Gianni Brera

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Giovanni Luigi Brera (1919 – 1992), scrittore e giornalista italiano.

Citazioni di Gianni Brera[modifica]

  • Alla ripresa l'Inter è tornata a fare forcing in modo che mi vien buona l'immagine abusata del passero che becca la roccia.[1]
  • Baresi II è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962 (Bicampeao do mundo em Cile).[2]
  • Bini ha aperto con molta eleganza ad Einstein Bertini sulla sinistra. Einstein ha incominciato a far uncinetto con i suoi piedi balzanti e sbirolenti: si è autolanciato sull'estrema sinistra ed ha crossato in corsa un meraviglioso pallone-gol per Boninsegna.[3]
  • Che Maradona fosse un genio, nessun dubbio è possibile. E che i geni siano un tantino squinternati di cerebro è risaputo e ammesso da sempre. Ma perché rimediando compagni di follia a Maradona cita anche Borg, autentico manovale del tennis? Vedendolo, non mi ha mai stupito per un'invenzione degna di questo nome. Egli maneggiava la racchetta come avrei potuto io la roncola, andando a potare salici nel bosco ceduo al mio paese. Maradona, come lei sa, ridava dignità inventiva e gestuale anche alle mani posteriori, divenute volgarissimi piedi da qualche milione di anni.[4]
  • [Sulla strage dell'Heysel] Chi riferiva di dieci, poi di diciotto, infine di trenta, e adesso addirittura di quarantuno morti, e forse non è finita. Purtroppo, quasi tutti nostri connazionali, che il terrore aveva spinto a cercare salvezza calpestando chiunque incontrasse nella disperata fuga. Tra quella parte di tribuna occupata da una minoranza di italiani e da una folla preponderante di liverpoolesi, tre sparuti impotenti poliziotti belgi. Eccitati dall'odio, di cui si conoscono capaci come pochi al mondo, e ancora dall' alcol, di cui sono tragicamente avidi fino all'incontinenza più smaccata, non meno di cento mascalzoni si sono scatenati lanciando mattoni sassi e bottiglie. Il fuggi fuggi è stato accorante. La polizia belga è giunta sempre più in forze ma, ahimè, troppo tardi. Ormai l'attesa festa era bruttata da un eccidio senza precedenti in questa parte civile d'Europa.[5]
  • Chi segue i tuffi dal trampolino è autorizzato a pensare che l'ambizione degli uomini non abbia mai fine. In questa disciplina, peraltro onorata dal coraggio e dalla grazia, gli uomini si ingegnano di mimare i gabbiani e qualsiasi altro uccello usi tuffarsi in picchiata per catturare un pesce a tutto becco.[6]
  • Dunque il campionato minore l'ha vinto l'Avellino, che i monti proteggono dagli insulti del clima mediterraneo. Aveva ragione don Ciriaco [De Mita], quando si tolse da un'aragosta dei Metalli per garantirmi che l'Avellino era una squadra! Si è vista. Lode a Vinicio ed ai suoi.[7]
  • [Su Pietro Mennea nel 1988] Egli ha rappresentato al meglio tutti noi che la storia ha impoverito nei millenni, magari senza domare del tutto la protervia del nostro buon sangue antico. Lasciate che mi dica fiero di lui. L'inclita Barletta ci ha indennizzati di una patetica balla d'eroismo: ci ha dato Pietro Paolo, la cui volontà è rimasta degna del vigore fisico che i romani hanno aggiunto alla sofisticata cultura greca. Non temo proprio no grosse parole. La fiaba dei millenni chiamata storia mi ronza nel sangue come ricordo vitale. Porta la mia bandiera, Pietro Paolo, nessuno è più degno di te! Quattro Olimpiadi celebrate, quattro finali, di cui una addirittura vinta.[8]
  • [Dal necrologio per Beppe Viola] [...] Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli. [...] Povero vecchio Pepinoeu! Batteva con impegno la carta in osteria e delirava per un cavallo modicamente impostato sulla corsa; tirava mezzo litro e improvvisava battute che sovente esprimevano il sale della vita. Aveva un humour naturale e beffardo: una innata onestà gli vietava smancerie in qualsiasi campo si trovasse a produrre parole e pensiero. Lavorò duro, forsennatamente, per aver chiesto alla vita quello che ad altri sarebbe bastato per venirne schiantato in poco tempo. Lui le ha rubato quanti giorni ha potuto senza mai cedere al presago timore di perderla troppo presto. La sua romantica incontinenza era di una patetica follia. Ed io, che soprattutto per questo lo amavo, ora ne provo un rimorso che rende persino goffo il mio dolore...[9]
  • [Su Michel Platini] Era un giocatore di notevolissima classe, però non valeva una gamba di Pelè e nemmeno di Cruyff. Il suo dinamismo era scarso. Potendo muoversi con qualche comodità, così da non cadere in debito di ossigeno, il suo cervello si conservava estremamente lucido, il piede destro si dimostrava capace di virtuosismi balistici quali soltanto un vero campione si poteva permettere. Povero invece il suo spirito agonistico. Intelligente e astuto, egli riusciva quasi sempre a truccare questa lacuna: io però non l'ho mai visto eccellere quando il clima della contesa aumentava: ogni suo gesto doveva essere meditato: nulla o quasi veniva espresso da lui seguendo l'istinto.[10]
  • [Rispondendo a Giulia Occhini la quale non gradiva che si parlasse delle origini contadine di Coppi] Fausto e io siamo principi della zolla.[11]
  • [Sul centrocampista] Ha da avere istintivo o quasi il senso geometrico del gioco.[3]
  • [Sulla Nazionale dopo la vittoria dei mondiali del 1982] Hai strabiliato solo coloro che non te ne ritenevano degna, non certo coloro che sanno strologare a tempo e luogo sul mistero agonistico del calcio. La tua vittoria è limpida, pulita: non è neppure venuta dal caso, bensì da un'applicazione soltanto logica (a posteriori!) del modulo che ti è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all'italiana. Eri partita misera outsider, fra lo scetticismo di tutti coloro che prendevano alla lettera i principi enunciati dal tuo bravissimo e un po' fissato C.T.[12]
  • Ho scritto e penso tuttora che l'Italia non sia mai nata perché Po non era un fiume, altrimenti Venezia l'avrebbe risalito più in forze – dico con navi idonee – e avrebbe sottratto la Padania alle ricorrenti follie papaline e alemanne del Sacro Romano Impero.[13]
  • Ho una gran voglia di dirle che lo sport è dannoso. L'ho affermato molte volte parlando a gente che era venuta alle mie conferenze per sentir dire il contrario. L'esempio infinitamente più agevole mi veniva offerto delle ore di ginnastica godute o sofferte alla scuola media.[14]
  • Il loro Heysel, un tempo onorevolissimo, è ormai insopportabilmente obsoleto. Ha le due curve in terra battuta con gradini sorretti da pietre malferme: in queste curve gli spettatori sono costretti a stare in piedi. Ammassare oggi folte moltitudini sugli spalti di curve senza posti a sedere significa esporsi a rischiose calamità pubbliche. Per loro disgrazia, i belgi hanno ottenuto dalla Uefa l'incarico di organizzare la Coppa Campioni. Sapevano di aver a che fare con orde di inglesi avvinazzati e feroci. Non hanno riflettuto però che gli spiantati liverpooliani non potevano competere con i ricchi juventini di tutta Italia, e che metà della curva destinata agli ospiti albionici sarebbe stata accaparrata – magari a borsa nera – dagli italiani. Così non hanno ritenuto i belgi di dividere più efficacemente i rappresentanti di due popoli l'uno all'altro inviso per troppo differenti destini passati e presenti. Alla tradizionale spocchia degli inglesi, il visibile benessere degli italiani doveva suonare come un'offesa patente, uno sberleffo tragico della sorte: dunque, ai più scalmanati non è parso vero di farla subito fuori. I pochi sparuti poliziotti belgi sono stati travolti. Gli italiani, prima sorpresi, poi atterriti, si sono ristretti fino a soffocarsi. I vecchi spalti interrati dello Heysel sono divenuti orrendo cimitero. Mortificati e stravolti, i belgi hanno taciuto lì per lì la tragedia, hanno chiamato allo Heysel tutta la polizia a disposizione nel regno: non è bastato. La partita, che pareva giocata per tacitare i manigoldi, si è risolta a favore della Juventus, il cui tripudio ha un po' stupìto dopo tanti decessi. Gli inglesi di Liverpool sono tornati alle loro tane, alla loro quotidiana mortificazione di paria. Gli italiani, fino a ieri sottovalutati e derisi, hanno meritato la sincera comprensione di tutti.[15]
  • Io non conosco Boskov. So da un mio amico olandese che dice di avere allenato l'Ajax: ma non la favolosa squadra dei lancieri; è un Ajax che sta a quello vero come la Juventus Domo alla Juventus. Di balle ne contiamo tutti secondo convenienza e umori. È vero però che Boskov ha allenato il Real e che nell'Ascoli ha fatto così bene da indurre Mantovani ad assumerlo per la Samp. Qui ha navigato da sornione, mai facendo la figura del ciolla. Si è sovente adeguato secondo astuzia e adesso risulta che i suoi giocatori non vogliono se ne vada. Io l'ho criticato perché non portava la sua gente fuori dal mollime mediterraneo e spiegavo con la dannosa permanenza a Bogliasco le ricorrenti magre della Samp.[14]
  • Io non penso in italiano, penso in dialetto perché sono un popolano.[16]
  • Io sono il signore tecnico tuo, non avrai altri tecnici all'infuori di me.[16]
  • [Sulla strge dell'Heysel] L'imbarazzo sfiora il rimorso in tutti noi che allo sport credevamo come all'antidoto più puro e sincero della guerra. Così come siamo caduti, la voglia è di mandare tutti al diavolo. Se vogliamo prenderci a calci, stiamo a casa nostra. E si vergognino quei popoli che, atteggiandosi a civili, mandano per il mondo questi mascalzoni efferati e ahimè più volte recidivi nei loro eccessi delittuosi. Alle 21,40 inizia una partita che alcuni bene informati dicono finta. Questo per consentire alle forze dell'esercito acquartierate in Bruxelles di preparare due vie di ritirata e quindi di sfollamento per i gruppi nemici. A quele punto siamo giunti. Poiché si gioca, mi tocca guardare.[17]
  • L'impressione che desta Berruti è sconvolgente. I muscoli deflagrano come in frenesia ma il gesto è di eleganza incredibile, mai vista.[18]
  • L'Inter è squadra femmina, quindi passionale, volubile, e pertanto agli antipodi del pragmatismo che caratterizza la Juventus.[19]
  • [Sulla partita della lattina] L'Inter ha eliminato il Borussia. A tanto è pervenuta dopo tre incontri: ha disastrosamente perso il primo in Germania (7 a 1, ma per sua immeritata fortuna uno spettatore ubriaco ha avuto il ticchio di scagliare una lattina di Coca Cola) sulla capa di Boninsegna, in azione presso l'out. Subito Mazzola gli ha gridato qualcosa che poteva anche essere "buttati giù". Boninsegna è franato perdendo i sensi e forse anche la faccia. I legali dell'Inter hanno sporto reclamo e l'UEFA ha annullato la partita. Il Borussia [Mönchengladbach] è poi venuto a San Siro e vi ha perso 4 a 2. Il ritorno in Germania ha avuto luogo a Berlino. I tedeschi non sono riusciti a segnare e gli interisti pure.[20]
  • L'Inter ha arraffato calcio alla viva il parroco di Ratenate...[3]
  • [Sulla Juventus del Quinquennio d'oro] La Juventus gioca bene, vince sempre e non è né lombarda, ne emiliana, né veneta, né toscana: appartiene a una regione che ha innervato l'esercito e la burocrazia nazionali: di quella regione il capoluogo è stato anche capitale d'Italia [...] Nessuna città periferica aveva contratto odii nei suoi confronti, all'epoca dei Comuni. Essa batteva ormai le decadenti squadre del Quadrilatero [piemontese] e offriva agli altri italiani la soddisfazione di umiliare le città che nel Medio Evo avevano spadroneggiato: i romagnoli andavono in visibilio quando Bologna veniva mortificata dalla Juventus così come i lombardi di parte ghibellina come pavesi e comaschi quando le milanesi venivano battuti in breccia, e ancora i lombardi che avevano squadre proprie come bergamaschi, bresciani e cremonesi, e le vedevano puntualmente vendicate dalla Juventus.[21]
  • La struttura morfologica di Coppi, se permettete, sembra un'invenzione della natura per completare il modestissimo estro meccanico della bicicletta.[22]
  • La vecchiaia è bella. Peccato che duri poco.[23]
  • L'arbitro è un po' magistrato e un po' sacerdote.[24]
  • Livio Berruti è stato forse atteso come figlia da una madre severa. Io lo scopro già celebre. M'incanta. Debbo solo decidere a quale gens assegnarlo. Il resto mi vane tutto. Ha il profilo gentile di un ragazzo pianista (oh, delicato ha da essere!): ma lo stampino morfologico rasenta la perfezione a buon linea.[18]
  • Livio Berruti fu il mio primo, vero abatino. Il suo stile era la risultante di continui raptus armoniosi. E qui non sono certo originale, ma neppure ho voglia di scadere a guardone estetizzante. L'apparizione di Berruti fu angelica e folgorante insieme. Un ragazzino costretto da qualche iddio a compiere gesti di superiore coordinazione, dunque di naturale eleganza. Lo ispira un orgoglio fisico mediocre, per non dire qualsiasi.[18]
  • Ma che lo sport agonistico sia pericoloso e quindi portatore di possibili danni è innegabile. Quando sento qualche attempato ex vantarsi pubblicamente della propria vigoria, dovuta secondo lui all'esercizio sportivo, io quasi sempre avrei voglia di dimostrargli giusto il contrario: che lui non è vigoroso agile e aitante perché fa sport, bensì fa sport in quanto è vigoroso agile e aitante. Quando è morto d'infarto sul suo pretenzioso lavoro l'inventore del Jogging, io non ho riso da jena perché non appartengo a quella specie animale, però mi sono affrettato a ritagliare la notizia ripromettendomi di sottoporla al mio amico Ottavio Missoni: che imparasse a fare il bullo come so che gli piaceva e gli piace.[14]
  • Maradona, come tutti puro isso, cura lo suo particulare: ma questo non toglie che, eccellendo di per sé, egli esalti anche la squadra di cui è per solito gran parte. In effetti, Maradona è un carico da undici rinforzato: nessuno scopre nulla affermandolo. È un genio della pelota, dell'invenzione prestipedatoria, dell'esecuzione tecnica cum phantasia. A ragion veduta la squadra deve giocare per lui come lui gioca per la squadra. Ma è chiaro che non può sognarsi, lui solo, di imporsi ad undici avversari degni di questo nome. Il calcio è gioco collettivo per eccellenza: chi si illude di poter reggere solo soletto agli avversari tutti è un povero nesci, un megalomane, un solipsista insopportabile. Si capisce, Maradona è anche Primadonna: non è mai accaduto che un artista, quale che fosse il di lui o di lei sesso, non indulgesse anche alla fisime o comunque agli atteggiamenti tipici della primadonna.[25]
  • Maradona è la bestia iperbolica, nel senso infernale, anzi mitologico di Cerbero: se fai tanto di rispettarlo secondo lealtà sportiva, lui ti pianta le zanne nel coppino e ti stacca la testa facendola cadere al suolo come un frutto dal picciolo ormai fradicio. È capace di invenzioni che forse la misura proibiva a Pelè, morfologicamente irregolare nei soli piedi piatti, peraltro funzionali nella bisogna pedatoria. Maradona è uno sgorbio divino, magico, perverso: un jongleur di puri calli che fiammeggiano feroce poesia e stupore (è dei poeti il fin la meraviglia). Talora uno dei suoi piedi serve fulmineamente l'altro per una sorta di paradossale ispirazione atta a sorprendere: ma quando vuole, questo leggendario scorfano batte il lancio lungo che arriva, illumina, ispira: capisci allora che i ghiribizzi in loco erano puro divertissement: esibizione per i semplici: se il momento tecnico-tattico lo esige, in quelle tozze gambe animate dal diavolo entra solenne il prof. Euclide. E il calcio si eleva di tre spanne agli occhi di coloro che, sapendolo vedere, lo prediligono su tutti i giochi della terra.[26]
  • Mio paese natìo è Pianariva, che l'Olona divide a mezzo prima di confluire in Po. Sono cresciuto brado fra i paperi e le oche naviganti l'Olona.[27]
  • Nelle entusiasmanti parabole del disco di Consolini noi vediamo assai più dell'arido significato numerico: noi vediamo nel suo slancio indomito, nella sua tenacia paziente, nella sua serietà encomiabile la prorompente vitalità sportiva d'un popolo che gli eventi contrari e disgraziati hanno voluto misero e invilito, ma sempre ritrova in se stesso la forza di sopravvivere e di progredire.[28]
  • Non vendo cultura in una boutique, la vendo sul "Guerino" o su "Il Giorno". Devo essere frettoloso per necessità di cose, per lo strumento che uso.[29]
  • Odio l'asta perché mi ricorda il circo smaccato dell'ultima commedia dell'arte e mio padre povero nella parte di ladro acrobata. Rubava frutta, avendo sempre fame, e saltava la cinta di un' ortaglia preziosa servendosi di un palo da filare. Allora, i filari di viti avevano sostituito i pali di salice all' olmo della tradizione latina: non avendo più filari, mio padre si serviva dei pali per arrivare perigliosamente al fruttosio. Asta, martello e triplo sono discipline aclassiche. Quando qualcuno le esalta, io penso alle Clochemerle di tutto il mondo e agli sbronzi che, allineati lungo una proda, fanno la gara a chi orina più lontano. Non è anche quello agonismo, classico per giunta? Padre Aristofane mi è buon testimone.[6]
  • Pelè vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l'iniziativa dell'attacco e, scattando a fior d'erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull'altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelè. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.[30]
  • Pietro Paolo è vendetta quasimodica (ohibò): guida noi brutti alla conquista. È un lemure alato. Scopro di amarlo perché mi rappresenta in un cielo proibito. È la fatica esaltata nel dolore, forse qualcosa più dell'eroismo. Viene da mondi lontani, sicuramente non mediterranei. Mi unisce a lui una passione austera, priva di debolezze frivole. È lui l'atleta nell'accezione più sacra.[18]
  • Roberto Baggio porta il codino: è troppo eccentrico per non dare nell'occhio. Ancora: il suo gioco è troppo particolare e disagevole per riuscire sempre al meglio. Il pregio di Platini era la semplificazione. Baggio è un asso rococò: mette il dribbling anche nel caffellatte. Solo sul piano balistico eguaglia Platini, non già nella misura del gioco.[31]
  • Salito a visitarci nel 225 a.C., il povero Catone sentiva chiamare marais (marè) queste paludi e ha tradotto marè in maria, al plurale, e così ha riferito ai romani che in Padania – la Gallia cis e traspadana – vi erano sette mari.[32]
  • Sara Simeoni esprime così dolce malinconia che io la recepisco in una sorta di intima gratitudine, come di fronte a un lago sereno.[33]
  • Se il panorama le sembra eccessivo, s'informi del rugby: è stato inventato dai gentlemen per reagire alla moda fin troppo plebea e stradaiola della pedata: però per non restare troppo delusi, converrebbe meglio nascere in Nuova Zelanda.[34]
  • [...] se un centravanti riceve in solitudine una palla senza vizi di sorta e non riesce a lavorarla come dovrebbe, a così pochi metri dalla porta avversaria, non si dovrebbe dire che quella palla è da gol?[1]
  • Sul cross da sinistra Peppiniello Massa ha incornato fuori dandosi furibondi e pulcinelleschi punti sulla crapa, che indubbiamente teneva stonata.[1]
  • [...] un autentico eroe del nostro tempo: per me non è mai nato nel calcio italiano uno come Gigirriva da Leggiuno. L'ho soprannominato prima Re Brenno e poi, dubitando del nostro senso storico, sono sceso a una metafora più western come "Rombo di tuono". Ha avuto fortuna almeno pari a quella di Toro Seduto.[24]
  • Uno scudetto vinto da altre è sempre perso dalla Juventus: e proprio questo è il fascino del campionato.[35]
Da Quel gran gol così classico, L'Accademia di Brera, la Repubblica, 1º luglio 1988
  • La vis polemica si sgonfia non appena s'incontra con Scetticillo, mio arguto inquilino con il nome in capo. Scetticillo mi ha convinto che argomentare di pedate è inutile come cercar di governare l'Italia secondo Benitone da Predappio. Scrivo di calcio da oltre mezzo secolo. Molti che scrivono usano tranquillamente i modi miei ma non se ne accorgono affatto; vedono il calcio con occhi miei ma si guardano bene dall'essermi riconoscenti. O se lo sono... non me lo danno a vedere.
  • [Su Mike Tyson] Questo hombre fuerte mi pare un incrocio fra il bisonte e il gorilla. Nel vasto petto gli ruggono diavoli spietati, che paiono realizzarsi solo nel gusto vandalico della distruzione. The noble Art si squalifica a pretesto omicida: non è più scherma fatta con le braccia, che dopo tutto sono le gambe anteriori dell'uomo antico: non è più danza virile, non invenzione, astuzia, coraggio. Tyson abbassa le corna al gong e inizia la carica: chi osa opporsi alla sua corsa è condannato senza mercé.
  • Il campione dei massimi che più mi ha impressionato è stato Foreman. Due o tre volte ho chiuso gli occhi al folgorante pendolo del suo uppercut smisurato. A ricevere quei colpi spaventosi era Frazier, che pure avevo visto ammaccare Muhammad Alì. Mio dio, che tremende balistae risultavano i suoi montanti! Poi, misteri della boxe e della negritudine ribelle, Foreman incontrò Alì a Kinshasa (controllare), in una notte greve e torbida. Alì aveva dalla sua gli dei della foresta e della savana. Non ho molto capito quell'incontro. Di Foreman non ho veduto un uppercut che è uno. Pareva che l'avessero stregato, che un filtro misterioso ne avesse improvvisamente ottenebrato le facoltà mentali. La negritudine fu soddisfatta a quel modo. Quando nello sport entrano di soppiatto questi veleni ideologici, non si può più seriamente parlare di tecnica: un uomo sensato pensa subito che qualcuno rida di lui a crepapelle, se appena esprime un giudizio che contrasta con la impoetica realtà delle combines e delle torte.

Attribuite[modifica]

  • Ché se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione.
[Citazione errata] Questa frase viene attribuita da Gianni Brera a Francesco Guicciardini, che in realtà non pronunciò né scrisse mai queste parole. Brera utilizzò questa citazione in varie opere di natura storica e in vari articoli.[36][37] Il giornalista ammise di essersi inventato la citazione in questo pezzo tratto da un suo articolo: «Il ragazzino Campanella crotonese come Milone! consola il cronista di ogni sconsiderata nequizia commessa in pedata e lo esime per una volta dal parafrasare ser Francesco Guicciaridni, al quale ha fatto dire ormai da molti anni: Che se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusione.»[38]

Incipit di alcune opere[modifica]

Coppi e il diavolo[modifica]

Quando spunta il sole dietro il costone di Sant'Aloisio, i pochi sparuti abitanti di Castellania vedono illuminarsi prima i torrioni sbrecciati del castello, poi quasi di botto, la piccola valle divisa dal Rio. la terra è taccagna di argille che il sole estivo dissemina di crepe e le pioggie invernali ammollano in fango spesso e tenace. Il Rio è uno stento fossatello che arriva serpeggiando allo Scrivia: il suo letto angusto e ineguale è cosparso di massi erratici levigati dai millenni. Le rive sono popolate di roveri olmi e ontani che formano duplice filare a dividere la valle.

Mille e non più mille[modifica]

La scena rappresenta lo studio di Davide Bassani: un vasto sotterraneo con una sola finestra aperta nella parte sinistra, in alto. Il vano della finestra è ampio e ascendente, così da costituire una specie di imbuto.
Lo scrittoio di Davide è parallelo alla parete di fondo. Dietro la grande sedia, una biblioteca. A destra dello scrittoio, sul fondo, la porta principale.
Nella parete di destra si apre la porta segreta che dà sulla riva di Carona, dove è sistemata la fucina di Davide e Carlino.
Alla parete di sinistra, oltre il vano della finestra, un camino dalla grande cappa: una clessidra sulla mensola, e ancora un falco impagliato, qualche vaso da speziale, etc. Fra il camino e il proscenio, un rozzo tavolo sul quale figurano alla rinfusa crogiuoli, tenaglie, martelli, altri vasi e vasetti; infine una scansia nella quale sono riposti i cavalletti, le assi e i pagliericci di un letto.

Citazioni su Gianni Brera[modifica]

  • Affascinante. Perché in mezzo alla corte dei giornalisti lui risaltava come un pazzo. Non mi fraintenda, lo dico nel senso buono: come una persona originale, rispettatissima, di grande forza fisica e morale. Ecco, la prima volta mi fece quasi paura, tanto era grosso fisicamente, non grasso dico proprio grosso, ben piantato. Ho pensato che se mi avesse dato un pugno mi avrebbe accoppato. Ma era forte anche dentro, si capiva dal modo di parlare. E poi dava una sensazione di sincerità, ma quella si vedeva anche negli articoli. (Cochi Ponzoni)
  • Anche il nostro Gianni Brera (il nostro: l'abbiamo amato con passione e devozione) ha scritto dei bellissimi romanzi. Erano le sue cronache sportive. Piene di romanzesche vicende: Consolini che lancia il disco, Coppi che scala l'Izoard; e di personaggi mitico-romanzeschi. Come Gigi Riva, possente ala sinistra del Cagliari e della Nazionale che diventa una sorta di poderoso guerriero longobardo e viene ribattezzato "Rombo di tuono". Ma anche Gianni Brera deve aver avuto in vita i suoi momenti di debolezza (per questo l'amiamo ancora di più). Deve aver pensato anche lui che se vuoi essere considerato un vero scrittore – non un semplice estensore di cronache sportive, per quanto geniali – devi scrivere qualche storiella immaginaria, con personaggi immaginari. (Beniamino Placido)
  • Aveva una cultura vastissima. Ed era una persona di una sensibilità che pochi comprendevano, tanto era raffinata. Adesso qualcuno lo sminuisce, lo pensa come una macchietta che parlava di padanità e cose simili. Ma non era mica legato solo alla cassoeula. (Cochi Ponzoni)
  • Brera è Gadda spiegato al popolo. (Umberto Eco)
  • Gianni fu infatti uno dei giornalisti più amati-odiati dell'intero dopoguerra, anche perché, spinto da necessità alimentari ad allontanarsi dalle lettere – non dabant panem – e addirittura dal primo amore, l'atletica leggera, finì a padroneggiare i terreni auriferi del football, che certo amava meno di altri habitat. Quelle lande sin lì desolate, percorse da analfabeti, retori, postdannunziani d'accatto, Gianni fertilizzò non solo con la grande cultura storica – collegio Ghisleri più Scienze Politiche- ma con gli studi su uno sconosciutissimo – da noi De Gobineau scrittore, su Flaubert e Maupassant e Jean Giono. Fu il primo a chiedersi perché si potesse amare Manzoni che detestava – e ignorare Carlo Porta – che adorava – fu il primo a trasformare una cronaca di calcio in uno studio alla Clausewitz, uno stratega che si esprimesse al contempo con gli accenti di Girolamo Cardano. (Gianni Clerici)
  • Gli scrittori Mario Soldati (PSI) e Gianni Brera (PSI) sono stati trombati [non sono stati eletti]. Peccato. Il Parlamento era l'unico posto in cui, dovendo parlare per gli altri, forse avrebbero finalmente taciuto. (Indro Montanelli)
  • Io, quando leggo Brera, non lo capisco. (Ennio Flaiano)

Gianni Mura[modifica]

  • E scrivevi come vivevi, da persona piena di umori e di amori, con una cultura larga e profonda che andava dalla pesca degli storioni all'uso del verso alessandrino. E le invenzioni, Giovanni, i neologismi. Ne hai inventate di parole.
  • E tu con coscienza e scrupolo artigianale (ma io non dimentico tutti i libri che hai in casa) avevi inventato una lingua viva, piena di venature, di rimandi, come uno che aveva letto Runyon ma anche Folengo. Eri nato con l'atletica e il ciclismo, sapevi raccontare gli uomini e le strade.
  • Ha alfabetizzato il tifoso di calcio con la sua rubrica della posta: stufo di Mazzola e Rivera, parlava più di Leopardi e Manzoni.
  • Io non sarò il tuo erede, Giovanni. Siamo onesti, come te non c'è stato nessuno e non ci sarà più nessuno. Mica solo per lo sport. Se c'è un libro di gastronomia da salvare, è "La pacciada", che hai scritto tu con Luigi Veronelli. Che adesso starà bevendo in memoria tua. Se si vuol capire qualcosa di ciclismo, degli anni eroici del ciclismo, bisogna leggere "Addio bicicletta", l'hai scritto tu un sacco di anni fa. E pochi letterati da Strega e da Campiello avrebbero descritto il paese di Coppi come hai fatto tu.
  • Sei morto come auguravi ai tuoi eroi sportivi, assunti in cielo su un carro di fuoco. Non sei morto di cuore né di fegato né di polmone, Giovanni, tu che fumavi cento sigarette al giorno e non parliamo di quello che hai bevuto, oppure parliamone, e parliamo del culo che ti sei fatto sgobbando fra le stanghe della Olivetti (il computer mai, avevi ragione tu, non fa rumore, ti cambia le parole già in testa) più di cinquant'anni.

Note[modifica]

  1. a b c Da Il calciolinguaggio di Gianni Brera; citato in Palla lunga e pedalare, p. 43.
  2. Da Il furore sportivo sovietico ci mancherà, la Repubblica, 3 gennaio 1992.
  3. a b c Da Il calciolinguaggio di Gianni Brera; citato in Palla lunga e pedalare, p. 42.
  4. Da Maradona, genio peccatore, la Repubblica, 12 aprile 1991.
  5. Da Una colpa che pesa su tutti, la Repubblica, 130 maggio 1985.
  6. a b Da Lasciate in pace Pietro Paolo primo, la Repubblica, 10 agosto 1984.
  7. Da Ma io condanno Milan e Roma, la Repubblica, 19 maggio 1987.
  8. Da Care colombe che ardete sul tripode, la Repubblica, 18 settembre 1988.
  9. Da È morto Giuseppe "Pepinoeu" Viola. Aveva 43 anni!, la Repubblica, 19 ottobre 1982; citato nella prefazione di Quelli che..., Dalai editore, 2009, p.10, ISBN 8860736153.
  10. Da Immaginifico Platini, la Repubblica, 2 novembre 1990.
  11. Dalla prefazione di Coppi e il diavolo, scritta da Mario Fossati, p.6.
  12. Da San Catenaccio in cima al mondo, Repubblica.it, 13 luglio 1982.
  13. Da Invectiva ad Patrem Padum, Guerin Sportivo, 28 ottobre 1963; citato in Storie dei Lombardi, pp. 425-426.
  14. a b c Da Non fate i bulli, lo sport è dannoso, la Repubblica, 10 maggio 1991.
  15. Da Con tanta nostalgia di uno sport nobile, la Repubblica, 31 maggio 1985, p. 4.
  16. a b Citato in Palla lunga e pedalare, p. 43.
  17. Errore nella funzione Cite: Marcatore <ref> non valido; non è stato indicato alcun testo per il marcatore heysel
  18. a b c d Da E Berrutti fu il primo Mennea, la Repubblica, 27 agosto 1987.
  19. Citato in Filippo Grassia e Giampiero Lotito, Inter. Il calcio siamo noi, Sperling & Kupfer editori, 2010, ISBN 8820049678.
  20. Citato in Gianpiero Lotito e Filippo Grassia, Inter. La grande storia nerazzurra dal 1908 a oggi, SEP editrice, 2006; citato in 1970-1979: Una lattina per alleata, Repubblica.it
  21. Da Storia critica del calcio italiano, Dalai editore, 1998, p. 114, ISBN 8880895443.
  22. Da La Gazzetta dello sport, 27 luglio 1949; citato in L'anticavallo. Scritti sul ciclismo, Dalai editore, 1996, p.104, ISBN 8880891421.
  23. Citato in Gino e Michele, Matteo Molinari, Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano, Arnoldo Mondadori Editore, 1997.
  24. a b Da Un inventore spesso mortificato, la Repubblica, 16 gennaio 1987.
  25. Da Maradona, genio in un collettivo, la Repubblica, 11 novembre 1988.
  26. Da Quel calcio lineare e sovrano, la Repubblica, 3 febbraio 1987.
  27. Da Invectiva ad Patrem Padum, Guerin Sportivo, 28 ottobre 1963; citato in Storie dei Lombardi, p.421.
  28. Citato in Claudio Gregori, Milano celebra Brera. Noi lo ricordiamo così, Gazzetta.it, 18 novembre 2012.
  29. Citato in Palla lunga e pedalare, p. 44.
  30. Da Quel gol è la poesia più bella, la Repubblica.
  31. Da Platini e Baggio, due assi distanti, la Repubblica, 6 marzo 1992.
  32. Da Invectiva ad Patrem Padum, Guerin Sportivo, 28 ottobre 1963; citato in Storie dei Lombardi, pp. 423-424.
  33. Da Grazie divina donna per tanta serenità, la Repubblica, 12 agosto 1984.
  34. Da Italiani cattivi maestri..., la Repubblica, 19 giugno 1987.
  35. Da Non sembra l'anno di Juventus e Roma, la Repubblica, 8 luglio 1984.
  36. Da Nella dannata piscina picchia solo Moby Dick, la Repubblica, 1º agosto 1984.
  37. Da La mascotte diviso tre, la Repubblica, 21 novembre 1986.
  38. Da Quelle omeriche risate, la Repubblica, 20 settembre 1988, p. 3.

Bibliografia[modifica]

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