione sessuale degli anni Sessanta. Se questa liberazione interiore ed emotiva, fatta di poesia e letteratura, musica e altre storie, diventa il proprio dna, non si può più prescindere da questo. Ma se tutte queste cose diventano il nostro dna vuol dire che siamo più colti e più intelligenti di prima, ma soprattutto più sensibili e ricettivi. Così il web 2.0 diventa un luogo di domande e di risposte, ma soprattutto di ascolto, a cui nessuno saprà più rinunciare senza rinunciare a una parte importante di se stesso. (ibidem)
  • Il significato della fotografia non è più eternizzare un momento importante, ma è portare tutti gli attimi dell'esistenza, anche quelli che non hanno un particolare significato, in una dimensione eterna. Fossilizzare la vita appena si compie, addirittura prima che si compia. [...] E se prima la fotografia era la vita quando assume un forte significato emotivo e simbolico, ora la foto diventa qualcosa che prende significato in quanto condivisione, e non come scatto in sé. (da Lo sguardo (rovesciato) dei nuovi fotografi, Sette, 20 luglio 2012)
  • Possiamo dire che siamo alla terza fase del grande fratello di George Orwell. La prima era quella classica: uno che controlla tutti. La seconda è quella televisiva: tutti che controllano pochi dentro una casa. La terza è quella di oggi: tutti che controllano tutti. E dunque un controllo collettivo. (da Il lato debole di Internet, Sette, 27 luglio 2012)
  • L'esperienza del web rischia di essere il contrario dell'esperienza nella vita pratica. Sul web più che cercare stimoli inattesi, cerchi esperienze da ripetere, come fosse un continuo reiterare un desiderio che già conosci. L'inatteso è filtrato, a volte censurato. Se qualcuno dice cose che non capisco e non condivido potrei cancellarlo o toglierlo dai miei follower. E allora l'esperienza non è mai l'avvento dello sconosciuto nel conosciuto, non è mai la mescolanza di saperi, ma il ripetersi di cose che rafforzano identità fragili confermandole. Tutti quelli che la pensano come me commentano le mie opinioni, e mi aiutano a non perdermi. Quindi si tratta di un'esperienza filtrata. (ibidem)
  • Per quanto il web non abbia voce, genera un rumore assordante, ed è incapace di silenzio. Mentre il corpo comunica in silenzio, sempre. L'assenza e il silenzio sono due elementi intollerabili nelle nuove relazioni sociali del web. Perché assenza è fuga, è rifiuto, è cancellazione di se stessi. E il silenzio è come coprirsi con un velo e non essere visti. Nell'esperienza della vita il corpo è presenza e assenza, e il silenzio è empatia, sentimento persino. La parola, la scrittura sono invece verbo, racconto, e dunque verità e falsificazione insieme. (ibidem)
  • La modernità si lega sempre con l'arcaico. L'essere dentro la rete ha un rapporto stretto con il divino e con la teologia. I social network sono una comunità dove le domande e le risposte sulla vita e sui temi dell'esistenza si ripetono, sono continue. [...] Il logos è nella rete. (da Dio nella rete, Sette, 3 agosto 2012)
  • La rete è il regno delle psicologie, dei sogni, dell'anima e del divino. Come sappiamo prescinde dal corpo, e lascia al logos, o al verbo, e in ogni caso alla parola, la responsabilità di creare, di generare il mondo, di rendere tutto possibile. (ibidem)
  • L'immaginario di tutta la fantascienza è sempre stato lo stesso: le macchine, i robot, prenderanno il sopravvento sull'uomo. Nessuno invece avrebbe immaginato che una gigantesca identità condivisa, un'anima del mondo sempre più ampia, partendo da questa strana trascendenza del web, avrebbe cambiato noi stessi e le cose sulla terra fino a questo punto. (ibidem)
  • La rete è un campo sterminato dove si possono cogliere fiori di citazioni, versi poetici, frammenti di saggezza. Poi si tratta di arricchirli con la propria esperienza personale, di condividerli, di confrontarsi, e di lasciarsi suggestionare da quanto scrivono gli altri. (da L'intellettuale di Voghera, Sette, 10 agosto 2012)
  • Viviamo un paradosso: tutto resta e tutto è rintracciabile con facilità straordinaria. Dalla propria poltrona, dalla propria scrivania, con qualche parola chiave si ritrovano cose che un tempo richiedevano ricerca, casualità, viaggi, fortuna e ostinazione. Solo che il web ha un problema: per cercare le cose in quell'oceano di dati, di informazioni, di immagini, devi sapere già cosa cercare. (da La memoria di Internet? È virtuale, Sette, 24 agosto 2012)
  • Ma cos'è la casualità sul web? E quanto l'oblio e il tempo possono distruggere la memoria della nostra epoca che è tutta su Internet? Sul web nulla si crea e nulla si distrugge. È un oceano dove ogni cosa resta sul fondo, a migliaia di metri di profondità. Puoi chiedere che qualcosa affiori, ma non è detto che troverai il relitto o il messaggio in bottiglia giusto. Ma non puoi immergerti per cercare, perché sarebbe impossibile. (ibidem)
  • L'invenzione del tempo libero è relativamente recente. Ha a che fare con la società affluente, con il consumo. Se non lavoro 18 ore al giorno in una fabbrica cinese, è probabile che io abbia il tempo di crearmi desideri. E se ho desideri lavoro per soddisfarli: mi vesto meglio, vado al cinema, faccio le vacanze. E se mi vesto meglio, lo faccio dopo essermi chiesto chi voglio essere. E se vado al cinema scelgo un film perché ho dei gusti. E se ho dei gusti: sono. E se sono voglio piacere e voglio che la mia vita mi piaccia. (da Il tempo libero ai tempi di Internet, Sette, 31 agosto 2012)
  • Il tempo libero, che una volta era un luogo in cui fare altre cose rispetto al lavoro, è un tempo intermittente che corre parallelo al lavoro. E il lavoro, con la reperibilità continua degli smartphone e dei tablet, entra anche nel tempo libero. [...] Il tempo libero non è più il tempo del relax e del riposo senza pensieri. Ma è diventato proprio il tempo dei pensieri, della costruzione delle identità, della narrazione di se stessi, il tempo della propria storia. (ibidem)
  • Il mondo testuale è diventato il mondo dove vengono riposte emozioni, sensazioni, l'affermazione delle proprie identità, l'amore. Il tempo libero si è atomizzato: è disperso ovunque. La scrittura lo tiene vivo, legandolo a un filo narrativo. E soltanto chi costruisce una storia utilizzando quel filo può affermare se stesso fino in fondo. (ibidem)
  • La maggior parte degli intellettuali ritiene che il pensiero del futuro sia ancora nelle mani dell'editoria, delle accademie, dei giornali, dell'arte e dello spettacolo. Chi si occupa di tecnologia invece intuisce che la partita è altrove, che la tecnologia sta cambiando la società ma non sa ancora comprendere che non è in gioco il futuro, ma la cultura del nostro presente. (da Attenti al populismo-chic della semplicità, Sette, 7 settembre 2012)
  • Il potere culturale non c'è più, ma il rischio è che tutto questo possa condurre al populismo. Da quello becero, che riguarda le polemiche politiche e che conosciamo bene, a quello chic, di cui ancora non parla nessuno. Il populismo-chic è il più pericoloso. Non è visto come una minaccia perché abolisce le distanze, le competenze. È culturalmente democratico e permette a tutti di esprimersi, di giudicare ed essere ascoltati. (ibidem)
  • Più i programmi dei dispositivi e computer saranno semplici e immediati – concedendoci facilità di esprimerci – e più sarà difficile essere innovativi. Più i programmi dei dispositivi saranno invece aperti e complessi – ponendo problemi e difficoltà di utilizzo – più si potranno trovare soluzioni nuove e creative. Le guerre del futuro tra Apple, Google, Windows, Samsung nascondono tutto questo. La scommessa è imparare a difendere la nostra immaginazione da un eccesso di semplicità, per quanto attraente. (ibidem)
  • In un certo senso, in un senso che ancora non sappiamo del tutto, la capacità di scambiarsi storie ed emozioni private in situazioni pubbliche è una nuova forma di civiltà. E allora la folla non è più un'indistinta emozione, come alle partite di calcio quando la Nazionale vince la finale della Coppa del mondo. La folla non è più un'indistinta rabbia quando accade qualcosa di ingiusto. Perché oggi la folla non è più una folla. Sono nomi storie, ricordi nitidi di quello che un tempo chiamavamo un sentire comune. E che oggi è un narrare, un raccontare individuale. Perché prima le folle entravano nella storia senza distinzione, oggi ci si entra singolarmente, ognuno con una storia tutta sua. (da La macro-Storia fatta di micro-ricordi, Sette, 14 settembre 2012)
  • Gli amori dei social network sono romanzeschi, immaginifici, letterari e intensi. Hanno a che fare con la scrittura, con il tempo dell'attesa e con la distanza. Soffrono di vuoti improvvisi e di verità assolute, corrono con un tempo che non è il tempo delle cose normali, ma un tempo diverso, più veloce, più vero. (da L'amore sui social network? Più vero del vero, Sette, 26 ottobre 2012)
  • L'amore al tempo del web è qualcosa che sfugge anche agli psicologi, perché non è virtuale ma è un codice dell'anima, un attraversamento di sensibilità attraverso una scrittura che deve per forza svelare e mettere in gioco le persone, deve diventare lo specchio di quello che si è stati e di quello che si sta diventando. E non c'è nulla di virtuale nella scrittura, perché la scrittura è senso e comprensione del mondo, intuizione ed ermeneutica filosofica. (ibidem)
  • La quantità di persone che scoprono gli altri attraverso un cesellare continuo di versi e di frasi, di sensibilità di scrittura e di svelamento di se stessi e di ascolto degli altri è sempre più ampia. E non c'è niente da fare: l'intensità non passa più dai canali tradizionali, ma passa dalla condivisione del vissuto e del privato. (ibidem)
  • Solo una nuova narratività frammentata, intensa, lucida e appassionata poteva rinnovare quel cinismo dei sentimenti che sembra ossessionare il mondo e annichilire i sentimenti. E che si scioglie e si risolve di fronte al racconto fatto da migliaia di utenti, di sogni, di desideri e di futuro. (ibidem)
  • Tutti riconoscono che il web ci sta portando lontano, ma il web non è solo uno strumento in più che abbiamo a disposizione per stare nel mondo. Come la ruota non era solo un modo per viaggiare e per far viaggiare merci più velocemente, ma cambiava la percezione del viaggio e dunque delle cose, e cambiava il tempo, e dunque il modo di vivere. Il web non è soltanto una maniera per far parlare la gente tra loro, ma cambia quel modo di parlare. E cambiando quel modo di parlare non solo cambia gli immaginari, ma cambia il nostro modo di pensare e di prendere decisioni. (da La lentezza corre nella rete, Sette, 9 novembre 2012)
  • La comunicazione asincrona è il metodo più diffuso, oggi, per parlarsi. E la comunicazione asincrona è la forma più adatta agli introversi, perché mette degli spazi di dubbio e pensiero tra una comunicazione e l'altra, tra una domanda e l'altra. È nel tempo di attesa dei dialoghi che si sviluppano le migliori capacità di decisione, che si ha il tempo di prendere in esame variabili nuove e imprevedibili. Ed è nello spazio tra un messaggio e un altro che cambia il modo di pensare i problemi. (ibidem)
  • La velocità del web porterà a nuove forme di lentezza. Il sistema di comunicazione asincrono è più congeniale proprio a coloro che cercano un tempo nuovo per pensare le cose. E stiamo assistendo al paradosso dell'estrema velocità che ci sta portando a questa nuova forma di lentezza, a questa nuova forma di pensiero, a una organizzazione mentale diversa. Cambierà il modo di decidere ma cambieranno soprattutto le ragioni delle decisioni. Dunque anche l'etica e la politica. E sarà un'altra rivoluzione. (ibidem)
  • Oggi il nostro vissuto sta per essere spazzato via da nuovi linguaggi, da un diverso modo di percepire le cose, dalla globalizzazione, dal mondo che è diventato più piccolo, e da una nuova estetica. Da un futuro che sembra possa permetterci tutto e da mezzi di espressione che fino a qualche anno fa neppure si immaginavano. L'ho scritto varie volte, e ne sono sempre più convinto. Ma stiamo perdendo la nitidezza di quello che percepiamo. (da L'autunno della Contemporaneità, Sette, 30 novembre 2012)
  • Se corri troppo per il mondo non hai il tempo di sentire la consistenza della terra che hai sotto i piedi. Questo porta a un cambio estetico e culturale che passa attraverso un abbassamento dell'intensità e dunque della qualità. [...] E allora non c'è via d'uscita: più sei veloce più devi essere leggero, più sei leggero più devi rinunciare ai dettagli, alla lentezza che permette di tenere fermo ragionamento e pensiero finché non sedimenta. (ibidem)
  • Nessuno sa come il concetto di democrazia potrebbe mutare attraverso un'ideologia globale dei social network. (da Oggi il Potere viaggia sulla rete, Sette, 14 dicembre 2012)
  • In un mondo pacificato, in un mondo che pensa di aver voltato pagina, ognuno racconta di sé, racconta i suoi viaggi, mette le fotografie dei propri cari. Esprime opinioni sul potere, e contro il potere. Nel migliore dei mondi possibili tutto questo non ha un innesco esplosivo. E la rete appare come un vulcano spento, su cui tutti fanno una bella gitarella per vedere il cratere. Ma il mondo non è pacificato. E i vulcani hanno sempre un nucleo profondissimo che non bisogna mai sottovalutare. Il volto del potere oggi è tanto invisibile quanto invasivo. E i vulcani vanno sempre tenuti sotto controllo. Anche quelli che sembrano spenti. (ibidem)
  • Il sogno di tutti i bambini è quello di andare nello spazio. Il sogno degli adulti è quello di trovarsi uno spazio. Uno spazio concettuale, certo: ma soprattutto uno spazio fisico dove poter respirare, dove riuscire a ritrovarsi e forse riconoscersi. Lo spazio è un luogo in cui si può trovare il proprio tempo. (da Lo spazio digitale? Un paradosso mentale, Sette, 21 dicembre 2012)
  • Paradossalmente, la frase mi manca il tempo per fare le cose che mi piacciono, si sta lentamente trasformando in una frase diversa. Mi manca lo spazio fisico per pensare, intuire le cose che mi piacciono e che vorrei fare. Lo spazio fisico per trovare un libro che non cercavo. Lo spazio fisico per camminare e farmi venire delle idee. Il web e i social network chiudono le porte alla casualità che conosciamo, e aprono finestre di nuove casualità che dobbiamo ancora capire. (ibidem)
  • Chi chiede "come stai?", attraverso un messaggio che si può mandare in un tempo rapidissimo e senza dispendio di energia, in realtà vuole sapere e non vuole sentire, vuole sapere e non vuole condividere. E non è più un vero scambio emotivo e sentimentale. Stiamo abituando le nuove generazioni a chiedere senza voler sapere, augurare senza voler sentire; perdendo il significato dei gesti, pensando che le parole possano avere senso quando sono private del corpo, del movimento, dello sguardo e della vita. (da Quegli auguri digitali senza passione, Sette, 12 aprile 2013)
  • Le emozioni non sono negative. Le emozioni sono il collante della nostra identità. Senza emozioni la ragione non funzionerebbe. Per cui Cartesio sbagliava, e "cogito ergo sum" è una frase da mettere in soffitta. (da Con la mossa del cavallo si vince il futuro, Sette, 19 aprile 2013)
  • La nostalgia è una forma per preservare l'identità psichica, tenerla unita, come una fascia che impedisce al proprio Io di disgregarsi. (ibidem)

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