Blaise Pascal

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Blaise Pascal

Blaise Pascal (1623 – 1662), matematico, fisico, filosofo e teologo francese.

Citazioni di Blaise Pascal[modifica]

  • [Lettera a Pierre de Fermat] Cerca altrove per qualcuno che ti possa seguire nelle tue ricerche riguardo ai numeri. Da parte mia, ti confesso che sono molto oltre la mia portata, e mi sento in grado solamente di ammirarli.[1]
  • Poiché Dio, se esiste, è nascosto, ogni religione che non afferma che Dio è nascosto non può essere vera.[2]
  • Questa lettera è più lunga delle altre perché non ho avuto agio di farla più breve.[3]

Pensieri[modifica]

Incipit[modifica]

Nell'uno i principi sono evidenti, ma lontani dall'uso comune, di modo che si ha difficoltà a volgere la mente verso di essi per mancanza di abitudine; ma, per poco che la si volga ad essi, i principi si scorgono appieno; e solo una mente del tutto guasta può ragionare malamente su dei principi così evidenti, che è quasi impossibile che sfuggano.

Citazioni[modifica]

  • Ridersela della filosofia significa filosofare per davvero. (n. 4, 1994)
  • Quanto più spirito possediamo, tanto meglio scopriamo che ci sono uomini originali. La gente comune non trova alcuna differenza tra gli uomini. (n. 7, 1994)
  • Di solito siamo meglio convinti dalle ragioni che troviamo da noi stessi, che da quelle che ci provengono dagli altri. (n. 10, 1994)
  • Le fiumane sono strade che camminano e che portano dove si vuole andare. (n. 17, 1994)
  • L'ultima cosa che si pensa scrivendo un libro è sapere che cosa bisogna mettere in principio. (n. 19, 1994)
  • La vera eloquenza si ride dell'eloquenza. (citato in Guglielmo Audisio, Lezioni di eloquenza sacra, Giacinto Marietti, Torino 1870)
La vrate éloquence se moque de l'éloquence; la vrate morale su moque de la morale; c'est-à-dire que la morale du jugement se moque de la morale de l'espirit qui est saus règale. (da Pensée de phliosoph et de litt., XXIV)
  • L'eloquenza è un ritratto del pensiero; perciò, quelli che dopo aver dipinto aggiungono ancora qualcosa, fanno un quadro invece di un ritratto. (n. 26, 1994)
  • La simmetria consiste nel cogliere con un colpo d'occhio; essa è fondata sul fatto che non c'è motivo di fare diversamente; ed è fondata anche sulla figura dell'uomo, ed è per questo che si vuole la simmetria soltanto in larghezza, ma non in altezza o in profondità. (n. 28, 1994)
  • Quando siamo di fronte a uno stile naturale, restiamo stupiti e incantati, perché ci aspettavamo di vedere un autore e troviamo invece un uomo. (n. 29, 1994)
  • È assai più bello sapere un po' di tutto che saper tutto di una cosa. (n. 37, 1994)
  • Tutto quello che serve soltanto all'autore non vale nulla. (n. 41, 1994)
  • Piace chiamar "principe" un re, perché diminuisce la sua qualità. (n. 42, 1994)
  • Volete che gli altri pensino bene di voi? Non parlatene. (n. 44, 1994)
  • Dicitore di motti di spirito, cattivo carattere. (n. 46, 1994)
Diseur de bons mots, mauvais caractère. (Pensées morales, I p., art. IX, n. XXII)
  • La scienza delle cose esteriori non mi consolerà dell'ignoranza della morale, nel tempo dell'afflizione; ma la scienza dei costumi mi consolerà sempre dell'ignoranza delle scienze esteriori. (n. 67, 1994)
  • Troppo vino e troppo poco vino. Non gliene date, e non potrà trovare la verità; dategliene troppo, e avrete lo stesso risultato. (n. 71, 1994)
  • Tutto questo mondo visibile non è che un impercettibile segmento nell'ampio cerchio della natura. Nessuna idea le si accosta. Abbiamo voglia di gonfiare le nostre concezioni, al di là degli spazi immaginabili; noi riusciamo soltanto a partorire atomi rispetto alla realtà delle cose. È una sfera infinita il cui centro è dappertutto e la circonferenza da nessuna parte. (n. 72, 1994)
  • Che cos'è in fondo l'uomo nella natura? Un nulla rispetto all'infinito, un tutto rispetto al nulla; un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall'abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l'infinito dal quale è inghiottito. (n. 43, 1994)
  • Giusto mezzo. (n. 82 dell'ediz. Brunschvigg, Parigi, Hachette, 1904, to. II, p. 11)
Juste milieu.
  • Le impressioni antiche non sono le sole a ingannarci: anche il fascino della novità ha lo stesso potere. (n. 82, 1994)
  • C'è una differenza universale ed essenziale tra le azioni della volontà e tutte le altre.
    La volontà è uno dei principali organi della credenza; non già che formi la credenza, ma perché le cose sono vere o false secondo il lato da cui si considerano. La volontà, che si compiace più di una cosa che di un'altra, distoglie la mente dal considerare le qualità di quelle cose che essa non ama vedere; e così la mente, che cammina di pari passo con la volontà, si ferma a guardare il lato che piace a questa e così giudica da quel che vede. (n. 99, 1994)
  • Mentre scrivo il mio pensiero, questo talvolta mi sfugge; ma ciò mi fa ricordare la mia debolezza, che dimentico ad ogni momento; il che m'istruisce quanto il pensiero dimenticato, poiché non tendo che a conoscere il mio nulla. (n. 100, 1996)
  • Ci sono dei vizi che vivono in noi soltanto per mezzo degli altri e che, tagliando il tronco, si tolgono via come rami. (n. 102, 1994)
  • Le cose hanno qualità diverse e l'anima ha inclinazioni diverse, perché tutto quello che si offre all'anima non è mai semplice e neppure l'anima è mai semplice per alcun soggetto. Per questo si piange e si ride per una stessa cosa. (n. 112, 1994)
  • Non posso giudicare la mia opera mentre la faccio; è necessario che mi comporti come i pittori, e che me ne allontani; non troppo però. Quanto allora? Vattelapesca. (n. 114, 1994)
  • La nostra natura sta nel movimento; il completo riposo è la morte. (n. 129, 1994)
  • Due volti simili, che presi a parte non fanno ridere, messi insieme fanno ridere per la loro somiglianza. (n. 133, 1994)
  • Che vanità la pittura, la quale richiama l'attenzione per la somiglianza con le cose di cui non si ammirano gli originali. (n. 134, 1994)
  • Non cerchiamo mai le cose, ma la ricerca delle cose. (n. 135, 1994)
  • Basta poco per consolarci, perché basta poco per affliggerci. (n. 136, 1994)
  • Tutta l'infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. (n. 139, 1994)
  • L'uomo è così infelice che si annoierebbe anche senza alcuna causa di noia per lo stato proprio della sua natura. (n. 139, 1994)
  • Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e con il tempo che non potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensar bene: questo è il principio della morale. (n. 139, 1994)
  • Gli uomini si interessano a inseguire una palla o una lepre: è anche il piacere dei re. (n. 141, 1994)
  • Quelli che scrivono contro la vanità vogliono avere la gloria d'aver scritto bene; e quelli che li leggono vogliono avere la gloria di averli letti; e forse anch'io che scrivo queste cose ne ho voglia; e forse quelli che mi leggeranno... (n. 150, 1994)
  • Il naso di Cleopatra: se fosse stato più corto, tutta la faccia della terra sarebbe cambiata. (Miseria dell'uomo senza dio, n. 162, 1994)
  • Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria e l'ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici. (n. 168, 1994)
  • L'unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie. Perché è esso che principalmente ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta inavvertitamente alla perdizione. Senza di esso noi saremmo annoiati, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne. Ma il divertimento ci divaga e ci fa arrivare inavvertitamente alla morte. (n. 171, 1994)
  • Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre occupati del passato e dell'avvenire. Non pensiamo quasi mai al presente, o se ci pensiamo, è solo per prenderne il lume al fine di predisporre l'avvenire. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi; solo l'avvenire è il nostro fine. Così, non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e, preparandoci sempre ad esser felici, è inevitabile che non siamo mai tali. (n. 172, 1994)
  • Ci conosciamo tanto poco che parecchi credono di stare per morire quando stanno bene; e parecchi credono di stare bene quando sono vicini a morire, perché non sentono la febbre vicina o l'ascesso pronto a formarsi. (n. 175, 1994)
  • Corriamo senza curarci del precipizio, dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedircene la vista. (n. 183, 1994)
  • Gli uomini mostrano disprezzo per la religione; hanno per essa odio e paura che sia vera. Per guarirli di ciò, bisogna cominciare col provare che la religione non è contraria alla ragione; è venerabile, e bisogna farla rispettare; in seguito renderla amabile, far desiderare ai buoni che sia vera e poi provare che essa è vera. (n. 187, 1994)
  • Cominciare col compiangere gli increduli: sono abbastanza infelici per la loro stessa condizione. Non bisognerebbe ingiuriarli, tranne il caso che ciò possa servire a qualcosa; ma ad essi questo nuoce. (n. 189, 1994)
  • Compiangere gli atei che cercano: infatti non sono abbastanza infelici? Inveire contro coloro che ne fanno ostentazione. (n. 190, 1994)
  • Conoscano almeno qual è la religione che combattono, prima di combatterla. Se questa religione si vantasse d'avere una visione chiara di Dio e di possederlo apertamente e senza veli, la combatterebbe chi dicesse che nel mondo non si vede nulla che lo mostri con evidenza. Ma, poiché, al contrario, la religione afferma che gli uomini sono nelle tenebre e nella lontananza da Dio, che egli s'è nascosto alla loro conoscenza e che il nome che egli stesso si dà nelle Scritture è proprio questo: Deus absconditus. (n. 194, 1994)
  • "Come non so donde vengo, così non so neppure dove vado; e so soltanto che, uscendo da questo mondo, piombo per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio irritato, senza sapere quale di queste due condizioni mi toccherà in eterno. [...]" Chi vorrebbe avere per amico uno che parlasse a questo modo? [...] A dire il vero, è un onore per la religione avere come nemici uomini così irragionevoli; e la loro opposizione è così poco pericolosa che essa se ne serve addirittura per confermare le sue verità. (n. 194, 1994)
  • Niente rivela maggiormente un'estrema debolezza di mente quanto il non conoscere che cosa sia l'infelicità di un uomo senza Dio; niente denota maggiormente una cattiva disposizione del cuore quanto il non desiderare la verità delle promesse eterne; niente è così stupido quanto il fare il gradasso con Dio. (n. 194, 1944)
  • Non so chi mi abbia messo al mondo, né che cosa sia il mondo, né che cosa io stesso. Sono in un'ignoranza spaventosa di tutto. Non so che cosa siano il mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa stessa parte di me che pensa quel che dico, che medita sopra di tutto e sopra se stessa, e non conosce sé meglio del resto. Vedo quegli spaventosi spazi dell'universo, che mi rinchiudono; e mi trovo confinato in un angolo di questa immensa distesa, senza sapere perché sono collocato qui piuttosto che altrove, né perché questo po' di tempo che mi è dato da vivere mi sia assegnato in questo momento piuttosto che in un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e di tutta quella che mi seguirà. Da ogni parte vedo soltanto infiniti, che mi assorbono come un atomo e come un'ombra che dura un'istante, e scompare poi per sempre. Tutto quel che so è che debbo presto morire; ma quel che ignoro di più è, appunto, questa stessa morte, che non posso evitare. (n. 194, 1994)
  • Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell'eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che vedo inabissato nell'infinita immensità degli spazi che ignoro e che m'ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c'è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora. (n. 205, 1994)
  • Il silenzio eterno degli spazi infiniti mi sgomenta. (n. 206, 1994)
  • Tra noi da una parte e l'inferno o il cielo dall'altra non c'è che la vita, che è la cosa più fragile che esista. (n. 213, 1994)
  • Gli atei devono dire cose perfettamente chiare, orbene, non è perfettamente chiaro che l'anima sia materiale. (n. 221, 1994)
  • Incomprensibile che Dio esista e incomprensibile che non esista; che l'anima sia unita al corpo e che noi non abbiamo anima; che il mondo sia creato e che non lo sia ecc.; che il peccato originale esista e che non esista. (n. 230, 1994)
  • Valutiamo il guadagno e la perdita, scegliendo croce, cioè l'esistenza di Dio. Esaminiamo questi due casi: se guadagnate, guadagnate tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che egli esiste, senza esitare. (n. 233, 1994)
  • Per il calcolo delle probabilità, dovete studiarvi di cercare la verità, perché se morite senza adorare il vero principio, siete perduto.
    – Ma, mi direte, se Egli avesse voluto che lo adorassi, mi avrebbe lasciato i segni della sua volontà.
    – Appunto così ha fatto. Voi però li trascurate. Cercateli, perché ne vale la pena. (n. 236, 1994)
  • L'ateismo è un segno di forza di spirito, ma fino a un certo punto soltanto. (n. 225, 1994)
  • Se c'è un Dio, egli è infinitamente incomprensibile, perché, non possedendo né parti né limiti, non ha alcuna proporzione con noi. [...] "Dio esiste oppure non esiste?" Da che parte ci decideremo? La ragione non può decidere nulla; c'è di mezzo un caos infinito. Si giuoca una partita, all'estremità di questa distanza infinita, dove risulterà testa o croce. Su che cosa puntare? Secondo ragione, non potete scegliere né l'uno né l'altra; secondo ragione, non potete escludere nessuno dei due. Dunque non accusate di falsità coloro che hanno fatto una scelta, perché non ne sapete niente. (n. 233, 1994)
  • Coloro che sperano nella salvezza sono felici per questo, ma hanno per contrappeso la paura dell'inferno. (n. 239, 1994)
  • Significa proprio essere superstizioso voler fondare la propria speranza nelle formalità; ma significa essere superbo non volersi sottomettere ad esse. (n. 249, 1994)
  • L'abitudine rende le nostre prove più forti e più credute; essa spiega l'automa, e questo trascina l'intelletto senza che se ne accorga. [...] Bisogna acquistare una credenza più facile, che è quella dell'abitudine la quale, senza violenza, senza artificio, senza argomentazione, ci fa credere le cose e inclina tutte le nostre facoltà a questa credenza in modo che la nostra anima vi cada naturalmente. (n. 252, 1994)
  • Due eccessi: escludere la ragione, non ammettere che la ragione. (n. 253, 1994)
  • Esistono tre categorie di individui: quelli che servono Dio dopo averlo cercato; quelli che si sforzano di cercarlo senza ancora trovarlo; quelli che vivono senza cercarlo e senza averlo trovato. I primi sono ragionevoli e felici, gli ultimi sono pazzi e infelici, quelli di mezzo sono infelici e ragionevoli. (n. 257, 1994)
  • Negare bene, credere bene, dubitare bene sono per l'uomo quel che è il correre per il cavallo. (n. 260, 1994)
  • La fede dice quel che i sensi non dicono, ma non il contrario di quel che i sensi vedono. È al di sopra e non contro. (n. 265, 1994)
  • Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c'è un'infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo. Se le cose naturali la trascendono, che dire di quelle soprannaturali? (n. 267,[4] 1962)
  • Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. (n. 277, 1994)
  • Il cuore, e non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore e non alla ragione. (n. 278, 1994)
  • Conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche col cuore. (n. 282, 1994)
  • Mio, tuo. – «Questo cane è mio», dicevano quei poveri ragazzi. «Questo posto al sole è mio». Ecco l'inizio e l'immagine dell'usurpazione su tutta la terra. (n. 295, 1994)
  • La giustizia senza la forza è impotente. (n. 298, 1994)
  • Bisogna dunque unire la giustizia e la forza; e perciò bisogna far sì che ciò che è giusto sia forte e che ciò che è forte sia giusto. (n. 298, 1994)
  • La forza è la regina del mondo, non già l'opinione. – Ma l'opinione fa uso della forza. (n. 303, 1994)
  • Le guerre civili solo il più grande male. (n. 314, 1994)
  • È un gran vantaggio la nobiltà, perché a partire dai diciotto anni mette un uomo sul candeliere, lo rende conosciuto, rispettato: cose che un altro potrebbe ottenere con i suoi meriti solo a cinquant'anni. Sono trent'anni guadagnati senza fatica. (n. 322, 1994)
  • Bisogna obbedire ai superiori, non perché sono giusti, ma perché sono superiori. (n. 326, 1994)
  • Non si riesce a immaginare Platone e Aristotele se non con gran vesti di pedanti. Erano invece delle persone comuni e ridevano, come gli altri, con i loro amici; e quando si sono divertiti a scrivere le Leggi e la Politica l'hanno fatto per divertirsi; questa era la parte meno filosofica e meno seria della loro vita, mentre la più filosofica era di vivere semplicemente e tranquillamente. Se hanno scritto di politica, l'han fatto come per dar norme per un manicomio; e se hanno finto di parlarne come di cosa seria, l'hanno fatto perché i pazzi a cui si rivolgevano credevano di essere re e imperatori, ed essi si immedesimavano dei princìpi di costoro per rendere la loro follia meno dannosa possibile. (n. 331, 1994)
  • Istinto e ragione, segni di due nature. (n. 344, 1994)
  • Il pensiero costituisce la grandezza dell'uomo. (n. 344, 1994)
  • L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno chetutto l'universo s'armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente. (n. 347, 1994)
  • Non devo chiedere la mia dignità allo spazio, ma al retto uso del mio pensiero. Non otterrei nulla di più col possesso delle terre; mediante lo spazio, l'universo mi circonda e mi inghiottisce come un punto; mediante il pensiero, io lo comprendo. (n. 348, 1994)
  • Quel che può la virtù di un uomo non si deve misurare dai suoi sforzi ma dal suo comportamento ordinario. (n. 352, 1994)
  • La natura dell'uomo non è di avanzare sempre; ha i suoi alti e bassi. (n. 354, 1994)
  • L'uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuol fare l'angelo fa la bestia. (n. 359, 1994)
  • Pochi parlano umilmente dell'umiltà; pochi della castità, castamente; pochi del pirronismo, dubitando. (n. 377, 1994)
  • Nel mondo ci sono tutte le buone massime; manca soltanto l'applicazione. (n. 380, 1994)
  • La contraddizione è un cattivo segno di verità: parecchie cose certe sono contraddette; parecchie cose false passano senza contraddizione. Né la contraddizione è un segno di falsità, né la non contraddizione è un segno di verità. (n. 384, 1994)
  • Non è certo che tutto sia incerto. (n. 387, 1994)
  • Due cose istruiscono l'uomo su tutta la sua natura; l'istinto e l'esperienza. (n. 396, 1994)
  • La grandezza dell'uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile. (n. 397, 1994)
  • Abbiamo un'opinione così grande dell'anima dell'uomo che non possiamo tollerare di essere disprezzati e di non essere stimati; tutta la felicità degli uomini consiste in questa stima. (n. 400, 1994)
  • Le bestie non s'ammirano tra loro. Un cavallo non ammira il suo compagno. (n. 401, 1994)
  • La grandezza dell'uomo è così evidente che si deduce anche dalla sua miseria. Infatti ciò che è natura negli animali lo chiamiamo miseria nell'uomo; dal che deduciamo che essendo oggi la sua natura simile a quella degli animali, egli è decaduto da una migliore natura, che un tempo gli era propria. (n. 409, 1994)
  • Gli uomini sono così necessariamente folli che il non essere folle equivarrebbe a essere soggetto a un'altra specie di follia. (n. 400, 1994)
  • Che cosa dunque ci gridano questa avidità e questa impotenza se non che un tempo c'è stata nell'uomo una vera felicità di cui adesso non gli restano che il segno e la traccia di un vuoto che egli inutilmente cerca di colmare con tutto quello che lo circonda, chiedendo alle cose assenti il soccorso che non ha dalle presenti, ma che tutte quante sono incapaci di dargli, perché l'abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, vale a dire Dio stesso? (n. 425, 1994)
  • Se l'uomo non è fatto per Dio, perché mai non è felice se non in Dio? Se l'uomo è fatto per Dio, perché mai è così contrario a Dio? (n. 438, 1994)
  • L'uomo non agisce con la ragione che costituisce il suo essere. (n. 439, 1994)
  • L'io è odioso. (n. 455, 1994)
  • Dio deve regnare su tutto, e tutto deve essere riferito a lui. (n. 460, 1994)
  • Il più piccolo movimento interessa tutta la natura; il mare intero muta per una pietra. (n. 505, 1994)
  • Per fare di un uomo un santo ci vuole la grazia, e chi ne dubita non sa cosa sia un uomo e che cosa sia un santo. (n. 508, 1994)
  • Chi dicesse che l'uomo è troppo basso per meritare la comunione con Dio, dev'essere abbastanza grande per dare questo giudizio. (n. 511, 1994)
  • La conoscenza di Dio senza la conoscenza della propria miseria genera l'orgoglio. La conoscenza della propria miseria senza la conoscenza di Dio genera la disperazione. La conoscenza di Gesù Cristo sta tra i due estremi, perché in essa troviamo Dio e la nostra miseria. (n. 537, 1994)
  • Ci sono due categorie di uomini: i giusti che si credono peccatori, e i peccatori che si credono giusti. (La morale e la dottrina, n. 534, 1994)
  • Il cristianesimo è strano. Ordina all'uomo di riconoscersi vile e abominevole, e gli ordina di voler essere simile a Dio. Senza un tale contrappeso, questa elevazione lo renderebbe orribilmente superbo, oppure quell'abbassamento lo renderebbe terribilmente abietto. (n. 537, 1994)
  • La speranza dei cristiani di possedere un bene infinito è permeata di gioia reale e di timore; difatti per essi non è come per coloro che s'aspettassero un regno di cui intanto non possiedono nulla, essendo dei sudditi; i cristiani invece sperano la santità, la liberazione dall'ingiustizia e ne posseggono qualcosa. (n. 540, 1994)
  • Non soltanto conosciamo Dio unicamente per mezzo di Gesù Cristo, ma conosciamo noi stessi unicamente per mezzo di Gesù Cristo. (n. 548, 1994)
Non conosciamo noi stessi se non per mezzo di Gesù Cristo. All'infuori di Lui non sappiamo che cosa sia la nostra vita, né la nostra morte, né noi stessi. (citato in Natale Ginelli, La tua via, Edizioni Paoline, 1957)
  • Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo. (n. 553, 1994)
  • La religione è una cosa tanto grande che è giusto che coloro che non vogliono darsi pena di cercarla, se essa è oscura, ne siano privati. (n. 574, 1994)
  • La natura ha delle perfezioni per dimostrare che essa è l'immagine di Dio e ha dei difetti per mostrare che ne è solo un'immagine. (n. 580, 1994)
  • I pagani non conoscono Dio e amano soltanto la terra. Gli ebrei conoscono il vero Dio e amano soltanto la Terra. I cristiani conoscono il vero Dio e non amano affatto la terra. (n. 608, 1994)
  • Non si comprendono le profezie se non quando le cose sono accadute. (n. 698, 1994)
  • Un artigiano che parli delle ricchezze, un procuratore che parli della guerra, della regalità, ecc.; ma il ricco parla bene delle ricchezze, il re parla con freddezza d'un gran dono appena fatto e Dio parla con proprietà di Dio. (n. 799,[5] 1962)
  • Proprio come predetto dalle profezie bibliche, i pagani in folla adorano Dio e conducono una vita angelica; le fanciulle consacrano la loro verginità e la loro vita a Dio, gli uomini rinunciano a tutti i piaceri. Laddove Platone non era riuscito a persuadere pochi uomini scelti e ben istruiti, riesce a farlo una forza segreta con milioni di uomini ignoranti, in virtù di poche parole. (n. 724)
  • La moltitudine che non si riduce all'unità è confusione; l'unità che non dipende dalla moltitudine è tirannia. (n. 871, 1994)
  • È orribile che ci si proponga la disciplina della Chiesa d'oggi come talmente buona che si considera un delitto il volerla cambiare. Un tempo essa era infallibilmente buona, e si ammette che la si poté cambiare senza peccato; e adesso così come è, non si potrà desiderare di cambiarla! (n. 885, 1994)
  • Non si fa mai il male così pienamente e così allegramente come quando lo si fa per coscienza. (n. 895, 1994)
  • Il servo non sa ciò che fa il padrone, perché il padrone gli dice soltanto l'azione e non lo scopo; per questo egli vi si assoggetta servilmente e spesso pecca contro il fine. Ma Gesù Cristo ci ha detto il fine. E voi distruggete questo fine. (n. 897, 1994)
  • Il silenzio è la più grande persecuzione: i santi non hanno mai taciuto. (n. 920, 1994)
  • Tre gradi di latitudine capovolgono tutta la giurisprudenza, un meridiano decide della verità. In pochi anni di dominio le leggi fondamentali cambiano, il diritto ha le sue epoche, l'entrata di Saturno nel Leone segna l'origine del tale crimine. Ridicola giustizia, delimitata da un fiume! Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là. (n. 144 [56], 1995)

Traduzione non precisata[modifica]

 Se sai da quale traduzione è tratta una di queste citazioni, per piacere inseriscila, grazie Se sai da quale traduzione è tratta una di queste citazioni, per piacere inseriscila, grazie

  • Dio è nascosto. Ma si lascia trovare da quanti lo cercano. (da Breviario, Pensieri inediti, XV)
  • Le qualità dell'animo non si possono acquistare con l'abitudine; si perfezionano solamente
  • Non pensare quello che penso io, altrimenti penseresti come penso io.
  • Ognuno ha in sé l'originale della bellezza di cui cerca la copia nel vasto mondo.
  • Ritengo che contro chiunque vorrebbe rinvenire nell'uomo la spiegazione dell'uomo stesso, l'uomo sia un problema la cui soluzione si trova soltanto in Dio.
  • Siamo così presuntuosi che ci piacerebbe essere noti in tutto il mondo, anche da persone che nasceranno solo quando saremo già morti. Ma la nostra vanità è tale che la buona opinione di una mezza dozzina di persone intorno a noi ci dà piacere e soddisfazione.
  • Un punto soltanto, indivisibile, è quello giusto; gli altri son troppo vicini o troppo lontani, troppo alti o troppo bassi. La prospettiva sa fissarlo nell'arte della pittura; ma nella verità e nella morale, chi lo stabilirà? (citato in Joseph L. Mankiewicz, a cura di Alberto Morsiani, Il Castoro Cinema, 1991. Ed. 2005)
  • Che cos'è l'io?
    Un uomo che si mette alla finestra per vedere i passanti, se io passo di là, posso dire che si è messo là per vedere me? No, perché egli non pensa a me in particolare; ma colui che ama qualcuno a causa della sua bellezza, lo ama? No, perché il vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, non gliela farà più amare.
    Ma se mi amano per la mia intelligenza, per la mia memoria, amano davvero me? No, perché posso perdere queste qualità senza perdere me stesso. Dov'è dunque questo io, se non si trova nel corpo e neppure nell'anima? E come amare il corpo o l'anima, se non per queste qualità, che non sono ciò di cui è fatto l'io, dal momento che sono caduche? Si può amare la sostanza dell'anima di una persona in modo astratto, indipendentemente dalle sue qualità? Non è possibile e non sarebbe giusto. Non amiamo dunque mai nessuno, ma solo le sue qualità.
    Non prendiamoci più gioco dunque di quelli che si fanno onorare a causa di cariche e di uffici, perché non si ama nessuno se non per qualità prese a prestito. (n. 582)

Citazioni su Blaise Pascal[modifica]

  • Ci fu un uomo che a 12 anni, con aste e cerchi, creò la matematica; che a 16 compose il più dotto trattato sulle coniche dall'antichità in poi; che a 19 condensò in una macchina una scienza che è dell'intelletto; che a 23 dimostrò i fenomeni del peso dell'aria ed eliminò uno dei grandi errori della fisica antica; che nell'età in cui gli altri cominciano appena a vivere, avendo già percorso tutto l'itinerario delle scienze umane, si accorge della loro vanità e volge la mente alla religione; [...] che, infine, [...] risolse quasi distrattamente uno dei maggiori problemi della geometria e scrisse dei pensieri che hanno sia del divino che dell'umano. Il nome di questo genio è Blaise Pascal. (François-René de Chateaubriand)
  • Contro Pascal, io dico: il Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe e il Dio dei filosofi è lo stesso Dio. (Paul Tillich)
  • Durante tutto questo periodo di evoluzione spirituale non ho mai pregato: temevo il potere di suggestione della preghiera, quel potere per cui Pascal la raccomanda. Il metodo di Pascal mi pare uno dei peggiori per giungere alla fede. (Simone Weil)
  • Mi ha sempre colpito inve­ce l'argomento di Pascal, riconducibile a quella che oggi si definisce 'teoria dei giochi': dopo un'accurata analisi dei pro e dei con­tro, il filosofo-matematico francese (inventore del calcolo delle probabilità) sostiene che la scelta di credere in Dio e in una vita eterna sia più 'conveniente'. (Marco Andreatta)
  • Pascal diceva che conviene scommettere sull'esistenza di Dio. In sintesi l'idea è che se scommettiamo sull'esistenza di Dio e Dio esiste vinciamo la scommessa con un guadagno infinito. Se dio non esiste, non perdiamo nulla e almeno abbiamo trascorso un esistenza resa più lieta dalla fede. (Gianrico Carofiglio)
  • Pascal, ti ammiro, sei mio, penetro il tuo pensiero come se io pensassi in te; tristezza magnanima, profonda, profonda come la notte; com'essa è piena di deboli luci lontane! Sii mio maestro, adottami; io soffro infinitamente, gravito intorno alla verità, non la raggiungo mai. Hai tu veramente creduto alla rivelazione? (Sully Prudhomme)
  • Pascal ha detto una volta: filosofo è colui il quale si ribella alla filosofia. Che meschina filosofia! (Fëdor Dostoevskij)
  • Pascal vedeva in due figure, Epitteto e Montaigne, i suoi veri e propri tentatori, contro i quali aveva bisogno di difendere e assicurare sempre di nuovo il suo cristianesimo. (Friedrich Nietzsche)
  • Sono arrivato a questi studi dopo 18 anni di scuola di stato. Ho dovuto imparare tutto, partendo dal niente. [...] Il primo biglietto della catena fu una copia dei Pensieri di Pascal, acquistata per certe ricerche marginali del corso di laurea in scienze politiche. A Blaise Pascal questo libro [Ipotesi su Gesù] è dedicato: senza di lui non sarebbe mai stato scritto. O sarebbe stato del tutto diverso. (Vittorio Messori)
  • Tra gli autori di ieri, a Fogazzaro va la mia convinta simpatia. Ma resta per me insuperata l'attrattiva verso la stupenda costruzione logica delle pagine di Biagio Pascal. (Giulio Andreotti)

Note[modifica]

  1. Citato in G. Simmons, Calculus Gems, McGraw Hill, New York, 1992.
  2. Citato in Vittorio Messori, Ipotesi su Gesù, SEI, Torino, 1976, p. 35.
  3. Da Le provinciali, XVI.
  4. Numerazione nell'edizione Brunschvicg; n. 139 nella traduzione citata.
  5. Numerazione nell'edizione Brunschvicg; n. 798 nella traduzione citata.

Bibliografia[modifica]

  • Blaise Pascal, Breviario, a cura di Claudio Marcellino, traduzione di Adriano Bausola e R. Tapella, Rusconi libri s.r.l, Milano, 1994. ISBN 88-18-12117-0
  • Blaise Pascal, Le provinciali, traduzione di Paolo Serini, Laterza, 1963.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Paolo Serini, Einaudi, Milano, 1962.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Franco De Poli, Fabbri Editori, 1969.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di E. Balmas e L. Stecca, Patron, Bologna 1978.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Gennaro Auletta, Mondadori, Milano 1994.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione e cura di Chiara Vozza, Guaraldi, Rimini 1995. ISBN 88-8049-041-9. Anteprima parziale online.
  • Blaise Pascal, Pensieri, introduzione, note e apparati di Adriano Bausola, traduzione di Adriano Bausola e Remo Tapella, Rusconi, Milano, 1996
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Franco De Poli, Rizzoli, 1999.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Adriano Bausola, Bompiani, 2000.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Carlo Carena, Einaudi, 2004.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Bruno Nacci, Garzanti, 2006.
  • Blaise Pascal, Pensieri, traduzione di Franco De Poli, RCS Quotidiani, 2010.
  • Blaise Pascal, Pensieri, Opuscoli e Lettere, traduzione di Adriano Bausola e R. Tapella, Rusconi, Milano 1978.

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