Roberto Gervaso

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Roberto Gervaso (1937 – vivente), giornalista e scrittore italiano.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Indro Montanelli e Roberto Gervaso.

Citazioni di Roberto Gervaso[modifica]

  • A me questo mondo non piace più. Se sapessi cosa mi aspetta, non esiterei a cambiare residenza.[1]
  • [In un mondo in cui:] C'è il leggiadro Vendola con la lingua di pezza e l'orecchino, che fa il comunista e vuole prendere il posto di Bersani, che fa di tutto senza fare niente; c'è Veltroni, l'amerikano di piazza Fiume, aedo di Kennedy e bardo di Che Guevara, che si destestavano. C'è il super «Baffino» D'Alema che si prende tanto sul serio e che nessuno ormai prende più sul serio. C'è Rutelli che non sa più quale gabbana indossare, avendole già indossate tutte. Ieri per il divorzio o l'aborto, oggi per il Papa e il Concilio di Trento.[1]
  • [A proposito di Fosco Giachetti] È una specie di antidivo, è insomma pudore e durezza.[2]
  • Il desiderio, qualunque desiderio, diventa una tortura quando non si è più in grado di soddisfarlo.[3]
  • [Sulla libertà di pensiero] Il diritto di dire e di scrivere quello che penso e il diritto di ascoltare e di leggere quello che pensano gli altri.[4]
  • La castità l'hanno praticata molti uomini illustri. Dalí, durante l'ultima intervista che fece nella sua lunga vita, mi disse che la più grande pace, la pace assoluta, era quella dei sensi.[3]
  • La libertà deve essere libertà per tutti. Quando lo è solo per qualcuno non è più libertà: è tirannia.[4]
  • [Su Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena] La figlia dell'Imperatrice era una ragazza piacente, ma non bella. Colpivano i suoi tratti imperiosamente asburgici e quello charme che emana dalla consapevolezza di un rango assoluto. Non alta, la sicurezza e la grazia con cui si muoveva, il busto eretto, il volto composto, lo sguardo penetrante di chi è destinato a comandare, slanciavano la sua figura. Sulla carnagione bianca si estendeva un impercettibile velo rosa che, senza eclissarle, ombreggiava le efelidi. Gli occhi celesti erano il connotato più notevole dell'intera fisionomia, enfatizzato da una folta capigliatura bionda, infiammata qua e là da ciocche tizianesche. Colpiva anche la mobilità della sua bocca, o, piuttosto, delle labbra, che ora si serravano in una smorfia di severa determinazione, ora si dischiudevano al sorriso più aperto e benevolo, mai confidenziale. C'era già in lei, nonostante fosse appena uscita dalla pubertà, il segno della stirpe, di cui la madre fu l'incarnazione più maestosa.[5]
  • [Riferendosi alla politica] Le caste sono sempre detestabili, ma la nostra ha due aggravanti, che esentano i cittadini non solo dal criticarla, ma anche dal rispettarla.[6]
  • Nessuna corda si tira all'infinito. Prima o poi si spezza e, quando la corda si spezza, lo sciacquone s'inceppa.[6]
  • Renato Zero sfida, con la provocante civetteria d'una soubrette di lusso e di talento, pregiudizi e tabù, sessuali e non. Ma non è un iconoclasta ché, se indulge o, comunque, protesta la liceità dell'amore «socratico», discute l'aborto, censura la droga, rivendica la fede, predica la fratellanza. [...] Il suo charme è soprattutto l'ambiguità, inquietante e accattivante, fatta di vistosi travestimenti, maliziosi ammiccamenti, equivoci, e inequivocabili, ancheggiamenti. Vedendolo, ma anche ascoltandolo, ci si domanda se in lui ci sia più Adamo o la sua costola. Forse ci son entrambi, in dosi sapientemente fuse.[7]
  • [Riguardo al mantenersi vegetariano quando riceve salumi in regalo] Se soffro? Soffro sì, ma pure se vedo la Bellucci e non posso saltarle addosso. [...] Mazzini era vegetariano certo, sempre pallido, però suonava la chitarra [...].[8]
  • [Cagliostro] Un miscuglio d'ingenuità e impostura, genio e ciarlataneria, misticismo e sregolatezza.[9]
  • Una città [Torino nel 1847] rigida e codina che amava le parate militari e le processioni, brulicante di divise e di tonache; una città dove, tra una guerra e un giubileo, si affilavano le armi, si accendevano ceri, e ci si annoiava a morte.[10]

Il grillo parlante[modifica]

  • A volte, da noi dipende più la felicità altrui che la nostra.
  • Aspettare che gli altri facciano il loro dovere è il miglior alibi per non far il nostro.
  • C'è calcolo anche nel disinteresse.
  • C'è chi fa debiti per necessità, chi per leggerezza, chi per vizio. Solo il primo, di solito, li paga.
  • Certe prediche mi fanno venir voglia di commettere i peccati che condannano.
  • Chi è sempre se stesso, o è un uomo di carattere o è un uomo senza fantasia.
  • Chi ha carattere rende la vita difficile agli altri non meno che a se stesso.
  • Chi non è padrone di sé finisce servo degli altri.
  • Chi non dubita di nulla è capace di tutto.
  • Chi non dubita mai di niente non ha capito niente.
  • Chi sa star solo non si sente mai solo.
  • "Chiodo scaccia chiodo". Ma il chiodo resta.
  • Ci si finge modesti per farsi ancor più adulare.
  • Ci sono adulteri che giovano alla coppia più di qualunque fedeltà.
  • Ci sono atei che negano Dio con tanto furore quasi che Dio li ispirasse.
  • Ciò che mi trattiene dallo scrivere un capolavoro è il timore che me ne chiedano subito un altro.
  • Com'è pesante la conversazione della gente leggera!
  • Con la ricchezza, diceva Orazio, crescono le preoccupazioni.[11] Con la povertà, non diminuiscono.
  • Di tutte le forme d'orgoglio l'umiltà è la più calcolatrice.
  • Diamo volentieri una mano a chi sta in basso purché non salga troppo in alto.
  • Distinguere il bene dal male non è facile poiché i confini tra questo e quello siamo noi a tracciarli.
  • Dubito sempre di chi non dubita di niente.
  • È facile essere se stessi quando si è qualcuno.
  • È l'idea della pace eterna che ci toglie la pace.
  • Gli amici, come gli amori, non si cercano: si trovano.
  • I vent'anni sono più belli a quaranta che a venti.
  • Il coraggio è paura che ha avuto fortuna.
  • Il denaro è una maledizione quando non se ne ha abbastanza.
  • Il desiderio, non meno che il timore, fa soffrire l'uomo.
  • Il plagio è un atto d'omaggio. Chi copia, ammira.
  • Il politico è come la donna frigida: per piacere deve fingere.
  • Il successo che più c'invidiano è quello che abbiamo meritato.
  • In amore chi più ama meno può.
  • Invidiamo gli altri più per quello che hanno che per quello che sono.
  • L'altruismo è un rimorso dell'egoismo.
  • L'altruista è uno che ha fatto male i propri conti.
  • L'amicizia è rara perché è scomoda.
  • L'amore a prima vista spesso non è che una svista.
  • L'appetito non viene mangiando, ma vedendo mangiare gli altri.
  • L'educazione ha lo scopo di farci dimenticare quel che la natura ci ha insegnato.
  • L'esistenza di Dio non mi stupirebbe meno della sua inesistenza.
  • L'illusione è speranza ormai svanita.
  • L'istinto difficilmente inganna perché non calcola.
  • L'Italia sta in piedi perché non sa da che parte cadere.[12]
  • L'onestà, come tante altre virtù, dipende dalle circostanze.
  • L'opinione pubblica non ha quasi mai opinioni.
  • L'ottimista ama la vita; il pessimista la conosce.
  • L'uomo è buono finché gli conviene.
  • L'uomo è un condannato a morte che ha la fortuna d'ignorare la data della propria esecuzione.
  • La bellezza si vede; il fascino si sente.
  • La concisione è l'arte di dire molto con poco; la prolissità, di dire niente con troppo.
  • La differenza fra la donna disonesta e l'onesta è che, di solito, la prima è bella.
  • La diffidenza, più che sfiducia preconcetta, è prudenza lungimirante.
  • La diffidenza verso gli altri nasce anche dalla sfiducia in noi stessi.
  • La fedeltà è soprattutto mancanza di fantasia.
  • La felicità non esiste. Esistono solo momenti e gradi d'infelicità.
  • La filosofia non c'impedisce di commettere errori, ma ce li spiega.
  • La fortuna è il nome che diamo al successo altrui.
  • La giustizia nell'aldilà rende superflua quella nell'aldiqua.
  • La malinconia è fatta di sogni che devono restare tali.
  • La morale ci dice quello che dobbiamo fare. Il moralismo ci fa dire quello che vorremmo che gli altri facessero.
  • La noia è incapacità di godere.
  • La noia nasce anche dal non saper cosa non fare.
  • La pazienza è la virtù di chi ha tempo da perdere.
  • La ricchezza non è tutto, ma la povertà è ancora meno.
  • La solitudine ci dà il piacere d'una grande compagnia: la nostra.
  • La timidezza è timore d'esser giudicato male.
  • La verginità, per fortuna, non è quasi mai una scelta.
  • La vita è la più monotona delle avventure: finisce sempre allo stesso modo.
  • Le grandi fedi, per affermarsi, hanno bisogno di grandi persecuzioni.
  • Le promesse, in politica, si possono anche non mantenere, ma bisogna saperle fare.
  • Le verità che tolgono la speranza è meglio tacerle.
  • Lo scetticismo ci aiuta a vivere; il cinismo a morire.
  • Lo scettico è amico di tutti perché non lo è di nessuno.
  • Mi fido solo dei medici che sbagliano le diagnosi infauste.
  • Nelle democrazie, i governanti raramente sono peggiori dei governati.
  • Nessun imbecille è così imbecille da non capire l'utilità di unirsi ad altri imbecilli contro gli intelligenti.
  • Niente allevia le nostre sofferenze più di quelle dei nostri nemici.
  • Non di rado l'onestà è fatta d'occasioni mancate di disonestà.
  • Non diciamo mai la verità perché, in fondo, non la conosciamo.
  • Non fidarsi di nessuno è altrettanto stupido che fidarsi di tutti.
  • Non occorre che le religioni dispensino certezze: basta che diano speranze.
  • Per amarsi a lungo bisogna conoscersi poco.
  • Quando una donna dice "Adesso, no" vuol dire o che siete in anticipo o che siete in ritardo.
  • Quando uno scrittore diventa un classico non c'è più bisogno di leggerlo: basta citarlo.
  • "Recita come un cane." Ma tutti i cani che ho visto recitare erano bravissimi.
  • Ricordiamo il bene che abbiamo fatto e il male che ci hanno fatto.
  • Scendere a compromessi è un modo come un altro per salire.
  • Se Dio è imperscrutabile nell'aldiqua perché non dovrebbe esserlo nell'aldilà?
  • Se il dolore fosse eterno non sarebbe più tale.
  • Si può fare a meno di tutto. Purché non si debba.
  • Spesso, la gelosia non è che un presentimento.
  • Tanto più rimpiangiamo la gioventù quanto più vago ne serbiamo il ricordo.
  • Tutte le volte che ho dato la mia parola a qualcuno non l'ho più rivista.
  • Un'amante cessa d'esser tale quando comincia a stirarci le camicie.
  • Una donna innamorata è capace di tutto. Esattamente come una che non lo è.

La volpe e l'uva[modifica]

  • Accettare se stessi è saggezza; accettare gli altri può anche essere menefreghismo.
  • Alla giornata non si vive: si sopravvive.
  • Avendo poca memoria, è sempre d'accordo con l'ultimo con cui parla.
  • Bastare a se stessi è facile. Purché ci si accontenti di poco.
  • Che cattiva maestra la vita! Non c'insegna neppure a rinunciare a lei.
  • Che "routine" l'eternità!
  • Chi dice sempre la verità, non ha evidentemente altro da dire.
  • Chi fa l'elemosina ha sempre l'aria di vergognarsi più di chi la riceve.
  • Chi non si contraddice mai, non vive.
  • Chi si contraddice troppo, vivacchia.
  • Chi si fida di tutti merita di esser ingannato.
  • Ci aiutano più i vizi a vivere che le virtù a morire.
  • Ci si bacia ad occhi chiusi forse anche per non ridere.
  • Ciò che più mi fa arrabbiare è che mi arrabbio.
  • Ciò che più mi piace in una donna ancora non l'ho capito.
  • Com'è difficile parlar bene di qualcuno in sua assenza.
  • Datemi una leva, e non saprò che farmene.
  • Desideriamo la donna d'altri nell'illusione che gli altri non desiderino la nostra.
  • È difficile capire perché amiamo chi non ci ama.
  • È più facile che sia furbo un cretino che un intelligente.
  • Giurare eterno amore è come giurare sulla propria immortalità.
  • Gli anni più belli della vita li aspetteremo fino alla morte.
  • Ho poche idee, ma molte fisse.
  • Ho più rughe sul cuore che sulla fronte.
  • I colpi di testa non si fanno mai con la testa.
  • Il colmo dell'infelicità è esser felici senza saperlo.
  • Il dolore è il grande carburante dell'anima.
  • Il giorno del giudizio, chissà quanti morti si daranno malati.
  • Il matrimonio c'insegna molte cose. Soprattutto che potevamo farne a meno.
  • Il vero ozio dev'essere una scelta.
  • Il vizio è la virtù che ha perso la pazienza.
  • In amore, un niente basta a illuderci. E un niente a far svanire l'illusione.
  • In amore tutto è possibile. Purché si sia corrisposti.
  • In politica, per esser presi sul serio, non bisogna necessariamente fare sul serio.
  • Immaginare l'eternità è comunque una gran perdita di tempo.
  • I teologi, non potendo spiegare Dio con la ragione, lo rendono incomprensibile con i dogmi.
  • L'aldilà preferisco non immaginarlo. Per non guastarmi la sorpresa.
  • L'amicizia, più che intimità, è rispetto.
  • L'uomo è nato per soffrire. E ci riesce benissimo.
  • La cotta è un capriccio del cuore; l'amore, un progetto.
  • La democrazia bisogna guadagnarsela; la dittatura la si merita.
  • La donna che vuol essere di un solo uomo, vuole in realtà che quest'uomo sia solo suo.
  • La felicità dura poco anche per non distrarre l'uomo dalla sofferenza, senza la quale non progredirebbe.
  • La felicità è fatta di un niente che, nell'attimo in cui lo godiamo, ci sembra tutto.
  • La fortuna aiuta gli audaci. Fortuna permettendo.
  • La morte ci fa rinunciare a quello che la vita non ci avrebbe mai dato.
  • La morte, in fondo, è una tragedia solo per chi muore.
  • La notte porta consiglio. A condizione che si dorma.
  • La tangente è la provvigione altrui.
  • La vendetta – si dice – è un piatto da servire freddo. Purché poi si abbia ancora appetito.
  • La vita è un'avventura con un inizio deciso da altri, una fine non voluta da noi, e tanti intermezzi scelti a caso dal Caso.[13]
  • Le coppie fedeli non sanno ciò che perdono.
  • Le nostre opinioni coincidono quasi sempre con i nostri interessi.
  • Le promesse si possono anche fare purché, poi, si dimentichino.
  • L'educazione consiste nel far piacere agli altri. Per questo è così rara.
  • L'esperienza è il riconoscimento tardivo dei propri errori.
  • L'ideale dell'italiano è il voto segreto.
  • L'invidioso è un impotente incapace di rassegnarsi.
  • L'uomo ama la donna; la donna, il matrimonio.
  • Memento audere semper, ricordati di osare sempre. Non esageriamo.
  • Mi sento importante, ma nessuno se ne accorge.
  • Nessuno è così stupido da credersi tale.
  • Nessuno meglio dell'italiano sa prendere posizione dopo aver visto come si sono messe le cose.
  • Niente ci fa perdere più tempo della fretta.
  • Non esercitata, la virtù può diventare un peccato. Come il peccato una virtù.
  • Non si è mai troppo giusti. Si è giusti, e basta.
  • Non siamo noi stessi né quando soffriamo troppo né quando troppo godiamo.
  • Per alcuni la giustizia non dovrebbe essere altro che il riconoscimento dei propri privilegi.
  • Più perdiamo tempo, più ci accorciamo la vita.
  • Quando amiamo, c'illudiamo che nessuno possa amare come noi. Quando soffriamo, che nessuno come noi possa soffrire.
  • Quando non abbiamo più voglia di niente, vuol dire che abbiamo bisogno di tutto.
  • Quanta rassegnazione nella saggezza.
  • Quanto tempo ho perduto nel cercar di recuperare il tempo perduto.
  • Se l'amore fosse disinteressato, non sarebbe più amore.
  • Se non dice ciò che pensa è solo perche non pensa.
  • Se sapessi dove voglio arrivare, sarei già arrivato.
  • Si muore bene solo per caso.
  • Si può rinunciare a tutto. Meno che al proprio egoismo.
  • Siamo soli, ma non sempre disperatamente.
  • Talvolta, anche la morte può far sognare.
  • Temporale: le nubi, spaventate dai tuoni, scoppiano a piangere.
  • Tutti vogliono esser capiti, ma pochi sanno farsi capire.
  • Tutto è possibile. Finché è possibile.

Peste e corna[modifica]

  • Quando non striscia si sdruscia. Striscia e si sdruscia col Nuovo Potere, così come, fino a ieri, strisciava e si sdrusciava col vecchio. Il riciclando sposa qualunque causa purché utile
  • A un giornalista che gli chiedeva chi fosse il grande politico, Kruscev, che a suo modo lo era, rispose: «Chi promette di costruire ponti anche dove non ci sono fiumi». La Prima Repubblica di grandi politici ne ha avuti a iosa. Basta vedere i ponti costruiti dove non ci sono nemmeno torrenti o ruscelli.
  • Ci sono tanti modi di governare. Il migliore e il più duraturo è con laconicità. Si parli il meno possibile e si faccia – se necessario – l'impossibile; ci si rimbocchi le maniche e si tiri diritto, infischiandosi di chi cerca di mettere i bastoni, e non i bastoni soltanto, fra le ruote. Chi comanda – scriveva De Gaulle, che l'autorità l'aveva in corpo grazie anche alla watussica statura – dev'essere conciso, preciso. E sempre saldo al timone.
  • Che la politica sia l'arte di menare il can per l'aia, lo sappiamo da quel dì. Come da quel dì sappiamo che è l'arte del compromesso. Ma c'è un limite a tutto.
  • Non siamo un popolo né di santi né di poeti né di artisti né di navigatori: siamo un popolo di pesci in barile. Il nostro modello non è il Machiavelli del «fine che giustifica i mezzi» ma il Guiciardini del «proprio particulare». Non abbiamo ideali ma solo interessi; abbiamo molte idee sbagliate e tante ideologie fasulle, in cui non crediamo, ma in cui fingiamo di credere purché portino acqua al nostro mulino di spericolati conformisti.
  • Perché gli italiani sono estremisti solo a parole, e solo al bar, in piazza, allo stadio; amano il quieto vivere, anche se gli piace vivere a modo loro; i terremoti li sopportano solo in casa altrui; finché possono fare i propri comodi e comodacci, non fanno rivoluzioni.
  • I borghesi, sempre sotto accusa, non sono santi, come non lo sono i proletari. La società non è la mela di Biancaneve: metà marcia e metà sana. I ceti medi hanno le loro colpe ma anche i loro meriti. Hanno perso tante battaglie che potevano vincere. Il capitalismo, con i suoi errori e i suoi abusi, ma anche con la sua foga pionieristica e il suo spirito di intrapresa, ha stigmate borghesi. Se l'Italia, nonostante la cronica instabilità, non è più quella di Franceschiello, lo si deve soprattutto alle classi medie, pilastri di una società economicamente e civilmente evoluta.

[Peste e corna, Newton & Compton Editori]

Cagliostro[modifica]

Incipit[modifica]

Giuseppe Balsamo
La Palermo dove, nel 1743, Giuseppe Balsamo vide la luce era una città di duecentomila abitanti, la più popolosa d'Italia dopo Napoli, da cui politicamente dipendeva e a cui il Viceré, luogotenente del Borbone, doveva rispondere. Il lungo dominio spagnolo, accidentalmente scandito da quelli piemontesi e austriaco, aveva lasciato il segno nella società, nel costume e nella mentalità della gente: un segno che ancora sopravvive.
La lontananza dalla corte, cioè dal centro del potere, appesantita dalla difficoltà di comunicazioni, faceva di Palermo e della Sicilia più una colonia che una provincia «alla pari» del Reame. Lo stesso sovrano si guardava bene dal mettervi piede, limitandosi a imporre tasse e balzelli, che non sempre riusciva a riscuotere, e a impartire ordini, che non sempre, nonostante gli sforzi del Viceré, riusciva a far eseguire.
Gli ostacoli contro cui urtava erano innumerevoli, e spesso insormontabili.

Citazioni[modifica]

  • In nessun luogo come in Sicilia, la legge non era uguale per tutti. (p. 32)
  • Nel Settecento la chimica si confondeva con l'alchimia, stava in bilico fra la scienza e la magia e, più che alla ragione, faceva appello all'immaginazione, facoltà che Giuseppe aveva eccezionalmente sviluppata. (p. 34)
  • L'amava [...] da siciliano, cioè d'un amore autoritario. (p. 45)

Il dito nell'occhio[modifica]

Incipit[modifica]

GIANNI AGNELLI
È uno dei pochi italiani esportabili, e presentabili, al di là delle Alpi, della Manica, dell'Atlantico.
Lo conoscono tutti e tutti – quelli che contano – conoscono lui. Gode d'infiniti privilegi ma, mi dicono, non ne abusa. Nega d'amare il potere, forse solo perché ne ha tanto, e nessuno può insidiarglielo. Comunque, ne fa un uso discreto, come si conviene a un monarca, sul cui impero non tramonta mai il sole.

Citazioni[modifica]

  • GIULIO ANDREOTTI
    Se è vero che il potere logora chi non ce l'ha, nessuno più di Andreotti scoppia di salute.
    È nella stanza dei bottoni dal '47, quando De Gasperi lo nominò sottosegretario alla Presidenza del consiglio. Non aveva che ventott'anni, anche se ne dimostrava qualcuno di più, come oggi, che ne ha cinquant'otto, ne dimostra qualcuno di meno.
    Nessun politico sa più di lui ciò che vuole, quando lo vuole e, soprattutto, con chi lo vuole. Più realista di Bismarck, più tempista di Talleyrand, raramente sbaglia e, se sbaglia, sbaglia sempre a ragion veduta. (p. 19)
  • SILVIO BERLUSCONI
    Milanese, quarant'anni, laureato in legge, cavaliere del lavoro, Silvio Berlusconi è un self-made man, e del self-made man ha le astuzie, le ubbìe, gli slanci, le diffidenze. Non è partito dall'ago, ma quasi. E ora progetta e costruisce città.
    Causier icastico e sanguigno, è un lottatore nato, a suo agio in qualunque lizza. Anche la stampa di sinistra, non certo tenera con gl'imprenditori, lo tratta con rispetto, lo pizzica con garbo. Molti lo considerano «l'uomo nuovo» dell'imprenditoria italiana. Un famoso banchiere ha detto di lui: «Possiede l'umanità di Borghi, la fantasia di Mattei, la grinta di Monti».
    Certo, è uno che non si ferma mai, e mai fa fermare chi ha la ventura – o la sventura – di stargli accanto. Dove voglia arrivare lo ignoro. E, forse lo ignora anche lui. (p. 38)
  • ENZO BIAGI
    Scrive come parla, e parla come scrive: senza fronzoli, orpelli, pennacchi. Va al sodo, e ci va diritto, infischiandosi di quegl'imbecilli per i quali facilità è sinonimo di superficialità. Riesce a esser sempre nella testa del lettore, senza propiziargli cascaggini e cefalee. La sua prosa, a volte un po' goliardica (il sangue emiliano non è acqua), è come un bicchier di lambrusco, che bevi anche se non hai sete. E, dopo averlo bevuto, fai il bis, fino a vuotar la bottiglia.
    L'hanno paragonato a De Amicis, e non è un paragone a vanvera. [...] Lavora come un negro, e senza negri. (p. 59)
  • FRANCESCO COSSIGA
    Chi l'ha definito "il gattopardo di Sassari" o "il Cardinal Cossiga" non ha capito niente. Niente, infatti, c'è in lui del soffice e sornione felino lampedusiano, né del prelatone, o prelatino, untuoso, insinuante, ambiguo, e anche un po' menagramo.
    É stato un doroteo con Segni, "pontiere" con Taviani, poi basista non so con chi. Eppure non ha nulla né del trasformista, né dell'opportunista. Potrò sbagliarmi, ma mi sembra che sia davvero quel che è, che non possegga, come tanti compagni di partito, un volto e cento maschere. (P. 103)
  • MARCO PANNELLA
    Chi è Pannella: un crociato o un rompiscatole, un martire o un dritto? Si parla di lui, e lui fa tanto parlare di sé. La sua battaglia per i diritti civili ha diviso l'Italia, scatenando un Niagara di polemiche. L'attaccano da tutte le parti – i comunisti addirittura lo schiaffeggiano – e lui attacca tutti porgendo, ma fino a un certo punto, l'altra guancia. Dicono che i suoi scioperi della fame non siano scioperi, ma agitazioni; diete, non digiuni. Lui si difende chiamando a testimoni medici e bilance: Chi ha ragione: Pannella o i suoi "detrattori"? (p. 234)
  • PIERO CHIARA
    La leggibilità è una dote piuttosto rara fra i nostri narratori, intenti più a lanciar messaggi, patrocinare avanguardie, inseguir mode che render digeribile la loro prosa.
    Piero Chiara è un'eccezione. Scrive come parla, e parla come scrive. Il suo stile può anche non piacere, ma non resta sullo stomaco. I suoi libri, una volta aperti, non si chiudono più, cioè si chiudono solo alla fine. Le sue storie, pur se circoscritte al microcosmo luinese e varesino, son piene di plasma, umori, colpi di scena.
    L'autore dice che son tutte vere. Forse mente, forse qualcosa è inventata, ma non importa. Ciò che importa è che divertano chi legge, come certamente hanno divertito chi le ha scritte. Se poi qualche produttore e regista ne fa un film tanto meglio. (p. 96)

I Borgia[modifica]

Incipit[modifica]

Quando, nel 1492, Rodrigo Borgia, col nome d'Alessandro VI, cinse la tiara, l'Italia era frantumata in una nebulosa di stati e staterelli governati, anzi sgovernati da principi e signorotti, che fondavano il loro potere, e strapotere, sull'usurpazione e il sopruso, e la cui morale consisteva nel non averne alcuna. Essi badavano infatti solo al proprio "particulare", incuranti dei sudditi, oberati di doveri e privi di diritti, spremuti dal fisco e decimati dalla fame. L'interesse della comunità s'esauriva, e si mortificava, in quello del singolo, incarnato dal padrone di turno. La forza legittimava l'abuso, e questo perpetuava il privilegio.

Citazioni[modifica]

  • Pochi nomi nella storia sono stati più esecrati di quello dei Borgia. Contemporanei e posteri ne hanno fatto dei mostri capaci d'ogni frode e scelleratezza. Su di loro sono stati versati fiumi non d'inchiostro, ma di fiele. (p. 7)
  • [Su Papa Alessandro VI] La veste che indossava, di chierico prima, di cardinale poi, infine di papa mai gl'impedì d'abbandonarsi ai propri focosi istinti, d'anteporre i piaceri tangibili dei sensi a quelli impalpabili dello spirito, di preferire l'alcova all'altare, il peccato alla rinuncia. Il paradiso per lui, e non solo per lui, era su questa terra. L'aldilà lo lasciava indifferente. Visse infatti come se non esistesse, o comunque lui non dovesse andarci. (p. 67)
  • [Su Lucrezia Borgia] La figlia del papa, a dispetto d'una certa iconografia ufficiale, divulgata da cattivi romanzi e peggiori film, non era bella, anche se non poteva dirsi brutta. Somigliava infatti straordinariamente al padre: gli stessi occhi un po' esorbitanti, lo stesso naso carnoso, lo stesso mento sfuggente, la stessa pelle scura, e in più una bellissima e lunghissima chioma bionda. Mite e arrendevole, sapeva quanto le sue scelte fossero subordinate alla volontà paterna, di cui sarà il docile e, a volte, il tragico strumento. Trasformarla in un Cesare in gonnella o in una Frine del Rinascimento, orditrice di tranelli, propinatrice di veleni, divoratrice di uomini è falso. Se non fu una santa, non fu nemmeno un mostro. Quel che fece, soprattutto nel male, le fu sempre imposto. (p. 114)
  • [...] fra le rivoluzioni, quella morale, è la più difficile. (p. 171)

Note[modifica]

  1. a b Da La lezione del Candide nel Paese che va a rotoli, Il Mattino, 19 dicembre 2010.
  2. Citato in Massimo Scaglione, I Divi del Ventennio, per vincere ci vogliono i leoni..., Lindau, 2005, p. 126.
  3. a b Da La saggezza e i piaceri effimeri dell'eros, Il Mattino, 7 marzo 2010.
  4. a b Citato in Che cos'è la libertà di pensiero, La Fiera Letteraria, n. 14, aprile 1973.
  5. Da La regina, l'alchimista e il cardinale, p. 26.
  6. a b Da I bramini del Palazzo, Il Messaggero, 12 giugno 2007.
  7. Da La mosca al naso.
  8. Citato in Giovanna Cavalli, «Si vive meglio così. Il cibo è più sano e costa anche meno», Corriere della Sera, 12 febbraio 2009.
  9. Da Il grande mago, Rizzoli.
  10. Da La bella Rosina, Bompiani.
  11. Odi, III, 16, 17.
  12. Ripreso anche in Io la penso così, Mondadori, 2009: «L'Italia: un Paese che sta in piedi perché non sa da che parte cadere».
  13. Citato in Federico Moccia, Scusa ma ti chiamo amore.

Bibliografia[modifica]

  • Roberto Gervaso, Cagliostro – Il grande mago, Rizzoli Editore, Milano 1972.
  • Roberto Gervaso, La volpe e l'uva, Bompiani, Milano 1989.
  • Roberto Gervaso, Il grillo parlante, Bompiani, Milano 1983.
  • Roberto Gervaso, La bella Rosina, Gruppo editoriale Fabbri – Bompiani – Sonzogno – Etas, Milano 1991
  • Roberto Gervaso, Peste e corna, Newton & Compton Editori, Roma 1996. ISBN 88-8183-349-2
  • Roberto Gervaso, I sinistri, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1997. ISBN 88-04-43233-0
  • Roberto Gervaso, I destri, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1998. ISBN 88-04-44818-0
  • Roberto Gervaso, Cagliostro, BUR, Milano 1976.
  • Roberto Gervaso, Il dito nel'occhio, Rusconi, Milano 1978.
  • Roberto Gervaso, I Borgia, Rizzoli Editore, Milano 1977.
  • Roberto Gervaso, La regina, l'alchimista e il cardinale, Rubettino, Milano 2008.
  • Roberto Gervaso, La mosca al naso. Interviste famose, Rizzoli, 19815.

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