Vito Elio Petrucci

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Vito Elio Petrucci (1923 – 2002), poeta, giornalista e commediografo italiano.

Citazioni di Vito Elio Petrucci[modifica]

  • Govi ha usato il dialetto per fare la propria fortuna, Marzari ha usato la propria bravura per fare la fortuna del dialetto.[1]

Amor di Genova[modifica]

  • [Sul porto di Genova] Pare una macchina oggi, un porto, ma le lunghe antenne delle gru sono ancora braccia; il fumo d'ogni motore, respiro; le lunghe file dei carri, fossili immagini delle interminabili fila dei camalli curvi sotto le coffe sulle traballanti passerelle tese tra la stiva e il bordo, tra il bordo e il molo: immagine dell'eterna schiavitù del lavoro; e gli arabeschi di grasso che fanno iridescente il mare sono il sudore della nuova fatica, il pianto dell'uomo nuovo. (p. 11)
  • [Sul porto di Genova] Un volo di gabbiani per scordare la realtà che è povertà di scambi, che è ozio per gli uomini, ansia per le spose e misere mense per i figli; e portarci nel gioco della poesia che scopre questa gemma, una aperta conchiglia, una mano affettuosa e attorno una città viva che aspetta presente e avvenire. (p. 11)
  • Ti voglio bene, San Lorenzo; duomo per intimi, senza tante guglie, senza sfacciata opulenza, pieno di misticismo e ricco di fede nell'accogliere il fasto della cattedra porporata. Sei un duomo a metà, e per questo mi colmi di tenerezza. La facciata che doveva avere un cielo di pinnacoli si è fermata ai mirabili giochi del marmo; i campanili che dovevano essere un trionfo di grazia sono un tozzo torrione ed una monca terrazza. Le colonne che si rinnovano nei tempi, gli stucchi che non vanno oltre l'abside, i leoni che non fanno paura, la scalinata che non dà maestà. (p. 14)
  • San Lorenzo, più che duomo sei chiesa, più che monumento anima d'un popolo di navigatori che aveva profonde radici agguantate alla terra. Entrare in te, attraverso la magnificenza della tua facciata, per quelle porticine buie a mezza luna, è il primo sublime atto di umiltà; e poi spandersi nella quiete intensa del tuo interno dove incontri preghiere. (p. 14)
  • [Su Porta Pila] Ti apriva al sole, il mattino, coi suoi raggi che appena scivolati sulla prona schiena di Portofino erano già qui a dare il buongiorno. E tu eri la fronte d'una superba belva, quasi una sfinge, che pigramente allungava, come zampe, i bastioni delle Fronti Basse, fino al Bisagno. (p. 23)
  • È la nostra «Etoile», Piazza Corvetto. Un astro che si irradia su e giù, che si aggrappa come stella marina ad ogni spuntone di terra. E non è meno bella se, invece del Bois, a un lato ha la Villetta, e se ai Champs Elisées sostituisce l'Acquasola. Ho sempre sentito dire fin da bambino ch'era la più graziosa piazza d'Italia, e lo ripeto, perché ogni incontro rinnova questa mia impressione. C'è il senso del completo, del finito. In termini di bellezza nulla si potrebbe aggiungere, in cerca di comodità molto rovinare. (p. 24)
  • Magia d'una necessità d'ascesa, in queste vecchie strade della città, sempre in salita, tutte in salita, come se l'appuntamento fosse dove l'orizzonte è più vasto e dove l'uomo, come i terreni ovattati dei prati — calvizie dei lieti bricchi — non ha padroni.
    Fuga di scale, continue ininterrotte, tappeti di mattoni e arabeschi di ciottoli per la strada segreta che due muri intarsiati di muschio e di calce fanno sonora e strette curve chiudono in recinti: bagni di sereno. (p. 27)
  • [Sulla chiesa di San Donato] La luce delle tue monofre è, al tramonto, duellar di spade mentre gli ori ardono nella povertà come candele, e la quiete, che scopri nei gridi dei bambini ai loro giochi, ha un che di magico: sapore di profondo, di fresco pozzo scavato al centro di tumultuose vie. I pensieri son limpide sorgenti ed i proponimenti larghi echi. (p. 34)
  • [Sulla chiesa di San Donato] E meraviglia, come una fontana ricca di spruzzi, come offerta del meglio, si offre al sole il campanile.
    Fiore di sasso ricamato in cielo.
    Gioia d'archi e colonne e di profili che si fan vedere. Sono otto i volti, diversi per chi guarda, ma saldi nell'invito. (p. 34)
  • [Sulla Torre Embriaci] La senti, più che vederla, la Torre, finiti i gradini della salita che la chiama. [...] Senti che quello spigolo, come prora avvezza a tempeste, ha sfidato i secoli, e niente ha da spartire con gli intonachi anonimi che immiseriscono la scena. Ed allora sai che la Torre è lì, agguantata alle case come le macchine di Guglielmo alle mura di Gerusalemme.
    Esile come giunco, dritta come pino che si apra in arioso gioco di archetti. (p. 38)
  • [Sui caruggi] Nel buio degli anditi si perdono colonne di marmo, volute capricciose; e lucidi gradini consunti come labbra cadenti salgono a dimore antiche, ma non invitano. Il merletto ha lasciato gusto alla ragnatela. (p. 46)
  • [Sui caruggi] Solo qui la Luna è amore: cola da ogni tetto, brucia su ogni vetro e sul selciato disegna altri mondi... I passi si rincorrono negli echi, l'avvenire e il passato vanno fratelli nel presente dell'infinito. (p. 46)
  • [Sul cimitero di Staglieno] Questo spuntone di collina, allagato di mezzogiorno, fiorito come un parco e decorato come una reggia, con lunghe creuse, oasi di frescura, un cinguettare travolgente di uccelli, un rincorrersi di lussuose dimore in miniatura, è realmente la calda terra che sa conservare il germoglio, è solamente il momento più fiducioso dell'attesa. (p. 50)
  • Ora un bisogno di vita, di ricchezza, di fortuna è nella grande Fiera, incontro delle genti, mercato dei desideri.
    Arido cemento, disegnato nei temi dei grandi volumi innanzi alla estrema vastità del mare, lungamente indugia negli ozi dell'attesa, vibra nelle ansie della preparazione e si esalta nei giorni di mercato. Pochi ma intensi, come la meteora che si brucia nella gioia di un volo. (p. 59)
  • [Sulla Sopraelevata] Un arioso tappeto volante si è steso e si libra al cospetto dei vetusti palazzi, su traffici intensi che non scordano oceani, come se la città, slittando, fosse in urto col mare; urto di masse enormi, e del conflitto «spuma» è questo nastro. (p. 60)
  • [Sulla Sopraelevata] Una strada che vola: e la mia città che si mostra in «cinemascope» a chi guarda assetato di nuove prospettive l'anfiteatro glorioso. Una strada che vola: e nel chiarore dell'alba, o nei riflessi dei tramonti smaltati, Genova è veramente sogno. (p. 60)
  • [...] è la Polcevera, fiumana di detriti, che nasce dal Verde, affluente presago di speranza, per distendersi nella valle della fatica; ma è un corridoio d'acqua, che serpeggia in mezzo a fabbriche chiuse, i mausolei di dolore, mostri desolati; e trascina il sudore dell'uomo e il veleno della macchina, mischiati. (p. 62)
  • [Su Galleria Mazzini] Oggi mi sembra il guscio vuoto d'un'aragosta che ha decorato un pranzo elegante, la Galleria. I vetri opachi, i muri stinti, un pavimento da vicolo. Qualcosa senz'anima, senza storia. Lo scheletro d'un mostro vissuto nella «belle epoque» e tramandato ai posteri come ricordo. Qualcosa come una strada di servizio a lato della salottiera Via Roma. (p. 71)
  • [...] Sottoripa, cordone ombelicale, ancora unita alla grande matrice, che ha nelle pietre i segni del mare, delle battaglie, dei convulsi tempi, e nei negozi tutti quei colori della Genova eterna. (p. 73)
  • [Sulla chiesa delle Vigne] Di lontano più cupo è ancor l'aspetto, col campanile che parve un guerriero, a generazioni di bimbi, a man conserte, gambe divaricate, protettor dei tuoi riti. Né lo ha piegato il fulmine, mostro di sasso dalle pentafore dure, quando lottò e s'infranse. Si offre soltanto quando le campane sciolgono gioia e i cocci di ceramica brillano pietre preziose. Allora una rondine ratta come una sassata, e dietro a lei la vita torna con le prime beghine: sempre uguali nel passo, nel portar la testa, nel protendersi alla preghiera. (p. 83)
  • [Su piazza De Ferrari] È il centro della città. Il punto zero delle carte. Da qui si misura quanto gli altri siano distanti da noi, nello stesso luogo ove si realizzano gli incontri quotidiani. Arrivare dalle più lontane valli, scendere dai mezzi o dalle nobili strade della Circonvallazione, o salire dai fascinosi caruggi e incontrarsi qui, vestiti da domenica, è un rito che si rinnova da sempre, e poi partire abbracciati verso angoli amici. Vede più baci De Ferrari della Stazione Principe. (p. 84)
  • In Piazza San Matteo, non sono mai solo.
    Saranno le colonnine di marmo bianco che nel chiaro di luna affilato dal vicolo sembrano anime, o gli archi neri che sono pieni di misteri dei tempi. [...] Certo è perché sento di essere in un cuore. Un cuore che batte allo stesso modo da tanti anni, dal bianco al nero; dal lindo arioso del chiostro che sa di fede, al nero lucido e cupo delle logge che san d'affari. Come a scandire ore d'ombra e di luce, o a ricordare che anche per i popoli buona e cattiva sorte sono disegni d'un unico vestito. Il cuore qui! Dov'era il covo dei signori, dei padroni, che avevano Matteo per santo: il protettore di chi riscuote gabelle. (p. 94)
  • [Sulla chiesa di San Matteo] Sulla facciata della chiesa, modesta come una donna fasciata in un mezzero bianco e nero, sta scritta la storia della prima famiglia della prima Repubblica, ultima a morire. (p. 94)
  • È una storia ancor tutta da scrivere quella dell'ardesia e della Liguria. Questa pietra che si sfoglia come un libro e ha pagine che coprono i tetti, che fasciano i muri, ora a nord, per riparare dalla fredda insistente tramontana; ora a sud, per difendere dall'insidioso scirocco che col marciume della maccaja porta il sale: umido nemico. Che diventa preziosa nei gradini, nei capitelli, nei mirabili portali; e umile nei truogoli, in ciappa e nei camini. Coperchio degli alberelli vivi dell'argento dei pesci salati e gioco dei fanciulli, che la bruna pietra fan saltare sull'onde. (p. 97)
  • [Sui forti di Genova] Severi manieri senza castellane, senza cavalieri, senza avventure: guardiani ferrigni d'una libertà consacrata dalla potenza sul mare.
    Sperone, Begato, Righi, Peralto, Richelieu, nomi che si rispondono negli echi delle valli profonde, a colpi di cannone. (p. 107)
  • [Sulla Lanterna] È lì, eretta come una matrona: albero maestro tra gli alberi maestri, torre tra le torri, campanile tra i campanili; pronta ad essere tutto per ognuno di noi. (p. 108)
  • [La Lanterna] ha due volti. Uno per noi che la vediamo ogni giorno: un volto serio grave buio, e quindi il simbolo, il monumento, la lunga anima di una città e di un popolo. Il momento in cui il tempo si ferma per incontrarli tutti, per riviverli assieme o almeno fieramente ricordarli. Uno per quelli che vivono ed hanno vissuto sul mare. E allora è la casa, la patria, una mano tesa, un fazzoletto agitato, il primo segno della tua famiglia che aspetta. Una luce nella notte, che nasce dal mare e ti grida: vieni, corri; qui c'è la tua casa, qui c'è la tua famiglia, qui c'è il tuo focolare con un caldo ceppo che brucia incensando la gioia dei secoli. (p. 108)
  • [Su Porta Soprana] Porta della paura ti chiamerei, se tu non avessi nome. Paura di popolo t'eleva, timore d'aggressore ti risparmia. (p. 110)
  • [Su San Giovanni di Prè] Come una stella a cinque punte ti ricorda il crociato che ha lasciato qui gli occhi dell'amore, ultimo approdo, sapendo all'orizzonte l'orde dei Mori. E tu rimani ancora, pietra su pietra, ad aspettare i ritorno, agghindato come una bella donna, forte come la speranza d'una giovinetta. (p. 119)
  • Le strade sono la più terribile invenzione degli uomini. Ovunque passa una strada un mondo scompare. Sui monti tu le vedi aperte e rosseggianti come ferite, in riva al mare, sono una barriera, uno stacco, un baluardo. (p. 120)
  • Albaro l'ho sempre vista come una sposa prona all'altare, col lungo velo che termina in trine, in riva al mare: l'azzurro pavimento della maggior basilica. Ora il velo, ha in fondo, un nastro, Corso Italia, e quelle spiagge larghe di detriti, sono la sottana che spunta. (p. 120)
  • E Genova, bizzarra e coerente, superba e modesta, orgogliosa e benevola, è mezza mare: gli uomini, i timidi, i mortali che si sono nascosti nelle grotte, arroccati sui monti, seminati lungo le vallate; gli Altri, giganti, sul mare, al di qua del cobalto che segna l'orizzonte, nella invisibile parte che dà la spinta, che domina gli eventi. (p. 123)

Genova, ciao[modifica]

  • Parlare di Quezzi di ieri, è come parlare di un sogno adagiato nel verde. Ma più che le case, seminate lungo la costa del monte, dal Ferreggiano all'antico torrione della repubblica, Quezzi è la gente di Quezzi; uomini forti abituati a portare per gioco i Cristi, su alla parrocchia di Santa Maria, per queste rampe scoscese, per farsi più piana la vita. Anche il campanile è sulla vecchia torre, come per una continua sovrapposizione d'umano e di divino. (da Volontà di vivere)
  • [Su Forte Santa Tecla] È il forte stella a quattro punte, in fondo che ci interessa; uno dei più belli della nostra cerchia e dei meglio conservati, lì a due passi da Cianderlin, posto da pane e salame. Si domina il levante, con San Martino a lato, sono un paio di terzini ai quali è difficile fare goal.
    Vedere che è nato nel 1747 è pensarlo figlio della nuova Genova nata dal gesto di Balilla; è arrivato a tempo per passare i tristi giorni del Blocco di Massena, ha vivacchiato facendo la caserma (il Forte Ratti da prigione per i soldati austriaci di Cecco Beppe) ed ora il degrado. (da Un giardino per la pace)
  • A chi o diggo che Zena ä seja a pä | 'na vegia cartolinn-a punzeggiâ | ammiâ contro ä lummea? | No i fan ciù i figgieu questi lummetti | che fâvan diventâ paixi da föe | Lumarso, Manessen e Prementon. (da A chi o diggo?)

Genova in cartolina[modifica]

  • Corso Montegrappa è nata prima sulla carta che sulla terra. C'era un nome caro agli italiani di allora da ricordare con urgenza ed allora si è fatta una via. In salita, per meglio ricordare le asperità della collina veneta. (p. 11)
  • Via Corsica è quel che resta ai genovesi dei giardini delle antiche ville che illeggiadrivano la collina di Carignano, sulla lunga e dolce schiena che scendeva verso il Levante. Una strada ampia, alberata, elegante, degna della città che stava uscendo dal guscio. (p. 12)
  • Parlare di piazza De Ferrari a Genova è come cercare il centro di un cerchio giocando ai p. greco come nelle formule matematiche. Nelle distanze chilometriche con le grandi città è lo zero. Si comincia a contare da questo punto per accorgersi, che attorno, come onde del mare, si allarga il mondo.
    Mentre per i genovesi è il centro indiscusso della mezza grande città che è Genova [...] (p. 16)
  • [Su piazza De Ferrari] Possiamo dire che in questa nostra città dove la gente è dominata dalla voglia di tornare a casa, è l'unico angolo dove ti viene la voglia di fermarti; forse perché è aperta, forse perché salendo te la sei conquistata, forse perché mantiene questa sensazione di punto centrale, che ha retto, senza nemmeno lottare, ogni tentativo di concorrenza. Fare come i nostri signori in bombetta che, mani in tasca e «braccia in seconda», stanno parlando tra di loro. (p. 16)
  • [...] i treuggi! Quei monumenti di lamiera verde con lo stemma del Comune impresso sulle basi delle colonne, dove le donne nettavano i panni dallo sporco della fatica e dalle brutture della vita. Era in questa esasperata pulizia, che i grandi pavesi di panni stesi esaltano e meravigliano, che si sublimava la vita del centro storico; nelle strade pulite come specchi, nei gradini dei portoni comodi come poltrone per conversare. [...]
    La Genova vera è questa: quella che esce dalla vasca del turchinetto e che si stende al sole ed al vento che la mantiene viva. (pp. 17-18)
  • I genovesi hanno sempre voluto bene alle loro circonvallazioni, quella a Mare e quella a Monte, perché sono state la prima occasione di un passeggio in una città così avara di spazio. Ed è bello anche il nome scelto: circonvallazione, una strada che passa da valle a valle legando le varie località e le loro genti che da secoli si guardavano in cagnesco. Alla fine dell'Ottocento ed ai primi del Novecento erano il passaggio obbligato di tutte le famiglie patriarcali, che uscivano dalle vecchie case in processione, e si incolonnavano, bambini in testa e serve in coda, lungo i viali alberati. (p. 19)
  • L'incanto incominciava in piazza Leopardi, il prato di Albaro. Le case lunghe, distese, basse erano come una cornice per i passi che andavano a cercare il mare. Santa Maria del Prato con la sua austera clausura romanica ti portava per mano nella creuza dagli alti muri. Piazza Parini era un largo respiro, la severa maschilità del Forte un ansito e l'aperta cala sul mare il sorriso. Il Grande Albergo San Giuliano [...] era lì a disposizione dei gaudenti. I genovesi chiamavano la zona a Marinetta, come a dire una marina piccola, riservata, per privilegiati. Io non l'ho mai vista, ma ne ho sempre sentito parlare, soprattutto dopo, quando corso Italia l'ha nascosta per sempre sotto i suoi archi. Doveva essere un luogo di perdizione, di vizio; dove si mangiava bene e forse dove, con la carezza del mare, era bello anche giocare agli innamorati. (p. 30)
  • I passi di chi cammina nella sua città volendone vivere tutti i momenti, ricalcano le orme già lasciate in altre ore; è un fatto automatico che considero una caratteristica dei genovesi. Comperare sempre nello stesso negozio, passare dalla stessa strada, prendere il bianco (una volta) o aperitivo nello stesso bar, girare a quell'angolo. Un tempo si controllava l'ora al solito orologio (erano verdi con lo stemma di Genova) e si diceva magari la preghierina propiziatoria davanti alla Madonnina illuminata. Una ripetitività che dimostra il senso del possesso delle cose e soprattutto una gran voglia genovese di non cambiare, di non correre. (p. 33)
  • Così come lo ha pensato il Barabino, l'ideatore della Genova nuova, il camposanto di Staglieno era una perla incastonata nel verde cupo della valle; quasi un'isola con l'acqua del Bisagno da una parte e l'antico acquedotto del Veilino, a monte. Acqua che corre anche quando la vita è ferma. (p. 46)
  • [Sul cimitero di Staglieno] Fortunatamente quando tu cammini nelle gallerie, lungo i viali che salgono la collina, ricuperi il senso perduto anche se l'arte ti affascina e ti ritrovi a cercare l'autore, lo stile, il bel pezzo. Ti accorgi nel lento andare che stai incontrando sembianze di un tempo passato. In nessun altro luogo al mondo il marmo sa darti liriche immagini e l'opera vivi ricordi, come in questa città di morti. È la testimonianza del forte legame che unisce i liguri al passato e li proietta all'avvenire, come sentissero questa calda terra urna che sa conservare il germoglio. [...]
    Ti accorgi passando davanti ai marmi stanchi che le fotografie sono volti veri, gente di ieri, e che per ognuno c'è qualcuno che ha sentito parole d'amore. Sai così che è grande il bisogno d'amore e di pace dell'umanità, e che la bontà è il denominatore comune degli uomini. (p. 47)
  • Mi piace molto Quinto, direi più di Nervi, perché è sempre riuscito ad essere quieto, un Quinto quieto, quasi uno scioglilingua; senza tanti turisti, che sembrano ladri d'aria buona, fatto di gente nostrana. (p. 47)
  • Le porte della città sono sempre un volto, anzi si potrebbe aggiungere, un volto scoraggiante, il viso arcigno che deve allontanare chi non arriva con buoni propositi. [...] Ed hanno un proposito: quello di mostrare all'esterno la bellezza, la forza [...] (p. 50)
  • [Sullo Sturla] L'acqua, che sgorga in Pomâ da una vivagna più antica della montagna, che raccoglie come frasche le fresche acque delle Nasche, che attraversa San Desiderio e Borgoratti in un profondo canalone di verde, c'è sempre, non si ferma mai un attimo, nemmeno nelle ore più assolate d'agosto, quando l'andare si fa più lento ed ogni sasso incontrato è un problema da superare, lentamente, con astuzia, che il sole non faccia esalare all'onda l'ultimo respiro.
    È un fiume ridente, sereno, vissuto dalla gente che popola le sue rive come un amico. (p. 52)
  • Terralba è un nome fascinoso, come magico doveva apparire questo vasto piano, questa terra coltivabile, nell'impervia orografia della nostra regione. Era un pezzo di terra verso il levante, verso l'alba; questa potrebbe essere la fantasiosa etimologia del nome. Ora è un'alba grigia, una grigia simmetria di binari e traversine, capannoni e treni fermi che aspettano il segnale per cercare stazioni nuove. (p. 55)
  • La zona del Carmine è un angolo affascinante della città con le sue case arroccate alle vecchie mura. È un pezzo di centro storico isolato che è rimasto più tradizionalmente nostro, immutato oltre che nell'aspetto anche nelle persone.
    Giuggiola, l'Olivella, nomi della sua epoca pastorale sono ancora presenti con la loro anima. Salita Carbonara va su con i suoi ciotoli verso la porta che non c'è più e salita San Bernardino era una creusa che saliva per crinali fino alla vetta del monte. (p. 63)
  • Priaruggia è un nome di per sé affascinante, adatto per un angolo di mare quieto e tranquillo, dove gli stabilimenti balneari si chiamavano «Acqua limpida» o «Campanella». Ancora oggi, nonostante la corona delle case che l'hanno stretta sulla spiaggia, è ancora un mondo vivo di gente che vive del mare, che ha compagno di ogni azione del giorno. (p. 64)
  • Una piazza così, con i mueri che sembrano rilegatura di un bel libro, le case che sono pagine di vita raccontata, gli alberi allineati che sembrano ragazzi che giocano ai soldati, una chiesa in fondo fatta di pietre e di preghiere ed un campanile che s'inventa le feste per cantare la gioia, non poteva che chiamarsi piazza Leopardi. (pp. 65-66)
  • Il Bisagno anche se è alla sinistra di Genova, è l'angelo custode della città. È un torrente docile, servizievole, che ospita con semplicità tutti i servizi, buoni e meno buoni, mercati, mattatoi, carceri e cimitero. Se c'è da mettere l'officina del gas, se ci sono da mettere i depuratori della spazzatura non c'è che il Bisagno. E lui continua la sua corsa tranquillo, orgoglioso dei suoi ponti: Bezzecca, Pila, San'Agata, Castelfidardo, Ponterotto, Carèga; chiaccherino con le passerelle, benefico con gli sterminati orti, terra da cavoli e da pomodori. (p. 66)
  • [Sul Bisagno] Il nome antico del torrente era Feritore, che vuol dire cavaliere e cavaliere è finché non piglia cappello. Allora vien fuori tutto il genovese imbronciato che c'è in lui, batte i pugni sul tavolo, si fa violento e incontrollato travolgendo tutto, anche se stesso. Ma il giorno dopo è di nuovo un bambino che gioca a nascondersi ad ogni ombra di ponte. (p. 67)
  • Banchi è il cuore di Genova, possiamo anche dire della Genova mercantile che non ama più nessuno. È qui che i vecchi marpioni di una volta mettevano i loro banchi, ma banchi sul serio, di legno, senza storie, e su quei banchi — piccoli sensali da droge — commerciavano di tutto, dalle corone dei regnanti, ai beni di mezzo mondo; cambiavano soldi, tosavano monete, tutto quello di lecito e illecito che era ammissibile in una morale mercantilistica, attenti solo a non finire in rovina, a non andare a dâ do cû in ciappa, che era proprio lì a due passi, oltre De Marini nello slargo di Piazza Raibetta. (p. 69)
  • Piazza della Zecca è un'altra di quelle piazze che i genovesi si sono trovati a furia di scavare per cercare sistemazioni urbanistiche. È un luogo anonimo sconosciuto finché con il continuo allargarsi del porto, ci vanno a finire la Zecca ed i Forni Pubblici, per i genovesi i due massimi: le palanche ed il pane. (p. 76)

Genova, scusa[modifica]

  • Albaro ha sempre avuto il fascino dell'isolamento. I genovesi chiamavano le sue propaggini verso Tommaseo Mondo neuvo, un nuovo mondo quasi fosse come una nuova America. La grande arteria romana, l'Aurelia, rispettava la sua intimità costeggiando, anzi potremmo dire, chiudendolo a Nord. Al centro c'era solo una creusa, l'attuale via Pisa, che portava a San Francesco passando fra i grandi parchi e le ridenti ville. (p. 18)
  • Com'è stonato oggi il canto antico «Andemmo a-a Foxe», che voleva dire ritroviamoci, in un paesetto odorante di sale, di fumo di osteria, d'odore di pesce fritto; incontriamoci con uomini e donne diversi nel vestire, diversi nel parlare, diversi nel lasciare bruciare dal sole; e voleva dire ancora: in un paesaggio che par costruito per una favola, di case piccole, tetti bassi, vetri che hanno l'iride del mare disegnata come tendina. (p. 22)
  • La città è come la donna, ha bisogno di essere bella e per essere più bella entra in ballo il maquillage, la ricerca dell'eleganza, il conforto dell'accessorio. Una situazione identica si verifica per la città, dove il maquillage è compito del solerte netturbino, il capo ricercato è disegnato dall'architetto e l'accessorio diventa l'arredo: quegli elementi semplici o elaborati che ingentiliscono strade, piazze e panorami. (p. 28)
  • Sulle cose brutte c'è un esempio da portare che dà una diversa dimensione al brutto: il fiore di campo, quel bene di Dio sparso nei prati che raccolto non ti dice niente, un mostriciattolo, un nano a Lilliputz, striminzito, mal nutrito, da stupirsi che la natura abbia avuto il tempo di crearlo e la voglia di colorarlo. Ne fai un mazzo, compatto, sodo, con i gambi legati (giochi da ragazze) e diventa una splendida macchia, un lembo di natura che vibra. (p. 28)
  • Corso Italia è sempre agli onori della cronaca, come una bella donna che sta delle ore al mattino davanti allo specchio per cercare sul suo volto il miglior look (anticamente si diceva farsi un bel lambrin). Problemi di una strada, in fondo nuova, che si potrebbe anche chiamare all'antica freve de crescensa, perché è alla ricerca di una sua identità stradale. Tra le grandi passeggiate a mare del Mediterraneo è la più giovane, ed i suoi problemi nascono dal fatto che è alta sul mare, e non a contatto con l'onda; una passeggiata e non un lungo stabilimento balneare da riempire di sedie a sdraio. (p. 34)
  • È la seconda volta che mi capita di parlare di truogoli, i monumenti del vivere civile d'una città pulita, e lo faccio proprio con il cuore stretto. La sento come una offesa, come un dispiacere, la scomparsa di questi centri di vita che facevano sonore e brillanti tante piazze che oggi sono diventate anonime, vuote, sperdute. [...] Sono pronto a scommettere che se ci fossero ancora, puliti e funzionanti, le donne continuerebbero ad andarci anche se in casa c'è la lavatrice. Chi aveva passato la mattina ai treuggi, poteva evitare di comperare il giornale, sapeva già tutto quello che c'era scritto ed anche, molto più interessante, quello che non c'era scritto. (p. 34)
  • [Sui trogoli] Era stranamente un vano che tutte le famiglie del vicolo, della piazza, avevano in comune e che dividevano in allegra amicizia prestandosi l'un l'altra sapone, liscivia e turchinetto. Una vicinanza che ripresentava sulla piazza la realtà delle finestre del vicolo che tenevano a contatto le famiglie, anche se tra loro c'era lo strapiombo di cinque o sei piani, superato con tutta una ragnatela di tagge che andavano avanti ed indietro. (p. 34)
  • Ci sono delle strade che fanno parte del costume e corso Firenze è una di queste. Possiamo dire che è il primo passo verso la Genova modera, una «gran corniche» sulla grande città dei traffici che, non lo sapeva ancora, si stava avviando verso un destino di città turistica.
    Un'opera meravigliosa se la guardiamo con gli occhi di ieri e dei mezzi che c'erano ieri.
    Ed è una strada, chiedo scusa, un corso, che ha creato un ambiente nuovo per la città, un'aristocrazia borghese che per tutta la prima metà del secolo, aiutata anche dagli ascensori e dalle funicolari, ha tenuto stretti legami con il centro storico, che rimaneva il centro degli incontri ed il mercato delle compere. (p. 41)
  • Quando fra mille anni i futuri archeologi scaveranno alla ricerca di Genova, davanti ai resti della Porta Pila rimarranno esterrefatti. Troveranno una porta di pietra di Finale, di fattura attribuibile a un certo Bartolomeo Bianco, con una statua in marmo dello Scorticone su fattura di un certo Domenico Fiasella, con ampio arco, portelle laterali, ma che dà accesso alla montagna. Nel millenovecento i genovesi vivevano ancora nelle grotte? Avevano città sotterranee? Quella della Porta Pila, la più bella tra le porte della città, è un po' la storia di tanti nostri monumenti, che passo passo vanno verso la rovina e l'inutilità, mentre l'orgoglio di Genova è proprio quello di mostrare monumenti viventi, fruibili, e non scheletri da museo. (p. 43)
  • Le strade, soprattutto quelle più antiche, restano una testimonianza della vita di un tempo, di come la gente circolava nelle città e fuori e soprattutto delle abitudini. I sentieri infatti li hanno costruiti gli uomini ed i muli calpestando l'erba e mantenendoli sgombri con il passaggio: i muli hanno i ferri ai piedi, gli uomini avevano i brocchin sotto le scarpe. Salita della Misericordia è una di queste strade. (p. 77)
  • Il degrado in salita della Misericordia è totale, dal selciato, dove i passi dell'uomo non calpestano più le erbe che spuntano, ai muri rabberciati e feriti da tante aperture che i rampicanti non sanno nascondere, alle case che sono ancora distrutte ed i piccoli orti ed i giardini che sono diventati intrighi di liane e depositi di immondizia. [...] Chissà chi avrà misericordia di salita della Misericordia. (p. 77)

Il porto nella memoria[modifica]

  • [Sulla Lanterna di Genova] Non glieli dà nessuno cinquecento anni a questa incantevole sirena, a questa top model che strizza l'occhio maliarda, sicura del suo fascino misterioso. Il fascino della luce che nel buio è improvvisa bellezza e ha il tepore di una dolce compagna. È lì eretta come una matrona: albero maestro tra gli alberi maestri, torre fra le torri, campanile fra i campanili; pronta ad essere, per ognuno di noi, quello che vogliamo che sia. Un continuo colloquio con la sua città e la sua gente, anche se le vele e i coffini non segnalano più il netto a Levante e il brutto a Ponente. Un saluto, se ti affacci al balcone, il buongiorno. (p. 13)
  • Una vecchia canzone genovese canta: A Lanterna de Zena a l'è faeta a trei canti... (la Lanterna di Genova è fatta a tre angoli) fotografando appieno l'emozione di chi la guarda. Il quarto angolo è il buio che lei vuole sconfiggere, che il suo raggio insegue tutta la notte come fosse una lancia, acceso come i fulmini che giocano alle battaglie, in un girotondo che finisce con l'alba. (p. 13)
  • [Sulla Lanterna di Genova] La sua forza è questa, non voler restare solo un simbolo, anche se la parola simbolo per lei si arricchisce di poesia, né essere un logo, un'icona, non è più neanche un monumento, è la lunga anima di un popolo nel quale i genovesi si riconoscono. Una somma di immagine e di sentimento. (pp. 14-15)
  • Il camallo, nella Genova di ieri, era una figura emblematica. Quasi una incarnazione della città, l'espressione della forza, della potenza dell'uomo.
    Quando al tiro del cannone di mezzogiorno i camalli tornavano alle loro case, noi bambini stavamo a guardarli con gli occhi pieni di meraviglia: come fossero deità. Uomini enormi, che camminavano a passo lento, roteando le spalle, mettendo i piedi, calzati in solidi scarponi a larga base, uno davanti all'altro come per una danza. La testa alta, il busto eretto, tesi i muscoli che si indovinavano sotto la camicia. Sembravano statue di eroi greci; la caratteristica camminata in genovese era chiamata a daeta, un termine che poteva anche dire soddisfazione e importanza. (p. 21)
  • Sgreuzzi nel parlare, ma buoni come il pane di casa, compagnoni con il tassello di focaccia, solidali davanti al bisogno. Una dignità professionale che la lingua italiana ha premiato accogliendo la parola genovese camallo tra le sue. (p. 23)
  • Il Rex è stato un pezzo della nostra gioventù, andavamo a vederlo arrivare e partire, quando l'orchestra di bordo suonava tanghi e i partenti gettavano stelle filanti. Conoscevamo il suono della sua sirena, un po' grave, arrocato, come la voce di una mamma, e il nostro cuore si metteva le ali a leggere quel Genova, scritto a lettere d'oro, sulla poppa. (p. 42)
  • A Genova, negli anni Trenta-Quaranta c'era un Idroscalo che funzionava con linee regolari e una bella attività sportiva. Era il modo giusto per entrare nelle vie del cielo dall'acqua, come deve essere nello stile dello sposalizio che la città ha contratto con il mare. L'arrivo del quadrimotore, o Romma! era uno spettacolo straordinario: il contatto con il mare, i grandi baffi che diventavano subito onde che andavano a frangersi alla riva e contro la Diga, il lento morire del rumore dei quattro motori, lo scafo che cominciava a dondolare e gli sportelli che si aprivano lasciando scendere gente felice. (p. 83)
  • [Sul Grand Hotel Miramare] Peccato che per i genovesi della Belle Epoque, questo straordinario, enorme albergo, posto in una posizione privilegiata sopra il porto e sopra la Stazione Principe, quasi un anello, fosse un motivo di orgoglio e per i foresti, italiani e no, il più bel tableau pubblicitario. (p. 95)
  • [Sul Grand Hotel Miramare] Arrivare dal mare e trovarselo davanti era il regalo di una nobile città: Palazzo Doria, con Gigante, Grand Hotel Miramare (che si chiamava anche «de la Ville»), la Chiesa di San Rocco che segnava l'ora, e dietro la collina di Granarolo, popolata di ville signorili, doveva essere un colpo d'occhio eccezionale, tutti abbiamo sognato di passarci una notte. Ora la carcassa dell'albergo è come un pugno in quell'occhio, un rimprovero, un fantasma del passato con le occhiaie vuote, quasi un annuncio funebre. Se la guerra ne avesse fatto una vittima, invece di rompere soltanto i vetri, ci avrebbe fatto un regalo. (p. 95)

Note[modifica]

  1. Citato in Gian Domenico Solari, Io, Marzari ed i suoi amici, Edicolors, Genova, 2005, p. 25. ISBN 88-88929-18-5

Bibliografia[modifica]

  • Vito Elio Petrucci, Amor di Genova, Realizzazioni Grafiche Artigiana, Genova, 1969
  • Vito Elio Petrucci, Genova, ciao, E.R.G.A., Genova, 1981
  • Vito Elio Petrucci, Genova in cartolina, Sagep Editrice, Genova, 1985. ISBN 88-7058-160-8
  • Vito Elio Petrucci, Genova, scusa, Sagep Editrice, Genova, 1988. ISBN 88-7058-283-3
  • Vito Elio Petrucci, Il porto nella memoria, Francesco Pirella, Genova, 1997. ISBN 88-85514-51-0

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