Vittorino Andreoli

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Vittorino Andreoli (1940 – vivente), psichiatra e scrittore italiano.

Citazioni di Vittorino Andreoli[modifica]

  • Alla fine, anche lo psichiatra abitava il manicomio come gli altri matti. Una vita strana, forse paradossale, forse assurda, ma tutto sommato vera. Quando si doveva stabilire che le cose non andavano, il confronto era con la vita dei sani. Una normalità che, dovendo definirlo, saprei descrivere solo come patologia, in quanto per gli abitanti del manicomio è il "fuori" ad essere anomalo. (da I miei matti)
  • Credo che la percezione di essere figli di Dio, nel senso non di un'affermazione di principio ma di esperienza che ne attesti il coinvolgimento, debba essere una condizione esistenziale straordinaria, capace di dare forza, di togliere molti dei dubbi e delle delusioni che la condizione umana attiva e alimenta. (da Fierezza nel sacerdote, Avvenire, 11 giugno 2008)
  • Il non credente è a suo modo un frequentatore di chiese: le ama come luoghi intimi, come musei speciali dove può ammirare l'arte e la musica, ma da lì gli capita di interrogarsi sul miracolo di quella presenza che dopo duemila anni sa riempire di sé ancora tutta la terra, e la vita di tanta gente. (da Il sacerdote e i non credenti, Avvenire, 24 settembre 2008)
  • Il non credente è persona che sente i limiti del proprio esistere, e che pur usando la ragione e considerandola la via maestra per risolvere molti problemi esistenziali, e certamente come strumento scientifico, vuole spingerla oltre fino a interrogare il mistero. (da Il sacerdote e i non credenti, Avvenire, 24 settembre 2008)
  • Il sacerdote mi pare la figura più indicata a parlare della morte: lui sa che non è un argomento di disperazione. (da Il sacerdote e la morte, Avvenire, 17 settembre 2008)
  • Il vecchio prete sa ormai che l'uomo sbaglia, e che questi produce spesso effetti solo transitori, per cui ciò che finisce per avere un senso compiuto è appunto la preghiera. (da Il sacerdote anziano, Avvenire, 30 luglio 2008)
  • Io non so se il tempo presente ci ha donato grandi benefici, di sicuro ha inventato un sacco di paure. (da Le paure non vanno in vacanza, Corriere della sera, 19 luglio 2009, p. 45)
  • La dimensione più bella è quella del sacerdote che non ha nulla, ma che è parte integrante di una comunità attiva e attenta, dentro un gregge che gli vuole bene. (da Conflitti interiori: essere senza avere, Avvenire, 9 luglio 2008)
  • La disperazione è follia. La follia, la percezione della impossibilità di vivere: esserci, ma come non esserci. La disperazione come esperienza di follia è incompatibile con la vita. Vede morte, progetta morte e ammazza sé e l'altro. La disperazione è una follia possibile all'uomo, a tutti gli uomini; è anzi una prospettiva dell'uomo, si lega al suo bisogno di stare con l'altro, al fatto che da solo non può vivere, perché la vita umana non è solitudine ma condivisione, appartenenza, attaccamento. L'uccidere è un attimo di disperazione infinito e insanabile, e allora il mondo appare inutile e dannoso e un individuo si percepisce come irriducibile al mondo, come un alieno, come un alienato. Un sentimento umano, possibile, compatibile alla normalità. L'ammazzare si lega alla follia della normalità, a quella capacità dell'uomo che, se entrato in crisi, invece che aiutarlo a vivere lo trasformano in morte e lo spingono ad uccidere e rovinarsi, uccidersi. Diversa è la follia dal punto di vista clinico, ma anche da quello giuridico (l'incapacità di intendere e di volere: un'infermità che è sopravvenuta impedendo alla macchina umana di funzionare). Io vedo la follia come un meccanismo che ricalca quello della disperazione, della sensazione di fine: l'incomprensibilità del mondo, il tirarsene fuori. Stare ancora sul pianeta senza saperlo. Vicino agli altri senza aver bisogno dell'altro. Perdendo persino il ricordo delle parole e del loro significato, rinunciando a comunicare. La schizofrenia ne è un esempio straordinario: essere nel mondo come il mondo finisse e come se l'essere non avesse alcun senso, poiché ogni significato si pone in una relazione. Lo schizofrenico è un'isola, una monade chiusa in una cella dell'esistere, in una prigione del mondo. In isolamento perché così può ancora respirare. La vita che più si avvicina alla morte. Insomma, la follia ha già a che fare con la morte, anche se non nella sua rappresentazione corporea, bensì in quella psicologica, la personalità, e in quella sociale, le relazioni. Vi sono tre morti: quella del corpo, la più emblematica e assoluta, quella psicologica, che permette al corpo di essere ancora attivo e di rivestirsi persino di eleganza, e poi la morte sociale: privati di ogni dimensione, come se fossimo diventati trasparenti e, pur dentro una moltitudine, nessuno ci vedesse. Il folle è un morto che cammina e che respira. Se uccide lo fa senza disperazione, forse per stizza, è un cadavere che uccide. La follia ha già superato la disperazione e per questo vive senza vivere, vive da morta e, se uccide, uccide già morta. (da Il lato oscuro, Rizzoli, 2002)
  • La memoria delle immagini si deposita in noi ed è quella a cui leghiamo i sentimenti. (citato in Corriere della sera, 2 giugno 2008)
  • La paura è un meccanismo di difesa che ci permette di avere coscienza di un pericolo e quindi di mettere in atto risposte per evitarne le conseguenze. (citato in Corriere della sera, 19 luglio 2009)
  • La scelta non è forse già espressione, anche se elementare, di libertà? (da Le nostre paure, Rizzoli, 2010)
  • La solitudine è una pace inaccettabile. Una contenzione dei sentimenti per sembrare normali mentre si avverte il desiderio di esplodere, di esistere per qualcuno. E allora si può anche litigare, colpire e colpirsi, pur di non essere soli. Inutile per tutti. Inutile a se stesso. (da Tra un'ora, la follia)
  • Nutro una convinzione profonda, che il sacerdote cioè sia un personaggio di grande rilievo per i non credenti. (da Il sacerdote e i non credenti, Avvenire, 24 settembre 2008)

L'uomo di vetro[modifica]

  • Bastano cento persone con la voglia di morire come kamikaze, e dunque imbottendosi di esplosivo, per rendere ridicolo il sistema della certezza e della certezza del potere di questa terra, dei potentati di questo mondo.
  • Ebbene, se sono stato, e sono, un buon psichiatra, se ho aiutato i miei matti, ciò è avvenuto per la mia fragilità, per la paura di una follia che si annida dentro di me, per la fragilità che avverto capace di sdoppiarmi, di togliermi la voglia di vivere e di rendermi simile a un depresso che chiede soltanto di scomparire per cancellare il dolore di cui si sente plasmato.
  • Il Cantico dei Cantici parla dell'amore necessario: essere in due rende possibile esistere a chi separatamente non ce l'avrebbe fatta, si sarebbe rotto.
  • Il dolore è una qualità dell'essere fragile.
  • Il dolore è la fonte prima della fragilità poiché ti rompe e ti senti frantumato, incapace di attaccare insieme i pezzi che vedi in te, anzi, sei un cumulo di frammenti, di granelli di sabbia che dovrebbero unirsi e disegnare, scolpire un uomo.
  • Il dolore fa più rumore di qualsiasi rumore.
  • Il limite dell'energia diventa il limite della civiltà, della civiltà che sembra del benessere e che in certi momenti appare essere la civiltà dello spreco.
  • Il matrimonio è la mia vita assieme a lei e ai nostri figli, ma nessuno di noi potrà dire che si è trattato di una gita fuori porta durata quarant'anni.
  • Il matrimonio è la più grande delle fragilità interumane, capace di produrre beni e incapace di evitare mali.
  • Il potente non crede di dover risorgere poiché pensa di essere tetragono, come la Tour Eiffel fatta di ferro e non di carne, senza anima, fredda come una rotaia.
  • Il potente non sa amare; l'uomo di ferro è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare.
  • Il senso di appartenenza. Questo è il matrimonio.
  • Il vecchio vive di morti e attende la morte.
  • L'amore non ha nulla di libero, perché la paura non permette di esercitare questa utopia.
  • L'uomo non resisterebbe al buio, senza una lampadina che rischiari una pagina da leggere o che alimenti un computer su cui digitare un nuovo mondo, che dipende anch'esso dall'energia.
  • La fine non è un appuntamento più o meno lontano, ma un presente che si perpetua, e così si muore continuamente e si è morti anche quando si respira.
  • La fragilità di un vetro pregiato di Murano o di un cristallo di Boemia: bello, elegante, ma basta poco perché si frantumi e si trasformi in frammenti inservibili. Conoscendone la natura, si deve stare attenti a come lo si usa, a come lo si conserva: occorre tenerlo lontano da luoghi in cui si compiono azioni d'impeto, perché altrimenti quel vetro pregiato si fa nulla, solo ricordo.
  • La fragilità rifà l'uomo, mentre la potenza lo distrugge, lo riduce a frammenti che si trasformano in polvere.
  • La gelosia è il timore di rimanere soli, adesso che si è trovata la formula perfetta dell'insieme, che significa completamento, sicurezza.
  • La mia fragilità mi porta ad amare, dunque l'amore è la risposta a un bisogno, nato dalla fragilità, dalla percezione che senza l'altro il mio essere nel mondo è votato solo alla morte, al non esserci; e la solitudine dell'uomo di vetro è la peggiore delle malattie, delle malattie del vivere.
  • La paura non si lega solo al dolore fisico, alla sensazione di non funzionare più, si attacca anche al ben d'essere che ha una dimensione mentale e sociale, del come si vive con la propria personalità nell'ambito di quell'ambiente fatto di relazioni.
  • La percezione della fine è dentro ciascuno di noi, è uno stigma della specie, un marchio della sua caducità.
  • La presenza del divino nel mondo dovrebbe servire a calmare l'orgoglio sviscerato e il senso di onnipotenza umana che esaltano il potere e il dominio.
  • La ripetizione è da sempre la fonte della certezza.
  • Le vecchie certezze si presentano come errori grossolani e si richiede ora la necessità di educare e di farlo urgentemente, in un momento in cui nessuno più sa cosa significhi, poiché da qualche generazione, per tutto il Novecento, non si è applicato questo termine, desueto e con il sapore di qualche cosa di sporco e di perverso.
  • La violenza non fa storia, non è una difficoltà che possa essere elaborata, ma semplicemente una guerra che porta solo alla morte dell'amore e talora anche dei suoi protagonisti.
  • Le fedi nel cielo, popolato di vivi, esprimono bene la negazione della morte e la voglia di restare.
  • Nella famiglia, in cui sono spariti i dissidi quotidiani, si presentano drammi fatti di comportamenti estremi.
  • Per accettare la sconfitta bisogna credere in chi la decreta, bisogna essere certi che le gare non siano truccate, non divengano motivo di affari, ma si svolgano all'insegna dell'assoluto rispetto delle capacità e dei talenti, in qualsiasi settore si pongano.
  • Se il tuo vicino è un asociale e non ama il tuo rumore, accende il proprio e cancella il tuo.
  • Si vendono loro armi, poiché dappertutto si è diffusa la malattia del potere, e buttano ogni risorsa, persino le vite umane, per fare e vincere le guerre, le guerre della miseria.
  • Talvolta si perde perché non si è scelto bene il campo della prova.
  • Un uomo adulto non può esser ridotto a un uomo attivo e produttivo.

Incipit di alcune opere[modifica]

I miei matti[modifica]

Ho deciso di fare lo psichiatra nel 1959.
Avevo terminato gli studi liceali e, come tutti i miei compagni, stavo pensando a quale indirizzo prendere all'università. Scegliere una facoltà, a quei tempi, significava scegliere il proprio futuro. E io mi sentivo piuttosto combattuto.
Ero un "secchione", un "secchione" orrendo anche se bene integrato tra i miei coetanei. Al di là dei voti che erano i più alti e non differenziavano nulla, io adoravo la filosofia.

Lettera a un adolescente[modifica]

Carissimo,
è bene ti dica subito che sono vecchio, faccio parte non solo della categoria dei padri ma anche di quella dei nonni.
Un vecchio convinto che non sia accettabile il mutismo tra generazioni, che vuoi dire tra padri e figli dentro la stessa casa, mentre ci si trova fianco a fianco. È meglio parlare che stare muti. Nel mutismo prendono il sopravvento rancori e odi, e allora bisogna non stancarsi di provarci e proprio per questo, per oppormi al dolore della non comunicazione, ho deciso di scriverti. Ho molte cose da dirti, emozioni e sentimenti da trasmetterti. Mi rivolgo a te senza giovanilismi forzati, semplicemente da vecchio. Assumo nei tuoi confronti l'atteggiamento di un padre e di un nonno. Incarnerò insomma il mio ruolo e lo farò fino in fondo.

Preti di carta[modifica]

Nel 1560 don Narcisso Pramper (o di Prampero) scrive un'opera, Specchio de verità, in cui viene combattuta la messa e, in particolare, l'Eucaristia, come pratiche non istituite da Dio, ma inventate dalla Chiesa per fini che non solo sono contro i princìpi dell'Antico Testamento e del messaggio di Cristo, ma vi si contrappongono, provocando comportamenti contrari alle pratiche vere della religione.
Già in quest'affermazione, il rimando alla Riforma protestante è molto chiaro, sia nelle espressioni di Lutero che di Zwingli.
Siamo nel XVI secolo e quindi nel clima della Riforma protestante e anche del diffondersi in Italia di un movimento contrapposto alla visione cattolica ufficiale. Ciò sta a indicare che la Riforma ha attecchito anche nel nostro paese e, cosa più curiosa, tra i preti.

Preti. Viaggio fra gli uomini del sacro[modifica]

Il sacerdote è un personaggio della nostra società. Una figura che ha una lunga storia nella nostra cultura, che ha assolto compiti diversamente riconosciuti e sovente anche contrastati. Un personaggio che è cambiato perché è cambiato l'ambiente in cui si pone. Così, pur perseguendo un identico obiettivo, legato al ruolo istituzionale che ricopre, l'ambiente in cui vive lo ha modificato, mutando persino il modo esteriore con cui si presenta al popolo. Dalla veste talare lunga e nera con berretta a punte e pompon o cappello rigido a larghe tese, lo si vede talora in abito "borghese", in jeans e t-shirt, non più identificabile o immediatamente riconoscibile. E questo lo ha fatto per nascondersi, quando la sua missione, contrastata, doveva svolgersi in maniera clandestina; oppure per la convinzione che dovesse essere notato non per l'abito ma per il suo modo di essere e per il suo comportamento, invertendo il detto popolare che è l'abito a fare il monaco.

Tra un'ora, la follia[modifica]

È sera e nella piazzetta del paese si raduna la gente. Suona la banda di Vigo di Fassa, con i maestri nei tipici costumi della valle. Il giovane direttore ha la serietà e l'espressione dei grandi conduttori: quelli che invece di venire a Bellamonte vanno a Salisburgo o a Vienna o a Bayreuth.
Un'atmosfera particolare perché vi partecipano anche i villeggianti, i «siori» giunti da Milano, Parma, Bologna, i grandi del mondo che hanno bisogno di riposo.
I paesani hanno indossato l'abito migliore, per esprimere la loro ospitalità.

Bibliografia[modifica]

  • Vittorino Andreoli, I miei matti, Rizzoli, 2004.
  • Vittorino Andreoli, L'uomo di vetro, Rizzoli, 2008.
  • Vittorino Andreoli, Lettera a un adolescente, Rizzoli, 2004.
  • Vittorino Andreoli, Preti di carta. Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori, Piemme, 2010.
  • Vittorino Andreoli, Preti. Viaggio fra gli uomini del sacro, Piemme, 2010. ISBN 9788856615197
  • Vittorino Andreoli, Tra un'ora, la follia, Rizzoli, 1999.

Altri progetti[modifica]