Jack London

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Jack London

Jack London, pseudonimo di John Griffith Chaney (1876 – 1916), scrittore statunitense.

Citazioni di Jack London[modifica]

  • Di tutti gli sport, l'unico che ami veramente è la boxe. Certo, è uno sport che a poco a poco va scomparendo. Ma mi auguro che, nei giorni che mi restano da vivere, ci sia sempre da qualche parte un'arena cui poter andare.[1]
  • Dimenticati di te stesso e il mondo ti ricorderà.
Forget you! And then the world will remember you.[2]
  • Preferirei di gran lunga essere campione del mondo dei pesi massimi – cosa impossibile – che re d'Inghilterra o presidente degli Stati Uniti o kaiser di Germania.[3]
  • Un osso dato al cane non è carità: carità è l'osso spartito col cane quando avete fame come lui. (da La strada, Acquaviva, 2008)

Attribuite[modifica]

  • La giusta funzione di un uomo è di vivere, non di esistere.[4]
  • Preferirei essere una superba meteora, ogni mio atomo esploso in un magnifico bagliore, piuttosto che un sonnolento e perseverante pianeta.[4]

Il vagabondo delle stelle[modifica]

Incipit[modifica]

Assai spesso, nella mia vita, ho provato la strana impressione che il mio essere si sdoppiasse, che altri esseri vivessero o avessero vissuto in lui, in altri tempi o in altri luoghi.

Citazioni[modifica]

  • E ora sono qui, nel braccio degli assassini del carcere di Folsom, che attendo, le mani rosse di sangue, il giorno fissato dalla macchina dello Stato, quando i suoi servitori mi porteranno in quella che chiamano tenebra, quella tenebra di cui hanno paura e da cui attingono immagini di superstizione e terrore, la stessa tenebra che li spinge, fra tremiti e lamenti, davanti agli altari delle divinità antropomorfe, generate dal medesimo orrore. (capitolo I)
  • Se riuscire a dimenticare è segno di sanità mentale, il ricordare senza posa è ossessione e follia. (capitolo VI)
  • Se per mezzo dell'ipnosi lo spirito cosciente fosse indotto al sonno e fosse al tempo stesso risvegliata la sua parte subcosciente, il problema sarebbe risolto, le carceri della mente spalancherebbero le loro porte e i prigionieri ritornerebbero alla luce del sole. (capitolo VI)
  • È la vita a costituire l'unica realtà e il vero mistero. La vita è molto di più che semplice materia chimica, che nelle sue fluttuazioni assume quelle forme elevate che ci sono note. La vita persiste, passando come un filo di fuoco attraverso tutte le forme prese dalla materia. Lo so. Io sono la vita. Sono passato per diecimila generazioni, ho vissuto per milioni di anni, ho posseduto numerosi corpi. Io, che ho posseduto tali corpi, esisto ancora, sono la vita, sono la favilla mai spenta che tuttora divampa, colmando di meraviglia la faccia del tempo, sempre padrone della mia volontà, sempre sfogando le mie passioni su quei rozzi grumi di materia che chiamiamo corpi e che io ho fuggevolmente abitato. (capitolo XII)
  • La materia è la grande illusione. La materia, cioè, si manifesta nella forma e la forma è un fantasma. (capitolo XII)
  • La mente... solo la mente sopravvive. La materia fluisce, si solidifica, fluisce di nuovo, le forme che essa assume sono sempre nuove. Poi si disintegrano in quel nulla eterno donde non vi è ritorno. La forma è un'apparizione, [...], ma il ricordo permane, rimarrà fino a quando lo spirito resiste, e lo spirito è indistruttibile. (capitolo XVI)
  • L'incanto che emana da una donna è ineffabile, è diverso dalla percezione che sfocia nella ragione. Questo stato, infatti, nasce dalla sensazione e culmina nell'emozione, la quale – è giocoforza ammetterlo – altro non è che sensazione al suo livello più alto. (XVII capitolo)
  • La materia non ricorda, lo spirito sì. Ed il mio spirito altro non è che la memoria delle mie infinite incarnazioni. (capitolo XVIII).
  • Creatura quanto mai strana è l'uomo: insaziabile, sempre inappagato, irrequieto, mai in pace con Dio o con se stesso, di giorno tende senza posa a inutili mete, di notte si abbandona a un'orgia di desideri proibiti e malvagi. (capitolo XIX)
  • Nel lungo corso del tempo ho vissuto molte vite, e posso affermare con decisione che sul piano morale l'uomo inteso come individuo non ha compiuto alcun progresso negli utlimi diecimila anni. (capitolo XXII)
  • La morale è un fondo sociale che viene accresciuto lungo il doloroso corso delle epoche. (capitolo XXII)
  • «Non uccidere». Stupidaggini. Domani mattina mi uccideranno. «Non uccidere». Stupidaggini. Proprio ora nei cantieri navali di tutte le nazioni civili stanno costruendo le chiglie di corazzate e supercorazzate. Cari amici, io che sto per morire vi saluto con questa parola: stupidaggini! (capitolo XXII)
  • «L'uso peggiore che si possa fare di un uomo è quello di impiccarlo». No, non ho alcun rispetto per la pena di morte. Si tratta di un'azione sporca, che non degrada solo i cani da forca pagati per compierla ma anche la comunità sociale che la tollera, la sostiene col voto e paga tasse specifiche per farla mettere in atto. La pena di morte è un atto stupido, idiota, orribilmente privo di scientificità: «... ad essere impiccato per la gola finché morte non sopravvenga» recita il famoso frasario della società... (capitolo XXII)

Ricordi di un bevitore: John Barleycorn[modifica]

  • L'alcolismo mina l'uomo. Lo rende inabile a vivere coscientemente la propria vita.
  • La repulsione stessa del palato dimostra che l'alcool non è gradito all'organismo... eppure, malgrado il ribrezzo fisico i ricordi più felici della mia infanzia sono proprio quelli delle ore passate nei saloon.
  • Non bevevo mai prima di aver eseguito il mio compito giornaliero. A lavoro finito, i cocktail alzavano quasi un muro divisorio fra le ore di lavoro e quelle di divertimento.
  • Studiavo diciannove ore al giorno, fin quando non sostenni l'ultimo esame. Non volevo assolutamente più vedere libri. Non c'era che un'unica cura che mi potesse guarire, ed era riprendere le avventure.

Martin Eden[modifica]

Incipit[modifica]

Uno dei due fece girare più volte la chiave nella serratura e poi entrò, seguito da un ragazzo che si tolse goffamente il berretto. Indossava abiti rozzi, dal forte odore di salsedine, ed era palesemente fuori posto nell'ampio atrio in cui si era ritrovato. Non sapeva cosa fare del berretto e stava cercando di infilarselo in una delle tasche della giacca, quando l'altro glielo prese. Il gesto fu calmo e naturale e il ragazzo goffo lo apprezzò. Lui mi capisce, pensò. Mi darà una mano. Il ragazzo camminava alle calcagna dell'altro oscillando le spalle, mentre le sue gambe si allargavano involontariamente, come se il pavimento si sollevasse e si abbassasse seguendo il gonfiarsi e il riaffondare delle onde del mare.

Citazioni[modifica]

  • Passato, presente e futuro si fondevano mentre lui fluttuava attraverso quel mondo vasto e caldo, attraverso grandi avventure e gesta nobili compiute per lei, sì, proprio per lei e per conquistarla, abbracciandola e portandola con sé in volo attraverso l'empireo regno della sua mente. E lei, lanciandogli un'occhiata laterale da sopra la sua spalla, vide qualcosa di tutto questo sul suo viso. C'era un volto trasfigurato, con due grandi occhi brillanti che indagavano oltre il velo del suono riuscendo a scorgerne al di là il palpito e il battito della vita, i giganteschi fantasmi dello spirito. Ne rimase colpita. Il villano impacciato e rozzo era scomparso. I vestiti maltagliati, le mani scorticate, il viso bruciato dal sole c'erano sempre, ma parevano essersi trasformati nelle sbarre di una prigione attraverso cui lei vide affacciarsi un'anima nobile, anche se incapace di rivelarsi, istupidita dalla debolezza di quelle labbra che non le permettevano di esprimersi. Le riuscì di vedere quell'anima solo per un attimo, poi le riapparve l'uomo selvatico e allora sorrise della propria capricciosa fantasia
  • Ecco qualcosa per la quale vivere, vincere, lottare, e, sì, per la quale morire. I libri dicevano la verità. Nel mondo esistono donne simili e Ruth era una di loro, donava ali alla sua immaginazione.
  • Lei occupava un posto sempre più importante nel suo orizzonte.
  • In quel mondo superiore, l'affetto era la cosa più bella che vi avesse visto fino a quel momento. Aveva avuto fame d'amore per tutta la vita. La sua natura bramava l'amore, era una necessità organica del suo essere. Eppure aveva dovuto farne a meno e per questo si era indurito.
  • Martin si chiedeva come comportarsi con queste persone. Che atteggiamento avrebbe dovuto avere? Avrebbe dovuto ingannarli, recitare una parte, pensava che non ci sarebbe mai riuscito, che la sua natura non sarebbe stata in grado di reggere una simile recita e che avrebbe fatto la figura dello stupido.
  • A quella tavola stava festeggiando il suo amore per la bellezza, lì dove mangiare era una funzione estetica ed era anche una funzione intellettuale.
  • La passione e la bellezza e la nobile forza dei libri stavano diventando reali. Era in quella e felice condizione nella quale un uomo vede i suoi sogni avventurarsi fuori dai recessi della fantasia, per diventare realtà.
  • Non era della loro tribù, non poteva parlare il loro gergo, non poteva far finta di essere come loro. La maschera sarebbe stata scoperta e, per altro, le mascherate erano estranee alla sua natura. In lui non c'era posto per finzioni e artifici. Doveva essere se stesso, qualsiasi cosa accadesse.
  • L'abisso si allargò, ma l'ambizione di riuscire ad attraversarlo cresceva ben più rapidamente di quanto esso si allargasse.
  • Qualsiasi cosa la sua immaginazione osasse evocare si trasformava, in un modo sublime e magico, in un oggetto concreto.
  • Non pensavo che la faccia di una donna potesse ubriacare.
  • L'anima di Martin andava alla ricerca di quella di lei.
  • Ciò ch'egli ignorava, era il fatto d'essere dotato d'una potenza cerebrale straordinaria, e che le persone di vero valore non si incontrano nei salotti del genere di quelli dei Morse; e non immaginava neppure che le persone d'eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell'azzurro, al disopra della terra e della sua supina banalità.
  • Ondeggiava languidamente, cullato da un fiotto di visioni dolcissime: colori delicatissimi, una radiosa luce lo avvolgevano, lo penetravano. Che cos'era? Sembrava un faro. Ma no: era nel suo cervello quell'abbagliante luce bianca. Essa luceva sempre più splendida. Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita, e in fondo in fondo, sprofondò nel buio. Ebbe quest'ultima sensazione: seppe di sprofondare nel buio. E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il figlio del mare[modifica]

Prestai l'orecchio stanco all'interminabile salmodiare sulle azioni e le avventure di Maui, il prometeico semidio della Polinesia, colui che pescò la terra dalle profondità dell'oceano servendosi di ami assicurati al paradiso, che innalzò il cielo sotto il quale in precedenza avevano camminato gli uomini a quattro zampe non avendo lo spazio per rimanere eretti, e che era riuscito a fermare il sole e a intrappolare le sue sedici gambe per convincerlo ad attraversare più lentamente il cielo – visto che evidentemente il sole era un sindacalista che credeva nella giornata di sei ore, mentre Maui era favorevole al libero commercio e alla giornata di dodici ore.
[in Cacciatore di anime, Mattioli, 1995]

Il richiamo della foresta[modifica]

Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani di forte muscolatura e col pelo lungo e soffice da Puget Sound a San Diego. Brancolando tra le tenebre artiche gli uomini avevano trovato un metallo giallo e, poiché le compagnie di navigazione e di trasporto avevano divulgato la notizia, migliaia di persone correvano verso il Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani; cani robusti, con una forte muscolatura e pelo folto per difendersi dal gelo.

Il Rosso[modifica]

Ecco l'improvvisa liberazione del suono! Mentre la cronometrava usando l'orologio, Bassett la paragonò alla tromba di un arcangelo. Sarebbero potute crollare le mura di intere città di fronte a un così irresistibile richiamo, rifletté. Invano, per la millesima volta, cercò di analizzare la qualità del timbro di quell'enorme fragore che dominava la terra sino alle roccaforti delle tribù circostanti. La sorgente era la gola della montagna in cui risuonava crescendo come alta marea fino a tracimare e a inondare terra, cielo e aria. La sua sfrenata fantasia di malato lo spinse a paragonarla al potente urlo di un Titano del Mondo Antico, vessato dal supplizio o dal furore. Crebbe, levandosi sempre più alto, come una sfida esigente la cui intensità di volume pareva destinata a orecchie poste oltre gli angusti confini del sistema solare. C'era, in esso, anche il lamento della protesta provocata dall'assenza di orecchie capaci di ascoltare e di comprendere quell'espressione.
[in Cacciatore di anime, Mattioli, 1995]

Zanna Bianca[modifica]

Citazioni[modifica]

L'ultimo bagliore del tramonto si spegneva sulle deserte solitudini gelate e, contro l'indistinto colore del cielo, più viva spiccava la massa scura degli abeti che premevano e incalzavano il corso gelato del fiume.
Il vento che sino allora aveva impazzato, strappando dagli alberi la veste gelata che li aveva ricoperti, ora aveva tregua.
Nessun rumore, nessuna voce d'uomo rompeva quel silenzio, e la natura, sempre uguale da che è nato il mondo, dominava incontrastata.

Citazioni su Jack London[modifica]

Note[modifica]

  1. Citato in Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Palla lunga e pedalare, Dalai Editore, 1992, p. 84, ISBN 88-8598-826-2.
  2. Dalla lettera a Cloudesley Johns, 16 giugno 1900, in Letters from Jack London, a cura di King Hendricks e Irving Milo Shepard, Odyssey Press, 1965.
  3. Citato in Marco Pastonesi e Giorgio Terruzzi, Palla lunga e pedalare, Dalai Editore, 1992, p. 85, ISBN 88-8598-826-2.
  4. a b Presente in un testo apocrifo conosciuto come Jack London's "Credo"; per maggiori dettagli, si veda questo commento di Clarice Stasz.

Bibliografia[modifica]

  • Jack London, Il richiamo della foresta, traduzione di Grazia Gatti, Bompiani, 1987.
  • Jack London, Il vagabondo delle stelle (1915), traduzione di Stefano Manferlotti, Adelphi, Milano, 2005.
  • Jack London, Martin Eden, traduzione di Oriana Previtali, Biblioteca Universale Rizzoli.
  • Jack London, Zanna bianca, versione di Marinella Pagura, Fabbri Editori, 1965
  • Jack London, Cacciatore di anime, cura e traduzione di Davide Sapienza, Mattioli 2009

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Opere[modifica]