Emil Cioran

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Emil Cioran

Emil Michel Cioran (1911 – 1995), filosofo e saggista rumeno.

  • L'amore – un incontro di due salive... Tutti i sentimenti attingono il loro assoluto dalla miseria delle ghiandole. (da Sommario di decomposizione)
  • L'origine dei nostri atti sta nella propensione inconscia a ritenerci il centro, la ragione e l'esito del tempo. I nostri riflessi e il nostro orgoglio trasformano in pianeta la briciola di carne e di coscienza che noi siamo. (da Sommario di decomposizione)
  • La vera vertigine è l'assenza della follia. (da La caduta nel tempo)
  • Nessuno si rimette dal male di nascere, piaga capitale se mai ve ne furono. (da La caduta nel tempo, traduzione di Tea Turolla, Adelphi)
  • Tutto quello che ho di buono viene dalla mia pigrizia; senza di essa chi mi avrebbe impedito di attuare i miei cattivi progetti? (11 gennaio 1960, da Quaderni 1957-1972, traduzione di Tea Turolla, Adelphi, 2001)
  • Un monologo il cui contenuto si riduce a una sfilata di oggetti – questo è il romanzo contemporaneo. (13 aprile 1963, da Quaderni 1957-1972)

Indice

[modifica] Al culmine della disperazione

  • Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell'abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all'esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?
  • L'insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il Paradiso stesso in un luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a questo allerta permanente, a questa criminale assenza di oblio. È durante quelle notti infernali che ho capito la futilità della filosofia. Le ore di veglia sono, in sostanza, un'interminabile ripulsa del pensiero attraverso il pensiero, è la coscienza esasperata da se stessa, una dichiarazione di guerra, un infernale ultimatum della mente a se medesima. Camminare vi impedisce di lambiccarvi con interrogativi senza risposta, mentre a letto si rimugina l'insolubile fino alla vertigine.
  • Se la melanconia è uno stato di trasognamento diffuso che non giunge mai a una grande profondità né ad un'intensa concentrazione, la tristezza presenta, al contrario, una serietà ripiegata su se stessa e un'interiorizzazione dolorosa. Si può essere tristi da qualsiasi parte; ma mentre gli spazi aperti acuiscono la melanconia, quelli chiusi fanno aumentare la tristezza. Nella tristezza la concentrazione deriva dal fatto che essa ha quasi sempre una ragione precisa, mentre per la melanconia la coscienza non saprebbe individuare nessuna causa esterna. So perché sono triste, ma non saprei dire perché sono melanconico. Prolungandosi nel tempo senza mai raggiungere un'intensità particolare, gli stati melanconici cancellano dalla coscienza ogni motivo iniziale, presente invece nella tristezza.
  • Una constatazione che verifico, con mio grande rammarico, a ogni istante: sono felici solo coloro che non pensano mai, vale a dire coloro che pensano giusto il poco che basta per vivere.
  • Una lacrima ha radici più profonde di un sorriso.
  • Vivo perché le montagne non sanno ridere né i vermi cantare.

[modifica] Confessioni e anatemi

  • Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.
  • Bisogna che una sensazione sia caduta bene in basso perché si degni di mutarsi in idea.
  • Ciò che non è straziante è superfluo, almeno in musica.
  • Di tutto ciò che si prova, niente dà tanto l'impressione di essere al cuore stesso del vero quanto gli accessi di disperazione senza ragione: a paragone, tutto sembra frivolo, sofisticato, privo di sostanza e d'interesse.
  • Divorare una biografia dopo l'altra per persuadersi meglio dell'inutilità di qualsiasi impresa, di qualunque destino.
  • È l'umanità tarata a costituire la materia della letteratura. Lo scrittore si rallegra della perversione di Adamo, e prospera solo in quanto ciascuno di noi la assume e la rinnova.
  • Il fatto che la vita non abbia alcun senso è una ragione di vivere – la sola, del resto.
  • Il miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico è dirne bene ovunque. Glielo riferiranno, e lui non avrà più la forza di nuocervi: avete spezzato la sua molla... Sarà sempre in guerra contro di voi ma senza vigore né costanza, giacché inconsciamente avrà smesso di odiarvi. È vinto, e ignora la propria disfatta.
  • La conversazione con lui era convenzionale come quella con un agonizzante.
  • La meditazione è uno stato di veglia mantenuto per via di un'oscura turba, che è insieme devastazione e benedizione.
  • La musica esiste solo fintantoché dura l'ascolto, come Dio finché dura l'estasi. L'arte suprema e l'essere supremo hanno questo in comune: dipendono interamente da noi.
  • Non aver realizzato nulla, e morire sfiniti.
  • Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.
  • Non so quale sete diabolica m'impedisca di denunciare il patto col mio respiro.
  • Perdere il sonno e cambiare lingua. Due prove, l'una indipendente da sé stessi, l'altra deliberata. Da soli, faccia a faccia con le notti e con le parole.
  • Più si è sofferto, meno si rivendica. Protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno.
  • Pubblicare un libro comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale.
  • Quale sollievo gettare nella pattumiera un manoscritto, testimone di una recrudescenza di febbre, di frenesia costante!
  • Quei figli che non ho voluto, sapessero la felicità che mi debbono!
  • Se obbedissi al primo impulso, passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio.
  • Si insiste sulle malattie della volontà, e si dimentica che la volontà come tale è sospetta, e che non è normale volere.
  • Sono talmente appagato dalla solitudine che il minimo appuntamento è per me una crocifissione.
  • Un silenzio improvviso nel mezzo di una conversazione ci riporta d'un tratto all'essenziale: ci rivela a quale prezzo dobbiamo pagare l'invenzione della parola.

[modifica] Il funesto demiurgo

  • Che il rimpianto sia un segno d'invecchiamento precoce? Se è vero, io sono senile fin dalla nascita.
  • Chi non ha mai immaginato di uccidersi si deciderà a farlo più prontamente di chi non smette di pensarci. Poiché ogni atto cruciale è più facile da compiersi per assenza di riflessione che per esame, lo spirito vergine di suicidio, non appena vi si senta sospinto, sarà senza difesa contro la pulsione subitanea, sarà accecato e scosso dalla rivelazione di una via d'uscita definitiva, mai considerata fino a quel momento; l'altro, invece, potrà sempre ritardare un gesto indefinitamente pesato e soppesato, un gesto ch'egli conosce a fondo, al quale si deciderà senza passione – se mai si deciderà.
  • Chiunque non sia morto giovane merita di morire.
  • Durante l'insonnia mi ripeto, a mo' di consolazione, che quelle ore di cui prendo coscienza le strappo al nulla, che se dormissi non mi sarebbero mai appartenute, anzi non sarebbero mai esistite.
  • È semplice chiacchiera ogni conversazione con chi non ha sofferto.
  • Forse la follia è soltanto un dispiacere che abbia smesso di evolversi.
  • Il male [...] possiede il duplice privilegio d'essere fascinatore e contagioso.
  • Il ruolo dell'insonnia nella storia: da Caligola a Hitler. L'impossibilità di dormire è causa o conseguenza della crudeltà? Il tiranno vigila – è ciò che propriamente lo definisce.
  • Il tormento è per certuni un bisogno, un appetito, e un compimento.
  • L'ossessione del suicidio è propria di colui che non può né vivere né morire, e la cui attenzione non si allontana mai da questa duplice impossibilità.
  • La differenza fra il teorico della fede e il credente è grande quanto quella fra lo psichiatra e il matto.
  • La dolcezza di prima della nascita, la luce della pura anteriorità.
  • La felicità spinge al suicidio quanto l'infelicità, anzi ancora di più perché amorfa, improbabile, esige uno sforzo di adattamento estenuante, mentre l'infelicità offre la sicurezza e il rigore del rito.
  • La parola e il silenzio. Ci si sente più al sicuro vicino a un pazzo che parla, che a un pazzo incapace di aprire bocca.
  • La psicanalisi sarà un giorno totalmente screditata, su questo non c'è dubbio. Eppure, avrà distrutto i nostri ultimi resti d'ingenuità. Dopo la psicanalisi, non si potrà mai più essere innocenti.
  • La sola funzione della memoria è di aiutarci a rimpiangere.
  • La sorte di chi si è ribellato troppo è di non aver più energie se non per la delusione.
  • L'uomo non fu creato per rimanere inchiodato a una sedia. Ma forse non meritava di meglio.
  • Nella divinità è più importante ritrovare i nostri vizi che le nostre virtù.
  • Non esiste un mezzo per dimostrare che è preferibile essere piuttosto che non essere.
  • Non si chiede libertà, ma qualche apparenza di libertà. È per questi simulacri che l'uomo si agita tanto, da sempre. Del resto, se la libertà è, com'è stato detto, solo una sensazione, che differenza c'è tra essere e credersi libero?
  • Ogni inizio di idea corrisponde a un'impercettibile lesione della mente.
  • Precipitato fuori dal sonno dalla domanda: "Dove va, questo attimo?". "Alla morte", fu la mia risposta. E subito tornai a dormire.
  • Quando si sa che ogni problema è soltanto un falso problema, si è pericolosamente vicini alla salvezza.
  • Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l'uomo non è propenso al bene: quale dio ve lo spingerebbe? È costretto a vincersi, a farsi violenza, per poter compiere il sia pur minimo atto non inquinato dal male.
  • Si crede veramente fino a quando non si sa chi implorare. Una religione è viva solo prima dell'elaborazione delle sue preghiere.
  • Si distrugge una civiltà soltanto quando si distruggono i suoi dèi.
  • Siamo stati felici soltanto nelle epoche in cui, avidi di annientamento, con entusiasmo accettavamo il nostro niente.
  • Siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo.
  • Soffrire è produrre conoscenza.
  • Tutto ha l'aria di esistere, e non c'è niente che esista.

[modifica] L'inconveniente di essere nati

  • Abbiamo perduto nascendo quanto perderemo morendo. Tutto.
  • A differenza di Giobbe non ho maledetto il giorno della mia nascita;[1] gli altri giorni, in compenso, li ho coperti tutti di anatemi.
  • Anche quando disertano l'inferno, gli uomini lo fanno solo per ricostituirlo altrove.
  • Aspirare, nel più profondo di sé, a essere tanto spossessati, tanto miserabili quanto lo è Dio.
  • Aver commesso tutti i crimini, tranne quello di essere padre.
  • Bisogno fisico di disonore. Mi sarebbe piaciuto essere figlio di boia.
  • C'è un dio al principio, se non alla fine, di ogni gioia.
  • Che misera cosa una sensazione! L'estasi stessa non è, forse, niente di più.
  • Ci ripugna, certo, considerare la nascita un flagello: non ci è stato forse inculcato che era il bene supremo, che il peggio era posto alla fine e non all'inizio della nostra traiettoria? Il male, il vero male, è però dietro, non davanti a noi. E quanto è sfuggito al Cristo, è quanto ha invece colto il Buddha: «Se tre cose non esistessero al mondo, o discepoli, il Perfetto non apparirebbe nel mondo...». E, alla vecchiezza e alla morte, antepone il fatto di nascere, fonte di tutte le infermità e di tutti i disastri.
  • Ciò di cui non possiamo più impietosirci non conta e non esiste più. Si capisce perché il nostro passato cessi così presto di appartenerci per prendere forma di storia: di qualcosa che non riguarda più nessuno.
  • Con che diritto vi mettete a pregare per me? Non ho bisogno di intercessori, me la caverò da solo. Da parte di un miserabile forse lo accetterei, ma da nessun altro, foss'anche un santo. Non posso tollerare che ci si preoccupi della mia salvezza. Poiché la pavento e la fuggo, che indiscrezione le vostre preghiere! Orientatele altrove; in ogni modo, non siamo al servizio degli stessi dèi. Se i miei sono impotenti, ho tutte le ragioni di credere che i vostri non lo siano meno. Anche supponendo che siano quali voi li immaginate, mancherebbe comunque loro il potere di guarirmi da un orrore più antico della mia memoria.
  • «Da quando sono al mondo» – quel da quando mi pare gravato di un significato così spaventoso da diventare insostenibile.
  • Di norma, gli uomini aspettano la delusione: sanno che non devono spazientirsi, che presto o tardi verrà, che accorderà loro la dilazione necessaria perché possano dedicarsi alle occupazioni del momento. Diverso è il caso del disingannato: per lui la delusione sopraggiunge contemporaneamente all'atto; non ha bisogno di spiarne l'arrivo, essa è presente. Affrancandosi dalla successione, egli ha divorato il possibile e reso superfluo il futuro. «Non posso incontrarvi nel vostro futuro» dice agli altri. «Non abbiamo un solo istante che ci sia comune». Perché per lui l'insieme del futuro è già qui.
  • Di solito sono così sicuro che tutto sia privo di consistenza, di fondamento, di giustificazione, che chi osasse contraddirmi, foss'anche l'uomo che stimo di più, mi apparirebbe come un ciarlatano o un rimbambito.
  • Disfare, de-creare, è il solo compito che l'uomo possa assegnarsi, se aspira, come tutto lascia supporre, a distinguersi dal Creatore.
  • Dio: una malattia dalla quale ci si crede guariti perché non ne muore più nessuno.
  • Due generi di spiriti: diurni e notturni. Non hanno né lo stesso metodo, né la stessa etica. In pieno giorno ci si sorveglia; al buio si dice tutto. Le conseguenze, salutari o nefaste, di ciò che pensa importano poco a chi si interroga nelle ore in cui gli altri sono in preda al sonno. Perciò rimugina sulla disdetta di essere nato senza preoccuparsi del male che può fare ad altri o a se stesso. Dopo mezzanotte comincia l'ubriacatura delle verità perniciose.
  • Esiste una conoscenza che toglie peso e portata a quello che si fa – e per la quale tutto è privo di fondamento tranne essa medesima. Pura al punto da aborrire perfino l'idea di oggetto, traduce quel sapere estremo secondo il quale fare o non fare un atto è la stessa cosa, e a cui si associa una soddisfazione altrettanto estrema: il poter ripetere, a ogni incontro, che nessuno dei gesti da noi compiuti merita la nostra adesione, che niente è avvalorato da una qualche traccia di sostanza, che la «realtà» è dell'ordine dell'insensato. Una tale conoscenza meriterebbe di essere definita postuma: opera infatti come se chi conosce fosse vivo e non vivo, essere e memoria di essere. «È già passato» dice costui di tutto ciò che compie, nell'istante stesso dell'atto, che viene così destituito per sempre di presente.
  • Essere in vita – improvvisamente sono colpito dalla stranezza di questa espressione, come se essa non si applicasse a nessuno.
  • Fin dall'infanzia percepivo lo scorrere delle ore indipendente da ogni riferimento, da ogni atto e da ogni evento, la disgiunzione del tempo da ciò che tempo non era, la sua esistenza autonoma, il suo statuto singolare, il suo imperio, la sua tirannia. Ricordo con estrema chiarezza quel pomeriggio in cui, per la prima volta, di fronte all'universo vacante, non ero più che fuga di istanti ribelli ad adempiere ancora la loro particolare funzione. Il tempo si separava dall'essere a mie spese.
  • Giorni miracolosamente colpiti da sterilità. Invece di rallegrarmene, di gridare vittoria, di convertire quell'aridità in festa, di vederli come un punto d'arrivo e come una prova della mia maturità, insomma del mio distacco, mi lascio pervadere dalla stizza e dal cattivo umore: tanto è tenace in noi il vecchio uomo, la canaglia smaniosa incapace di scomparire.
  • Il pensiero della precarietà mi accompagna in ogni circostanza: stamane, imbucando una lettera, mi dicevo che era indirizzata a un mortale.
  • Il Progresso è l'ingiustizia che ogni generazione commette nei confronti di quella che l'ha preceduta.
  • Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l'apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore.
  • In piedi, a notte fonda, giravo per la camera con la certezza di essere un eletto e uno scellerato, doppio privilegio, naturale per chi veglia, rivoltante o incomprensibile per i prigionieri della logica diurna.
  • Insorgere contro l'ereditarietà è insorgere contro miliardi di anni, contro la prima cellula.
  • L'unico modo di salvaguardare la propria solitudine è ferire tutti, a cominciare da quelli che amiamo.
  • La coscienza è molto più della scheggia, è il pugnale nella carne.
  • La lucidità non estirpa il desiderio di vivere, tutt'altro, rende solo inadatti alla vita.
  • La mia facoltà di essere deluso oltrepassa l'intendimento. Essa, che mi fa capire il Buddha, è la medesima che mi impedisce di seguirlo.
  • La passione per la musica è già da sola una confessione. Sappiamo di più su uno sconosciuto appassionato di musica che su qualcuno che alla musica è insensibile e che incontriamo ogni giorno.
  • La prova migliore di quanto l'umanità stia regredendo è l'impossibilità di trovare un solo popolo, una sola tribù, in cui la nascita provochi ancora lutto e lamenti.
  • La sofferenza apre gli occhi, aiuta a vedere le cose che non si sarebbero percepite altrimenti. Quindi non è utile che alla conoscenza, e, all'infuori di essa, serve solo ad avvelenare l'esistenza. Il che, sia detto di sfuggita, favorisce ancora la conoscenza. "Ha sofferto, dunque ha capito". È tutto quello che si può dire di una vittima della malattia, dell'ingiustizia, o di qualunque altra varietà di sventura. La sofferenza non migliora nessuno (tranne quelli che erano già buoni), e viene dimenticata come viene dimenticata ogni cosa, non entra nel "patrimonio dell'umanità", né si conserva in alcun modo, ma si perde come si perde ogni altra cosa. Ancora una volta, serve solo ad aprire gli occhi.
  • La vera, unica sfortuna: quella di venire alla luce. Risale all'aggressività, al principio di espansione e di rabbia annidato nelle origini, allo slancio verso il peggio che le squassò.
  • Le notti in cui abbiamo dormito è come se non fossero mai esistite. Restano nella memoria solo quelle in cui non abbiamo chiuso occhio: notte vuol dire notte insonne.
  • Le tre del mattino. Percepisco questo secondo, e poi quest'altro, faccio il bilancio di ogni minuto. Perché tutto questo? – Perché sono nato. È da un tipo speciale di veglia che deriva la messa in discussione della nascita.
  • Mentre agiamo abbiamo uno scopo; ma l'azione, una volta conclusa, non ha per noi maggiore realtà dello scopo che perseguivamo. Non c'era dunque nulla di veramente consistente in tutto ciò, era solo gioco. Ma ci sono alcuni che hanno coscienza di questo gioco durante l'azione stessa: vivono la conclusione nelle premesse, il realizzato nel virtuale, minano la serietà con il fatto stesso di esistere.
  • Mi piacerebbe essere libero, perdutamente libero. Libero come un nato morto.
  • Mi svincolo dalle apparenze e ciò nondimeno vi rimango impastoiato; o meglio: sono a mezza strada fra quelle apparenze e questa cosa che le infirma, questa cosa che non ha né nome né contenuto, questa cosa che è niente ed è tutto. Il passo decisivo fuori dalle apparenze non lo farò mai. La mia natura mi obbliga a ondeggiare, a perpetuarmi nell'equivoco, e se tentassi di decidere in un senso o nell'altro perirei della mia stessa salvezza.
  • Noi non corriamo, verso la morte, fuggiamo la catastrofe della nascita, ci affanniamo, superstiti che cercano di dimenticarla. La paura della morte è solo la proiezione nel futuro di una paura che risale al nostro primo istante.
  • Non bisogna costringersi a un'opera, bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare all'orecchio di un ubriaco o di un morente.
  • Non esiste una sofferenza limite.
  • Non faccio niente, d'accordo. Ma vedo passare le ore – e questo è meglio che cercare di riempirle.
  • Non sono mai a mio agio nell'immediato, mi seduce solo quello che mi precede, quello che mi allontana da qui, gli istanti innumerabili in cui non fui: il non-nato.
  • Occorre pure una visione di ricambio, quando quella del Giudizio non accontenta più nessuno.
  • Ogni pensiero deriva da una sensazione cha abbiamo ostacolato.
  • Ogni volta che le cose non vanno e ho pietà del mio cervello, sono colto da una voglia irresistibile di proclamare. Proprio allora intuisco da quali baratri i meschini sorgano riformatori, profeti e salvatori.
  • Permettendo l'uomo, la natura ha commesso molto più che un errore di calcolo: ha commesso un attentato contro se stessa.
  • Quando due persone si rivedono dopo molti anni dovrebbero sedersi l'una di fronte all'altra e non dirsi niente per ore ed ore, affinché con il favore del silenzio la costernazione possa assaporare se stessa.
  • Quando si scorge la fine nel principio si va più in fretta del tempo. L'illuminazione, delusione folgorante, dispensa una certezza che trasforma il disingannato in liberato.
  • Quello che so a sessant'anni lo sapevo altrettanto bene a venti. Quarant'anni di un lungo, superfluo lavoro di verifica...
  • Rari sono i giorni in cui, proiettato nella post-storia, io non assista all'ilarità degli dèi al termine dell'episodio umano.
  • Se la morte avesse solo lati negativi, morire sarebbe un atto impraticabile.
  • Se potessimo vederci con gli occhi degli altri, scompariremmo all'istante.
  • Se tanta ambiguità e tanto turbamento sono parte integrante della lucidità, è perché essa è il risultato del cattivo uso che abbiamo fatto delle nostre veglie.
  • Si può sopportare qualsiasi verità, per quanto distruttrice sia, purché surroghi tutto, e abbia la stessa vitalità della speranza alla quale si è sostituita.
  • So che la mia nascita è un caso, un incidente risibile, eppure, appena mi lascio andare, mi comporto come se fosse un evento capitale, indispensabile al funzionamento e all'equilibrio del mondo.
  • Sono attratto dalla filosofia indù, il cui proposito essenziale è il superamento dell'io; eppure tutto quello che faccio e tutto quello che penso è solo io e disgrazie dell'io.
  • Su quella costa normanna, a un'ora così mattutina, non avevo bisogno di nessuno. La presenza dei gabbiani mi disturbava: li feci fuggire a sassate. E udendo i loro gridi, di uno stridore soprannaturale, capii che proprio quello mi occorreva, che solo il sinistro poteva calmarmi, e che proprio per incontrarlo mi ero alzato prima dell'alba.
  • Trasportandoci al di qua del nostro passato, l'ossessione della nascita ci fa perdere il gusto del futuro, del presente, e del passato stesso.
  • Tutto è; niente è. L'una e l'altra formula arrecano uguale serenità. L'ansioso, per sua disgrazia, rimane a mezza strada, tremebondo e perplesso, sempre alla mercé di una sfumatura, incapace di insediarsi nella sicurezza dell'essere o dell'assenza di essere.
  • Un'idea, un essere, qualsiasi cosa si incarni perde il suo volto, tende al grottesco. Frustrazione del compimento. Non evadere mai dal possibile, lasciarsi andare, da eterno velleitario, dimenticare di nascere.

[modifica] La tentazione di esistere

  • Ce l'ho col nostro secolo per averci soggiogati fino al punto di ossessionarci anche quando ce ne distacchiamo.
  • Come si può essere Rumeno? A questa domanda potevo rispondere soltanto con una incessante mortificazione. Odiando i miei, il mio paese, i suoi contadini fuori del tempo, irretiti dal loro torpore e come sprizzanti ebetudine, arrossivo d'esserne l'erede, li rinnegavo, mi ritraevo dalla loro sub-eternità, dalle loro certezze di larve pietrificate, dalle loro fantasticherie geologiche.
  • Io mi levo contro il propagandarsi della menzogna, contro coloro che fanno sfoggio della loro pretesa «salvezza» e la puntellano con una dottrina che non proviene dal loro intimo. Smascherarli, farli scendere dal piedistallo dove si sono issati, metterli alla gogna, è questo un compito cui nessuno dovrebbe restare indifferente.
  • La vitalità ci proviene dalle nostre risorse di insensato.
  • Maestri nell'arte del pensare contro se stessi, Nietzsche, Baudelaire e Dostoewskij ci hanno insegnato a puntare sui nostri pericoli, ad ampliare la sfera dei nostri mali, ad acquistare esistenza separandoci dal nostro essere.
  • Noi respiriamo troppo velocemente per poter cogliere le cose in se stesse o denunciarne la fragilità.
  • Non senza rischio si abusa della propria facoltà di dubitare. Lo scettico, quando non trae più alcun principio attivo dai suoi problemi e interrogativi si avvicina al proprio epilogo, anzi lo cerca, gli corre incontro: qualcun altro tronchi le sue incertezze, qualcun altro lo aiuti a soccombere.
  • Non si abdica da un giorno all'altro: è necessaria un'atmosfera di distacco, accuratamente predisposta, una leggenda della disfatta.
  • Per alcuni la felicità è una sensazione cosi insolita che appena la provano, si allarmano e s'interrogano su questo nuovo stato; nulla di simile nel loro passato: è la prima volta che si avventurano fuori della sicurezza del peggio.
  • Per quasi tutte le nostre scopete siamo debitori alle nostre violenze, all'esacerbarsi del nostro squilibrio.
  • Poiché la sfera della coscienza si restringe nell'azione, chi agisce non può pretendere all'universale: l'agire è un aggrapparsi alle proprietà dell'essere a detrimento dell'essere, a una forma di realtà a scapito della realtà.
  • Un minimo d'incoscienza è necessaria se ci si vuole mantenere nella storia. Agire è ua cosa; sapere di agire è un'altra. Quando la chiaroveggenza investe l'atto e vi si insinua, l'atto si disfa e con esso il pregiudizio, la cui funzione consiste appunto nel subordinare, nell'asservire la coscienza dell'atto.. Colui che smaschera le proprie finzioni, rinuncia alle proprie energie e quasi a se stesso.
  • Vivere immediatamente l'eternità significa vivere giorno per giorno.

[modifica] Lacrime e santi

  • Avere sempre amato le lacrime, l'innocenza e il nichilismo. Gli esseri che sanno tutto e quelli che non sanno niente. I falliti e i bambini.
  • Disprezzo il cristiano perché è capace di amare i suoi simili da vicino. A me, per riscoprire l'uomo ci vorrebbe il Sahara.
  • "La sofferenza è la causa unica e sola della coscienza" (Dostoevskij).[2] Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che lo hanno capito, e gli altri.
  • "Non posso fare distinzione tra la musica e le lacrime" (Nietzsche).[3] Chi non lo capisce istantaneamente non è mai vissuto nell'intimità della musica. Ogni vera musica è sgorgata dalle lacrime, nata com'è dal rimpianto del Paradiso.
  • Questo bisogno di profanare le tombe, di animare i cimiteri, in un'apocalisse primaverile! Solo la vita esiste, a dispetto dell'assoluto della morte! Lo sanno i contadini, che si accoppiano nei cimiteri, offendendo con i loro sospiri il silenzio aggressivo della morte. La voluttà sopra una pietra tombale, che trionfo!
  • Soltanto il paradiso o il mare potrebbero farmi rinunciare alla musica.

[modifica] Sillogismi dell'amarezza

  • Abbiamo perduto l'arte di suicidarci a sangue freddo.
  • Appena adolescente, la prospettiva della morte mi gettava nell'angoscia; per sfuggirvi mi precipitavo al bordello o invocavo gli angeli. Ma, con l'età, ci si abitua ai propri terrori, non si fa più niente per liberarsene, ci si imborghesisce nell'Abisso. – E se ci fu un tempo in cui invidiavo quei monaci egiziani che scavavano le loro tombe per versarvi lacrime, oggi scaverei la mia per non lasciarvi cadere altro che cicche.
  • All'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio.
  • Che lo vogliamo o no, siamo tutti psicoanalisti, amanti dei misteri del cuore e della mutanda, palombari degli orrori. Guai allo spirito dagli abissi chiari!
  • Chi si consumerebbe nella sessualità se non sperasse di perdervi la ragione per un po' più che un secondo – per il resto dei suoi giorni?
  • Chi si uccide per una puttana fa un'esperienza più completa e più profonda dell'eroe che mette a soqquadro il mondo.
  • Dopo le metafore, la farmacia. Così si sgretolano i grandi sentimenti.
  • Gli zingari, popolo autenticamente eletto, non portano la responsabilità di alcun evento e di alcuna istituzione. Essi hanno trionfato sulla terra per la loro attenzione di non fondarvi niente.
  • Il Divenire: un'agonia senza epilogo.
  • Il pallore ci mostra fino a che punto il corpo può capire l'anima.
  • In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare.
  • L'ora del crimine non suona nello stesso momento per tutti i popoli. Così si spiega il permanere della storia.
  • La carne è incompatibile con la carità: l'orgasmo trasformerebbe un santo in lupo.
  • La tristezza: un appetito che nessun dolore sazia.
  • Lo spermatozoo è il bandito allo stato puro.
  • Nella mia infanzia, ci divertivamo, i miei compagni ed io, ad osservare il becchino al lavoro. A volte ci passava un cranio con cui giocavamo a pallone. Era per noi una gioia che nessun pensiero funereo veniva a offuscare. Per molti anni ho vissuto in mezzo a preti che al loro attivo avevano migliaia e migliaia di estreme unzioni, eppure non ne ho conosciuto nessuno che fosse incuriosito dalla Morte. Più tardi avrei capito che l'unico cadavere da cui possiamo trarre qualche profitto è quello che in noi si prepara.
  • Nella ricerca del tormento, nell'accanimento alla sofferenza, solo il geloso può competere con il martire. Eppure, si canonizza l'uno e si ridicolizza l'altro.
  • Niente inaridisce una mente quanto la ripugnanza a concepire idee oscure.
  • Obiezione contro la scienza: questo mondo non merita di essere conosciuto.
  • Ogni occidentale tormentato fa pensare ad un eroe dostoevskiano con un conto in banca.
  • Onan, Sade, Masoch – che fortunati! I loro nomi, al pari delle loro imprese, non tramonteranno mai.
  • Per non aver saputo celebrare l'aborto o legalizzare il cannibalismo, le società moderne dovranno risolvere le loro difficoltà con procedimenti ben più sbrigativi.
  • Più uno spirito corre dei pericoli, più sente il bisogno di apparire superficiale, di darsi un'aria frivola e di moltiplicare i malintesi sul proprio conto.
  • Quando la feccia sposa un mito, preparatevi a un massacro o, peggio ancora, a una nuova religione.
  • Se Noè avesse avuto il dono di leggere il futuro, non c'è alcun dubbio che si sarebbe fatto colare a picco.
  • Se una sola volta fosti triste senza motivo, lo sei stato tutta la vita senza saperlo.
  • Senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito.
  • Signore, abbi pietà del mio sangue, della mia anemia in fiamme!
  • Solo le nature erotiche sacrificano alla noia, deluse in anticipo dall'amore.
  • Soltanto le passioni simulate, i deliri finti hanno qualcosa a che fare con lo spirito, e con il rispetto di noi stessi; i sentimenti sinceri presuppongono una mancanza di riguardo verso di sé.
  • Sperare significa smentire l'avvenire.
  • Tante volte mi ha fatto morire la mia avidità di agonie che mi sembra indecente abusare ancora di un cadavere dal quale non posso ricavare più niente.

[modifica] Squartamento

  • All'Inferno, il cerchio meno affollato ma più duro di tutti, deve essere quello in cui non si può dimenticare il Tempo un solo istante.
  • Allo zoo. – Tutte queste bestie hanno un contegno decente, all'infuori delle scimmie. Si sente che l'uomo non è lontano.
  • Chi non ha sofferto non è un essere: tutt'al più un individuo.
  • Ci si addormenta sempre con una contentezza che non si può descrivere, si scivola nel sonno e si è felici di sprofondarvisi. Se ci si risveglia malvolentieri, è perché non si abbandona senza pena l'incoscienza, vero e unico paradiso. Quanto dire che l'uomo non è appagato se non quando cessa di essere uomo.
  • Dopo una malattia grave, in certi Paesi asiatici, nel Laos ad esempio, succede che si cambia nome. Che visione all'origine di un tale costume! In realtà, si dovrebbe cambiare nome dopo ogni esperienza importante.
  • È necessariamente volgare tutto ciò che non ha un qualcosa di funebre.
  • Guai al libro che si può leggere senza interrogarsi per tutto il tempo sull'autore!
  • In un settimanale inglese, un attacco contro Marco Aurelio, che l'autore accusa d'ipocrisia, di filisteismo e di affettazione. Furente, mi apprestavo a rispondere quando, pensando all'imperatore, mi sono in fretta ripreso. Era giusto che non mi indignassi in nome di chi mi ha insegnato a non indignarmi mai.
  • La base della società, di ogni società, è un certo orgoglio d'obbedire. Quando questo orgoglio non esiste più, la società crolla.
  • La conversazione è feconda soltanto tra spiriti dediti a consolidare le loro perplessità.
  • La morte è ciò che fino a ora la vita ha inventato di più solido.
  • La speranza è la forma normale del delirio.
  • La timidezza, fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.
  • La vecchiaia, in definitiva, non è che la punizione di essere vissuti.
  • La vera eleganza morale consiste nell'arte di travestire le proprie vittorie da sconfitte.
  • Morire a sessanta o a ottant'anni è più duro che a dieci o a trenta. L'assuefazione alla vita, ecco la difficoltà. Perché la vita è un vizio. Il più grande che ci sia. Il che spiega perché si faccia tanta fatica a sbarazzarsene.
  • Niente rende modesti, neppure la vista di un cadavere.
  • Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché si ha voglia di dire qualcosa.
  • Passo il tempo a consigliare il suicidio con gli scritti e a sconsigliarlo con la parola. Il fatto è che nel primo caso si tratta di un esito filosofico; nel secondo, di un essere, di una voce, di un lamento...
  • Piante e bestie recano i segni della salvezza come l'uomo quelli della perdizione. Questo è vero per ciascuno di noi, per l'intera specie, accecata e vinta dall'esplosione dell'Incurabile.
  • Proverbio cinese: "Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà". Da mettere in epigrafe a ogni commento sulle ideologie.
  • Quando un solo cane si mette ad abbaiare a un'ombra, diecimila cani ne fanno una realtà.
  • [Un neonato] Questo cranio nudo, questa calvizie originaria, questa scimmia infima che ha soggiornato per mesi in una latrina e che fra poco dimenticando le sue origini, sputerà sulle galassie...
  • Se la morte non fosse una forma di soluzione, i viventi avrebbero trovato un modo qualsiasi di aggirarla.
  • Si è e si resta schiavi finché non si è guariti dalla mania di sperare.
  • Si vive nel falso fino a che non si è sofferto. Ma quando si comincia a soffrire, si entra nel vero soltanto per rimpiangere il falso.
  • Un poeta spagnolo mi invia un biglietto augurale che raffigura un ratto, simbolo, scrive, di tutto quello che possiamo "sperare" dall'anno. Da tutti gli anni, avrebbe potuto aggiungere.
  • Un uomo che si rispetti non ha patria.

[modifica] Note

  1. Il riferimento è al testo biblico Giobbe 3, 1-26.
  2. In Memorie dal sottosuolo.
  3. In Ecce homo.

[modifica] Bibliografia

  • Emil Cioran, Squartamento, traduzione di Mario Andrea Rigoni, Adelphi, 1981. ISBN 8845904598
  • Emil Cioran, Il funesto demiurgo o Il demiurgo cattivo, traduzione di Diana Grange Fiori, Adelphi, Milano, 1986. ISBN 8845906450
  • Emil Cioran, La tentazione di esistere, traduzione di Lauro Colasanti e Carlo Laurenti, Adelphi, 1988.
  • Emil Cioran, Lacrime e santi, traduzione di Sanda Stolojan, Adelphi, 1990. ISBN 8845907511
  • Emil Cioran, L'inconveniente di essere nati, traduzione di L. Zilli, Adelphi, Milano, 1991. ISBN 8845908704
  • Emil Cioran, Sillogismi dell'amarezza, traduzione di Cristina Rognoni, Adelphi, 1993. ISBN 884590976X
  • Emil Cioran, Sommario di decomposizione, traduzione di Mario Andrea Rigoni e Tea Turolla, Adelphi, 1996. ISBN 8845912477
  • Emil Cioran, Al culmine della disperazione, traduzione di Fulvio Del Fabbro e Cristina Fantechi, Adelphi, 1998. ISBN 8845914143
  • Emil Cioran, Confessioni e anatemi, traduzione di Mario Bortolotto, Adelphi, 2007. ISBN 9788845922121

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