I fratelli Karamazov

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1leftarrow.pngVoce principale: Fëdor Dostoevskij.

La pagina iniziale in lingua originale della prima edizione dell'opera

I fratelli Karamàzov (in russo Братья Карамазовы), romanzo di Fëdor Dostoevskij pubblicato per la prima volta nel 1879.

Incipit[modifica]

Nadia Cicognini e Paola Cotta[modifica]

Alekséj Fëdorovič Karamàzov era il terzo figlio di un possidente del nostro distretto, Fëdor Pàvlovic Karamàzov, assai noto ai suoi tempi (e ancor oggi da noi indimenticato) per una fine tragica e oscura verificatasi proprio tredici anni fa e di cui riferirò a tempo debito. Per ora, invece, di questo proprietario (come da noi lo si chiamava, benché per tutta la vita non avesse quasi mai vissuto nella sua proprietà) dirò che era un tipo strano, come se ne incontrano alquanto spesso: non solo il tipo d'uomo abietto e dissoluto, ma anche dissennato; di quei dissennati, però, che sanno sbrigar­sela brillantemente nei loro affarucci, ma a quanto sembra soltanto in questi. Fëdor Pàvlovic, per esempio, aveva cominciato quasi dal nulla; era un piccolissimo possidente che correva a pranzare alle tavole altrui, si arrangiava da parassita, s­eppure, al momento della fine, risultò che aveva ben centomila rubli in denaro contante. Per tutta la sua vita era stato uno degli individui più balzani dell'intero distretto. E ribadisco: qui non si tratta di stupidità – la gran parte di questi balordi è piuttosto intelligente e scaltra – ma proprio di dissennatezza si tratta, e per di più di una dissennatez­za particolare, nazionale.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Nadia Cicognini e Paola Cotta, Mondadori, 1994]

Pina Maiani e Laura Satta Boschian[modifica]

Aleksèj Fëdorovič Karamazov era il terzo figlio di un possidente del nostro distretto, Fëdor Pàvlovič Karamazov, molto noto ai suoi tempi (da noi del resto, se lo ricordano ancora oggi) per la sua fine tragica e oscura, avvenuta giusto tredici anni fa e della quale parlerò al momento opportuno. Per ora, invece, di questo «possidente», come lo chiamavano da noi (benché in tutta la sua vita non fosse vissuto quasi mai nella sua proprietà), dirò soltanto che era un tipo strano, come se ne incontrano abbastanza spesso, e precisamente il tipo dell'uomo non solo abietto e dissoluto, ma anche insensato; di quegli insensati, però, che si sanno arrangiare benissimo nei loro affarucci, e a quanto pare soltanto in questi. Fëdor Pàvlovič, per esempio, aveva cominciato quasi dal nulla: era un proprietario modestissimo, correva da una casa all'altra per mangiare alla tavola altrui, spiava ogni occasione per fare il parassita[1], ma intanto, al momento della sua morte, si trovò che aveva circa centomila rubli in denaro sonante. Eppure era stato sempre una delle teste più pazze di tutto il distretto. Lo ripeto: qui non si tratta di stupidità (la maggioranza di questi pazzi è abbastanza intelligente e furba), ma proprio di insensatezza, anzi, di una certa insensatezza speciale, nazionale.
[Fëdor M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Pina Maiani e Laura Satta Boschian, BUR, 1998]

Citazioni[modifica]

  • Senza Dio, senza vita futura? Dunque, sarebbe tutto permesso, allora adesso si potrebbe fare tutto? (Ivàn: 2011, p.)
Senza Dio e senza vita futura? Tutto è permesso dunque, tutto è lecito? (1979)

Libro primo, Storia di una famiglia[modifica]

  • Nella maggior parte gli uomini, anche i malvagi, sono di un animo molto più ingenuo e più semplice di quanto in generale si creda. E così del resto siamo anche noi. (cap. I, 1994)
  • Ivan, dirò solo che divenne un adolescente un po' cupo e chiuso in se stesso, tutt'altro che timido, ma fin dai dieci anni profondamente consapevole. (cap. III, 1994, p. 20)
  • Alëša [...] era solo un giovane altruista e, se intraprese la via del monastero, fu unicamente perché a quel tempo essa sola l'aveva colpito e gli era apparsa, per così dire, la via ideale per staccarsi dalla tenebra della malvagità del mondo verso la luce dell'amore spirituale. (cap. IV, 1994, p. 25)
  • Il famoso starets Zosìma [...] cui si era legato con tutto l'ardente amore di un cuore insaziato. (cap. IV, 1994, p. 25)
  • Purtroppo questi giovani non comprendono che il sacrificio della vita è, in parecchi casi, forse il più facile dei sacrifici e che sacrificare, per esempio, cinque o sei anni della propria impetuosa giovinezza all'impervia fatica degli studi, alla scienza, anche solo per decuplicare in sé le forze per dedicarsi a quella verità o a quell'impresa che si vagheggia e che ci si prefigge di compiere, un tale sacrificio è, insomma, per molti di essi sovente quasi superiore alle loro forze. Alëša aveva scelto solo una via opposta a quella di tutti, ma con la stessa smania di un'azione immediata. (cap. V, 1994, p. 37)

Libro secondo, Una riunione fuori luogo[modifica]

  • Come tutte le persone distratte, vi fissava a lungo, insistentemente, senza vedervi affatto. (cap. I, 1994, p. 48)
  • Prego vivamente anche voi di non inquietarvi e di non sentirvi a disagio [...]. E soprattutto, non vergognatevi tanto di voi stesso, perché è tutta lì la causa. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 61)
  • Chi mente a se stesso e presta ascolto alle proprie menzogne, arriva al punto di non distinguere più la verità, né in se stesso, né intorno a sé. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 62)
  • Vi è nel popolo un dolore muto e rassegnato, che si ritrae in sé e tace. Ma vi è anche un dolore lacerante; esso si scioglie in lacrime e, da quel momento, finisce in lamenti. [...] Un simile dolore non vuole conforto, si nutre del sentimento della propria inestinguibilità. (cap. III, 1994, p. 68)
  • Con l'amore tutto si riscatta, si salva tutto. Se io, che sono un peccatore come te, mi sono commosso e ho avuto pietà di te, tanto più ne avrà Dio. [...] Va' e non temere. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 74)
  • L'amore astratto brama gesta immediate, edificanti perché tutti lo notino. Si giunge effettivamente anche al punto di sacrificare la vita purché non vada troppo per le lunghe e si concluda al più presto, come sulla scena, così che tutti vedano e plaudano. L'amore attivo è fatica e perseveranza. (Starets Zosìma: cap. IV, 1994, p. 82)
  • Ma annientate nell'uomo la fede nella propria immortalità, e non solo in lui si inaridirà di colpo l'amore, bensì qualsiasi forza vitale in grado di perpetuare la vita nel mondo. E non basta: allora non vi sarà più nulla di immorale e tutto sarà lecito, persino l'antropofagia. (cap. VI, 1994, p. 98)
  • Perché non abbia a capire male: "Il delitto non solo deve essere lecito, ma persino riconosciuto come la più intelligente via d'uscita, la sola necessaria per ogni ateo!" È così o non è cosi? (Dmítrij: cap. VI, 1994, p. 98)
  • Ma anche il martire ama talora divertirsi con la propria disperazione, mosso quasi dalla disperazione stessa. (Starets Zosima: cap. VI, 1994, p. 99)
  • "Perché vive un uomo simile?" ruggì cupo Dmítrij Fëdorovič, quasi fuori di sé dall'ira, sollevando a tal punto le spalle da parere addirittura gobbo. [...]
    "Lo sentite, lo sentite, monaci, il parricida?" (cap. VI, 1994, p. 105)
  • Forse cadde in gioventù, corrotta dall'ambiente, ma ella "ha molto amato" e a colei che aveva molto amato anche Cristo perdonò... (Fëdor Pávlovič: cap. VI, 1994, p. 105)
  • Lo starets si alzò all'improvviso dal proprio posto [...] avanzò verso Dmítrij Fëdorovič e, quando gli fu vicinissimo, cadde in ginocchio dinanzi a lui. [...] Lo starets si prosternò ai piedi di Dmítrij Fëdorovič con un profondo, preciso e consapevole inchino e sfiorò persino la terra con la fronte. Alëša era così sbalordito che non ebbe neppure il tempo di sorreggerlo quando si rialzò. [...]
    Dmítrij Fëdorovič restò per qualche istante come folgorato: prostrarsi ai suoi piedi – che cosa significava? Alla fine lanciò un grido: "Oh, mio Dio!" e, coprendosi il viso con le mani, si precipitò fuori della stanza. (cap. VI, 1994, p. 106)
  • Mjusov guardò con odio Ivàn Fëdorovič.
    "Se ne va a pranzo come se non fosse accaduto proprio nulla!" pensò. "Faccia di bronzo e coscienza da Karamàzov!" (cap. VI, 1994, p. 108)
  • Conoscerai un grande dolore e nel dolore sarai felice. Eccoti il mio insegnamento: nel dolore cerca la felicità. (Starets Zosima: cap. VII, 1994, p. 109)
  • Lascia che siano gli uomini del mondo ad accompagnare con le lacrime i loro defunti: noi qui siamo lieti quando un padre ci lascia. (Starets Zosima: cap. VII, 1994, p. 109)
  • È di te che mi stupisco, Alëša: come puoi essere vergine? Eppure sei anche tu un Karamàzov! [...]
    Che c'è da concludere? È tutto chiaro. È la solita vecchia musica fratello. Se persino in te si cela un lussurioso, che altro può mai essere allora tuo fratello Ivàn, che è figlio della tua stessa madre? È anche lui un Karamàzov. (cap. VII, 1994, pp. 112-113)
  • Ivàn non si lascerà sedurre dal denaro. [...] Ivàn guarda più in alto. Non si lascerà proprio sedurre dalle migliaia di rubli. Ivàn non cerca né il denaro né la tranquillità. Ricerca forse la sofferenza. (cap. VII, 1994, p. 115)
  • Ma chi vi ha procurato tutto ciò? È il muzik russo, gran lavoratore, che vi porta il soldino guadagnato con le sue mani callose, sottraendolo alla famiglia e ai bisogni dello Stato! Ebbene, voi, santi padri, dissanguate il popolo! (cap. VIII, 1994, p. 127)

Libro terzo, I lussuriosi[modifica]

  • Alëša "gli aveva trapassato il cuore" giacché "viveva, vedeva tutto e non condannava nulla". (cap. I, 1994, p. 133)
  • Io vago e non so se sono precipitato nel fetore e nella vergogna o nella luce e nella gioia. Ecco dov'è la sventura poiché tutto nel mondo è un mistero! E quando mi avveniva di sprofondare nella più sordida depravazione [...] leggevo allora questi versi su Cerere. Riuscivano forse a redimermi? Mai! Perché io sono un Karamàzov. Perché, se precipito in un abisso, è a capofitto, con la testa in giù e i piedi in su, e sono anzi contento di esservi caduto in modo così degradante: lo considero bello. E proprio quando sono al fondo della vergogna, innalzo allora un inno. Che sia pure maledetto, vile, meschino purché possa baciare anch'io l'orlo della tunica in cui si avvolge il mio Dio. (Dimítrij: cap. III, 1994, p. 153)
  • In tutti noi Karamàzov e anche in te, angelo, vive quell'insetto e scatena tempeste nel tuo sangue. (Dimítrij: cap. III, 1994, p. 154)
  • Quel che alla mente pare una vergogna, per il cuore non è che bellezza. (Dimítrij: cap. III, 1994, p. 154)
  • È il diavolo a lottare con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini. (Dimítrij: cap. III, 1994, p. 154)
  • Ivàn sa tutto. L'ha saputo prima di te. Ma Ivàn è una tomba. (Mítja: cap. IV, 1994, p. 157)
  • Il mio primo pensiero fu da Karamàzov. (Mítja: cap. IV, 1994, p. 162)
  • È davvero una bellezza. Ma in quel momento la sua era una bellezza diversa. Era bella per la sua nobiltà, mentre io ero una canaglia; era bellissima nella sua grandezza d'animo e in quel suo sacrificarsi per il padre, mentre io ero una cimice. E da me, cimice e canaglia, ella dipendeva: tutta, anima e corpo. (Mítja: cap. IV, 1994, p. 162)
  • Mi pare, anzi, nel raccontarti tutti i miei conflitti, di averli infiorettati un po' per farmi bello. E sia, ma al diavolo tutti coloro che scrutano nei cuori umani! (Mítja: cap. IV, 1994, p. 164)
  • "Della seconda metà non ho capito nulla finora" disse Alëša.
    "E io? Capisco forse qualcosa?" (cap. V, 1994, p. 164)
  • Agli occhi del mondo, ho commesso una sciocchezza, ma forse sarà proprio questa sciocchezza a salvarci tutti! (Mítja: cap. V, 1994, p. 166)
  • "Eppure sono certo che lei ama proprio uno come te, e non come lui."
    "Lei ama la propria virtù e non me" sfuggì detto involontariamente a Dmítrij Fëdorovič. (cap. V, 1994, p. 166)
  • "Lo sai tu, innocente ragazzo, che questo è un delirio, un delirio inconcepibile, perché qui è in atto una tragedia? Sappi, Alekséj, che posso essere un uomo abietto, con passioni vili e rovinose, ma un ladro no [...] Dmítrij Karamàzov non lo sarà mai! E invece ora sappi che lo sono. (Mítja: cap. V, 1994, p. 169)
  • "Katerìna Ivànovna comprenderà" disse a un tratto Alëša in tono grave "comprenderà tutta la profondità del tuo dolore e si rassegnerà. È intelligentissima, e poi non si può essere più infelici di te, e lei lo capirà." (Alëša: cap. V, 1994, p. 170)
  • Dio conosce il mio cuore e vede tutta la mia disperazione. Vede tutto. È mai possibile che permetta che si compia un simile orrore? Alëša, io credo in un miracolo, va'! (Mítja: cap. V, 1994, p. 173)
  • Di contemplatori fra il popolo ve ne sono parecchi. E uno di questi era certamente Smerdjakòv: anche lui accumulava avidamente sensazioni, senza sapere ancora bene perché. (cap. VI, 1994, p. 180)
  • Ma se in quel medesimo istante io avessi provato a farlo e avessi gridato a bella posta alla montagna: "Annienta questi torturatori", ed essa non si fosse mossa, allora, dite un po', come avrei potuto non dubitare, e per di più in un'ora così spaventosa, di paura mortale? A parte questo so già che non riuscirò a guadagnarmi il Regno dei Cieli (giacché se la montagna non si è mossa alle mie parole, significa che non devono credere troppo lassù alla mia fede e non mi attende perciò una gran ricompensa nell'aldilà). (cap. VII, 1994, p. 187)
  • "Dio esiste o no? Una volta per tutte!"
    "Una volta per tutte, no!"
    "E chi si prende gioco degli uomini, Ivàn?"
    "Dev'essere il diavolo" ridacchiò Ivàn. (cap. VIII, 1994, p. 191)
  • Poi si era coperto il viso con le mani, si era accasciato sulla sedia come falciato e aveva preso a tremare tutto, in un accesso di pianto improvviso, sommesso, convulso. La sua singolare affinità con la madre fu la cosa che impressionò di più il vecchio.
    "Ivàn, Ivàn! Dagli dell'acqua, presto! Come lei, esattamente come lei, come sua madre allora! [...] È per sua madre, per sua madre..." borbottava, rivolto a Ivàn.
    "Ma sua madre era anche la mia; credo, che ne pensate?" sbottò a un tratto Ivàn, non controllando l'ira e il disprezzo. Il vecchio trasalì di fronte al suo sguardo scintillante. E a questo punto avvenne qualcosa di assai strano: fu solo per un istante, in verità, ma sembrò realmente che al vecchio fosse sfuggito di mente che la madre di Alësa era anche la madre di Ivàn. (cap. VIII, 1994, pp. 195-196)
  • Dmítrij, uscendo, gli lanciò uno sguardo carico d'odio. "Non mi pento del tuo sangue!" gridò "stà attento vecchio e proteggi il tuo sogno perché ho un sogno anch'io!" (Mítja: cap. IX, 1994, p. 198)
  • Uno dei due rettili divorerà l'altro, è inevitabile! (Ivàn: cap. IX, 1994, p. 199)
  • "[...] è mai possibile che ogni uomo, guardando gli altri, abbia il diritto di decidere chi di loro è degno di vivere e chi non lo è? [...] Questo problema viene risolto il più delle volte dal cuore umano non sulla base dei meriti, ma su quella di altre cause assai più naturali. Quanto al diritto, chi non ha il diritto di desiderare?"
    "Non la morte di una altro, tuttavia"
    "E perché no? A che pro mentire a se stessi?" (cap. IX, 1994, p. 202)
  • Del resto, si doveva ammettere che qui l'infelice, colui che appariva veramente, terribilmente infelice era solo suo fratello Dmítrij: l'attendeva senz'altro una sciagura. (cap. X, 1994, p. 203)
  • Si vergogni pure con tutti quanti, anche con se stesso, ma non con me! (Katerìna Ivànovna: cap. X, 1994, p. 208)

Libro quarto, Gli strazi[modifica]

  • Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra... E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto. (Starets Zosima: cap. I, 1994, p. 230)
  • Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio [...] ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e anzi di ogni uomo sulla Terra. (Starets Zosima: cap. I, 1994, p. 230)
  • E Ivàn non lo riconosco proprio come figlio mio. Da dove sarà venuto? È di una razza completamente diversa dalla nostra. [...] Quanto a Mìt'ka, l'annienterò come uno scarafaggio. [...] Il tuo Mìt'ka, perché tu gli vuoi bene. Tu lo ami, ma non è questo che mi fa paura. Se invece fosse Ivàn a volergli bene, ne avrei paura. Ma Ivàn non ama nessuno. (Fëdor Pávlovič: cap. II, 1994, p. 245)
  • Katerìna Ivànovna amava suo fratello Ivàn, ma ingannava volutamente se stessa solo per gioco, per il piacere di "straziarsi", e si costringeva ad amare Dmítrij per un senso di gratitudine. (cap. V, 1994, p. 261)
  • Alëša sentiva che un carattere come quello di Katerìna Ivànovna aveva bisogno di dominare e che poteva riuscirvi solo con un uomo come Dmítrij e non certo con uno come Ivàn. Poiché solo Dmítrij (sia pure col tempo) avrebbe potuto finire con il sottomettersi a lei. (cap. V, 1994, p. 261)
  • Un'altra avrebbe avuto torto, ma voi avete ragione. Non so come motivare la mia opinione, ma vedo che siete sincera in sommo grado e perciò avete ragione. (Ivàn: cap. V, 1994, p. 265)
  • Ma sappiate, Katerìna Ivànovna, che davvero amate solo lui. E più vi offenderà, più lo amerete. E questo è appunto il vostro strazio. Voi l'amate proprio così com'è, l'amate perché vi offende. Se si ravvedesse, subito l'abbandonereste e smettereste di amarlo. Ma lui vi è necessario per poter contemplare continuamente il vostro eroico atto di fedeltà e rinfacciare a lui la sua infedeltà. E tutto ciò per orgoglio. Oh, vi svilite, vi fate umiliare, ma sempre per orgoglio... Sono troppo giovane e vi ho amato troppo. (Ivàn: cap. V, 1994, p. 268)
  • Non è per fare dei confronti batjuska. Chi ama non fa distinzioni. (cap. VI, 1994, p. 281)

Libro quinto, Pro e contro[modifica]

  • E non appena ebbe finito di sfogarsi, subito provò vergogna per avermi così dischiuso la sua anima. E prese in odio anche me. (cap. I, 1994, p. 299)
  • Se non avesse calpestato quel denaro e l'avesse invece accettato, una volta a casa, dopo nemmeno un'ora avrebbe preso a piangere sulla sua umiliazione [...]. Avrebbe pianto e l'indomani sarebbe venuto magari da me appena giorno e forse me li avrebbe gettati in faccia quei due biglietti e li avrebbe calpestati come ha fatto poc'anzi. Ora invece se n'è andato tutto fiero e trionfante, pur sapendo di "essersi rovinato". Quindi, adesso, non c'è niente di più facile che persuaderlo ad accettare quei duecento rubli [...]. Pur sentendosi fiero, comincerà già da oggi a pensare all'aiuto di cui si è privato. E questa notte vi penserà ancora più intensamente, lo sognerà, e domattina, magari, sarò pronto a correre da me a chiedermi scusa. A quel punto comparirò io: "Siete un uomo fiero" gli dirò "l'avete dimostrato, ma ora accettate e perdonateci". (Alëša: cap. I, 1994, p. 300)
  • Vedete, non mi so esprimere, ma chi si pone certe domande è capace di soffrire. (Alëša: cap. I, 1994, p. 303)
  • "Perché sospettate vostra madre di una simile bassezza?"
    "Di una bassezza? Quale bassezza? Ascoltare dietro la porta della figlia è un suo diritto e non una bassezza" (Lise: cap. I, 1994, p. 304-305)
  • "I miei fratelli si perdono, e anche mio padre. E perdono anche gli altri con loro. È la "forza terrena dei Karamàzov" [...]. Non so neppure se si effonda lo spirito di Dio in questa forza. So soltanto che anch'io sono un Karamàzov. (Alëša: cap. I, 1994, p. 306)
  • Nostro fratello Dmítrij dice di te: Ivàn è una tomba. Mentre io dico: Ivàn è un'enigma. (Alëša: cap. III, 1994, p. 318)
  • In parte è una caratteristica dei Karamàzov questa sete di vita a qualunque costo. (Ivàn: cap. III, 1994, p. 319)
  • Si ha voglia di vivere, e io vivo, anche a dispetto della logica. Posso magari non credere nell'ordine delle cose, ma le foglioline vischiose che spuntano a primavera mi sono care, mi è caro il cielo azzurro e mi sono care certe persone, che a volte – lo crederesti? – non si sa neppure perché si amino, e mi sono care certe conquiste umane, nelle quali, forse, ho smesso di credereda un pezzo. (Ivàn: cap. III, 1994, p. 319)
  • Ogni pietra su di loro è come se testimoniasse di un passato così intenso, di una dedizione così appassionata alla propria impresa, alla propria fede, alla propria battaglia e al proprio sapere che io, lo so già fin da ora, mi getterò in ginocchio e bacerò quelle pietre, piangendo. (Ivàn: cap. III, 1994, p. 320)
  • "Credo che tutti dovrebbero amare la vita prima di ogni altra cosa al mondo."
    "Amare la vita più del senso della vita?"
    "Proprio così: amarla prima della logica, come dici tu, assolutamente prima di ogni logica, e solo allora se ne afferrerà il senso." (cap. III, 1994, p. 320)
  • Forse non mi stavo ancora perdendo e tu parli già di salvezza!" (Ivàn: cap. III, 1994, p. 320)
  • "E che ne sarà di Dmítrij e del babbo? Come finirà tra loro?" disse Alëša allarmato.
    "Ancora con questa litania! E io che c'entro? Sono forse il custode di mio fratello Dmítrij?" tagliò corto Ivàn irritato, ma poi sorrise con una certa amarezza. "È la risposta di Caino a Dio sul fratello ucciso, eh? Ci stavi pensando in questo momento, vero?" (cap. III, 1994, p. 321)
  • "Dio solo sa quanto tempo ci resta ancora prima della partenza! Un'eternità, una vera eternità!"
    "Ma come un'eternità, se parti domani?"
    "E a noi che importa?" (cap. III, 1994, p. 323)
  • Perché in questi tre mesi mi guardavi come in attesa? Per arrivare a chiedermi: "Qual è la tua fede o non ne hai affatto?" (Ivàn: cap. III, 1994, p. 324)
  • Voglio intendermi con te, Alëša, perché non ho amici, e voglio provare. (Ivàn: cap. III, 1994, p. 325)
  • Io, colombello, ho stablito che se non riesco a comprendere questo, tanto meno posso comprendere la questione di Dio. Riconosco umilmente di non avere nessuna inclinazione alla risoluzione di simili problemi: io ho una mente euclidea, terrestre; come si possono dunque risolvere problemi che non sono di questo mondo? (Ivàn: cap. III, 1994, p. 326)
  • E figurati un po' che, in definitiva, questo mondo di Dio io non l'accetto, e pur sapendo che esiste, non lo ammetto affatto. Non è che non accetti Dio, intendimi: è il mondo creato da Dio che non accetto e che non posso rassegnarmi ad accettare. Mi spiego: sono convinto allo stesso modo di un bimbo che le sofferenze saranno sanate e mitigate, che la degradante commedia delle contraddizioni umane scomparirà come un triste miraggio [...], che da ultimo, nello scenario finale, nel momento dell'eterna armonia, vi sarà, si rivelerà qualcosa di così unico che basterà a colmare tutti i cuori, a placare tutto lo sdegno, a riscattare tutti i misfatti degli uomini, tutto il sangue da loro versato, e basterà perché sia possibile non solo perdonare, ma anche giustificare tutto quello che c'è stato. E che avvenga, pure; ma io non l'accetterò mai, nn voglio accettarlo! (Ivàn: cap. III, 1994, p. 327)
  • "Fratellino mio, non voglio traviarti, sconvolgere le tue categorie: forse vorrei solo che la tua vicinanza mi guarisse" sorrise a un tratto Ivàn, proprio come un bambino piccolo e fragile. Alëša non gli aveva mai visto un simile sorriso. (cap. III, 1994, p. 328)
  • È appunto chi ti sta vicino che, secondo me, è impossibile amare; chi è lontano forse sì. [...] Per amare un uomo occorre che questi si celi alla nostra vista: non appena mostra il suo viso l'amore svanisce. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 328)
  • Per me, l'amore di Cristo per gli uomini è, nel suo genere, un miracolo impossibile sulla Terra. È vero che lui era Dio. Noi però non siamo dei. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 329)
  • I bimbi non hanno mangiato nulla e non sono ancora colpevoli di nulla. Ami i bambini Alëša? Lo so che li ami, e capirai perché voglio parlare solo di loro. Se sulla Terra soffrono anch'essi terribilmente è certo per i loro padri, sono puniti per i loro padri che hanno mangiato il frutto proibito: ma questo è un ragionamento dell'altro mondo, incomprensibile per il cuore dell'uomo quaggiù sulla Terra. Non si può far soffrire un innocente a causa di un altro. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 330)
  • Si sente infatti parlare a volte di crudeltà "belluina" dell'uomo, ma è profondamente ingiusto e offensivo per le belve: una belva non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, così artisticamente e raffinatamente crudele. Una tigre morde, sbrana e non sa fare nient'altro. Non le verrebbe mai in mente di inchiodare gli uomini per gli orecchi per tutta una notte, neppure se fosse in grado di farlo. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 331)
  • Io credo che se il diavolo non esiste, e quindi è stato creato dall'uomo, questi lo ha creato a sua immagine e somiglianza. (Ivàn: cap. IV, 1993, p. 320)
  • "E che dovevano fargli? Fucilarlo? Fucilarlo per soddisfare un senso morale? Parla, Aleska!"
    "Si, fucilarlo!" disse piano Alëša, alzando gli occhi e guardando il fratello con un sorriso strano, sitracchiato.
    "Bravo!" urlò Ivàn entusiasta. "Se lo dici tu, allora... Ma guarda un po' l'asceta! Anche tu, dunque, hai un piccolo demone nel cuore, Aleska Karamàzov!" (cap. IV, 1994, p. 338)
  • "Ho detto una sciocchezza, ma..."
    "Proprio così! Ma, ma..." gridò Ivàn. "Sappi, novizio, che le sciocchezze sono più che necessarie sulla Terra. Sulle sciocchezze è basato il mondo e, forse senza di esse, nel mondo, non sarebbe mai accaduto nulla. So quel che dico" (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 338)
  • Confesso con grande avvilimento che non comprendo proprio perché tutto sia stato concepito a questo modo. Gli uomini stessi devono esserne colpevoli [...]. Non sono dunque da compiangere. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 339)
  • Oh, secondo la mia misera mente terrena, euclidea, so soltanto che la sofferenza esiste, ma che non vi sono colpevoli, che ogni cosa deriva semplicemente e direttamente da un'altra, che tutto scorre e si equilibra, però non sono che scempiaggini euclidee, lo so bene, e non potrò mai rassegnarmi a vivere in base a esse! Che mi importa che non vi siano colpevoli e che io lo sappia: ho bisogno di una nemesi, altrimenti mi distruggerò. E di una nemesi non nell'infinito, chissà dove e chissà quando, ma qui, sulla Terra, che la possa vedere anch'io. Io ho creduto e voglio vedere, e se allora sarò già morto, che mi resuscitino, perché se tutto avvenisse senza di me sarebbe troppo avvilente. Non ho certo sofferto per concimare con le mie pene e le mie malefatte un'armonia futura a favore di qualcuno. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 339)
  • E quando la madre abbraccerà il carnefice che le ha fatto straziare il figlio dai cani e tutti e tre proclameranno fra le lacrime: "Tu sei giusto, o Signore!", allora sarà certo l'apoteosi di ogni conoscenza e tutto sarà spiegato. [...] Vedi, Alëša, forse se vivrò fino a quel momento o risorgerò per vederlo, avverrà davvero che guardando la madre che abbraccerà il carnefice della sua creatura anch'io esclami con gli altri: "Tu sei giusto, o Signore!". Ma io non lo voglio esclamare. [...] Questa suprema armonia. Essa non vale neppure una lacrima di quella bimba straziata [...]. Non le vale perché quelle lacrime non troveranno riscatto. Devono essere riscattate, altrimenti non vi può essere armonia alcuna. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 340)
  • È forse possibile? Saranno poi davvero vendicate? Ma che importa vendicarle, che importa l'inferno per i carnefici, a che cosa può rimediare l'inferno quando i bambini sono già stati sviziati? E che armonia vi è mai, se c'è l'inferno? (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 341)
  • E se le sofferenze dei bambini saranno servite a completare quella somma di sofferenze che era necessaria a riscattare la verità, io dichiaro subito che tutta la verità non vale un simile prezzo. Non voglio, infine, che la madre abbracci il carnefice che ha fatto dilaniare suo figlio dai cani! Non deve perdonarlo! Se vuole, che lo perdoni per sé, che lo perdoni per il suo infinito dolore di madre; ma le sofferenze del suo bimbo straziato lei non ha il diritto di perdonargliele [...]. Ma se è così, se non si dovrà perdonare, che ne è dell'armonia? [...] Non voglio l'armonia, è per amore dell'umanità che non la voglio. (Ivàn: cap. IV, 1994, p. 341)
  • "Immagina di esserec tu a edificare il destino umano con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per fare questo sia necessario e inevitabile fare soffrire anche una sola creaturina, quella bimba, per esempio, che si batteva il petto con il piccolo pugno, e sulle sue lacrime invendicate erigere quell'edificio. Ebbene acconsentiresti a esserne l'artefice a queste condizioni? Dimmelo e non mentire!"
    "No, non acconsentirei" disse piano Alëša.
    "E potresti ammettere l'idea che gli uomini per i quali tu lo costruisci acconsentano dal canto loro ad accettare una felicità fondata sul sangue innocente di un piccolo martire, e una volta accettata, a essere felici in eterno?"
    "No, non potrei ammetterlo. Fratello" disse Alëša. (cap. IV, 1994, p. 342)

Il Grande Inquisitore[modifica]

  • Quando per la gloria di Dio, ogni giorno nel paese ardevano roghi. (Ivàn: cap. V, 1994, p. 346)
  • Quale libertà vi può mai essere se l'obbedienza la si compra con i pani? (cap. V, 1994, p. 352)
  • Tu hai promesso loro il pane celeste ma, lo ribadisco: può esso competere, agli occhi dell'eternamente viziosa ed eternamente indegna razza umana, con quello terreno? E se a migliaia e decine di migliaia ti seguiranno in nome del pane celeste, che avverrà dei milioni e dei miliardi di esseri che non troveranno la forza di disdegnare il pane terreno per quello celeste? (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 353)
  • "Dinanzi a chi inchinarsi?". Non vi è affanno più tormentoso e continuo per l'uomo, rimasto libero, che il ricercare al più presto qualcuno da venerare. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 354)
  • Io ti dico che non vi è per l'uomo affanno più grande che quello di trovare al più presto qualcuno a cui rendere il dono della libertà che quell'infelice ha avuto nascendo. Ma si impossessa della libertà degli uomini solo chi pacifica la loro coscienza. (Ivàn: cap. V, 1994, p. 354)
  • Il segreto dell'esistenza umana non sta solo nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza sapere con certezza per che cosa vive, l'uomo non accetterà di vivere e si sopprimerà pur di non restare sulla Terra, se anche intorno a lui non vi fossero che pani. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 355)
  • Esclameranno infine che la verità non è in te, perché non si poteva lasciarli più in preda di ansie e di tormenti di quanto tu hai fatto, dando loro tanti affanni e problemi insolubili. In tal modo fosti tu a porre le basi per la rovina del tuo regno e non attribuire quindi la colpa più a nessuno. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 355)
  • Vi sono tre forze, tre sole forze sulla Terra in grado di vincere e incatenare per sempre la coscienza di questi esseri miseri e ribelli, per garantire loro la felicità: il miracolo, il mistero e l'autorità. Tu rifiutasti la prima, la seconda e la terza, dando così l'esempio. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 356)
  • È mai possibile che tu abbia supposto [...] che, seguendoti, anche l'uomo sarebbe rimasto con Dio, senza bisogno di miracoli! Ma tu non sapevi che non appena l'uomo avesse rinnegato il miracolo avrebbe rinnegato anche Dio poiché l'uomo non cerca tanto Dio quanto i miracoli. E, non avendo la forza di rinunciare ai miracoli, l'uomo si creerà nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà ai prodigi di un guaritore e alle stregonerie di una fattucchiera. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 356)
  • Tu non scendesti dalla croce quando, per schernirti e per deriderti, ti gridavano: "Scendi dalla croce e allora crederemo che sei tu". Tu non scendesti perché ancora una volta non volesti rendere schiavo l'uomo con un miracolo e bramavi una fede libera, non fondata sul miracolo. Bramavi un amore libero e non il servile fervore di uno schiavo dinanzi al potente che l'atterisce per sempre. Ma anche qui tu hai tenuto troppo in conto gli uomini poiché essi sono di certo degli schiavi. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, pp. 356-357)
  • Ti giuro, l'uomo è stato creato più debole e più vile di quanto tu pensassi! Può forse eguagliarti in ciò che hai fatto? Stimandolo tanto, hai agito come se cessassi di averne compassione perché troppo hai preteso da lui, e chi ha fatto questo: Colui che l'amava più di se stesso! Se lo avessi stimato di meno, avresti preteso anche meno da lui, perché più lieve sarebbe stato il suo fardello. (Ivàn: cap. V, 1994, p. 357)
  • E così inquietudine, sgomento e infelicità sono l'attuale sorte degli uomini dopo che tu hai sofferto tanto per la loro libertà! (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 357)
  • E che colpa hanno tutti gli altri, i deboli, se non hanno saputo sopportare quello che i forti hanno sopportato? Di che cosa è colpevole un'anima debole se non ha la forza di accogliere doni così terribili? Possibile che tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 358)
  • Abbiamo corretto la tua opera, fondandola sul miracolo, sul mistero e sull' autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere guidati di nuovo come un gregge e di vedere il loro cuore finalmente liberato da un dono tanto terribile che aveva arrecato loro tanti tormenti. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 358)
  • Tu sei orgoglioso dei tuoi eletti, ma tu non hai che eletti, mentre noi porteremo la serenità a tutti. E ancora: quanti di quegli eletti e di quei forti che avrebbero potuto diventarlo si sono stancati infine di attenderti e hanno portato e porteranno le forze del loro spirito e l'ardore del loro cuore in un altro campo e finiranno per innalzare proprio contro di te la loro libera bandiera! (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 360)
  • Oh, noi li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunceranno alla loro libertà in nostro favore e si assoggetteranno a noi. Ebbene, avremo ragione o mentiremo? Essi stessi si persuaderanno che abbiamo ragione perché rammenteranno a quale orrenda schiavitù e a quale orrendo turbamento li avesse condotti la tua libertà. La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti [...] che alcuni di loro, indocili e violenti, so distruggeranno da sé, mentre altri, indocili ma deboli, si stermineranno fra loro, e gli ultimi rimasti, deboli e infelici, strisceranno ai nostri piedi e ci grideranno: "Sì, avevate ragione [...] salvateci da noi stessi". (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 360)
  • Noi li convinceremo infine a non insuperbirsi giacché tu, innalzandoli, hai insegnato loro a insuperbirsi. [...] Oh, concederemo loro anche il peccato perché sono deboli e fragili e ci ameranno come bambini perché permettermo loro di peccare. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 361)
  • Ma allora io mi alzerò e ti mostrerò i miliardi di creature felici che non hanno conosciuto il peccato. E noi, che per la loro felicità ci saremo fatti carico dei loro peccati, ci alzeremo dinanzi a te e ti diremo: "Giudicaci, se puoi e se osi". Sappi che io non ti temo. Sappi che anch'io sono stato nel deserto e mi sono cibato di cavallette e di radici, e anch'io benedicevo la libertà [...]. Ma tornai in me e non volli servire la causa della tua follia. [...] Mi allontanai dai superbi e tornai agli umili, per la felicità di quegli umili. (Ivàn/Il grande inquisitore: cap. V, 1994, p. 363)
  • "Non hanno né tutta questa intelligenza, né tutti questi misteri e segreti... Forse non hanno che il loro ateismo: ecco qual è tutto il loro segreto. Il tuo inquisitore non crede in Dio: ecco il suo unico segreto!"
    "E se anche fosse così? Hai indovinato finalmente! È davvero così, è tutto qui il suo segreto; ma non è forse una sofferenza, almeno per un uomo come lui che ha sacrificato la vita intera nel deserto a una causa e non è riuscito a guarire dal suo amore per l'umanità?" (Ivàn: cap. V, 1994, p. 365)
  • E pensare che se mai è avvenuto su questa terra un autentico, formidabile miracolo, fu proprio quel giorno, il giorno delle tre tentazioni! Appunto nel fatto che potessero aver luogo quelle tre domande, si realizzò un miracolo. (Ivàn/Il Grande Inquisitore: II, V, V, 1993, p. 336)
  • Giacché, in queste tre domande, è come riassunta in blocco e predetta tutta la futura storia umana, e son rivelate le tre forme tipiche in cui verranno a calarsi tutte le irriducibili contraddizioni storiche della natura umana sulla terra intera. Allora questo non poteva peranche riuscire così evidente, giacché l'avvenire era ignoto; ma ora, che quindici secoli sono passati, noi vediamo che tutto, in queste tre domande, è a tal segno indovinato e predetto, e a tal segno s'è avverato, che aggiungervi o togliervi alcunché non è più possibile. (Ivàn/Il Grande Inquisitore: II, V, V, 1993, p. 337)
  • Rammenta la prima domanda: seppure non proprio alla lettera, il suo significato è questo: «Tu vuoi andare nel mondo, e ci vai con le mani vuote, con non so quale promessa di libertà, che quelli, nella loro semplicità e nella loro ingenita sregolatezza, non possono neppure concepire, e ne hanno timore e spavento – giacché nulla mai fu per l'uomo e per la società umana più insopportabile della libertà! Ma vedi codeste pietre, per questo nudo e rovente deserto? Convertile in pani, e dietro a Te l'umanità correrà come un branco di pecore [...]». Ma Tu non hai voluto privar l'uomo della libertà, e hai rifiutato la proposta: giacché, dove sarebbe la libertà (hai ragionato Tu), se il consenso fosse comperato col pane? (Ivàn/Il Grande Inquisitore: II, V, V, 1993, p. 337)
  • Non c'è nulla di più ammaliante per l'uomo che la libertà della propria coscienza: ma non c'è nulla, del pari, di più tormentoso. Ed ecco che invece di solidi fondamenti capaci di tranquillizzare la coscienza dell'uomo una volta per sempre, Tu hai scelto tutto ciò che v'è di più difforme, di più misterioso e di più indefinito: hai scelto tutto ciò che è superiore alle forze degli uomini: e perciò hai finito per agire come se addirittura non li amassi affatto: e questo, chi! Colui ch'è venuto a dare per essi la vita Sua! Invece di prender possesso della libertà umana, Tu l'hai accresciuta, e hai aggravato coi suoi tormenti il regno spirituale dell'uomo, per l'eternità. (Ivàn/Il Grande Inquisitore: II, V, V, 1993, p. 340)
  • "E lo lascia andare per "le oscure vie della città". Il prigioniero allora si allontana"
    "E il vecchio?"
    "Quel bacio gli brucia nel cuore, ma il vecchio non muta la sua idea."
    "E tu con lui, vero?" esclamò con amarezza Alëša. Ivàn scoppiò a ridere. (cap. V, 1994, pp. 366-367)
  • "E le foglioline vischiose, e i cari sepolcri, e il cielo azzurro e l'amata? Come farai a vivere? Come potrai amare tutto questo?" esclamò Alëša amareggiato. "È mai possibile con un simile inferno nella testa e nel cuore? No, tu parti proprio per unirti a loro... e se non è così, ti ucciderai, non riuscirai a resistere!"
    "Esiste una forza che resiste a tutto!" disse Ivàn con un gelido sorriso.
    "Quale forza?"
    "Quella dei Karamàzov... la forza dell'infamia dei Karamàzov." (cap. V, 1994, p. 367)
  • "Io, fratello, partendo, pensavo di avere almeno te al mondo" disse con una commozione inattesa Ivàn "ma ora vedo che anche nel tuo cuore non c'è posto per me, mio caro asceta. Quella formula "tutto è lecito" non la rinnego, e perciò sarai tu a rinnegarmi, non è vero?"
    Alëša si alzò, gli si avvicinò e lo baciò dolcemente sulle labbra.
    "È un plagio letterario!" gridò Ivàn, subito trasportato da una sorta di entusiasmo. (cap. V, 1994, p. 368)
  • "Senti Alëša" disse Ivàn in tono fermo "se davvero mi basteranno le foglioline vischiose, sarà solo ripensando a te che potrò amarle. Mi è sufficiente sapere che tu esisti qui, da qualche parte, per non perdere la voglia di vivere. Questo ti basta? Se vuoi, considerala come una dichiarazione d'amore." (Ivàn: cap. V, 1994, p. 368)

Libro sesto, Un monaco russo[modifica]

  • Ieri mi ha fatto un'impressione terribile... come se tutto il suo destino fosse racchiuso nel suo sguardo. Aveva uno sguardo tale... che in quell'istante nel mio cuore mi sono spaventato al pensiero di quello che egli stesso si stava preparando. (Starets Zosima: cap. I, 1994, p. 395)
  • "Mamma" le rispondeva "non piangere, la vita è un paradiso, e tutti noi siamo in paradiso, e non vogliamo saperlo; ma se lo volessimo sapere domani stesso tutto il mondo si trasformerebbe nel paradiso." (cap. II, 1994, p. 400)
  • Sappi che davvero ognuno è colpevole dinanzi a tutti, per tutti e di tutto. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 400)
  • Ogni filo d'erba, ogni scarabeo, ogni formica, ogni piccola ape dorata conosce stupendamente il suo cammino e, pur non avendo l'intelligenza, testimonia il mistero divino, che si esprime in essi in ogni istante. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 409)
  • Tutto è bello, magnifico, perché tutto è verità. Guarda il cavallo, quel nobile animale che vive accanto all'uomo, o il bue, che lo nutre e lavora per lui, curvo e pensoso; guarda i loro musi: quanta mitezza, quanta dedizione verso chi spesso li batte senza pietà, quanta benevolenza, e fiducia e bellezza nei loro tratti! Ed è commovente pensare che non hanno alcun peccato; infatti tutto è perfetto, tutto è innocente, tranne l'uomo, e Cristo è con loro prima ancora che con noi. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 409)
  • Ecco che per la prima volta nella mia vita ho agito sinceramente, e subito per voi sono diventato una specie di idiota: anche se mi amate, non potete fare a meno di ridere di me. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 418)
  • Nel suo isolamento accumula ricchezze e pensa: come sono forte adesso, e sicuro! E non sa, il folle, che quanto più accumula tanto più affonda in un'impotenza suicida. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 422)
  • Voglio soffrire. Accetterò la sofferenza e comincerò a vivere. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 428)
  • L'uomo ama vedere la caduta del giusto e il suo disonore. (Starets Zosima: cap. II, 1994, p. 434)
  • Il mondo dice: "Hai dei bisogni, e allora appagali [...]. Non temere di appagarli, anzi incrementali". Ecco quel che predica oggi il mondo. Ma che cosa provoca questo incrementare i propri bisogni? Nei ricchi la 'solitudine' e il suicidio morale; nei poveri l'invidia e l'omicidio, perché i diritti sono stati concessi, ma i mezzi per appagare i propri bisogni non li hanno ancora indicati. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 435)
  • Vivono così solo nell'invidia reciproca, nella dissolutezza e nell'ostentazione. Banchetti, viaggi, carrozze, gradi e servitù sono ritenuti ormai una necessità, per appagare la quale si sacrificano anche la vita, l'onore e l'amore [...], mentre i poveri affogano per ora i bisogni e l'invidia nell'ebbrezza. Ma presto, anziché di vino, si inebrieranno di sangue, a questo li condurranno. Io vi chiedo: è libero un uomo simile? [...] Non vi è da stupirsi se l'umanità, invece della libertà, abbia trovato la schiavitù. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 435-436)
  • Amate gli animali [...]. Non inquietateli, non tormentateli, non togliete loro la gioia: non opponetevi all'intenzione di Dio. Uomo, non porti al di sopra degli animali: essi sono senza peccato mentre tu, nella tua grandezza, guasti la Terra al tuo solo apparire lasciando dietro di te la tua lurida traccia. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 443)
  • Certe volte, specialmente davanti ai peccati degli uomini, ti sentirai perplesso e ti chiederai: "Devo ricorrere alla forza o all'umiltà e all'amore?". Decidi sempre di ricorrere all'umiltà e all'amore. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 444)
  • Giacché si deve amare non per un istante, fortuitamente, ma sino alla fine. Di amare fortuitamente tutti sono capaci: anche i malvagi. Il mio giovane fratello chiedeva perdono agli uccellini; può apparire assurdo, ma è giusto, perché tutto è come l'oceano, tutto scorre e s'incontra: tocchi in un punto e il tuo gesto si ripercuote agli antipodi della Terra. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 444)
  • Figli miei, rifuggite dall'avvilimento! Vi è un unico mezzo per salvarsi: assumere su di sé tutti i peccati umani e rendersene responsabili. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 445)
  • Ci è stata donata la segreta, misteriosa sensazione del nostro vivo legame con un altro mondo. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 446)
  • Ricorda soprattutto che non puoi essere giudice di nessuno. Perché non vi può essere sulla Terra nessuno che giudichi un criminale se prima non abbia riconosciuto di essere egli stesso un criminale come chi gli sta dinanzi, e di essere forse il maggior colpevole del delitto da questi commesso. [...] Perché se io fossi giusto, forse non vi sarebbe neppure il criminale dinanzi a me. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 446)
  • Se la notte, sul punto di assopirti, ti viene in mente di non aver fatto ciò che avresti dovuto, non indugiare: alzati e fallo. Se intorno a te vi sono persone adirate e insensibili che non vogliono prestarti ascolto, inginocchiati dinanzi a loro e chiedi perdono, poiché in verità la colpa è anche tua se non vogliono ascoltarti. (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 447)
  • Padri e maestri, mi chiedo: "Che cos'è l'inferno?". Ed è così che lo definisco: "La sofferenza di non poter più amare". (Starets Zosima: cap. III, 1994, p. 448)

Libro settimo, Alëša[modifica]

  • Non intendo chiedere perdono per lui, e scusare o giustificare l'ingenuità della sua fede con la sua giovane età [...], ma faccio, anzi, l'opposto e dichiaro fermamente di provare il più sincero rispetto per la natura del suo cuore. (cap. II, 1994, p. 473)
  • Fa più onore l'abbandonarsi a un'infatuazione magari irragionevole, ma scaturita da un grande amore, che il non cedervi affatto. Tanto più nella giovinezza, poiché un giovane troppo e sempre giudizioso non può che essere sospetto e non deve valere un granché. (cap. II, 1994, p. 473)
  • Sono lieto che il mio ragazzo in un momento simile non abbia mostrato troppo giudizio perché per il giudizio vi è sempre tempo, se non si è sciocchi; quando verrà mai, invece, l'amore, se neppure in una circostanza così eccezionale si manifesta nel cuore di un giovane? (cap. II, 1994, p. 475)
  • Io non mi ribello a Dio, solo "non accetto il suo mondo". (Alëša: cap. II, 1994, p. 477)
  • Voleva vendicarsi, assistendo cioè al "disonore di un giusto" e alla probabile caduta di Alesa "dalla santità nel peccato", il che lo inebriava già. (Alëša: cap. II, 1994, p. 479)
  • "Si vuol bene per qualche cosa: e voi due che cosa avete fatto per me?"
    "E tu ama per nulla, come fa Alëša." (cap. III, 1994, p. 493)
  • Vedi, Alëša, mi sono terribilmente affezionata alle mie lacrime di questi cinque anni... E forse è soltanto la mia offesa che amo, e non lui! (cap. III, 1994, p. 497)

Libro ottavo, Mítja[modifica]

  • Domani, come sorge il sole, non appena Febo l'eternamente giovane si leverà, "lodando e glorificando Dio", domani andrete da lei. (cap. V, 1994, p. 558)
  • "Sai tirarti da parte?"
    "Come tirarmi da parte?"
    "Cedere il passo. Cedere all'amata e all'odiato. Perché anche l'odiato ti diventi caro: ecco come si cede il passo! E dire: Dio sia con voi, andate, passatemi accanto, e io..."
    "E voi?"
    "Basta. Andiamo." (cap. V, 1994, p. 560)
  • Non bisogna colpire il prossimo, e neanche tormentarlo, come qualsiasi altra creatura, perché qualsiasi creatura è creata dal Signore. (Andréj: cap. VI, 1994, p. 573)
  • "Se un giorno possono essere felici, non dovrebbero divertirsi?" Kalgálov guardava con l'aria di chi si fosse sporcato con qualcosa. "Tutto ciò è una porcheria." (cap. VIII, 1994, p. 604)

Libro nono, L'istruttoria preliminare[modifica]

  • Fatemi riprendere fiato, signori. Tutto ciò mi turba terribilmente, terribilmente: l'uomo non è una pelle di tamburo, signori! (cap. III, 1994, p. 638)
  • "Con te anche al patibolo!" E cosa le ho dato io, io, misero, nudo; perché un simile amore per me? Lo valgo io, goffa, indecente creatura che sono? E con la faccia indecente che ho, lo valgo io un amore tale da farla venire con me ai lavori forzati? Si è gettata ai vostri piedi per me, poco fa, orgogliosa com'è e di nulla colpevole! Come potrei non adorarla, non gridare, non gettarmi verso di lei, come poco fa? O signori, perdonate! Adesso però, adesso sono consolato!" Ed egli cadde sulla sedia e, copertosi il volto con entrambe le mani, si mise a singhiozzare (Mítja: cap. V, 1994, pp. 644-645)
  • Oh Dio, voi mi spaventate con la vostra incapacità di capire! (Mítja: cap. VII, 1994, p. 682)
  • "Abbiate pietà, signori" giunse le mani Mítja "almeno questo non scrivetelo, vergognatevi! Certo, io ho spaccato la mia anima a metà, per così dire, davanti a voi e voi ve ne siete approfittati e scavate con le dita dentro la ferita nelle due metà... Oh Dio!" Disperato, si coprì il volto con le mani. (Mítja: cap. VII, 1994, pp. 685-686)
  • "È il piccinin" gli risponde il vetturino "il piccinin che piange." Mítja è colpito dal fatto che l'ha detto alla sua maniera, da contadino: "piccinin", e non "bambino". E gli piace che il contadino abbia detto "piccinin": è come se ci fosse più compassione. (cap. VIII, 1994, p. 701)
  • Perché stanno qui queste madri misere? Perché la gente è povera? Perché il piccinino è misero? Perché questa nuda steppa? Perché non si abbracciano, non si baciano? [...]
    E sente dentro di sé che, sebbene faccia domande da pazzo e da stupido, è proprio quello che vuole chiedere e che è necessario chiedere. E sente anche che nel cuore gli cresce una commozione mai provata prima, che ha voglia di piangere, che vuole fare qualcosa per tutti, perché il piccinin non pianga più, perché non pianga più la sua nera madre emaciata, perché nessuno pianga più da quel momento, e lo vorrebbe fare subito, senza rimandare e senza tenere conto di niente, con tutto l'impeto dei Karamàzov. (cap. VIII, 1994, p. 701)
  • Perdonami Grùša, per averti amata, perché con il mio amore ti ho perduta! (Mítja: cap. IX, 1994, p. 705)

Libro decimo, I ragazzi[modifica]

  • Era un campione di purezza e delicatezza e perciò anche quel solo accenno fu, per il momento, sufficiente alla sua completa felicità. (cap. I, 1994, p. 715)
  • "Dev'essere una qualche legge generale della natura."
    "Sì, una qualche legge ridicola."
    "No, non ridicola: ti sbagli. Non c'è niente di ridicolo in natura sebbene così sembri all'uomo con i suoi pregiudizi." (cap. III, 1994, p. 728)
  • Oh, no, ci sono uomini che sentono in maniera profonda, ma che sono come soffocati. La loro buffoneria è una specie di maligna ironia verso quelli a cui non hanno il coraggio di dire la verità in faccia, per via di una umiliante soggezzione di lunga data nei loro confronti. Credete Krasótkin, che tale buffoneria è talvolta estremamente tragica. (cap. IV, 1994, p. 741)
  • So che siete un mistico, ma... questo non mi ha fermato. Il contatto con la realtà vi guarirà...Con le nature come voi non può accadere altrimenti."
    "Che cosa chiamate mistico? Da che cosa guarirò?" si stupì un poco Alëša.
    "Mah, da Dio eccetera eccetera."
    "Come? Davvero voi non credete in Dio?"
    "Al contrario, non ho niente contro Dio. Naturalmente Dio è solo un'ipotesi" (cap. VI, 1994, p. 765)

Libro undicesimo, Il fratello Ivàn Fëdorovič[modifica]

  • "Lo capisci o no?"
    "No, non capisco" disse Alëša.
    Egli guardava Mítja con curiosità e lo ascoltava.
    "Neanch'io capisco. È oscuro e vago, però è intelligente. (cap. IV, 1994, p. 815)
  • Trovano una "giustificazione civile" per ogni bassezza! (Mítja: cap. IV, 1994, 816)
  • Si può far rinascere, far risorgere in quel forzato un cuore che si era fermato; si può curarlo per anni e far uscire dalla tana alla luce un'anima nobile, una coscienza sofferta: far rinascere l'angelo, resuscitare l'eroe! E ce ne sono molti di loro, a centinaia, e noi tutti siamo colpevoli per loro! Perché ho sognato il "piccinin" in un momento simile? "Perché il piccinin è povero?" Ho avuto allora quella profezia! Io andrò laggiù per il "piccinin". Perché tutti sono colpevoli per tutti. Per tutti i "piccinini", perché ci sono bambini piccoli e bambini grandi. Sono tutti "piccinini". Per tutti loro io andrò, perché qualcuno ci deve andare per tutti. (cap. IV, 1994, p. 818)
  • Oh sì, saremo incatenati e non avremo libertà, ma allora, nel nostro grande dolore, risorgeremo di nuovo alla gioia senza la quale l'uomo non può vivere, né Dio esistere, poiché Dio dà gioia [...]. Non può esistere il forzato senza Dio [...]. E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo nelle viscere della terra un tragico inno a Dio che dà la gioia! (cap. IV, 1994, p. 819)
  • E cos'è poi la sofferenza? Non la temo, anche se fosse senza fine. Ora non la temo, prima la temevo. [...] E mi sembra che in me ci sia tanta di questa forza, ora, da vincere tutto, tutte le sofferenze, pur di potermi dire ogni momento: io sono! Tra mille tormenti, io sono; mi contorcerò sotto la tortura, ma io sono! Alla gogna, ma anch'io esisto, vedo il sole e se non lo vedo so che c'è. E sapere che c'è il sole è già tutta una vita Alëša, mio cherubino; le filosofie mi uccidono, che il diavolo se le porti via! (Mítja: cap. IV, 1994, p. 819)
  • Vedi, io prima non avevo tutti questi dubbi, però era già tutto nascosto in me. Forse mi ubriacavo, facevo a pugni, mi arrabbiavo proprio perché tutte queste idee sconosciute si agitavano in me. [...] Ho Dio che mi tormenta. Il solo pensiero di Dio mi tormenta. E se non esistesse? [...] Allora l'uomo chi amerà? A chi sarà grato, a chi canterà l'inno? (Mítja: cap. IV, 1994, p. 819)
  • Tutt'a un tratto ciò gli mostrò un tale baratro di dolore e disperazione senza via d'uscita nell'animo del suo disgraziato fratello, che egli prima neanche sospettava. Una profonda, infinita compassione all'improvviso lo prese e lo torturò. Il suo cuore trafitto doleva terribilmente. (cap. IV, 1994, p. 826)
  • Cos'è mai la fede, se viene imposta con la forza? [...] Tommaso non ha creduto perché ha visto il Cristo risorto, ma perché ancor prima desiderava credere. (cap. IX, 1994, p. 880)
  • Dunque io faccio il mio servizio, a malincuore, perché ci siano eventi, e creo l'insensato su ordinazione. Gli uomini prendono tutto ciò per un qualche cosa di molto serio, nonostante tutta la loro indiscutibile intelligenza. E in questo sta la loro tragedia. E soffrono, naturalmente, ma... per questo vivono, vivono realmente, non nella fantasia; poiché anche la sofferenza è vita. Senza dolore che piacere ci sarebbe, in essa? Tutto si trasformerebbe in un unico, infinito moleben [2]: santo ma noiosetto. (cap. IX, 1994, p. 888)
  • Je pense, donc je suis: questo lo so, sì, ma tutto il resto, tutto quello che mi sta attorno, tutti questi mondi, Dio, e perfino Satana stesso, non è ancora dimostrato se tutto ciò abbia un'esistenza propria o se sia solo una emanazione mia, uno sviluppo conseguente del mio io, temporanea e individuale... (Ivàn: cap. IX, 1994, p. 889)
  • "Dall'esaltazione con la quale mi neghi" si mise a ridere il gentleman "mi convinco che tu comunque credi in me."
    "Neanche per sogno! Non credo nemmeno alla centesima parte!"
    "Ma alla millesima sì. Le dosi omeopatiche, sono forse le più forti. Confessa che credi, anche alla decimillesima..." (cap. IX, 1994, p. 892)
  • In verità, ti arrabbi con me perché non ti sono apparso in una nube rossa, "tuonante e abbagliante", con ali infuocate, ma mi sono presentato sotto un aspetto tanto modesto. Sei offeso innanzitutto nei tuoi sentimenti estetici e poi anche nell'orgoglio. (cap. IX, 1994, p. 895)
  • Ognuno saprà di essere completamente mortale, senza possibilità di resurrezione, e accetterà la morte con orgoglio e tranquillità, come un dio. Nel suo orgoglio egli capirà che non deve lamentarsi se la vita è un attimo, e amerà il proprio fratello senza bisogno di alcuna ricompensa. L'amore colmerà solamente quell'attimo della vita, ma la consapevolezza della sua fugacità basterà da sola a ravvivarne tanto la fiamma, quando invece tale fiamma si disperdeva prima nelle speranze di un amore ultraterreno e infinito. (Il diavolo di Ivàn: cap. IX, 1994, pp. 898-899)
  • Vendicandosi di se stesso e di tutti per aver servito ciò in cui non credeva! (Alëša, cap. X, 1994, p. 907)

Libro dodicesimo, Un errore giudiziario[modifica]

  • Era uno di quei caratteri orgogliosi che non sopportano il disprezzo, che, non appena sospettano disprezzo da parte di qualcuno, subito s'infiammano di rabbia e di voglia di opporsi. (cap. IV, 1994, p. 944)
  • Chi non desidera la morte del proprio padre? [...] È stato ucciso un padre e loro fingono di averne orrore. [...] Bugiardi! Tutti desiderano la morte del proprio padre. (Ivàn: cap. V, 1994, pp. 949-950)
  • Ci odiavamo per molti motivi, Kátja, ma ti giuro: io odiandoti, ti amavo; ma tu no! (Mítja: cap. V, 1994, p. 954)
  • In questo sta il nostro orrore: che simili cupe vicende abbiano quasi smesso di essere, per noi, orribili! Ecco di cosa dobbiamo avere orrore, del nostro abituarci, e non del singolo delitto di questo o quell'altro individuo. (cap. VI, 1994, p. 959)
  • Nel primo caso egli fu sinceramente nobile, e nel secondo altrettanto sinceramente vile. Perché? Ma proprio perché siamo nature vaste, karamazoviane – e proprio a questo volevo arrivare – capaci di tutte le possibili contraddizioni e di contemplare in un colpo i due abissi, l'abisso sopra di noi, degli ideali più alti, e l'abisso sotto di noi, della caduta più vile e fetida. (cap. VI, 1994, pp. 968-969)
  • Ma se abbiamo potuto sentire dolore e pietà per avere ucciso un uomo, vuol dire che non abbiamo ucciso il padre: dopo aver ucciso nostro padre non saremmo saltati giù verso un'altra vittima per pietà [...]. Ci fu posto per la pietà e per i buoni sentimenti proprio perché prima d'allora la coscienza era pulita. Ecco, quindi, tutta un'altra psicologia. (cap. X, 1994, p. 1008)
  • E con simili romanzi siamo pronti a distruggere la vita di un uomo! (cap. XI, 1994, p. 1013)
  • Ma avete gridato voi stesso che Karamàzov è grande, avete parlato voi per primo dei due abissi che Karamàzov può contemplare. Karamàzov è appunto una natura dalle due facce, dai due abissi, che anche durante la più irrefrenabile delle baldorie potrebbe fermarsi d'un tratto se qualcosa dall'altro lato lo colpisse. (cap. XI, 1994, p. 1015)
  • Chi genera non è ancora padre, un padre è chi genera e chi lo merita. (cap. XIII, 1994, p. 1031)
  • Ma non potete pretendere da una giovane mente la moderazione. (cap. XIII, 1994, p. 1032)
  • Ma schiacciate quest'anima con la misericordia, mostratele amore ed ella maledirà le proprie opere poiché in lei vi sono tanti buoni germogli. (cap. XIII, 1994, p. 1035)
  • Meglio lasciare liberi dieci colpevoli che punire un solo innocente. [3] (cap. XIII, 1994, pp. 1035-1036)

[modifica]

  • Ovviamente non è onesto corrompere neanche in un caso simile, ma io non mi metterò a giudicare per nulla al mondo, perché in sostanza se Ivàn e Kátja mi avessero incaricato di darmi da fare per te in una simile faccenda allora io, lo so, sarei andato là e avrei corrotto. (Alëša: cap. II, 1993, p. 1054)
  • Gli uomini spesso deridono ciò che è bello e buono. (cap. III, 1994, p. 1069)
  • Cari amici miei: non abbiate paura della vita! Com'è bella la vita, quando si fa qualcosa di buono e di vero! (Alëša: cap. III, 1994, p. 1070)

Traduzione non precisata[modifica]

  • Chi non desidera la morte del proprio padre? (Ivan Karamazov)
  • La bellezza: che tremenda e orribile cosa! […] Là gli opposti si toccano, là vivono insieme tutte le contraddizioni!
  • La donna? Solo il diavolo sa cos'è.
  • Non è che io non accetti Iddio, Alesa, è soltanto che in tutta umiltà Gli restituisco il biglietto.
  • Se il giudice fosse giusto, forse il criminale non sarebbe colpevole.
  • Sì, l'uomo è vasto, troppo vasto. Vorrei che fosse più stretto. (Ivàn)
  • Gli uomini rifiutano i profeti e li uccidono. Ma adorano i martiri e onorano coloro che hanno ucciso.
  • È profondo come la psicologia, è una lama a doppio taglio.

Explicit[modifica]

"Karamàzov!", gridò Kòlja. "È vero quello che dice la religione, che resusciteremo dai morti e, tornati in vita, ci vedremo di nuovo tutti, anche Iljùscenka?".
"Resusciteremo senz'altro, e ci vedremo e ci racconteremo l'un l'altro allegramente e gioiosamente tutto ciò che è stato", rispose Aljòscia a metà tra il riso e l'entusiasmo.
"Ah, che bello che sarà", sfuggì a Kòlja.
"Ma ora finiamola e andiamo al pranzo funebre. Non turbatevi se mangeremo i bliny. È una tradizione antica, eterna e, per ciò, buona". Si mise a ridere Aljòscia. "Su, andiamo! Andiamo per mano".
"E sarà cosí per sempre, tutta la vita per mano! Urrà per Karamàzov!", gridò ancora una volta Kòlja con entusiasmo, e di nuovo i ragazzi fecero eco alla sua esclamazione.

[Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Nadia Cicognini e Paola Cotta, Mondadori, 1994.]

Citazioni su I fratelli Karamàzov[modifica]

  • [Prima che Tolstoj fuggisse di casa] [...] quest'incubo di essere minacciato con la violenza per ottenere da lui il testamento e per simulare il suo ritorno alla fede ortodossa, ossessionava a tal punto il vecchio, che egli sentì in quei giorni il desiderio di rileggere I fratelli Karamazov di Dostoevskij.
    Nella notte fra il 27 e il 28 ottobre questo libro restò spalancato nel punto in cui il figlio si abbandona a vie di fatto contro suo padre.
    Il libro restò così aperto per sempre sulla tavola di Tolstoj. (Victor Lebrun)
  • Vanno oltre il bello. Essi raggiungono la dignità del libro sacro. (Giuseppe Antonio Borgese)

Igor Sibaldi[modifica]

  • Durante la maggior parte degli episodi dei Karamàzov il tempo è fermo, non scorre, si estende soltanto in profondità, proprio come la luce intensa a teatro sui corpi degli attori che essa plasma, cilindro di essere nel buio del non-essere. E anche quando questa luce diviene la struggente luminosità radente dei "raggi obliqui del sole al tramonto" [...] non è l'ora che conta: soltanto l'effetto-luce, lo squarcio improvviso d'un paesaggio dell'anima, sempre immobile anch'esso da decenni. Nulla scorre, in quel tempo, davvero. La durata dei Karamàzov procede per blocchi d'eternità.
  • Il lettore viene coordinato appunto a quella prospettiva [...], a guardare ogni cosa così come i giovani protagonisit la guardano, entro lo spasmo di quella loro iniziazione, tutta quanta interiore, notate bene! tutta parlata, potentemente raffigurata su schermi interiori della creatività dell'angoscia.
  • Non è nemmeno un romanzo, d'altronde. Oh, certamente lo è a vederlo da fuori, la superficie è romanzesca e il nome romanzo gli sta benissimo. Ma visto da dentro, da quella profondità e intensità in cui il lettore viene a trovarsi leggendo, questo romanzo non è un romanzo, è un sistema composito, e strano, pieno di "insospettabili ripostigli, bugigattoli svariati e insospettate scale" proprio come la casa in cui Dostoevskij lo ambientò.
  • Non sono personaggi, sono forze della natura. [...] Guardate con che ansia e urgenza ciascuno di essi si sforza, ogni volta, in ogni episodio, di rivelarsi tutt'intero, di arrivare assolutamente e il più in fretta possibile in fondo a sé medesimo e di trascinarsi fuori "nel modo più brutale", "una volta per tutte".
  • "Padri" e "figli" sono due eserciti in armi, separati l'uno dall'altro, nei Karamàzov, da una diversità insanabile e di nuovo naturalissima: i padri, gli adulti, sono come sono, son l'esistente massiccio, sono degli "io" arroccati in sé e pronti a difendersi per l'eternità nel mondo che era il loro dominio. I giovani al contrario bramano tutti, qui, di liberarsi del proprio "io" – del proprio grado di partecipazione a quell'esistente, del ruolo che in esso è toccato loro, del loro compromesso con il mondo dei padri – e soffocano in esso, sono infelici e ansiosi.
  • Sarebbe altresì possibile andare oltre [...] in questa assimilazione a Jung: riconducendo [...] tutti e quattro i fratelli alle quattro parti dell'intero individuale, Ivàn il pensiero, Dmítrij la sensazione, Alëša il sentimento, Smerdjakçov l'intuizione.

Note[modifica]

  1. Parassita (in russo, m. prižvalka, f. prižvàlkina), figura tipica della vita russa all'epoca della servitù della gleba, e conservatasi anche dopo l'emancipazione. Si trattava di persone che vivevano per anni e talvolta per tutta la vita nelle case dei ricchi proprietari, senza una ragione giustificata o almeno evidente.
  2. Il Te Deum ortodosso.
  3. Principio enunciato in Russia da Pietro I, nel Codice Militare (1716), e da lì ripreso nello Svod, il Codice delle Leggi dell'Impero di Russia, nel 1876.

Bibliografia[modifica]

  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Pina Maioni, Sansoni, Firenze, 1966.
  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano, 1979. ISBN 88-11-51942-X
  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Agostino Villa, Einaudi, Torino, 1993. ISBN 88-06-13251-2
  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Nadia Cicognini e Paola Cotta, Mondadori, Milano, 1994. ISBN 8804527234
  • Fëdor M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Pina Maiani e Laura Satta Boschian, BUR, 1998. ISBN 8817006939
  • Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Matteo Grati, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011. ISBN 88-66-20123-5; ISBN 978-88-662-0123-6; ISBN 978-88-607-3937-7

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