Mario Soldati

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Mario Soldati

Mario Soldati (1906 – 1999), scrittore, sceneggiatore e regista cinematografico italiano.

  • C'è il pettegolezzo, di cui si dice tanto male; ma che in fondo è la base della carità, dell'interesse per il prossimo. (da America, primo amore, Garzanti)
  • Il viaggio è un sentimento, non soltanto un fatto. (da Un viaggio a Lourdes, Sellerio 2006)
  • In gioventù tutti, uomini e donne, cercano di contrastare dentro il loro animo ogni nuova sincera simpatia: quasi la mettono alla prova, anche a costo di soffocarla sul nascere. È un istinto di prudenza e di difesa. (da La sposa americana, Mondadori)
  • L'America non è soltanto una parte del mondo. L'America è uno stato d'animo, una passione. E qualunque europeo può, da un momento all'altro, ammalarsi d'America. (da America: primo amore, Mondadori)
  • L'umiltà è quella virtù che, quando la si ha, si crede di non averla. (da Le lettere da Capri, Garzanti)
  • La fede in Dio si può averla senza saperlo. Anzi, forse, la si ha solo quando si crede di non averla. La fede si dimostra nell'azione. (dall'intervista in Roberto Gervaso, La mosca al naso, Rizzoli, 1980, p. 107)
  • La vera bellezza ha sempre qualcosa di estremo. (da Fuori, Mondadori)
  • [Su Alberto Lattuada] Lo stile, in definitiva, è fatto di sfumature, di minuzie: come lo scatto che distingue il grande campione dell'outsider si riduce, quasi sempre, a una differenza di pochi secondi; o come l'atto che ha valore morale è, quasi sempre, questione di un poco, un pochino più di buona volontà.[1]
  • Nella mia vita non mi sono mai contraddetto per la semplice ragione che su qualsiasi cosa ho sempre avuto due opinioni: la mia e il suo contrario. (intervista a Tullio Kezich, Corriere della sera  Data? Data?)
  • Non sempre chi trionfa merita e chi merita trionfa. (da Fuori)
  • Ognuno fa tutto il bene e tutto il male che può. (da Le lettere da Capri)
  • Quando vinceva la Juve vinceva la storia.[2]
  • San Donà è in provincia di Venezia. Veneziani, gran signori. E le immense distese di vigneti, di qua e di là dal Piave, danno l'impressione, fin dal primo colpo d'occhio, di un'abbondanza, di un rigoglio, di una miracolosa ricchezza. (da Vino al Vino, Milano, Mondadori, 2006, p. 286)
  • Siamo forti contro le tentazioni forti. Contro le deboli, deboli. (da Le lettere da Capri)
  • Tutti siamo nati per morire, già nella culla il momento della condanna è deciso. (da Rami secchi, Rizzoli)
  • Tutto il mondo soffre di avere perduto la religione. E quasi tutta la poesia di oggi non è, in un modo o nell'altro, che il rimpianto di una religione perduta. (da La casa del perché, Mondadori)

La messa dei villeggianti[modifica]

  • Il rimorso non è mai per azioni che abbiamo commesso o che non abbiamo commesso; non è per ciò che facciamo; bensì per ciò che fummo, siamo e fatalmente saremo: non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro. (Disco rosso)
  • Il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra. (Il vino di Carema)
  • Ogni passione veramente profonda contiene in sé il suo contrario.
  • Quando riusciamo a vedere la bellezza, essa è sempre perduta. (Disco rosso)

[Mario Soldati, La messa dei villeggianti, Mondadori.]

24 ore in uno studio cinematografico[modifica]

  • L'artificio, sempre, è alla base del cinematografo. Ma non bisogna prendere questa parola in cattivo senso. Se i risultati sono buoni, l'artificio è, senz'altro, sinonimo di arte. Arte, cioè istinto ma anche lavoro, preparazione, pazienza, coscienza e intelligenza. (p. 25)
  • Ogni scena, specialmente ogni scena lunga e importante, è in un certo senso un rischio, un'avventura, una cosa che può fallire e può riuscire, un dado che si getta. Innumerevoli elementi possono pregiudicare la riuscita. Tutto, recitazione, azione, ripresa fotografica, ripresa sonora, può andare alla perfezione, e, ciononostante, essere lavoro inutile se una sedia ha scricchiolato, se qualcuno ha starnutito, se una lampadina ha oscillato, se è rimasto inciso sulla colonna sonora il lontano cigolio di una porta. (p. 32)
  • Chi assiste per la prima volta a una ripresa cinematografica comincia a credere impossibile che un bel momento si giri davvero. Eppure la lavorazione di un film procede sempre e soltanto così, lentissima, esasperante, snervante, di interruzione in interruzione, di attesa in attesa, e talvolta per una sola battuta detta in un attimo da un solo attore, quaranta uomini debbono lavorare come dei forsennati per tre o quattro ore. (pp. 41-42)
  • Non deve stupire che di solito il Direttore sia l'unico, fra tanti, agitato, nervoso, o, nei casi migliori, l'unico che sembri prendersela a cuore per ogni ritardo, incaglio, incidente di cui la lavorazione di un film è sempre piena. Il solo Direttore ha, di fronte ai finanziatori, la responsabilità di portare a termine la lavorazione di un film entro un prestabilito numero di giorni. Gli altri collaboratori, invece, hanno addirittura un interesse contrario: perché, fino a un certo punto e se sanno farlo con furbizia, più sbagliano, più fanno adagio, e più guadagnano: gli operai col pagamento delle ore straordinarie, gli attori con un prolungamento del contratto di lavoro. [...] La lavorazione di un film risulta così, da una parte una specie di lotta tra il Direttore e i suoi collaboratori: e dall'altra, una lotta fra i finanziatori e il Direttore. (pp. 46-47)
  • Conviene tener presente una cosa essenziale: il cinematografo talvolta è arte, ma è sempre industria. (p. 47)
  • Non v'è, si può dire, attività umana, dalla più spirituale alla più materiale, non v'è arte, meccanismo, scienza, esercizio che sia escluso dal cinematografo. (p. 51)
  • [...] la lavorazione cinematografica: così zeppa d'interruzioni, complicazioni, incidenti impreveduti e imprevedibili, che a molti, specialmente i primi mesi o i primi anni che vi si dedicano, non pare neanche lavoro: ma quasi un continuo divertimento. (p. 52)
  • Certo uno non si stanca del cinematografo perché sia un lavoro monotono; ma perché è un lavoro terribilmente faticoso, e, soprattutto, esclusivo: nel senso che chi fa del cinematografo non ha né il tempo né la voglia di fare altro. (p. 52)
  • Intorno a un film vediamo spesso occupati, dal mattino alla sera, con meraviglioso accanimento, ragazzi per natura pigri e oziosi, ragazzi che fino al giorno in cui entrarono a far parte di una troupe cinematografica avevano vissuto come potevano, ma non si erano mai rassegnati a lavorare. Al cinematografo soltanto si adattarono: perché nonostante la smisurata fatica [...] il cinematografo non ha appunto nulla del lavoro, del dovere: è vario e complesso come la vita medesima. (p. 52)
  • L'inquadratura [...] è per il regista quello che è la grammatica per lo scrittore, il solfeggio per il musico, il disegno per il pittore. (p. 59)
  • L'attore, in tutti i paesi e le epoche, resta sempre un attore anche quando è fuori dalla scena o dal teatro di posa. [...] Non esistono uomini la cui professione sia più facilmente riconoscibile, a colpo d'occhio, incontrandoli nella vita. E si capisce. La loro professione è di lavorare, di creare con la propria persona: coi propri occhi, col proprio viso, colla propria voce, colle proprie movenze, col proprio corpo. La loro persona è lo strumento del loro mestiere. Inevitabile che questa persona porti il segno del continuo sfruttamento. (p. 70)
  • Il cinematografo è un mestiere che lascia troppo poco tempo, e troppo poca libertà, perché coloro che vi si dedicano vivano in un altro ambiente da quello cinematografico. Gli attori e i mestieranti del cinematografo vivono per conto loro, in un cerchio chiuso. (p. 71)
  • Non v'è ambiente più duro, scanzonato, affaristico, di quello cinematografico. Non ci sono donne meno sentimentali, meno sensibili (parlo di sensibilità umana, non di sensibilità artistica) delle dive. (p. 74)
  • Il denaro, e il lavoro: nei casi migliori, l'arte: ecco che cosa troverete in fondo alla società cinematografica. Null'altro. (p. 74)
  • La vita libertina degli ambienti cinematografici è una nostalgica invenzione dei bravi papà e delle brave figliole. (p. 75)
  • Ogni epoca ha i suoi gusti, le sue inclinazioni e manie e malattie predominanti. In Italia, l'epoca umbertina amò l'opera di un amore violento, cieco, ridicolo, patologico. Il dopoguerra soffre, tra l'altro, di due nuove malattie: il tifo sportivo e la mania del cinematografo, che chiameremo per brevità filmopatia. (p. 92)
  • Il mito del cinema, come qualunque altro mito, si dissolve per chiunque lo accosti sul serio. Se trovate un regista filmopatico, e cioè un regista entusiasta, «imballato» del proprio lavoro e del cinematografo in generale, dite pure che egli è negato a quest'arte, e non sbaglierete. (p. 95)
  • Autorità è la prima e indispensabile qualità di un direttore cinematografico. [...] Il cinematografo è prima industria, e poi arte. Il direttore deve essere prima «sergente», e poi artista. Troverete – è vero – molti direttori che non sono artisti, ma soltanto sergenti. Ma non troverete un solo vero e bravo direttore che non sia sergente, e soltanto artista. [...] Un regista sensibilissimo, genialissimo ecc. ma senza autorità non può essere un vero grande regista. (pp. 105-106)
  • Se volessimo paragonare l'arte del cinematografo alle altre arti, diremmo che i collaboratori – attori, operatori, operai, ecc. – sono per il direttore quello che i pennelli, i colori, la tela per un pittore, le parole le rime i concetti per uno scrittore, le note i timbri i ritmi per un musico. Materia cioè con la quale l'artista crea. Materia che l'artista ama, e odia insieme: ch'egli combatte e per mezzo della quale combatte: nemico e insieme arma di quell'intima guerra che è il processo di creazione artistica. (p. 106)
  • Autorità e comunicativa: ecco le due essenziali qualità pratiche che deve possedere il regista. Per autorità intendiamo quell'imponenza, quella fermezza e quel vigore militaresco del tratto che incutono in tutti i collaboratori un assoluto rispetto del direttore, e ottengono una pronta, cieca esecuzione degli ordini. Per comunicativa intendiamo quella simpatia che, senza pregiudizio alcuno dell'autorità, il direttore deve suscitare intorno a sé: quel calore, quel consenso, quel piacere nell'obbedirgli e, quindi, quella facilità e prontezza e giustezza con cui tutti lo capiscono. (pp. 106-107)

Incipit de La contessa dell'isola[modifica]

L'estate scorsa, sul finire della mattinata, tornavo a Tellaro con un diesel da noleggio. La sera prima, in un albergo di Torre Pellice, avevo partecipato a una grandiosa riunione della mia famiglia, circa centoventi discendenti, per due terzi francesi e per un terzo italiani, il più piccolo nato pochi mesi prima, il più vecchio novantasei anni, e tutti apparentati o almeno cugini, che insieme rappresentavano ben quattro generazioni.

[Mario Soldati, La contessa dell'isola, in Nuovi racconti del maresciallo, prefazione di Giorgio Montefoschi, Edizioni del Corriere della sera, 2003]

Citazioni su Mario Soldati[modifica]

  • Credo che Mario Soldati sia stato uno dei maggiori raccontatori italiani del nostro Novecento e, insieme, l'unico romanziere italiano davvero anglosassone. (Giorgio Montefoschi)
  • Viaggiare ordina i significati, illumina il profilo delle cose e tiene insieme la complessità: è, in fondo, una delle lezioni di tutta la filmografia e della televisione di Soldati, spirito inquieto che in vent'anni di cinema ha viaggiato nel tempo, nella storia, nei generi e negli stili componendo un mosaico tra cubista e il surreale che però, considerato a distanza, dal punto terminale della sua parabola, somiglia a un affresco perfettamente coerente e compiuto di un quarto di secolo di storia, cultura e passioni italiane. (Luca Malavasi)
  • Gli scrittori Mario Soldati (PSI) e Gianni Brera (PSI) sono stati trombati [non sono stati eletti]. Peccato. Il Parlamento era l'unico posto in cui, dovendo parlare per gli altri, forse avrebbero finalmente taciuto. (Indro Montanelli)

Film[modifica]

Note[modifica]

  1. Citato in prefazione a F. M. De Sanctis, Alberto Lattuada, Guanda 1961.
  2. Addio Soldati, cuore juventino, La Gazzetta dello sport, 21 giugno 1999.

Bibliografia[modifica]

  • Mario Soldati, 24 ore in uno studio cinematografico, Palermo, Sellerio, 1985

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