Parmenide

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Parmenide ne La scuola di Atene di Raffaello Sanzio

Parmenide di Elea (in greco Παρμενίδης, 515 a.C. – 450 a.C. circa), filosofo greco.

Frammenti di alcune opere[modifica]

Poema sulla natura[modifica]

  • Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere
    mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,
    che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi che l'uomo sa.
    Là fui portato. Infatti, là mi portarono accorte cavalle
    tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.
    L'asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,
    infiammandosi – in quanto era premuto da due rotanti
    cerchi da una parte e dall'altra –, quando affrettavano il corso nell'accompagnarmi,
    le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,
    verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.
    Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,
    con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;
    e la porta, eretta nell'etere, è rinchiusa da grandi battenti.
    Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.
    Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,
    con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello
    senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,
    produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare
    nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi
    fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, attraverso la porta,
    diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle.
    E la Dea di buon animo mi accolse, e con la sua mano la mia mano destra
    prese, e incominciò a parlare così e mi disse:
    «O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici,
    con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,
    rallegrati, poiché non un'infausta sorte ti ha condotto a percorrere
    questo cammino – infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini –,
    ma legge divina e giustizia. Bisogna che tutto tu apprenda:
    e il solido cuore della Verità ben rotonda
    e le opinioni dei mortali, nelle quali non c'è una vera certezza.
    Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono
    bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso». (frammento 1)
  • Orbene, io ti dirò – e tu ascolta e ricevi la mia parola –
    quali sono le vie di ricerca che si possono pensare:
    l'una che "è" e che non è possibile che non sia
    – è il sentiero della Persuasione, perché tien dietro alla Verità –
    l'altra che "non è" e che è necessario che non sia.
    E io ti dico che questo è un sentiero su cui nulla si apprende.
    Infatti, non potresti conoscere ciò che non è, perché non è cosa fattibile.
    né potresti esprimerlo. (frammento 2)
  • ...Infatti lo stesso è pensare ed essere (frammento 3)
  • Considera come cose che pur sono assenti, alla mente siano saldamente presenti;
    infatti non potrai recidere l'essere dal suo essere congiunto con l'essere
    né come disperso dappertutto in ogni senso nel cosmo,
    né come raccolto insieme. (frammento 4)
  • Indifferente è per me
    il punto da cui devo prendere le mosse; là infatti, nuovamente dovrò fare ritorno.
    (frammento 5)
  • È necessario il dire e il pensare che l'essere sia: infatti l'essere è,
    il nulla non è: queste cose ti esorto a considerare.
    E dunque da questa prima via di ricerca ti tengo lontano,
    ma, poi, anche da quella su cui i mortali che nulla sanno
    vanno errando, uomini a due teste: infatti è l'incertezza
    che nei loro petti guida una dissennata mente. Costoro sono trascinati,
    sordi e ciechi ad un tempo, sbalorditi, razza di uomini senza giudizio,
    dai quali essere e non-essere sono considerati la medesima cosa
    e non la medesima cosa, e perciò di tutte le cosa c'è un cammino che è reversibile. (frammento 6)
  • Infatti, questo non potrà mai imporsi: che siano le cose che non sono!
    Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero,
    né l'abitudine, nata da numerose esperienze, su questa via ti forzi
    a muovere l'occhio che non vede, l'orecchio che rimbomba
    e la lingua, ma con la ragione giudica la prova molto discussa
    che da me ti è stata fornita. (frammento 7)
  • Resta solo un discorso della via:
    che "è". Su questa via ci segni indicatori
    assai numerosi: che l'essere è ingenerato e imperituro,
    infatti è un intero nel suo insieme, immobile e senza fine.
    Né una volta era, né sarà, perché è ora insieme tutto quanto,
    uno, continuo. Quale origine, infatti, cercherai di esso?
    Come e da dove sarebbe cresciuto? Dal non-essere non ti concedo
    né di dirlo né di pensarlo, perché non è possibile né dire né pensare
    che non è. Quale necessità lo avrebbe mai costretto
    a nascere, dopo o prima, se derivasse dal nulla?
    Perciò è necessario che sia per intero, o che non sia per nulla.
    E neppure dall'essere concederà la forza di una certezza
    che nasca qualcosa che sia accanto ad esso. Per questa ragione né il nascere
    né il perire concesse a lui la Giustizia, sciogliendolo dalle catene,
    ma saldamente lo tiene. La decisione intorno a tali cose sta in questo:
    "è" o "non è". Si è quindi deciso, come è necessario,
    che una via si deve lasciare, in quanto è impensabile e inesprimibile, perché non del vero
    è la via, e invece che l'altra è, ed è vera.
    E come l'essere potrebbe esistere nel futuro? E come potrebbe essere nato?
    Infatti, se nacque, non è; e neppure esso è, se mai dovrà essere in futuro.
    Così la nascita si spegne e la morte rimane ignorata.
    E neppure è divisibile, perché tutto intero è uguale;
    né c'è da qualche parte un di più che possa impedirgli di essere unito,
    né c'è un di meno, ma tutto intero è pieno di essere.
    Perciò è tutto intero continuo: l'essere, infatti, si stringe con l'essere.
    Ma immobile, nei limiti dei grandi legami
    è senza un principio e senza una fine, poiché nascita e morte
    sono state cacciate lontane e le respinse una vera certezza.
    E rimanendo identico e nell'identico, in sé medesimo giace,
    e in questo modo rimane là saldo. Infatti, Necessità inflessibile
    lo tiene nei legami del limite, che lo rinserra tutt'intorno,
    poiché è stabilito che l'essere non sia senza un compimento:
    infatti non manca di nulla; se, invece, lo fosse, mancherebbe di tutto.
    Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero,
    perché senza l'essere nel quale è espresso,
    non troverai il pensare. Infatti, nient'altro o è o sarà
    all'infuori dell'essere, poiché la Sorte lo ha vincolato
    ad essere un intero ed immobile. Per esso saranno nomi tutte
    quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere:
    nascere e perire, essere e non-essere,
    cambiare luogo e mutare luminoso colore.
    Inoltre, poiché c'è un limite estremo, esso è compiuto
    da ogni parte, simile a massa di ben rotonda sfera,
    a partire dal centro uguale in ogni parte: infatti, né in qualche modo più grande
    né in qualche modo più piccolo è necessario che sia, da una parte o da un'altra.
    Né, infatti, c'è un non-essere che gli possa impedire di giungere
    all'uguale, ne è possibile che l'essere sia dell'essere
    più da una parte e meno dall'altra, perché è un tutto inviolabile.
    Infatti, uguale da ogni parte, in modo uguale sta nei suoi confini.
  • Qui pongo termine al discorso che si accompagna a certezza e al pensiero
    intorno alla Verità; da questo punto le opinioni mortali
    devi apprendere, ascoltando l'ordine seducente delle mie parole.
    Infatti, essi stabilirono di dar nome a due forme
    l'unità delle quali per loro non è necessaria: in questo essi si sono ingannati.
    Le giudicarono opposte nelle loro strutture, e stabilirono i segni che le distinguono,
    separatamente gli uni dagli altri: da una lato, posero l'etereo fuoco della fiamma,
    che è benigno, molto leggero, a sé medesimo da ogni parte identico,
    e rispetto all'altro, invece, non identico; dall'altro alto, posero anche l'altro per se stesso,
    come opposto, notte oscura, di struttura densa e pesante.
    Questo ordinamento del mondo, veritiero in tutto, compiutamente ti espongo,
    così che nessuna convinzione dei mortali potrà fuorviarti. (frammento 8)
  • Ma dal momento che tutto è denominato luce e tenebra
    e queste, secondo le loro attitudini sono applicate a questo e a quello,
    tutto è pieno insieme di luce e di tenebra invisibile,
    pari l'una e l'altra, perché né con l'una né con l'altra c'è il nulla. (frammento 9)
  • Conoscerai l'eterea natura e quanti astri sono
    nell'etere e della pura e tersa lampada
    del sole l'opera distruttrice, e di dove derivarono;
    e apprenderai l'errabondo agire della luna dal tondo occhio
    e la sua natura; conoscerai inoltre di dove la volta celeste che tutto circuisce
    nacque e come la Necessità guidandola la costrinse
    a osservare i limiti degli astri. (frammento 10)
  • Come la terra e il sole e la luna
    e l'etere che tutto abbraccia e la celeste via lattea e l'olimpo
    estremo e la calda forza degli astri ebbero impulso
    a nascere. (frammento 11)
  • Giacché le più strette furono riempite di fuoco non mescolato,
    e quelle seguenti di notte, ma in esse si immette una parte di fiamma;
    nel mezzo di queste è la dea che tutto governa:
    essa infatti ovunque presiede al doloroso parto e all'amplesso
    spingendo la femmina ad unirsi col maschio e al contrario di nuovo
    il maschio con la femmina. (frammento 12)
  • E primo tra tutti gli dei ideò Eros... (frammento 13)
  • Luce splendente di notte di uno splendore non suo e che erra intorno alla terra. (frammento 14)
  • Sempre guardando verso i raggi del sole. (frammento 15)
  • [la terra] ha radici nell'acqua. (frammento 16a)
  • Come infatti in ciascuno è avvenuta la mescolanza nelle membra molto erranti,
    così negli uomini si ritrova la mente; infatti lo stesso
    è ciò che negli uomini pensa la natura delle membra,
    in tutti e in ognuno: difatti il di più è pensiero. (frammento 16)
  • A destra i maschi, a sinistra le femmine... (frammento 17)
  • Quando la femmina e il maschio mescolano insieme i semi di Venere,
    la forza che si forma nelle vene da sangue diverso
    plasma corpi ben costituiti se conserva l'equilibrio.
    Infatti se mischiatosi il seme le forze contrastano
    e non formano un'unità nel corpo mescolato, crudeli
    tormenteranno il sesso che nasce col duplice seme. (frammento 18)
  • Così secondo opinione nacquero queste cose e ora sono
    E da ora in poi cresceranno e avranno un termine;
    ad esse gli uomini posero un nome come distintivo per ciascuna. (frammento 19)

Citazioni su Parmenide[modifica]

  • La posizione di Parmenide è singolare perché è anche il punto di maggiore contatto con l'Oriente.[...] La soluzione radicale di Parmenide è questa: il divenire non minaccia più, non può essere nocivo perché non esiste. [...] Tutto l'angosciante, tutto il terribile, tutto l'orrendo del mondo è illusione; questo è il senso della doxa di Parmenide. Ebbene questa è anche la strada percorsa dall'Oriente: i Veda, le Upanishad, la ripresa buddista del bramanesimo sono tutti grandi motivi che convergono su questo punto: l'uomo è infelice perché non sa di essere felice, perché non sa che il dolore è al di fuori di lui, e che lui è un puro sguardo che non è contaminato dal dolore che gli passa innanzi, così come lo specchio non è contaminato dall'immagine che si riflette in esso. (Emanuele Severino)
  • L'unica critica, benché sostanziale, che si possa oggi fare a Parmenide è di aver confuso la sintassi con la semantica e di non aver capito ciò che aveva dimostrato: non la contraddittorietà del non-essere come entità, ma l'inconsistenza dell'esistenza come predicato. Non bisogna comunque essere troppo severi con Parmenide, benché la sua incomprensione ontologica del non-essere abbia avuto il bel risultato di impedire per quasi due millenni lo sviluppo di una concezione occidentale dello zero in matematica e del vuoto in fisica. (Piergiorgio Odifreddi)
  • Parmenide perviene alla vetta più alta: è la vetta dell'essere, il culmine della metafisica. Parmenide conquista per primo questa meravigliosa vetta, che, dopo di lui, anche tutti gli altri grandi metafisici tenteranno di raggiungere. Parmenide è cosciente della grandezza della sua conquista. [...] A questa altissima vetta Parmenide è giunto non con la via dei sensi ma con quella della ragione. (Battista Mondin)

Bibliografia[modifica]

  • Parmenide, Poema sulla natura, traduzione di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2003 (prima edizione 1991).

Voci correlate[modifica]

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