Michele Dalai

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Michele Dalai (1973 − vivente), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Michele Dalai[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Un tempo che ora pare molto lontano ogni giocatore aveva il suo coro. [...] Se non ne avevi uno c'era il fondato rischio che fossi un signor nessuno o che la tifoseria ti considerasse un minore, uno di quelli scarsi. [...] Grigoris Giorgio Georgatos aveva un coro semplice, divertente e propiziatorio. Faceva così: Georgatos lalalalala - Georgatos lalalala - Georgatos, vai sulla fascia, mettila in mezzo che Vieri fa gol. In principio era pure successo, va detto [...]. Georgatos era un onesto terzino greco, pelato e un po' curvo, la corsa frenetica e un piede che pareva educato. Mi entusiasmai per Georgatos come ho fatto per quasi tutti i peggiori acquisti dell'Inter [...] La passione durò poco, i cross peggiorarono, Georgatos fece la terribile fine di altri mille terzini sinistri dell'Inter, perseguitati da una maledizione antica e misteriosa.[1]
  • Aveva la faccia da duro Bersellini, naso piatto e fronte larga, le orecchie come i cavolfiori del rugbista da mischia e i modi spicci solo in apparenza. Bastava conoscerlo un po' meglio per capire che era un buono e preferiva far parlare il campo piuttosto che perdersi in frasi di circostanza e moine. I suoi giocatori lo chiamavano Il Tigre e i presidenti lo amavano perché sgobbava e aveva le palle, come si dice quando mancano metafore migliori e si perdono le parole.[2]
  • La palla è l'attrezzo di Andrea Pirlo, risponde agli stimoli e alle indicazioni del domatore.[3]
  • Beckham era la bandiera di un calcio in trasformazione, non più palla lunga e pedalare, non più gambe lunghe e nodose, visi pallidi e grandi faticatori anonimi ma una piena rivoluzione estetica. Il ribaltamento del teorema di George Best, che era invece un divo naturale e senza studio. Beckham è perfetto, sposerà la donna giusta (la Posh Spice Victoria Adams) per aumentare a dismisura quel senso di plastica adeguatezza ai nuovi media, [...] e occuperà la scena dell'alta e bassa moda più di quella delle cronache calcistiche. Ed è un peccato perché Beckham è stato un gran calciatore.[4]

Da "La lentezza della luce", la nuova teoria calcistica di Michele Dalai

Intervista di Michele Ottonello, Soccerillustrated.it, 17 maggio 2017.

  • Mi piace moltissimo il calcio. Ho imparato a giocare nel tempo e sono diventato un buon difensore proprio perché ci mettevo tacchetti e grinta, però io sono di quelli innamorati proprio del gioco.
  • [«Vedere Totti in panchina non è un bello spettacolo. Cosa ne pensi?»] Per me Totti, insieme a Roberto Baggio, è stata la cosa più bella che sia capitata al calcio italiano negli ultimi quarant'anni. È un giocatore irripetibile e sto soffrendo moltissimo per lui perché questa uscita di scena non è quella che avrei voluto per lui. Totti meritava, e forse lo aveva anche studiato, un grande giro di campo ideale (un po' alla Kobe Bryant), in tutti gli stadi d'Italia. Però penso anche che sia legittimo che lui voglia uscire di scena così, come tutti gli eroi che possono scegliersi la loro morte sportiva. In questo momento la sua è una forma di cupezza e di rabbia che fa soffrire.
  • [«Secondo te il calcio è raccontato bene o potrebbe essere raccontato meglio?»] Il calcio è raccontato bene perché ci sono delle persone come Federico Buffa, Paolo Condò, Giorgio Porrà che sono dei maestri del racconto del calcio. Purtroppo è raccontato molto male da tanti altri che scimmiottano più o meno con gli strumenti che hanno e fanno dei danni. Il danno poi è quello di aver trasformato la cronaca nella sostanza, cioè, il calciomercato non può essere diventato così centrale nella narrazione del calcio, perché il calciomercato per definizione è un po' come l'ortomercato. Stiamo facendo di una funzione di sussistenza il fulcro della narrazione.
  • Leggere Brera farebbe bene a tantissimi e farebbe scoprire a molti che il giornalismo sportivo non è solo un genere di giornalismo e può diventare la cosa più trasversale del mondo. Brera era un grande, un intellettuale prestato al calcio.

Contro il Tiqui Taca – Come ho imparato a detestare il Barcellona[modifica]

Il Barcellona della stagione 2008-2009, considerato la massima espressione della filosofia calcistica al centro del pamphlet di Michele Dalai.
  • Il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche. Una valanga di passaggi, ore intere di possesso palla, quantità impensabili di chilometri percorsi dai suoi piccoli maratoneti, grappoli di gol a squadre giustiziate senza pietà. [...] Una squadra in cui, almeno apparentemente, possono cambiare gli esecutori senza che lo spartito abbia mai variazioni. [...] Accade infatti molto spesso che, nonostante le impressionanti cifre del tabellino, le partite del Barcellona siano noiose oltre ogni immaginazione. Noiose per me, s'intende. [...] Gli innamorati del Barça confutano la tesi della noia e portano le prove di un processo evolutivo che nella squadra blaugrana ha trovato la sua transitoria perfezione, in attesa di nuove evoluzioni. La meraviglia di un gioco quasi esatto, vincente come pochi altri, prevedibile e per questo affascinante. Un po' come vivere nell'incubo di un perpetuo Giorno della marmotta insomma, sempre uguale a se stesso. (cap. Calcio, tv, trigonometria e altre cose noiosissime che fa il Barcellona, pp. 21-22)
  • Il Barcellona è la fine del calcio come gioco e l'inizio del calcio come prodotto per l'intrattenimento di massa. Il Barcellona è un prodotto, puro marketing sportivo su scala globale. Il Barcellona è vendibile perché lava più bianco e i bambini lo consigliano alle mamme. Il Barcellona è vendibile perché incarna lo spirito IKEA nel calcio: lo capiscono tutti quelli che di calcio non capiscono nulla, lo amano tutti quelli che non amano il calcio. Il che non rende valido il sillogismo per cui tutti quelli che amano il calcio lo odiano, ma resta comunque inquietante. (cap. Il Barcellona lava più bianco, pp. 55-56)
  • Ibrahimović è cosi concentrato su se stesso che capita che guardi storto anche il suo ingombrante naso, colpevole di uno slancio all'infuori che rischia di distogliere l'attenzione dal vero spettacolo: lui, Zlatan, il miglior giocatore del mondo (secondo Zlatan Ibrahimović, ovvio). (cap. Lo strano caso di Zlatan Ibrahimović e la maglia baciata troppo in fretta, p. 58)
  • Il sistema di gioco del Barcellona è concepito per rincoglionire gli avversari, per ammazzarli di noia con un possesso palla prima lento come la più terrificante pellicola d'autore iraniana e poi inutilmente veloce come un frullatore impazzito che monta panna a sproposito. Poi però arriva Messi e in qualche modo le cose prendono senso. (cap. Lo strano caso di Zlatan Ibrahimović e la maglia baciata troppo in fretta, p. 62)
  • Icona gay, Icona etero. Icona metrosessuale. Icona degli animali domestici sotto i dieci chilogrammi. Icona gerontosessuale. Icona di tutti e per tutti, proprio tutti quanti [...] Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro è un giovane uomo baciato da molti talenti naturali, il più evidente dei quali è la grazia, il portamento fiero ed elegante che ha sedotto gli esteti di tutto il mondo. Ronaldo è la creatura calcistica perfetta, all'incrocio tra il virtuosismo da strada, la velocità dell'atleta e la protervia del professionista. (cap. Il silenzio è d'oro, p. 65)
  • Diego Armando Maradona è stato il più grande calciatore di sempre e non secondo me o secondo la maggior parte degli appassionati del mondo. No, prendiamoci la responsabilità di una sentenza definitiva e diciamolo senza paura. Il più grande di sempre. Quello che ha saputo fare al calcio, per il calcio, è ciò che solo gli atleti assoluti fanno per il proprio sport. Lo completano, lo codificano, lo concludono. Non ci sarà più nessuno come Maradona semplicemente perché il calcio stesso non ha molta ragione di esistere senza di lui. Piantiamola con le bufale su Pelé, Cruyff, Platini, Zidane... Maradona e il pallone hanno danzato insieme come la più bella delle coppie di tangueros e per una volta vale la pena di ringraziare d'esser nato qualche anno fa, in tempo per vederlo dal vivo e tifare disperatamente contro di lui, salvo riempirsi di emozione per ogni tocco, per ogni smaliziata caduta, per ogni passaggio generoso e geniale. (cap. Pensieri in ordine sparso sul senso di un pamphlet contro il Barcellona, pp. 90-91)
  • Il calcio è uno sport sporco, fatto di caso e astuzia, governato da divinità capricciose e ingiuste. Tentare di trasformarlo in un'equazione esatta è un'idea sbagliata, cercare di limitare l'influenza dell'imponderabile è tempo perso. (cap. Palla lunga e pedalare, p. 97)

Note[modifica]

  1. Da Che bello lo stadio che cantava (pure per quelli come Georgatos), SportWeek, nº 20 (833), 20 maggio 2017, p. 98.
  2. Da Tanta anima e zero moine nel calcio del Sergente (buono), SportWeek, nº 38 (851), 23 settembre 2017, p. 98.
  3. Da La scia luminosa di un genio del calcio, SportWeek, nº 47 (860), 25 novembre 2017, pp. 84-85.
  4. Da Il bello del Mondiale "rosso" di vergogna, SportWeek, nº 26 (891), 30 giugno 2018, pp. 56-57.

Bibliografia[modifica]

  • Michele Dalai, Contro il Tiqui Taca – Come ho imparato a detestare il Barcellona, Milano, Mondadori, 2013, ISBN 978-88-04-62858-3

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