Ermete Trismegisto

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Ermete Trimegisto in una incisione di D. Stolcius von Stolcenbeerg: Viridarium chymicum

Ermete Trismegisto o Mercurio Termassimo, Ermete Thoth egizio (Hermes il tre volte grande), personaggio dell'età ellenistica.

Citazioni[modifica]

  • Ascoltate voi stessi e guardate nell'Infinito e dello Spazio e del Tempo. Là echeggiano il canto degli Astri, la voce dei Numeri, l'armonia delle Sfere.
    Ogni sole è un pensiero di Dio e ogni pianeta un modo di questo pensiero. È per conoscere il pensiero divino, anime, che voi scendete e risalite penosamente la via dei sette pianeti e dei loro sette cieli.
    Che cosa fanno gli astri? Che cosa dicono i Numeri? Che cosa volgono le Sfere? O anime perdute e salvate, essi dicono, essi cantano, essi volgono i vostri destini![1]
  • È impossibile che il creatore della maestà del Tutto, il padre e signore di tutte le creature, possa venire designato da un solo nome o persino da una molteplicità di nomi. Dio non ha alcun nome, o piuttosto egli ha tutti i nomi poiché è insieme Uno e Tutto, per cui è necessario designare tutte le cose col suo nome o attribuirgli il nome di tutte le cose. .. La sua volontà è assolutamente buona e la bonitas presente in tutte le cose proviene dalla divinità. (Corpus Hermeticum II, p. 321)[2]
  • [Su Dio] Egli non si manifesta ed è invisibile, ma dando a tutte le cose un'immagine diventa tutte le cose, e si manifesta specialmente a coloro ai quali ha voluto manifestarsi.[3]
  • Nell'impossibilità di creare un'anima per animare i simulacri degli dei, si invocano le anime dei dèmoni e degli angeli e le si collocano nelle immagini sacre, con il fine che grazie a queste anime gli idoli abbiano il potere di fare il bene e il male.[4]
  • Quando non avrai più nulla da dire sul bene, allora soltanto lo vedrai.[3]
  • Verrà un tempo in cui si vedrà che gli Egiziani hanno onorato invano la divinità, con mente pia e pratiche assidue. Ogni loro sacro culto diverrà sterile. Gli dei, lasciata la terra, torneranno in cielo; abbandoneranno l'Egitto; questa terra, una volta patria della religione, sarà privata dei suoi dei e lasciata in stato di indigenza. Gli stranieri si riverseranno in questo paese, e non soltanto non ci si preoccuperà più dell'osservanza dei riti religiosi, ma, cosa ancor più penosa, esso cadrà sotto il rigore di false leggi, che, con la minaccia di punizioni, vieteranno a chiunque di compiere atti di pietà o di culto verso gli dei. Allora questa terra santissima, patria di templi e di santuari, sarà ricoperta di tombe e di morti. O Egitto, Egitto, resteranno della tua religione soltanto favole, e i tuoi figli, col passare del tempo, non vi crederanno più; niente sopravviverà a recar memoria delle tue opere di pietà, salvo le parole incise sulle pietre, Lo Scita o l'Indiano, o qualche altro barbaro vicino, si stabilirà in Egitto. Tu vedi infatti come la divinità risale in cielo; e gli uomini, abbandonati, moriranno tutti. Allora, senza più un dio né un uomo, l'Egitto non sarà più altro che un deserto... (Corpus hermeticum II) [5]
  • [...] se non ti fai simile a Dio, non potrai capire Dio; perché il simile non è intelligibile se non al simile. Innalzati a una grandezza al di là di ogni misura, con un balzo liberati dal tuo corpo; sollevati al di sopra di ogni tempo, fatti Eternità: allora capirai Dio. Convinciti che niente ti è impossibile, pensati immortale e in grado di comprendere tutto, tutte le arti, tutte le scienze, la natura di ogni essere vivente. Sali più in alto della più alta altezza; discendi più in basso della più abissale profondità. Richiama in te tutte le sensazioni di ciò che è creato, del fuoco e dell'acqua, dell'umido e del secco, immaginando di essere dovunque, sulla terra, nel mare, in cielo; di non essere ancora nato, poi di trovarti nel grembo materno, di essere quindi adolescente, vecchio, morto, al di là della morte. Se riesci ad abbracciare nel tuo pensiero tutte le cose insieme, tempi, spazi, qualità, quantità, potrai comprendere Dio. (Corpus Hermeticum XI) [6]

Asclepio[modifica]

  • L'anima e la materia, che la natura abbraccia, sono mosse con la varia e multiforme qualità di tutte le immagini, di modo che, nella discontinuità delle loro qualità, si conosce che le specie sono infinite, sebbene unite perché possa essere evidente che l'uno è tutto e che il tutto deriva dall'uno. (par. 2)
  • Per questo motivo, o Asclepio, l'uomo è un grande miracolo, un essere vivente che deve essere oggetto di reverenza e di onore. Egli, infatti, passa nella natura di dio, come se lui stesso fosse dio; conosce il genere dei demoni, in quanto riconosce che ha avuto origine insieme con loro; disprezza la parte di sé che è di natura umana, in quanto ha posto la sua fiducia nell'altra, che è di natura divina. Quanto più felice è la natura composita dell'uomo! (par. 6)
  • Quando il signore e creatore di tutte le cose, che noi con ragione chiamiamo 'dio', ebbe creato l'altro dio che è secondo dopo di lui, il dio che può essere visto e sentito (io chiamo questo secondo dio 'sensibile' non perché senta, ma perché colpisce i sensi di coloro che lo vedono: la questione se egli senta o no, la discuteremo in un altro momento), allora, poiché ebbe creato questo dio come primo da sé e secondo dopo di sé, esso gli parve bello, in quanto era colmo della bontà di ogni cosa, e dio l'amò perché era la progenie della sua natura divina. (par. 8)
  • L'uomo conosce se stesso e conosce anche il mondo, evidentemente perché si ricordi del suo compito e riconosca di quali cose debba servirsi e a quali debba servire. Così facendo, l'uomo rende a dio i massimi ringraziamenti e i massimi onori, onorando la sua immagine; non ignora che anch'egli è la seconda immagine di dio, perché dio ha due immagini: il mondo e l'uomo. (par. 11)
  • Il conoscere la musica, del resto, non è altro che essere versato nell'ordine di tutte le cose e nel conoscere come le ha prese in sorte la razionalità divina, ché l'ordine delle singole cose, portato all'unità del tutto dalla ragione creatrice, produce per mezzo di una musica divina un concento dolcissimo e verissimo. (par. 13)
  • Ma il soffio vitale muove e governa tutte le specie che sono nel mondo, ciascuna in accordo con la propria natura, che ha avuto in sorte da dio. La hyle o materia, comunque, è il ricettacolo e il movimento e la congiunzione di tutte le cose, e dio governa tutte le cose che sono nel mondo, attribuendo a tutte ciò di cui ciascuna abbisogna. Egli le riempie tutte con il soffio vitale, insufflandolo in ciascuna cosa, secondo le qualità di ciascuna natura. (par. 17)
  • In effetti, tutto dipende dall'uno e deriva da esso, nonostanteche tutte le cose sembrino separate e siano considerate molte. Considerate insieme, tuttavia, esse sono un'unità, o piuttosto una duplicità, a partire dalla quale e dalla quale tutte le cose sono state fatte: vale a dire, la materia, da cui esse sono state fatte, e la volontà di colui il cui decreto le rende differenti le une dalle altre». (par. 19)
  • [Su Dio] Egli è senza nomi, o, piuttosto, è tutti i nomi, dal momento che egli è uno e tutti, cosicché uno deve chiamare tutte le cose con il suo nome o chiamare lui con il nome di tutte le cose. (par. 20)
  • Ché se tu consideri il momento finale al quale giungiamo dopo un costante sfregamento, quando ognuna delle due nature versa i propri semi nell'altra ed ognuna con violenza afferra il piacere dall'altra e lo ripone profondamente entro di sé, esattamente in quel momento, in seguito al comune congiungimento, le femmine ottengono la potenza del maschio ed i maschi sono esausti in seguito nel torpore delle femmine. Pertanto l'atto di questo mistero, così dolce e necessario, è fatto in segreto, cosicché la divinità che si trova in entrambe le nature non sia costretta a sentire la vergogna per l'unione dei due sessi, a causa del riso del volgo ignorante, se essa fosse resa pubblica, o, quel che è peggio, se fosse esposta alla vista di gente empia. (par. 21)
  • Perché piangi, o Asclepio? Di mali ancora più dolorosi di questi dovrà fare esperienza l'Egitto, e di ancor peggiori sciagure esso sarà stipato. La terra che un tempo era santa, amantissima di dio, la terra che era l'unica in cui, per merito della sua devozione, gli dèi abitavano, la terra maestra di santità e di fede, sarà un esempio di totale incredulità. Nella loro pazzia, le genti di quel tempo non troveranno nel mondo niente che meriti meraviglia o adorazione. Tutto questo universo, che è una cosa buona, di cui non c'è e non ci sarà cosa migliore, sarà distrutto. Sarà un peso per gli uomini, ed essi lo disprezzeranno. Non ammireranno tutto questo mondo, che è un' opera di dio superiore ad ogni paragone, una costruzione grandiosa, una meraviglia composta di forme di molteplice varietà, uno strumento della volontà di dio, il quale conserva la propria opera senza invidia, un multiforme complesso che crea un'unità di tutte quelle cose che possono essere onorate, apprezzate ed amate, infine, da coloro che le vedono.
    Le tenebre saranno preferite alla luce, e si troverà che la morte è più giovevole della vita. Più nessuno volgerà lo sguardo in alto verso il cielo. Colui che è religioso sarà considerato pazzo, l'empio, saggio; il furente sarà considerato valoroso ed il malvagio sarà ritenuto una persona dabbene. L'anima, infatti, e tutti gli insegnamenti che la riguardano, secondo i quali essa o è nata immortale o confida di raggiungere l'immortalità, quegli insegnamenti che io ti ho rivelato, saranno considerati non solamente ridicoli, ma addirittura inventati. Non solo, ma, credetemi, chiunque si dedicherà alla religione della mente dovrà subire la pena capitale. (par. 25)
  • Il sole illumina le altre stelle non tanto in forza della sua luce, quanto della sua divinità e santità, e devi credere, Asclepio, che egli è il secondo dio, che governa tutte le cose e diffonde la sua luce su tutte le creature viventi nel mondo, sia su quelle che hanno un anima, sia su quelle che non l'hanno. (par. 29) [7]
  • Egli è la sua stessa immobile stabilità, e nessun impulso esterno può muoverlo dal suo luogo, in quanto ogni cosa è in lui e lui, lui solo, è in ogni cosa, a meno che uno non osi dire che il suo movimento è nell'eternità. Ma è più verosimile che l'eternità stessa, verso la quale procede il movimento di tutti i tempi e dalla quale il movimento di tutti i tempi prende le mosse, sia immobile. (par. 30)
  • Così uno può anche credere che il dio si muova al proprio interno, ma in una immobilità sempre uguale, poiché a causa della sua immensità il movimento della sua stabilità è, di fatto, immobile. La stessa legge dell'immensità è immobile. Questo essere, pertanto, che non è del genere di quelli che possono essere percepiti dai sensi, è infinito, non comprensibile, non misurabile. (par. 31)
  • La stessa cosa si deve dire a proposito del luogo, che, se preso in sé, è una parola priva di significato. Ché si vede chiaramente l'esistenza del luogo sulla base di quella cosa di cui esso è il luogo: tanto è vero che, se tu togli questo elemento importante, tu togli il significato della parola 'luogo'. Ecco perché noi possiamo parlare di 'luogo dell'acqua, del fuoco' e così via, ed abbiamo ragione. Come è impossibile che ci sia un vuoto, così il significato del termine 'luogo', preso in sé e persé, è incomprensibile. (par. 34)
  • E non credere che gli effetti di questi dèi terrestri siano casuali, o Asclepio. Gli dèi celesti abitano le altezze del cielo, ciascuno tenendo e conservando il rango che gli è stato assegnato. Ma qui in basso i nostri dèi si occupano ad uno ad uno di determinate cose, e, come per mezzo di una parentela ispirata ad amore, predicono alcuni eventi futuri mediante sorti e divinazioni ed altri ne prevedono, assistendo gli uomini, in una certa misura, con questi loro interventi, ciascuno nel suo modo. (par. 38)
  • Quella che noi chiamiamo heimarmene, o Asclepio, è la necessità di tutti gli eventi, i quali sono sempre legati l'uno all'altro per mezzo di vincoli che formano una catena ininterrotta. (par. 39)
  • Che gran miracolo è l'Uomo, o Asclepio, un essere degno di reverenza e di onore. Poiché egli perviene alla natura divina come se fosse egli stesso un dio; ha familiarità con la razza dei demoni, sapendo che proviene dalla stessa origine; disprezza quella parte della sua natura che è soltanto umana, perché ha riposto la sua speranza nella divinità dell'altra parte di sé. [8]

Explicit[modifica]

Dopo siffatta preghiera ci volgemmo ad una cena pura, senza carne di animali.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il Pimandro[modifica]

Mentre un giorno io riflettevo sugli esseri e il mio pensiero s'era elevato e tutte le mie sensazioni s'erano assopite – come avviene a chi è immerso nel sonno per sazietà, per lussuria o per stanchezza – mi parve che un essere immenso, senza limiti, mi chiamasse a nome e mi dicesse:
"Che cosa vuoi udire e vedere che cosa vuoi apprendere e conoscere?"
"E chi sei tu?" dissi io.
"Io sono – rispose – Pimandro , l'Intelligenza suprema. Io sono quel che tu vuoi e dovunque io sono con te".
"Io voglio – dissi – essere istruito sugli esseri, comprendere la loro natura e conoscere Iddio".
"Raccogli nel tuo pensiero tutto quello che vuoi sapere – mi disse – chè io t'istruirò".

Tavola smeraldina[modifica]

La verità è senza menzogna, è certa è autentica.
Ciò che è sotto è identico a ciò che è sopra e ciò che è sopra è identico a ciò che è sotto; questo permette di penetrare le meraviglie dell'unità.
Tutte le cose derivano da sempre dall'Uno, dal Logos dell'Uno; così tutte le cose sono state create dall'Uno, in conformità.
Suo padre è il Sole, sua madre la Luna. Il Vento lo portò nel suo grembo. La Terra è la sua nutrice.
Costui è il padre di ogni realizzazione in tutto il mondo.
Il suo potere è totale quando si è mutato in terra.
Separerai la terra dal fuoco, l'impalpabile dal compatto, ma con delicatezza e con grande attenzione.
Sale dalla terra al cielo e poi ridiscende sulla terra, e associa il potere di quanto è sopra e di quanto è sotto. Così avrai la gloria di tutto il mondo e ogni tenebra si allontanerà da te.
Questa potenza è potente più di tutta la potenza, perché dominerà ogni cosa impalpabile e penetrerà ogni cosa solida.
Così il mondo fu creato.
Da qui sorgeranno mirabili corrispondenze; questa è la loro regola.
Per questo io sono chiamato Ermete tre volte Grande, perché io governo le tre parti della saggezza del mondo tutto.
Si è concluso quanto io ho detto circa l'azione del Sole.[9]

Citazioni su Ermete Trismegisto[modifica]

  • Allora da Trismegisto sarà detto grande miracolo l'uomo che si muta in dio quasi fosse un dio egli stesso; che cerca di essere il tutto come dio è in tutto; che aspira all'oggetto illimitato (tuttavia dovunque da circoscrivere), come illimitato è dio, immenso, dovunque totalmente. (Giordano Bruno)
  • «Ermetico» ha significato d'assoluta chiusura ed è aggettivo che proviene dal nome greco di una divinità, Ermete Trimegisto, divinità adorata nell'Egitto quando, dopo Alessandro Magno, subì l'influenza della civiltà greca. Si diceva che Ermete Trimegisto fosse l'inventore dell'alchimia e che saldasse i suoi vasi di vetro con lo stesso vetro liquefatto, un po' come avviene oggi con le nostre fiale d'iniezione. (Umberto Marvardi)
  • [In merito all'inconoscibilità di Dio] Queste misteriose affermazioni di Dionigi sono confermate da Ermete Trismegisto il quale dice che Dio è nulla e che nello stesso tempo egli è tutto, che Dio non ha alcun nome e purtuttavia ha ogni nome possibile. (Marsilio Ficino)
  • Trismegisto sapientissimo dice che l'uomo è un miracolo del mondo e più nobile delli Dei o eguale, e che però abbia potestà tanta nel suo senno che può far Dei di marmo e di bronzo e dargli anima sotto a certe costellazioni e ricever risposta da loro. (Tommaso Campanella)

Note[modifica]

  1. Da Frammenti; citato in Edouard Schuré, I grandi Iniziati, traduzione di Maria Grazia Meriggi, BUR, Milano 1991.
  2. Yates p.140
  3. a b Citato in Pietro Citati, Ermetismo, l'eterna rivelazione, corriere.it, 26 ottobre 2011.
  4. Citato in Pierre Klossowski, Simulacra. Il processo imitativo nell'arte, a cura di Aldo Marroni, Mimesis, Milano 2002, p. 111.
  5. Yates p. 43
  6. Yates 36-37
  7. Yates 170
  8. Yates p. 32
  9. Citato in Riflessioni sull'alchmia, 2/11, traduzione Feberoli del testo latino riportato dal Kopp (XIX secolo).

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]