Geminello Alvi

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Geminello Alvi (1955 – vivente), scrittore, giornalista ed economista italiano.

  • [...] è indegno questo non darsi mai limiti, mettersi ogni volta al di sopra delle parti, quando ben pochi lo sono, e sono poi quelli che tacciono. Il male dell'Italia ormai è tale da aver pervaso quasi tutto, e solo il tagliare spese allo Stato, e possibilità di favori alla politica, può risolverlo. Non certo una «tv dei ragazzi», viziata, non adatta agli affari adulti. (da Il Giornale, 21 gennaio 2008)
  • L'anima umana è davvero strana, e a mutarla d'umore meglio dei fatti sono le sorprese. (da Il Giornale, 24 dicembre 2007)

Una repubblica fondata sulle rendite[modifica]

Incipit[modifica]

Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito; nel 1972 era il 59,2%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell'Italia prima del boom. Il che vuol dire, esagerando in furia del dettaglio, non troppo distante da quel 46,6% che era la povera quota del 1881. Siamo regrediti, e intanto però mi arresterei dal dire altro.

Citazioni[modifica]

  • Gli anni settanta sono stati quelli della rivolta malfatta, da cui lì per lì certamente sortì una quota maggiore del reddito trasferita ai salari. Ma germinando idee insane, per le quali attecchirono ciascuno dei guai e soprettutto le rendite di cui oggi tanto ci lamentiamo. (p. 12)
  • Quanti padri più che cinquantenni in quest'Italia sono beati e nullafacenti: i volentieri intenti a girare nelle agenzie di viaggi in scarpe da tennis. Girano appesi alle buste di inutili recenti acquisti biasimando il cielo afoso e il governo, perplessi dei loro italianissimi figli, che gli resistono in casa. Con nullo, o poco bastevole stipendio, costoro gli girano intorno in abulica infanzia prolungata, mantenuti in natura o denaro oltre il dovuto. Queste famiglie propedeutiche all'ignavia, più o meno paghe a seconda delle pensioni e dei risparmi cumulati, sono il fine principale per cui lavora l'economia italiana. O meglio sarebbe dire la poca parte di essa che lavora (p. 13)
  • In quest'Italia agli adulti si concede di fingersi vecchi per andare in pensione, ma poi da pensionati di regredire a giovani. E viceversa per i giovani accade l'opposto. Quel loro sentirsi scaduti per la vita, vecchi precoci, è l'esito inevitabile dell'averli tenuti in un'adolescenza protratta rispetto al lavoro. Non lavorano, o un lavoro precario, mal pagato, ne perpetua la tutela, (p. 15)
  • Le pensioni sono, in grado diverso a seconda della generosità parentelare, la tassa maggiore sul bilancio famigliare. (p. 36)
  • Il nervoso di chi lavora potrebbe aumentare se si calcolasse il saldo tra quanto i pensionati hanno versato e quanto vanno ricevendo. (p. 37)
  • [...] studiare il fenomeno indotto dalla modernità, che rende i miti consueti di destre e sinistre definitive sciocchezze, è vitale. Dalle forze più risananti dell'Io, da come si riuscirà in futuro ad articolarle in atti produttivi e fraterni dipende tutto. (p. 43)
  • Se fatto con onesta umiltà, il perverso mestiere dell'economista accorda la memoria ai numeri, e alla più pacata ragione.
  • E in questo zoo delle anime, che già negli anni Novanta dilagava senza freni, una parola eccitò i petti strabordanti e le orride smorfie: professionalità. Questa parola conquistò allora la medesima frequenza del tormento quotidiano della borsa, dei mercati e, appunto delle privatizzazioni. E un popolo non guerriero, fino a quegli anni però almeno operoso, pure se in pausa al bar dopo il lavoro, fu guastato dalla recita quotidiana e ininterrotta delle professionali virtù mercantili. (p. 64)
  • [...] per meriti sindacali o arbitrari, che sarebbe poi lo stesso, si crearono per giunta nuove fasce dirigenti. Così chi lavorava sul serio, oltre a guadagnare meno si trovò pure intorno la schiera di incravattati promossi dirigenti senza merito. Il dislivello aumentò anche dentro le imprese. E dilagarono non solo cognomi raddoppiati, fazzoletti sbuffanti e sopracciglia pettinate dei nuovi capitalisti. Venne pure il fastidio di vedersi girare intorno, con più soldi in tasca, a comandare, il collega più stolido. (p. 65)
  • La parte della mente che gli italiani applicano per capire l'economia, ossia la circonvoluzione del cervello dove si riflettono le chiacchiere dei giornali, è tra le più malmesse. I pregiudizi vi s'avvinghiano tra pochi fatti, composti spesso di verità scadute. (p. 82)
  • La nostra è nazione di distratti in cui tutto si scorda a memoria, in leggerezza, lasciando dietro di sé un profumo di non certezza. Al quale poco si bada, ché proprio tutto in Italia partecipa di un elemento d'aria: il bene, il male e persino il rimorso, chè un pentirsi già pentito prima di dirsi.
  • L'introduzione di una nuova moneta non può avere fortuna senza politica monetaria e fiscale in un perfetto coordinamento. Degli economisti capaci del loro mestiere questo lo dovevano saperlo. Ma una professione di troppi marxisti indrottinari a trent'anni, evoluti a liberali finti a cinquanta, era molto intenta a fare il tifo in politica. E quanti di questi tifosi dell'euro s'erano mai studiati la riforma monetaria tedesca del 1948 o i bimetallismi della Francia ottocentesca? (p. 92-93)
  • Il grande male dell'Italia sono i difetti che rovinano lo Stato; era quello che doveva riformarsi e non la lira. (p. 99)
  • In Italia il criterio di successo di una politica economica [...] è la diminuzione del residuo della pubblica amministrazione, quindi le tasse e spese statali. Ci hanno provato con troppa timidezza. Erano del resto quasi tutti una volta democristiani, complici della fine dello Stato in Italia. (p. 111)
  • Tangentopoli ebbe due esiti politici perversi. Salvò un comunismo italiano in ridicola agonia, che aveva da rispondere dei suoi tradimenti, dei suoi omicidi e del male fatto ai cuori umili. E salvò le regioni. Esse erano un esperimento che ormai anche i suoi fautori avevano riconosciuto fallito: selva di burocrati e d'amanti inutili. (p. 112)
  • Il denaro vale più se lo si spende e magari lo si dona: questa sarebbe la regola a cui adattarsi. Tanto più con esso si crea fraternità e inoltre bellezza, meraviglia rivolta al cielo, tanto più l'economia ha senso, il lucro si purifica. (p. 118)
  • Il trito commento con cui un ricco morente si dice che tanto non si porta con lui i suoi soldi è una materialistica banalità. Ognuno di noi porta con sé i suoi atti e il loro esito. (p. 118)
  • L'economia non basta alla vita, qui o altrove. Essa dovrebbe avere per fine non gli uomini e neppure il loro benessere, ma l'epica di un sacrificio fraterno, che si rivolge al cielo. (p. 118)
  • Occorre aumentare i salari e ridare al lavoro dipendente epica e dignità fraterne. (p. 119)
  • Niente in Italia è acquisito per sempre. Neppure quel poco o tanto che basti almeno a stare per breve tempo in pace. Noi aggiustiamo, mai riuscendo a mutare davvero per un difetto di lealtà, che surroghiamo però litigando così bene, ogni volta fingendo già finito quando è appena iniziato. Nostro è il pensiero fuggente che alla volontà preferisce ogni volta il derisorio litigio. (p. 123)
  • I meccanismi di ideologie e denaro ci hanno tolto la vita, concentrazione, e molta bontà. Solo un'idea cristiana di comunità e di economia potrebbe ora risanarci. (p. 124)
  • L'Europa ci incastra meno di quanto credessimo: s'è italianizzata col ritorno dell'Est ai tedeschi. Né la sua moneta, né la sua forma politica sono fatte per durare. (p. 124-125)
  • Non c'è forza, già operante, che possa riformare la politica; figurarsi il disastro della nostra economia redistribuita. (p. 125)

Bibliografia[modifica]

  • Geminello Alvi, Una repubblica fondata sulle rendite, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006.

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