Vittorio Messori
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Vittorio Messori (1941 – vivente) scrittore e giornalista italiano.
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[modifica] Incipit di Ipotesi su Gesù
Di Gesù non si parla tra persone educate.
Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile.
Troppi i secoli di sacrocuorismo. Troppe le immagini di sentimentali nazareni con i capelli biondi e gli occhi azzurri: il Signore delle signore. Troppe quelle prime comunioni presentate come «Gesù che viene nel tuo cuoricino».
Non a torto tra persone di gusto quel nome suona dolciastro. È irrimediabilmente tabù.
Ci si laurea in storia senza aver neppure sfiorato il problema dell'esistenza dell'oscuro falegname ebreo che ha spezzato la storia in due: prima di Cristo, dopo di Cristo.
Ci si laurea in lettere antiche sapendo tutto del mito greco-romano, studiato sui testi originali. Senza aver però mai accostato le parole greche del Nuovo Testamento.
È singolare: la misura del tempo finisce con Gesù e da lui riparte. Eppure egli sembra nascosto.
O lo si trascura o lo si dà per già noto.
[modifica] Scommessa sulla morte
[modifica] Incipit
Siamo su una cattiva strada. Da questa avventura della vita nessuno di noi uscirà vivo.
Alla nascita non c'è rimedio: sin dalla culla siamo dei condannati a morte in un Paese ove l'istituto della grazia è sconosciuto.
Dice Jorge Luis Borges, lo scrittore argentino: «La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare». Tra i contemporanei gli fa eco Emil Cioran, il saggista franco-rumeno: «La morte è ciò che la vita ha sinora inventato di più solido e sicuro».
Tre secoli fa, un uomo che non aveva paura delle parole, Blaise Pascal, andava ancor più per le spicce: «Per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto, l'ultimo atto è sempre sanguinoso. Alla fine, con una vanga si getta della terra sulla testa. Ed ecco fatto, per sempre»
No, non siamo diventati eterni, neppure nell'era dei prodigi tecnologici. Non ti inganni il lampeggiare delle spie colorate sui marchingegni elettronici. Non ti illudano i cosiddetti "trionfi" della medicina. Qui poco o niente è cambiato da venticinque secoli, dal tempo del salmo biblico: «Gli anni della nostra vita sono settanta / ottanta per i più robusti … / passano presto e noi ci dileguiamo» ([Salmi] 89, 10)
La statistica ci segnala che possiamo contare in tutto su un venticinquemila giorni; qualche migliaio in più per qualcuno. Ma dopo non ce ne saranno altri. Per nessuno. Sì: anche per me che scrivo, anche per te che leggi sarà subito sera.
[modifica] Citazioni
- Con chi potrai confidarti, a chi potrai rivolgerti per attenuare un poco l'angoscia e la solitudine? [...] Ti rivolgerai allora al politico, al sindacalista, al sociologo? Ma tutti questi signori hanno da smerciare teorie e strategie solo per i forti, i sani, i giovani. Il vecchio e la sua prospettiva di morte sono doppiamente tabù perché mettono in crisi sia il loro potere che il loro profondo: che ne sarà della loro autorità e delle loro parole quando essi stessi non saranno che degli ex?
Pensa a uno dei nuovi, veri potenti delle società occidentali: il boss sindacale, almeno in certe versioni italiane contemporanee; non, è chiaro, in quelle coraggiose e benefiche di epoche passate, o anche di oggi in molti Paesi, magari in quelli dove – stando alle teorie – i sindacalisti non sarebbero più necessari perché i lavoratori stessi avrebbero già il potere... Qualcuno, qui, rischierà più che mai lo scandalo: di sindacati e sindacalisti – impone un dogma riverito – non si può parlare se non bene, anzi benissimo. Qui bisognerebbe sempre parlare in termini di nobili, disinteressati paladini dell'ideale, di cavalieri senza macchia e senza paura dell'Umanità. Ma io me la rido di quelli che infrangono le statuette dei vecchi santi per costruirsene altre nuove. Rifiuto di considerare categorie o persone non caso per caso, in base all'oggettività ma in base a pregiudizi, favorevoli o sfavorevoli che siano. Non riconosco come sacra alcuna istituzione umana: se voglio il "Sacro" so dove andarlo a cercare; preferisco l'originale, non le imitazioni. (Cap. II, Anni alla vita e non vita agli anni)
[modifica] Il mistero di Torino
[modifica] Incipit
Torino, caro Aldo [Aldo Cazzullo, coautore del libro], entrò nella mia vita per trentadue anni, dodicimila giorni, a causa di un commerciante ebreo, un commendator Corinaldi, che lavorava con il figlio in un alloggio che era anche il suo ufficio di import–export. All'inizio di ogni autunno, all'approssimarsi della festa di Sukkot, quegli israeliti chiedevano aiuto al loro unico impiegato – mio padre – per costruire una capanna rituale sul balcone. Questo dava su via Guicciardini, davanti allo spazio desolato di Porta Susa, dove era stata in progetto una colossale Casa del Littorio e dove invece, sulle fondamenta già gettate, tirarono poi su il grattacielo della Rai. Lo vidi montare, pezzo dopo pezzo, come un gioco di costruzioni, nei primissimi Sessanta: era il primo, e restò l'unico vero grattacielo torinese (assieme, forse, all'anomala torre di piazza Castello), ed era con emozione che seguivo le manovre delle gru che incastravano gli enormi elementi in acciaio.
[modifica] Citazioni
- Se nel 1953 [23 maggio] la violenza del cielo abbatté la stella [Emblema posto sulla sommità della guglia della Mole Antonelliana], nel 1904 un fulmine aveva abbattuto, al culmine, l'Angelo della Luce, che aveva sul capo la regolamentare stella massonica a cinque punte. La stessa che era stata apposta sui baveri delle divise dell'esercito, il Nuovo Ordine religioso per la Nuova Italia, con il re al posto del Papa, i generali al posto dei vescovi, la classe degli ufficiali come nuovo clero, la truppa come popolo penitente di Dio, votato all'obbedienza, alla povertà, alla disciplina, all'onore, al silenzio e, infine, al sacrificio della vita. E tutto in nome della nuova fede, quella della Madre Patria. Niente di sorprendente, tutti sanno che non si combatte una religione che per costruirne un'altra. (cap. II)
- Ma, visto che si accennava all'inevitabile Duce: i torinesi lo chiamavano, come sai, Cerüti. Con la «u» alla piemontese. Da proletario romagnolo, con conseguenti complessi di inferiorità, probabilmente aveva soggezione di Torino, sembrava temerne lo snobismo elegante: era ancora la città della aristocrazia, era la capitale della moda, con relativo Ente (che il Regime stesso, per altro, aveva fondato) [....] –, il Benito definiva Torino come «mezza francese» (cap. III)
- Torino non era una copia in piccolo di Parigi anche perché, a differenza di questa, non fu città di sommosse, di barricate. È una città che produce eccentrici, solitari, genialoidi e talora tipi geniali, outsider, scrittori e pittori isolati, qualche anarchico ma teorico, di rado bombarolo, provoca omicidi e suicidi (per questi ultimi, una delle più alte, se non la più alta, percentuale italiana, in triste gara con Trieste, la città al confine opposto), ma la massa è di gente pacata, di sudditi, spesso brontoloni e ipercritici ma, alla fine, obbedienti. Nella sua storia non cacciò mai i suoi duchi e poi re, non complottò contro di essi. A differenza di Parigi, periodicamente sulle barricate, Torino insorse solo due volte. Ed entrambe non per fumosi obiettivi ideologici, ma per la concretezza del pane: nel 1864 quando, a tradimento, giunse il trasferimento della capitale; e nel 1917, quando lo Stato chiedeva di digiunare con le razioni di guerra e al contempo di faticare a ritmi accelerati nelle fabbriche che producevano per il fronte. Movimento ci fu anche negli ultimi giorni dell'aprile del 1945. Ma, pure qui, per una questione molto concreta: soprattutto per impedire la distruzione di impianti industriali, dal cui lavoro sarebbe dipesa la vita futura. Ancora una volta, al mito della «lotta di classe», prevalse la consapevolezza, dettata dal buon senso, che gli interessi degli imprenditori coincidevano con quelli dei dipendenti. Senza fabbriche, niente guadagni per il padrone; ma neanche pane per i lavoratori. (cap. III)
[modifica] Bibliografia
- Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, Società Editrice Internazionale, Torino, 1976.
- Vittorio Messori, Scommessa sulla morte, Società Editrice Internazionale, 7a edizione, Torino, 1987, ISBN 88-05-03746-X
- Vittorio Messori, Aldo Cazzullo, Il Mistero di Torino, Mondadori editore – Le Scie, Milano, 2004. ISBN 88-04-52070-1
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