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Oleg Orlov

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Oleg Orlov

Oleg Petrovič Orlov (1953 – vivente), biologo e attivista russo.

Citazioni di Oleg Orlov[modifica]

Citazioni in ordine temporale.

  • Vorrei vedere, che cosa succederebbe in Germania, se restaurando qualche monumento architettonico avessero ripristinato il nome di Hitler o la svastica.[1]
  • In Russia l’accusa ci viene formalmente annunciata, ma è impossibile comprenderla nel quadro della legge e della logica. Tuttavia capiamo perché siamo detenuti, processati, arrestati, condannati, uccisi. Siamo puniti per aver permesso a noi stessi di criticare le autorità. Nella Russia di oggi è assolutamente proibito.[2]

Da "La prima minaccia contro di noi è lo Stato"

europarl.europa.eu, 12 dicembre 2009.

  • L'intimidazione da parte del Governo avviene a diversi livelli. Inizia dai controlli infiniti, che ci obbligano a fornire volumi e volumi di documenti e rapporti, costringendoci a interrompere il nostro lavoro per lunghi periodi. Alla fine dei controlli, possono decidere di chiudere l'organizzazione o aprire un processo penale con l'accusa di estremismo. È un modo per silenziare le voci critiche.
  • [Su Dmitrij Anatol'evič Medvedev] Al Cremlino c'è un sognatore... che sogna un futuro migliore per la Russia, mentre il Paese va in tutt'altra direzione. Noi non vorremmo sogni e articoli, ma decreti, leggi, proposte.
  • La rivitalizzazione del mito di Stalin ha varie basi, non solo quella comunista. Si tratta soprattutto di una sindrome da post-impero. Il grande impero è crollato: molte regioni che la Russia considerava sue si sono separate. Secondo la versione della propaganda, la grande Russia è stata umiliata. Da qui l'immagine del condottiero sotto la cui guida l'impero trionfava. "Stalin, il grande imperatore", questo è il fondamento su cui si basa la riabilitazione del mito, è un archetipo importante nella coscienza collettiva dei miei compatrioti. Noi dobbiamo mostrare la vera faccia di quest'impero e il prezzo pagato dalla nostra gente per la sua "grandezza".
  • In sintesi, la mancanza di una visione strategica, il disprezzo dei diritti umani e la non volontà di negoziare con i separatisti hanno portato a un punto morto. Ora il movimento terrorista è più radicato, sono estremisti islamici con cui non c'è niente da negoziare, in più la maggioranza della popolazione prova odio e vorrebbe una vendetta – irrazionale – per i parenti uccisi, le umiliazioni e le torture subite.

Da Discorso di Oleg Orlov a chiusura del processo intentato da Kadyrov

memorialitalia.it, giugno 2011.

  • Nella Repubblica Cecena di oggi, in pubblico si possono esprimere soltanto opinioni che corrispondono integralmente a quelle di una persona: il presidente di questa repubblica. Nel resto della Russia, la repressione della libertà d’espressione non ha ancora raggiunto lo stesso livello.
  • Noi constatiamo con gioia che adesso la gente non muore più sotto i bombardamenti dell’aviazione e dell’artigleria. Gli abitanti della Cecenia hanno ricostruito le città e i villaggi distrutti. Noi abbiamo sottolineato questi fatti e abbiamo sottolineato in particolare il merito delle autorità della repubblica in questo campo. Ma questa tendenza non si è rafforzata. I rapimenti sono ripresi, così come le punizioni collettive volte a intimidire la popolazione. È diventato estremamente pericoloso, quasi impossibile, esprimere apertamente un’opinione indipendente. [...] Praticamente, quello che è stato instaurato in Cecenia è un regime personale assolutista. L’atmosfera nella repubblica si è fatta irrespirabile.
  • Natalija Estemirova era, per sua natura, incapace di accettare l’arbitrio, l’ingiustizia e la crudeltà, chiunque ne fossero gli autori – che si trattasse delle forze federali, delle autorità della repubblica cecena, o degli insorti. È per questa ragione che tante persone si rivolgevano spontaneamente a lei, chiedevano il suo aiuto. Lei si è battuta per salvare vittime di rapimenti e di torture. Per i rifugiati che i funzionari cacciavano dai campi provvisori dove avevano trovato rifugio, buttandoli sulla strada. Per il diritto degli abitanti dei villaggi delle montagne a tornare a casa loro. Perché i genitori potessero almeno scoprire cos’era stato dei loro figli, strappati alle loro famiglie da uomini armati. Per la dignità delle donne cecene. E con tutto questo, lei trovava ancora la forza necessaria per occuparsi di questioni sociali.
  • Natacha poteva definirsi a pieno diritto «protettrice del popolo». Essa ha sacrificato la sua vita per gli altri, difendendo i loro diritti, la loro libertà, la loro vita.
  • I suoi nemici erano quelli che ritengono che il fine giustifichi i mezzi, che la guerra permette di dissimulare tutti i crimini, che con la forza bruta si sistema tutto. Quelli che non danno alcun valore alla vita e alla dignità umana.

Da "Volevano il fascismo in Russia e l’hanno ottenuto"

huffingtonpost.it, 24 dicembre 2022.

  • Questa guerra ha consegnato l'intero paese nelle loro mani. Da molto tempo volevano scrollarsi di dosso ogni freno. Non auspicano il ritorno del sistema comunista, benché qualcuno di loro si dichiari favorevole. Apprezzano il sistema ibrido che si è instaurato in Russia negli ultimi vent'anni: per metà feudalesimo e per metà capitalismo di stato corrotto fino al midollo. Eppure, mancava ancora qualcosa...
    Che cosa? L'impressione che il sistema fosse concluso. Adesso lo è. Adesso possono proclamare apertamente e senza vergogna: "Un popolo, un impero, un capo!". Senza la minima vergogna.
    In breve, volevano il fascismo e l'hanno ottenuto.
  • Si contrappone la Russia al presente, al passato e al futuro degli stati circostanti (soprattutto di quelli europei); si afferma la superiorità della cultura russa (dove l'aggettivo non va inteso in senso etnico, ma imperiale); si nega l'esistenza stessa del popolo, della lingua e della cultura dell'Ucraina... tutto ciò è ormai la base della propaganda di stato. Quanto a negare la democrazia, affermare il culto del capo e sopprimere la dissidenza, non c'è niente da dimostrare, è una cosa che salta agli occhi...
  • Le masse aspiravano all'impero, all'uomo forte, al mito di Stalin. Opinioni rintracciabili sia "in vetta", fra le élite che dirigono il paese (dipendenti pubblici, forze di sicurezza, deputati, dirigenti di aziende pubbliche e oligarchi) sia "in fondo", tra i più poveri. Tra quelli che hanno Mercedes, yacht e castelli, e tra chi non ha neanche il bagno in casa. A tutti, però, il sistema autocratico di Putin nega qualunque diritto.
  • Dopo tanti anni, è rinato un vecchio slogan: "Tutto per il fronte, tutto per la vittoria!". L'opposizione è stata spazzata via, la poca libertà che restava è stata eliminata, pronunciare in pubblico termini come liberalismo e democrazia senza aggiungere una parolaccia presenta i suoi rischi. La "vetta" e il "fondo" della gerarchia si sono riuniti in un'estasi di patriottismo e di... odio per l'Ucraina indipendente.
  • È [...] inevitabile che la difesa dei diritti umani venga stravolta, in un paese in cui la legalità non esiste più. Oggi i russi che se ne occupano si trovano nella stessa posizione dei dissidenti d'epoca sovietica, loro predecessori. Cercare di farsi conoscere al pubblico russo ed estero diventa un obiettivo primario.
  • Molto dipende dai paesi dell'Europa centrale e occidentale. È naturale che ogni persona sana di mente preferisca la pace alla guerra. Ma la pace a qualsiasi prezzo? L'Europa ha già cercato di mantenere la pace tentando di rabbonire un aggressore. Conosciamo tutti il risultato catastrofico di quei tentativi.
    Per di più, una Russia fascista vittoriosa diventerà inevitabilmente una seria minaccia per la sicurezza dei suoi vicini e di tutta l'Europa.

Da Come finirà il regime di Putin in Russia secondo il premio Nobel Orlov

Intervista di Riccardo Amati, fanpage.it, 19 giugno 2023.

  • Non sarebbe bello se gestissi i miei colleghi rimasti in Russia standomene in un posto più sicuro. Altri esponenti di Memorial, che si occupano di diritti umani, possono benissimo lavorare dall'estero. [...] Credo che dalla Russia la mia voce si senta più forte e suoni in modo migliore.
  • In pratica è tornata l'era del totalitarismo sovietico. Il numero dei prigionieri politici oggi è addirittura superiore rispetto a quello dei tempi di Brezhnev. [...] Si è ritirato fuori il reato di alto tradimento, per cui si possono facilmente prendere 25 anni di galera, come nel caso del politico di opposizione Vladimir Kara-Murza. C'è poi l'articolo che punisce le "informazioni consapevolmente false" sulle forze armate: per poche parole si può esser condannati fino a dieci anni. E nella "cassetta degli attrezzi" predisposta dal regime per stroncare ogni dissenso va annoverato anche l'articolo che prevede una pesante responsabilità penale per chi organizza un'organizzazione "estremista", dove per "estremista" il giudice può intendere qualsiasi cosa non piaccia al governo.
  • Secondo me, il problema principale è che la Russia è stata un impero e non riesce ad abbandonare la sua eredità imperiale. La "coscienza imperiale" risiede nella testa della maggior parte dei russi. Me compreso. Per questo non riusciamo a rompere il cerchio della violenza e dell'autoritarismo statale.

Da Intervista a Oleg Orlov, il Nobel sotto processo: "Il regime russo è come il fascismo. Produrrà una catastrofe"

Intervista di Rosalba Castelletti, repubblica.it, 31 luglio 2023.

  • Se fossi voluto andare via, non avrebbe avuto senso neppure iniziare a protestare. Non ho nulla nei confronti di chi ha lasciato il Paese. A Memorial non facciamo distinzioni tra chi è partito e chi no. Ma io volevo protestare e per farlo dovevo restare qui. Anche il processo fa parte della mia resistenza personale. Certo, le autorità avrebbero preferito che me ne andassi, ma avrei fatto loro un regalo.
  • A onor del vero, ho sentito dire la parola "rascismo" per la prima volta non dagli ucraini, ma dai ceceni durante la Seconda guerra cecena. Allora però non ero d'accordo. Nonostante tutti gli orrori, la Russia era un Paese diverso. Adesso invece qui vige il culto del vozhd, del duce. "Un popolo, una patria, un duce", il vecchio slogan nazista vale pure qui. La guerra è diventata un metodo legittimo per risolvere le frizioni tra gli Stati. Si nega l'esistenza stessa del popolo e della nazione ucraina. Si promuove l'esclusività, unicità e superiorità della cultura, della nazione e dello Stato russo. Sono tutti tentativi di far rivivere l'Impero.
  • Non siamo tornati e non torneremo mai all'Urss. La Russia ha compiuto un percorso unico nel suo genere: dalla fine del totalitarismo sovietico si è passati a una debole democrazia e infine al ritorno del totalitarismo. Il totalitarismo odierno però non è comunista, ma appunto fascista perché si ispira a ideologie conservatrici. Ad accomunare il regime odierno all'Urss è il tentativo di ricreare un Impero, benché diverso. Il totalitarismo comunista aveva perlomeno un'idea di futuro seppur distopica e impossibile da realizzare. Invece adesso al potere nessuno ha un'idea di futuro. Per loro la cosa migliore è il passato.
  • Non condivido l'idea di attribuire a tutti i russi una responsabilità collettiva. Successe la stessa cosa con i tedeschi dopo la Seconda guerra mondiale e ci vollero parecchi anni per superare questo pregiudizio. Ma c'è un "ma" importante. I tedeschi riuscirono a elaborare le loro colpe morali individuali. Nell'odierna società civile russa questo processo sarà molto complicato. Quand'è che lo potremo intraprendere? Non lo so.

Da Il dissidente Orlov: «Un'uccisione protratta e metodica: Navalny parlava al popolo, è insostituibile»

Intervista di Marco Imarisio, corriere.it, 17 febbraio 2024.

  • [Sulla morte di Aleksej Naval'nyj] L'assassinio comprende dapprima un doppio tentativo di avvelenarlo, poi un arresto assolutamente illegale, una condanna altrettanto illegale e infine un'uccisione lunga, protratta, metodica, fatta di celle di isolamento al gelo. Se mette insieme tutto questo, avrà la risposta che cerca: è certamente un assassinio.
  • La situazione in Russia è tale che qualsiasi persona che esce di casa anche soltanto per portare dei fiori, lo fa a suo rischio. Ogni pronunciamento pubblico che in Russia non corrisponde alla posizione ufficiale è gravido di una punizione severa, che persino per le cose più innocue prevede anche il carcere, nelle condizioni che sappiamo.
  • [Sulle elezioni presidenziali in Russia del 2024] In Russia non esiste nessuna elezione. In Russia si terrà invece un rito che non ha nulla a che vedere con l'espressione della volontà popolare. Cosa potrebbe influire su una messinscena? Tutto è noto in anticipo, previsto e calcolato. Le presidenziali verranno presentate come una grande vittoria di Putin. Nulla di reale può avere impatto su questa ridicola realtà virtuale.
  • [Su Aleksej Naval'nyj] Non vedo nessuno simile a lui. Navalny era ancora forte perché era un politico reale, che sapeva parlare con la gente, che sapeva trascinare. Proprio per questo lo stavano uccidendo. Era capace di attrarre non solo una cerchia ristretta di seguaci, ma anche masse molto più larghe e popolari. Una perdita al momento incolmabile.
  • [«Quando cambierà qualcosa in Russia?»] Subito dopo la fine del dittatore, quando il dittatore se ne andrà. Abbiamo l'esempio della Russia dopo Stalin, della Spagna dopo Franco. A partire da quel momento, inizieranno delle trasformazioni, ne sono convinto. E nel cambiamento, il ruolo di Navalny sarebbe stato notevole.

Da La Russia riemergerà dal buio

Dichiarazione al termine del primo processo, 11 novembre 2023; citato in micromega.net, 12 marzo 2024.

  • [...] una violazione della Costituzione russa, una violazione delle norme del diritto, una violazione dei miei diritti.
  • Non mi pento di avere manifestato pubblicamente contro la guerra, di avere scritto l'articolo per il quale sono sotto processo. Tutta la mia vita precedente non mi lasciava altra scelta. Non posso fare a meno di ricordare il motto preferito del mio maestro, grande difensore dei diritti umani, Sergej Adamovič Kovalëv, formulato a suo tempo dai pensatori romani: "fai ciò devi, accada ciò che può".
  • Non mi pento di non essermene andato dalla Russia. È il mio paese, e ho ritenuto che dalla Russia la mia voce si sarebbe sentita di più. E ora, grazie all'impegno congiunto della polizia politica, degli inquirenti, della procura e della corte, il mio breve e modesto articolo ha ottenuto una circolazione che non avrei mai potuto nemmeno immaginare.
  • In sostanza, perché ho manifestato e perché ho scritto quel breve articolo? Adesso il concetto di "patriota" ha perso credito. Agli occhi di un numero enorme di persone il patriottismo russo è diventato sinonimo di imperialismo. Ma per me e per molti miei amici non è così. Dal mio punto di vista il patriottismo, in primo luogo, non è orgoglio per il proprio paese, ma bruciante vergogna per i crimini che si commettono in suo nome. Ci vergognavamo durante la prima e la seconda guerra cecena e ci vergogniamo ora per ciò che in nome della Russia commettono i cittadini del mio paese in Ucraina.
  • [...] il futuro della Russia di oggi (similmente al futuro della Germania nel 1946) dipende in larga misura dalla disponibilità di noi tutti, nessuno escluso, a riflettere non sulle colpe altrui, ma sulle nostre.
  • A mio avviso, chi ama la propria patria non può fare a meno di riflettere su quanto accade al paese cui si sente legato in modo indissolubile. Non può fare a meno di pensare alla propria responsabilità per quanto è accaduto. E inoltre non può fare a meno di provare a condividere i propri pensieri con altre persone. Talvolta si deve pagare un prezzo per questo...
  • Nella storia reale, e non nella letteratura, l'anno successivo al 1984 segnò l'inizio dei cambiamenti in Unione Sovietica. La perestrojka, poi la rivoluzione democratica del 1991. Allora sembrava che i cambiamenti fossero irreversibili…
    E invece dopo più di trent'anni ci ritroviamo nel 1984...
  • È già passibile di sanzione indossare abiti di colori "non corretti". Ed è ancora più sanzionabile esprimere pubblicamente un'opinione che differisca dal punto di vista ufficiale. È sanzionabile riferire quali siano le posizioni delle organizzazioni internazionali. È sanzionabile esprimere il minimo dubbio sulla veridicità dei rapporti ufficiali del ministero della difesa.In queste condizioni sarà inevitabile che in futuro si adotti una nuova legge: sanzioni per reato d'opinione.
  • In uno Stato totalitario non deve esistere nessun genere di comunità. Tutti devono avere paura e tenere la bocca chiusa.
  • Il regime che si è venuto a creare in Russia non ha affatto bisogno che le persone riflettano. Ha bisogno di altro, di opinioni semplici come muggiti, e solo a sostegno di ciò che in questo momento le autorità proclamano giusto. Ormai lo Stato non solo controlla la vita sociale, politica ed economica del paese, ma aspira anche al controllo assoluto della cultura, invade la vita privata.
  • Non sono del tutto certo che gli attuali promotori ed esecutori delle leggi antigiuridiche e anticostituzionali della Federazione Russa si troveranno a rispondere di fronte a un tribunale. Ma una pena sarà inevitabile. I loro figli e nipoti si vergogneranno di dire dove lavoravano e cosa facevano padri, madri, nonni e nonne. La stessa cosa succederà a chi adesso, eseguendo gli ordini, commette crimini in Ucraina. A mio avviso, questa è la pena più spaventosa. Ed è inevitabile. Be', una pena è inevitabile anche per me, perché al momento un'assoluzione con un'accusa del genere è impossibile.

Da Non ho nessun rimpianto e niente di cui pentirmi

Dichiarazione al termine del secondo processo, 26 febbraio 2024; citato in micromega.net, 12 marzo 2024.

  • Il giorno in cui è iniziato questo processo la Russia e il mondo sono stati scossi dallo spaventoso annuncio della morte di Aleksej Naval'nyj. Anche io ne sono rimasto scosso. Ho anche pensato di rinunciare alla mia ultima dichiarazione: cosa dichiarare oggi, mentre tutti noi non ci siamo ancora ripresi dallo shock provocato dalla notizia? Ma poi ho pensato che sono tutti anelli della stessa catena: la morte o, più esattamente, l'assassinio di Aleksej, le rappresaglie giudiziarie contro altre persone che criticano il regime, me compreso, il soffocamento della libertà nel paese, l'invasione dell'Ucraina da parte dell'esercito della Federazione Russa. E ho deciso di parlare comunque.
  • Elencherò una serie di fatti di varia natura, differenti sia per dimensioni, sia per tragicità:
    – in Russia sono proibiti i libri di molti autori russi contemporanei;
    – è stato proibito il "movimento LGBT", come è impropriamente definito, fatto che in sostanza è una palese ingerenza dello Stato nella vita privata dei cittadini;
    – alla Scuola superiore di economia è stato proibito citare gli "agenti stranieri". Adesso gli studenti, prima di affrontare una materia, devono studiare e imparare a memoria l'elenco degli "agenti stranieri";
    – il noto sociologo e saggista di sinistra Boris Kagarlickij è stato condannato a cinque anni di reclusione per avere parlato di alcuni episodi della guerra in Ucraina utilizzando parole che contrastano con la versione sostenuta ufficialmente;
    – l'uomo che i propagandisti definiscono "leader della nazione", parlando dell'inizio della Seconda guerra mondiale, dice pubblicamente quanto segue: "Ma i polacchi lo hanno costretto, hanno tirato troppo la corda e hanno costretto Hitler a iniziare la Seconda guerra mondiale proprio con loro. Perché la guerra è iniziata proprio dalla Polonia? Perché la Polonia era intransigente. Per realizzare i suoi piani Hitler non aveva altra scelta se non quella di iniziare proprio dalla Polonia".
  • In effetti la nostra attuale situazione e quella in cui si è ritrovato il protagonista del romanzo di Kafka [Il processo] hanno alcuni tratti in comune: l'assurdo e l'arbitrio, mascherati da rispetto formale di certe procedure pseudogiuridiche.
  • Ci accusano di diffusione di informazioni deliberatamente false, senza degnarsi di dimostrarne la falsità. Il potere sovietico agiva allo stesso modo, quando definiva le critiche falsità. E i nostri tentativi di dimostrare l'autenticità di quelle informazioni diventano penalmente perseguibili.
  • Negli ultimi giorni hanno fermato, sanzionato e addirittura incarcerato alcune persone solo perché sono andate a rendere omaggio accanto ai monumenti dedicati alle vittime delle repressioni politiche ad Aleksej Naval'nyj, assassinato, un uomo straordinario, coraggioso, onesto, che in condizioni incredibilmente difficili, create proprio per lui, non ha perso l'ottimismo e la fede nel futuro del nostro paese. Perché, sì, è stato un assassinio, a prescindere dalle circostanze specifiche della morte.
  • Noi ricordiamo l'invito di Aleksej: "Non arrendetevi". Da parte mia aggiungo: non perdetevi d'animo, non abbandonate l'ottimismo. Perché la verità è dalla nostra parte. Chi ha condotto il nostro Paese nel baratro in cui si trova adesso, rappresenta ciò che è vecchio, decrepito, superato. Non hanno un'idea di futuro, ma solo immagini fasulle del passato, miraggi di "grandezza imperiale". Spingono la Russia a ritroso, indietro, nella distopia descritta da Vladimir Sorokin nel romanzo La giornata di un opričnik. Ma noi viviamo nel ventunesimo secolo, davanti a noi ci sono il presente e il futuro, e in questo sta la garanzia della nostra vittoria.
  • Sì, la legge è legge. Ma, ricordiamo, nel 1935 in Germania sono state adottate le cosiddette leggi di Norimberga. E poi, dopo la vittoria del 1945, gli esecutori di quelle leggi sono stati processati.

Da Oleg Orlov: "Oggi è peggio dell'epoca sovietica, ma siamo molti di più a opporci"

Intervista di Filipp Dzjadko, huffingtonpost.it, 6 giugno 2024.

  • Il più grande [pesce che ho pescato] è stato un luccio che presi in Carelia, sul fiume Pon'goma. Non avevo niente per pesarlo, quella volta, ma sarà stato sugli undici chili. Tra l'altro, la storia di Putin che sostiene di averne pescato uno di ventuno chili è una bugia plateale. Qualsiasi pescatore si farebbe una risata: ci avrebbe messo molto di più a tirarlo fuori, rispetto a come l'ha raccontato, e avrebbe dovuto farlo diversamente.
  • Ricordo quando mi presero tra i pionieri: fu il giorno più bello della mia vita. Sono nel Museo Lenin, vicino all'auto di Lenin, e una vecchia bolscevica mi annoda il cravattino rosso. Rincaso felicissimo e lo dico a tutti, entusiasta. E noto un certo scetticismo. Nessuno mi dice che sbaglio, ma non condividono il mio entusiasmo. In seguito ne avremmo parlato a lungo, con mio padre. Non ha mai cercato di farmi cambiare idea o di farmi pressioni. Mi ha parlato, mi ha spiegato. E pian piano – non subito, pian piano, verso i miei quindici anni – sono diventato antisovietico. Com'è ovvio, i miei genitori mi hanno insegnato il "doppio binario": capisci sempre dove sei, quando devi nascondere ciò che pensi e quando, invece, puoi parlare.
  • A scuola non ho mai detto nulla di apertamente antisovietico, ma capitava che tirassi scema la mia insegnante di storia a furia di domande. Le faccio un esempio: avevo già capito tutto sull'entrata in guerra dell'Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale e su come avessero fatto le truppe tedesche ad arrivare fino a Mosca. E quindi cominciai: "Come si fa a dire che hanno attaccato a tradimento? Possibile che Stalin e i vertici non sapessero nulla? Dov'era lo spionaggio?". Ricordo di essere arrivato a scuola dopo l'estate del 1968, in nona classe, con i miei compagni che approvavano con grande trasporto quanto accaduto in Cecoslovacchia. E che raccontavano storie assurde di come a Praga avevano iniziato a sparare ai nostri carri armati e, solo di conseguenza, loro avessero aperto il fuoco (bravi!) distruggendo le case. Di nuovo, però, tu dovevi star buono e zitto. Ne parlavi solo a ricreazione con gli amici (e ne avevo, di amici che la pensavano come me) e con loro commentavi: che idioti, che stupidi.
  • [Sulla giornata della vittoria] Cos'era la vittoria, per me scolaretto? Qualcosa di sacro, qualcosa che non si poteva mettere in discussione. E della cui importanza non dubito nemmeno oggi. Per mia madre e mia nonna la festa della vittoria non è mai stata una bella festa. E mi hanno sempre raccontato quant'era stata dura, nel 1945. Avevano vinto, era stata una grande vittoria, però quel giorno si chiudevano in casa, si abbracciavano e piangevano. Il 9 maggio 1945 si abbracciarono e piansero in un appartamento inchiavardato.
  • Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta, nel nostro paese e nel mondo ci sono stati cambiamenti enormi. Non credo che sia stato qualcosa di specifico a far cambiare le persone (anche se, magari, invece, così è stato), ma chi aveva dei dubbi ha avuto molte occasioni di capire. La glasnost', nuovi fatti che venivano alla luce e che la maggioranza non conosceva, l'idea stessa che si poteva parlare e, magari, venire ascoltati, quella specie di nostra Hyde Park nel centro di Mosca, in piazza Puškin: tutte cose che, ovvio, hanno influenzato le persone. Certo che possiamo agire sulle persone, che possiamo spiegare loro le cose: basta che non siano già completamente chiuse, mentalmente...
  • La disperazione mi è venuta allo scoppio della guerra in Ucraina, e lo stesso per un po' è successo a molte, moltissime altre persone. Ma la disperazione mi era venuta anche durante la prima guerra cecena e all'inizio della seconda. Noi di Memorial abbiamo dimestichezza con questo stato d'animo. Ma adesso non sono più solo. Siamo in tanti, e sono in tanti a pensarla come noi. Certo, chi è pronto a parlarne apertamente è una minoranza, ma la solitudine no, non la provo. Di conseguenza, nemmeno la disperazione.
  • [«Quali sono, secondo lei, le analogie e le differenze tra la fine dell'era sovietica e la situazione attuale?»]
    Le analogie sono molte. La gente che è costretta a scegliere di conformarsi, per esempio. Il conformismo come metodo di sopravvivenza sociale imposto con la forza. La negazione del conformismo che si fa minaccia, nel tardo periodo sovietico e anche oggi. Ai tempi di Stalin era diverso, lo so: quello non era conformismo, ma obbligo di condividere l'estasi con il regime per sopravvivere. Ora, però, si sta facendo la stessa, identica cosa. Negli ultimi anni dell'Unione Sovietica, ovviamente, era tutto più smussato. La Russia di oggi non è ancora la Cecenia di Kadyrov, dove sei sempre tenuto a esprimere il tuo sostegno al regime. La Russia di Putin non ha ancora raggiunto questo stadio, è più simile alla situazione in epoca tardo-sovietica. Le differenze... A mio avviso, probabilmente ora è peggio. Vede, ai tempi dell'Unione Sovietica le regole del gioco erano chiare, le conoscevamo. Sapevi che l'indomani non ti avrebbero chiesto nulla di più del giorno prima. Ora le regole cambiano, sono mutevoli, e la situazione sta precipitando. Il picco, il crollo drastico, l'abbiamo avuto dopo l'inizio della guerra in Ucraina, ora è meno netto, ma la caduta è continua. Dopo una relativa, pur minima libertà, il potere deve inevitabilmente reprimere per scoraggiare la popolazione dall'aprire bocca. Da questo punto di vista la situazione è molto diversa da quella della fine dell'epoca sovietica. Ora, però, siamo molti di più a opporci. Noi siamo di più rispetto alla comunità dei dissidenti. Quanto a samizdat e tamizdat, oggi non è più necessario passarseli di mano in mano di nascosto per non finire in galera. Ora c'è il VPN, e grazie al VPN molti leggono, osservano e simpatizzano, anche se non scenderanno mai in piazza né diranno mai nulla pubblicamente. C'è chi si oppone attivamente e chi lo fa passivamente: è comunque meglio di una volta. Tra l'altro, il livello di opposizione tra i giovani è molto più alto rispetto alla fine dell'epoca sovietica.
  • [Sul putsch di agosto] Il 1991 è stato una rivoluzione e una vittoria. E la felicità. Sinceramente, non credevo che ce l'avremmo fatta. Non pensavo che avremmo vinto. All'epoca lavoravo per il Soviet Supremo della Repubblica Federale Russa. Sono andato in ufficio, ho finito la mia relazione, non ho chiuso occhio tutta la notte: la mattina con Tanja e Jan Račinskij saremmo dovuti andare fuori città. A raccogliere funghi e pescare. Di fatto per tutta la durata del putsch mi sono ritrovato o dentro la Casa bianca o vicino, sulle barricate. Ho passato una notte sotto assedio, le ho costruite anche io, le barricate, e ho anche requisito veicoli e camion per la causa.
  • [Sul putsch di agosto] La solidarietà, l'unità con le persone era straordinaria, e anche la felicità di vedere una folla simile venuta a proteggere la Casa bianca. E poi, il momento in cui la colonna di carri armati guidati dal maggiore Evdokimov passò tra la folla, che si aprì per farli passare. E i carri armati che se ne andavano. Fu vera, autentica felicità. Dopodiché ci siamo preparati e siamo andati per funghi. E fu una felicità vera anche passare per le varie cittadine, i paesi, e vedere su ogni municipio non la bandiera rossa, ma quella bianca, rossa e blu.
  • Se nel marzo del 2022 le autorità non avessero soffocato l'opposizione alla guerra, credo che avremmo avuto un movimento di massa di centinaia di migliaia di persone in Russia. Non credo che i russi siano cambiati e che quelli di oggi siano peggio di quelli di una volta. A essere cambiate, e molto, sono le circostanze. Pensa che allora tutti i moscoviti fossero saliti sulle barricate e che a difendere la Casa bianca ci fosse la maggioranza delle persone? Ma no! Bastava allontanarsi un po' per vedere che la vita in città continuava come al solito e la gente non voleva saperne nulla. È sempre la minoranza a fare le cose. E a scrivere la storia.
  • [Sulla prima guerra del Nagorno Karabakh] A quel tempo gli intellettuali moscoviti erano tutti a favore dell'Armenia e non sapevano e non volevano sentirsi dire che era in corso un esodo di massa, molto tragico, degli azeri.
  • [Sulla prima guerra cecena] Era sotto gli occhi di tutti. Strani aerei che bombardavano gli aeroporti sul territorio della Repubblica cecena e strani soldati (apparentemente estranei all'esercito russo) al comando dei carri armati che l'opposizione anti-Dudaev stava guidando verso Groznyj... Era palese che le forze armate russe stavano intervenendo. Noi in quel momento lavoravamo nel Caucaso settentrionale, nella zona del conflitto inguscio-osseto. Dopodiché con Sergej Adamovič Kovalëv, incaricato da El'cin di andare a capirci qualcosa, partimmo per Assinovskaja, in Cecenia. E trovammo un quadro spaventoso: la popolazione di lingua russa veniva in massa da noi a denunciare gli abusi. E smettemmo di vedere tutto rosa, nel regime di Dudaev. Di fatto, la violenza criminale contro la popolazione di lingua russa non era espressamente opera del regime di Dudaev, ma di un governo debole, incapace di garantire un ordine minimo e il rispetto dei diritti umani o di proteggere la popolazione dai banditi. Tutto ciò alzava ai massimi la possibilità di una guerra.
  • [...] quando si è in tanti, la squadra è coesa e c'è un leader come Sergej Adamovič Kovalëv, il resto – come la paura o la sensazione di solitudine, di andare contro un qualche colosso – svanisce.
  • [Sulla crisi degli ostaggi dell'ospedale di Budënnovsk] Andammo all'ospedale senza sapere cosa avremmo trovato, cosa stesse succedendo agli ostaggi, che intenzioni avessero gli uomini di Basaev e come ci avrebbero accolto. Quando siamo arrivati, sono riuscito a parlare da solo a solo con gli ostaggi. Ai combattenti dicevo cose del tipo: "Lasciatemi parlare con loro. Lo so che me li portate qui e gli fate ripetere che li trattate bene. Con un uomo armato accanto. Fatemi parlare con loro da solo". L'ho ottenuto, e così ho potuto capire meglio la situazione. E non ci sono state sorprese. Io e Kovalëv, ma anche gli altri, ci siamo subito offerti come ostaggi: per Basaev era molto importante avere tra le mani dei deputati. E l'incertezza, l'ignoto sono scomparsi: abbiamo capito che ci avrebbero messo insieme agli altri e che gli uomini di Basaev, i terroristi, non avrebbero più sparato a nessuno. Non erano interessati a farlo, non era ciò che serviva. Avevano già fatto fuori due gruppi di ostaggi dentro l'ospedale, altri morti c'erano stati in città: ora basta, serviva altro. C'era una logica e non c'era sadismo: era gente crudele, ma con una logica precisa. Basaev aveva imposto una disciplina molto rigida ai suoi, lo abbiamo visto coi nostri occhi. Chi maltrattava un ostaggio dentro l'ospedale o sugli autobus rischiava una punizione severa. Ogni autobus aveva il suo comandante, il mio era Aslanbek junior. Fu molto chiaro, e come lui gli altri: i primi a mangiare e bere devono essere gli ostaggi, gli scudi umani seduti accanto al finestrino, poi mangiate e bevete voi. Le istruzioni erano chiarissime: era auspicabile avere ostaggi calmi, senza rischiare improvvise crisi isteriche con finestrini spaccati, tentativi di fuga e via dicendo. Per questo non ci furono sorprese, in quel senso.
  • [Sulla crisi degli ostaggi dell'ospedale di Budënnovsk] Quando ci siamo offerti come ostaggi, il governatore ci convocò, me e Kovalëv, e ci disse di andarcene subito dalla regione di Stavropol'. E perché? Noi ci offrivamo come ostaggi e loro ci cacciavano con i nostri amici ancora dentro l'ospedale? Sembrerà che scappiamo come conigli, ci siamo detti, e poi vallo a dimostrare che era stato il governatore a mandarci via! È stato tutto molto complicato. Il giorno seguente, con gli autobus pronti, quell'uomo lucidissimo che era Basaev disse: "I deputati che fine hanno fatto? Dove avete nascosto Kovalëv? I patti erano altri". A quel punto furono le autorità a cercare quel Kovalëv che loro stessi avevano cacciato. Io e Sergej Adamovič andammo al cordone delle forze dell'ordine. Io scesi dall'auto e spiegai ai poliziotti che avevo con me Kovalëv. Quelli non capivano: "Kovalëv chi? Di cosa t'immischi?". In quel momento accade una cosa terribile. Intorno al cordone la folla era impazzita, con i provocatori che, in più, la sobillavano. All'improvviso uno di questi gridò: "In quella macchina c'è Kovalëv. Lo sapete chi è? Un amico dei ceceni". La folla corse verso l'auto e provò a rovesciarla. L'avrebbero ammazzato, sa? Avrebbero ammazzato chi aveva appena salvato le loro famiglie e i loro cari dentro l'ospedale. Io mi precipitai dal poliziotto e gli dissi: "È una tua responsabilità. Se ammazzano Kovalëv andrà tutto a rotoli". A quel punto lui disperse la folla, credo che abbia persino sparato qualche colpo di pistola in aria. Dopodiché sono intervenute le forze speciali, hanno fatto scendere Kovalëv dall'auto e lo hanno portato via. E io sono rimasto solo. Passano cinque minuti e tornano le forze speciali: "Dov'è Orlov?" gridano. "Senza Orlov, Kovalëv non alza un dito!". Mi presero e mi portarono via.
  • Mi piacerebbe molto cavarmela senza reclusione. C'è qualche speranza, ma è piccolissima. Il ricorso della pubblica accusa, che chiede una condanna a tre anni di reclusione, non regge per niente dal punto di vista legale. Qualsiasi addetto ai lavori che lo legga si metterebbe le mani nei capelli. Infatti è stata la stessa pubblica accusa, nel processo di primo grado, a non trovare aggravanti come l'odio politico o ideologico. Forse la pubblica accusa di Mosca non si arrischierà ad approvare un documento del genere, ma le speranze sono poche, perché chiaramente c'è dietro un ordine venuto dall'alto.
  • Avrei dovuto scappare come un ladro, violando la legge e l'obbligo di residenza, con il grosso rischio di farmi beccare? E il problema principale non sarebbe stato quello, ma il fatto che per loro sarebbe stato un colpaccio beccarmi mentre cercavo di scappare. Prima avevo scelta, sì. All'epoca avevo deciso di rispettare qualunque scelta. Non è che pensassi: è giusto fare così oppure cosà, tutti dovrebbero scappare oppure rimanere. Dipende dalle circostanze, da che cosa prova la persona nell'intimo, da dove potrebbe trovare lavoro. Quando ho fatto la mia scelta, penso di essere stato influenzato dal fatto che è difficilissimo trovarsi in un ambiente di lingua straniera, cambiare drasticamente tutto nella propria vita. Per di più non mi era molto chiaro come avrei potuto lavorare all'estero, dove le mie attività sono molto meno efficaci che qui. Almeno, per quel che mi sembra, dal 24 febbraio ciò che ho fatto qui è stato piuttosto efficace.
  • Non incoraggio nessuno a scendere in strada adesso. Ma prima o poi si metterà per forza in moto il cambiamento, è inevitabile dopo la caduta di qualsiasi dittatore e la disgregazione dell'élite. A quel punto è importantissimo che la società si faccia avanti, che dimostri di esistere, perché le riforme appena avviate non si riducano a una pura operazione di facciata. In quella fase è importante essere pronti e far sentire la propria voce.

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