Gian Luigi Rondi

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Gian Luigi Rondi consegna il David di Donatello a Carlo Azeglio Ciampi nel 2005

Gian Luigi Rondi (1921 – 2016), critico cinematografico italiano.

Citazioni di Gian Luigi Rondi[modifica]

  • [Su In nome del popolo sovrano] Anche se Magni non sta dalla sua parte, quel Papa Re in fuga più vincitore che vinto è uno dei segnali della vitalità del suo film. Nel rispetto onesto delle ragioni degli altri.[1]
  • [Su Once Were Warriors - Una volta erano guerrieri] Certo, il cinema americano storie così ce ne ha raccontate con frequenza, in cornici non dissimili, con personaggi egualmente ai limiti della norma, ma il tocco neozelandese del film trapela da tutti i suoi contesti (si veda, per un esempio, il rilievo dato ai tatuaggi), in cifre che, nel diverso modo di guardare e di rappresentare, nel gusto del colore, nella vitalità degli snodi narrativi, raggiungono subito una originalità tutta speciale.[2]
  • [Su La dolce vita] Il film — uno dei più terribili, più alti, e a modo suo più tragici che ci sia accaduto di vedere su uno schermo — è la sagra di tutte le falsità, le mistificazioni, le corruzioni della nostra epoca, è il ritratto funebre di una società in apparenza ancora giovane e sana che, come nei dipinti medievali, balla con la Morte e non la vede, è la "commedia umana" di una crisi che, come nei disegni di Goya o nei racconti di Kafka, sta mutando gli uomini in mostri senza che gli uomini facciano in tempo ad accorgersene. [...] Polemica, simbolo, allegoria, atto d'accusa? Niente di tutto questo, Fellini si è volutamente tenuto lontano dall'opera "a tesi", ha evitato rigorosamente le intonazioni programmatiche, retoriche, moralistiche e ha preferito descrivere ai contemporanei i "mostri" di oggi [...]. E lo fa con una potenza drammatica, un impeto, una novità di linguaggio che, nonostante le riserve per la debolezza di taluni episodi (quando troppo insistiti, troppo scoperti o sgradevoli), iscrivono certamente il suo film tra le più "moderne" opere dell'arte del cinema.[3]
  • [Su Liam] Il ritratto della miseria inglese nel Trenta è efficace, proposto spesso anche con modi risentiti, figurativamente ispirati a un realismo solido. L'occhio del bambino, però, che osserva soprattutto le repressioni a scuola e quelle, quasi caricaturali, in chiesa, deforma a tal segno le vere prospettive da far pensare che Frears abbia voluto addirittura cimentarsi con l'humour nero. Senza equilibrio, però, e in più momenti con scarse motivazioni narrative. Approdando a una cronache che rischia a tratti di scivolare nel libello. Priva, alla fine, anche di vere conclusioni.[4]
  • [Su Don Bosco] Leandro Castellani, sorretto da una storia costruita in questo modo, senza molte increspature ma con climi intensi, l'ha rappresentata evitando a sua volta ogni sentimentalismo insistito, attento alla ricostruzione storica dell'epoca ma anche dei modi di vita di quei ragazzi all'inizio abbandonati e sbandati, qui con bozzetti dal vivo, là con pagine meditate e nitide, senza cedere mai ai trionfalismi dei successi né all'iterazione degli ostacoli: con quella figura al centro permeata in egual misura di umanità e di santità. Ottenendo, sia sul piano del racconto sia su quello delle emozioni, dei risultati molto degni. Favoriti da una fotografia (di Renato Tafuri) tutta colori effusi, con dominanti giallo oro, e da una musica (di Stelvio Cipriani) in equilibrio fine tra il profano ed il sacro. Cui va aggiunta, ma non certo per ultima, l'interpretazione di Ben Gazzara come Don Bosco: così somigliante, schietta e concreta da suggerire la preghiera.[5]
  • [Su Appassionatamente] Si deve tuttavia alla linda e precisa regia di Gentilomo se almeno la sua cornice rivela un certo decoro [...].[6]
  • [Su Il messia] Tutto quello che vi si vede e che si riferisce al Messia e agli apostoli è vero, asciutto, immediato, con sapore di pane, di polvere, di terra. La cifra visiva che nasce con logica precisa dalla cornice palestinese, ricreata soprattutto in Tunisia, è quella del sottoproletariato arabo-semita, con le sue cornici di oggi, i suoi costumi. Una cronaca del Terzo Mondo che non si scontra mai con la Sacra rappresentazione, perché la seconda nasce dalla prima.[7]
  • [Su Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)] Una farsa un po' amarognola, con sfumature di "grottesco", in chiave tutta caricaturale. [...] Age e Scarpelli, che hanno scritto il testo, e Ettore Scola, che lo ha diretto, hanno svolto l'azione come se uscisse fuori dalle testimonianze del processo subito intentato a Oreste dopo il suo "folle gesto" e l'hanno perciò colorita con tutte le interpretazioni polemiche, distorte e soggettive, dei singoli protagonisti traendone spesso qualche occasione di satira: quei personaggi, ad esempio, che parlano tutti come nei "fumetti", loro unica lettura quotidiana, quei comunisti alla Guareschi, che si deridono da soli; quei grandi amori da feuilletons naufragati fra i cavoli e le verze dei Mercati Generali, in climi da tranches de vie popolaresche, sorretti in genere da beffe, lazzi e strambotti.[8]

Note[modifica]

  1. Da Il Tempo; citato in In nome del popolo sovrano, cinematografo.it.
  2. Da Il Tempo, 16 Gennaio 1995; citato in Once Were Warriors - Una volta erano guerrieri, cinematografo.it.
  3. Da Il Tempo, 5 febbraio 1960; citato in Claudio G. Fava, I film di Federico Fellini, Volume 1 di Effetto cinema, Gremese Editore, 1995, pp. 95-96. ISBN 8876059318
  4. Da Il Tempo, 15 marzo 2001; citato in Liam, comingsoon.it.
  5. Da Il Tempo, 1º ottobre 1988; citato in Don Bosco, cinematografo.it.
  6. Da Il Tempo, 22 gennaio 1955; citato in Appassionatamente, cinematografo.it.
  7. Da Il Tempo; citato in Stefano Masi, Enrico Lancia, I film di Roberto Rossellini, Gremese Editore, 1987, p. 133. ISBN 887605281X
  8. Da Il Tempo, 1º maggio 1970; in Prima Delle "Prime": Film Italiani, 1947-1997, Bulzoni, 1998, p. 367. ISBN 8883191811

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