Corrado Augias

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Corrado Augias nel 2014

Corrado Augias (1935 – vivente), giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano.

Citazioni di Corrado Augias[modifica]

  • [Dopo la morte di Luca Nicolini, presidente del comitato organizzatore del Festivaletteratura] Devo dire che nel successo del Festivaletteratura una parte importante l'ha avuta la città. Magari la medesima intuizione in una città meno pronta ad accogliere l'idea di Nicolini avrebbe avuto vita stentata. Invece si sono incontrati più elementi ed è successo un miracolo.[1]
  • Chi ha ragione? Chi ha visto meglio il tratto saliente della città che, come ogni realtà complessa, può essere considerata da molti e differenti punti di vista? Lo scrittore napoletano Raffaele La Capria definisce Napoli una città bifronte, come Giano, il dio con due facce: «Secondo come la si guarda può essere "disperatissima" o "felicissima"».
    Il dilemma rappresentato da Napoli è forse nel fatto che qualunque giudizio si esprima può essere considerato giusto. La magnificenza e l'abiezione, la bellezza e l'orrore, una gentilezza e una crudeltà che sembrano venire entrambe da tempi remoti. Perché se Napoli fosse solo orrore e ferocia come talvolta la cronaca induce a pensare, non varrebbe nemmeno la pena di arrovellarsi, di chiedersi come mai possa accadere tutto ciò che vi accade.[2]
  • Di tutte le maschere italiane, quella di Pulcinella è la più ricca, la più intensa e articolata. Il personaggio affonda nell'humus della città e della sua plebe, tra le più vivaci del Mediterraneo. Troppo vivace, secondo molti osservatori, vivace al punto da ignorare le regole più elementari e necessarie del comportamento collettivo, quelle che garantiscono la convivenza. Una vivacità che lascia esplodere senza limiti l'energia degli individui, il ribollire del sangue, la vibratilità d'un pensiero veloce impaziente davanti agli ostacoli, si tratti di un individuo o di una legge, che vanno dunque, leggi o individui che siano, eliminati o aggirati. Molto del bene e del male di Napoli, della sua vitalità, del suo incanto, della sua dannazione, è racchiuso nella maschera di Pulcinella.[3]
  • Fellini aveva tratto ispirazione [per il film La dolce vita] da un'inchiesta di Manlio Cancogni pubblicata pochi mesi prima dal settimanale L'Espresso. Il titolo era Capitale corrotta= Nazione infetta; proprio di questo si trattava; il regista italiano, come i grandi narratori francesi o russi dell'Ottocento, aveva interpretato gli indizi acutamente raccolti dal cronista per trasformarli in una narrazione che li trascendeva facendone denuncia e ammonimento.[4]
  • Il comico Beppe Grillo ha dato vita al consueto paradosso di chi dice di voler fare "antipolitica". In realtà il suo è stato un riuscito rito liberatorio, versione civilizzata di quelli celebrati presso certe tribù primitive dove lo stregone che aveva sbagliato o abusato veniva linciato dai suoi ex fedeli e, in qualche caso, mangiato. Grillo ha colto l'ondata di risentimento che c'è nel paese mettendo a bollire in un unico calderone richieste sacrosante e altre di chiaro sapore qualunquistico. È vero che grida vendetta vedere in parlamento dei condannati a pene definitive. Ma prendersela in blocco con le case degli onorevoli è invece demagogia; nel mucchio ci sono autentiche situazioni di privilegio accanto ad altre legittime che risalgono a decenni fa. Attaccare in blocco i partiti è una sciocchezza. I partiti sono stati i tiranti, i tendini di un paese molto diviso, spesso hanno garantito loro, in mancanza d'altro, una riconoscibilità nazionale. Non i partiti in sé ma la loro degenerazione, la loro trasformazione in macchine elettorali o di sottogoverno, è la malattia politica da curare; così come la presa soffocante d'una politica degenerate sulla vita di singoli cittadini e delle loro imprese. Il guaio per Grillo, e per tutti noi, è che quando s'è consumato il rito liberatorio, dopo aver ucciso lo stregone o avergli gridato in piazza un vituperio, l'antipolitica non conta più niente e non porta a niente. L'antipolitica raccoglie un sintomo, lo interpreta, lo potenzia ma non ha nessuna terapia da proporre. Fino a quando non diventa essa stessa politica. È questo il paradosso.[5]
  • Io vado spesso a parlare nelle scuole. Su una classe di 25 ragazzi e ragazze ne vedo due o tre che hanno la scintilla. Il resto sta lì, come capre.[6]
  • La guerra ha un duplice connotato: da un parte, orrore, infamia, abiezione, violenza scatenata nella maniera più brutale; dall'altra possibilità di accendere sentimenti altissimi. Tutti voi, tutti noi abbiamo letto Guerra e pace di Tolstoj. Quante pagine ci sono! La scena di quando il generale Bragatjon che passa in rassegna l'Armata Russa, si ferma e viene avanti l'icona della Vergine Nera, e tutto l'esercito cade in ginocchio, compreso Bragatjon. tutto l'esercito cade in ginocchio davanti a quell'immagine dipinta su una tavoletta di legno. Tolstoj descrive un afflato collettivo, enorme, smisurato. Affianca decine di migliaia di uomini, per un attimo, li rende compartecipi dello stesso destino.[7]
  • [Mi chiede questo signore in sala: perché un non credente come Lei è così affascinato dalla figura di Gesù?] Beh, io sono ateo, nel senso che le teologie di tutte le religioni, compreso l'ebraismo, mi sembrano delle costruzioni. [...] Intendiamoci bene, delle costruzioni geniali, ma fatte dagli uomini. Ma non è vero che sono non credente: io credo fortemente in una possibile spiritualità, umana, degli uomini, e ovviamente -come è naturale che sia- tanto più ci credo quanto più invecchio. Non per il motivo banale: sei più vicino alla morte, e dunque ti raccomandi. No, io sono convinto che con la morte tutto finisce, e non c'è nulla. Polvere, e polvere: tra l'inizio e la fine c'è questo lampo della vita, e, poi, niente prima e niente dopo. No, perché siccome inevitabilmente nel corso di un'esistenza, ognuno di noi ha fatto delle azioni riprovevoli, ecco con la maturità, una certa maggiore rassicurazione, uno credo che debba pagare i suoi debiti. E io i miei debiti li pago, cerco di pagarli, cercando di non nuocere a nessuno, di rispettare gli altri, di rispettare l'ambiente nel quale vivo, di non offendere, anche nelle polemiche che devo affrontare come giornalista di essere corretto. Questa è la mia forma di spiritualità.[8]
  • Mi piace che la Chiesa Cattolica si occupi meno della politica italiana, cosa che per anni ha fatto in maniera asfissiante.[6]
  • Nella Costituzione del '48, l'aggettivo "sacro" è usato solo due volte: una delle due volte è usato per dire che «la difesa della patria è sacro dovere del cittadino».[7]
  • Napoli è una tappa fondamentale, la racconto nelle sue contraddizioni e nella sua estrema vitalità, anche lì [...], Napoli e i napoletani rappresentano nel bene e nel male un'Italia al quadrato.[9]
  • Oggi la questione è più drammatica del previsto, dato che il liberalismo statualistico privo di riferimenti consuetudinari diventa mera immagine speculare del più efferato sistema bicamerale.[10]
  • Privato del suo mantello teologico Gesù diventa una figura più affascinante, perché più drammatica, più fragile, una figura da amare, che si capisce molto meglio senza fede. [...] Noi ci limitiamo ad analizzare Gesù dal punto di vista storico, al pari di Alessandro Magno o Giulio Cesare, altre grandi figure che hanno cambiato il corso degli eventi: se davanti a questo la fede barcolla, povera fede. Si tratta comunque di reazioni che rivelano intolleranza, come lo sono state quelle sul libro di Dan Brown, che pure dal punto di vista delle verità storica è facile da smontare, e questo non va affatto bene.[11]
  • Scrive molto, Bruno. Ovunque si trovi nel suo eterno peregrinare entra ed esce dalle Università iscrivendosi a volte come allievo, altre come docente, e ovunque si segnala per la vivacità del temperamento e l'ingegno brillante. Né scrive solo di filosofia o sulla mnemotecnica. Scrive anche per il teatro, componendo Il Candelaio. Vi appare un mondo corrotto e violento del quale si ride, ma si ride con l'amarezza che qualche volta noi riserviamo alle satire politiche dei nostri tempi che ci fanno sorridere, ma ci fanno sorridere amaramente.[12]
  • [Sugli scontri e l'ostruzionismo in Parlamento da parte del Movimento 5 Stelle] Si tratta di squadrismo inconsapevole. Di Battista dice di essere nato nel '78 e di non avere quindi ricordi del Fascismo. Ma il Fascismo non era poi una cosa così diversa da quanto si sta vedendo in questi giorni in Parlamento. Era antiparlamentarista, movimentista, voleva la piazza e voleva portare la piazza in Parlamento. Mussolini stesso diceva: "Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli". Chi non sa cosa è stato il Fascismo, ripete quegli stilemi.[...] Questi giovani sanno poco di quello che è successo negli anni del Fascismo. Senza saperlo, ripetono comportamenti che ci hanno portato alla rovina. Secondo me è più pericoloso un fascista inconsapevole, rispetto a fascisti dichiarati come Storace e La Russa.[13]
  • [Sui detrattori del ddl Cirinnà che oppongono l'omogenitorialità alla famiglia della tradizione cristiana] Se lei considera in quale famiglia è nato Gesù, lei si rende conto [che] Maria concepisce da un'entità sacra al di fuori del matrimonio, Giuseppe adotta – perché "padre putativo" vuol dire "padre adottivo" – un figlio che non è suo e lo fa per amore di sua moglie. E davanti a questa situazione [...] il disegno di legge Cirinnà diventa acqua fresca.[14]

I segreti di Roma[modifica]

Incipit[modifica]

Da dove cominciare il racconto di un universum qual è Roma? In una città contraddittoria come questa, carica di tutta la gloria, di tutte le rovine e di tutta la polvere che i secoli si sono lasciati dietro, è possibile scorgere le tracce di ogni evento o sentimento umani, l'ardimento e la codardia, la generosità e l'ignavia, l'intraprendenza e la losca mollezza degli infingardi. Non c'è avvenimento della storia conosciuta che non abbia lasciato un segno, una cicatrice, un graffio sulla sua scorza. Roma non sarà mai la città dell'ordine, delle simmetrie, del nitido svolgersi dei fatti secondo un disegno, l'esito coerente di un progetto. Se la storia degli uomini altro non è che violenza e frastuono, Roma è stata nei secoli lo specchio di questa storia, capace di riflettere con dolorosa fedeltà ogni dettaglio, compresi quelli dai quali si distoglierebbe volentieri lo sguardo.

[Corrado Augias, I segreti di Roma, 2006.]

Citazioni[modifica]

  • Dante fa di Catone un simbolo di libertà morale, di fermezza di carattere, di senso della giustizia, di dedizione al bene comune. Di fronte alla sua grande moralità, il fatto che fosse un pagano e un suicida diventa giustamente trascurabile. (2007, p. 77)
  • I delitti che presentano aspetti mai interamente chiariti (e che mai lo saranno) sono quelli più intensi, dal punto di vista narrativo. (2007, p. 94)
  • Circa sessanta persone presero parte alla congiura. Tra loro, come in ogni complotto politico, c'era di tutto: pompeiani che volevano vendicare il loro capo, ex cesariani che l'avevano abbandonato anche per risentimento personale, mestatori professionisti, difensori della Repubblica. Ne divennero i capi Cassio Longino e Marco Bruto. Quest'ultimo era nipote di Catone, forse figlio di Cesare; in ogni caso, sua madre ne era stata per anni l'amante preferita, e così sua sorella. Si può capire che nei riguardi del dittatore Bruto nutrisse sentimenti complessi. Dante lo caccerà nell'inferno (canto XXXIV, vv. 64-65) tra i massimi traditori; Shakespeare ne farà invece un eroe della libertà. Sentimenti a parte, si può dire che i congiurati erano quasi tutti uomini retti, che si mossero per sincero amore della Repubblica, anche se Cicerone, nella sua cinica saggezza, scrisse che agirono «con animo virile, ma con intelligenza infantile». La loro idea era che, ucciso il tiranno, la Repubblica sarebbe tornata allo splendore antico, all'austerità dei costumi, a quell'intransigente e rustica moralità che aveva fatto grande Roma. Cesare aveva visto più lontano; sapeva che quella Repubblica non sarebbe mai più tornata e che tanto valeva affidare Roma a uomini che fossero di per sé grandi: egli medesimo e il figlio adottivo Caio Ottavio (Ottaviano Augusto). (2007, p. 95)
  • L'ingresso, al nono chilometro della Tuscolana, è ancora quello d'una volta, caratterizzato (e datato) dalle tondeggianti linee architettoniche del ventennio fascista. Parlo di un luogo mitico, Cinecittà, felice invenzione fin dal nome, uno dei pochi neologismi veramente indovinati in una lingua come la nostra che non si presta molto alle novità lessicali. (2007, p. 182)
  • Si racconta che, nei giorni di riprese, il grande Totò arrivasse a Cinecittà molto per tempo. Una mattina giunse così presto da trovare la porta dello studio ancora chiusa. Il guardiano, vedendolo aggirarsi inquieto, si precipitò gridando: «Arrivo, Totò!». La cosa non piacque per niente all'attore, che ribatté: «Mi chiami principe, lo esigo». Antonio de Curtis, in arte Totò, ha avuto per tutta la vita l'ingenua pretesa di godere del diritto al titolo di «Altezza imperiale» in quanto discendente del trono di Bisanzio. Fra i suoi nomi figuravano Gagliardi, Griffo, Focas, Comneno. In quel caso però l'ultima parola l'ebbe proprio il guardiano, che prontamente rispose: «Principi ce ne sono tanti, Totò uno solo». La risposta piacque e da quel momento fu consentito all'astuto guardiano di rivolgersi a lui chiamandolo Totò. (2007, p. 183)
  • Al cameriere che gli aveva servito un caffè in camerino, Totò un giorno diede 1000 lire, lasciando il resto come mancia. La voce si diffuse e appena Totò ordinava un caffè, tre o quattro camerieri si precipitavano. Uno di loro, il più anziano, non riusciva però mai ad arrivare primo. Saputo il fatto, l'attore ordinò che gli si dessero 200 metri di vantaggio sugli altri, così anche lui riuscì per due volte a guadagnarsi le 1000 lire. (2007, p. 183)
  • Si può dire che tra Roma e il cinematografo ci sia stata attrazione e influenza reciproca: il cinema ha modificato la città, e viceversa. La capitale ha infatti potenziato la capacità del cinema italiano di farsi specchio realistico dei tempi sia nel senso più ovvio (film di guerra in tempo di guerra, film fascisti in epoca fascista) sia in un senso più profondo: per esempio, ha saputo cogliere e trasferire sullo schermo, facendoli diventare racconto, certi aspetti, umori o bisogni che sono stati così elevati a caratteristiche nazionali. (2007, p. 184)
  • Lo scrittore Alessandro Manzoni, esponente insigne del cattolicesimo liberale, manifestò la sua soddisfazione quando i piemontesi, nel 1860, occuparono lo Stato pontificio. Sua figlia Vittoria ha lasciato questa testimonianza: «Quando in settembre arrivarono le notizie della spedizione di Romagna, papà non stava più in sé dalla contentezza: piangeva, rideva, batteva le mani gridando Viva Garibaldi! ... Papà era convinto che la perdita del potere temporale dovesse essere una misura provvidenziale per la Chiesa, la quale, liberata da ogni cura terrena, avrebbe potuto meglio esercitare il suo dominio spirituale». Manzoni, e anche il filosofo cattolico Antonio Rosmini, avevano ovviamente ragione. All'inizio del XXI secolo perfino un difensore della «dottrina della fede» come il cardinale Ratzinger, oggi papa Benedetto XVI, era disposto ad ammettere l'enorme vantaggio che aveva rappresentato per la Chiesa la perdita del dominio su alcuni territori. Lo dimostra la vitalità del cattolicesimo che, in mondi lontani dall'ambiente della curia romana, dimentico di ogni retaggio temporale, fonda la sua autorevolezza sulla spiritualità e sul sollievo portato ai più umili. (2007, p. 225)

Incipit de Il disagio della libertà[modifica]

Una domanda che ho sentito ripetutamente porre nelle conversazioni con amici stranieri è come mai gli italiani tengano così poco alla libertà da avervi più volte rinunciato nel corso della loro storia senza eccessive preoccupazioni. A prima vista la questione potrebbe sembrare fuori luogo. Proprio agli occhi di molti visitatori stranieri, il nostro appare come uno dei Paesi dove la libertà abbonda, in certi casi straripa.

Leggere[modifica]

Incipit[modifica]

Molti anni fa lessi una frase di Marcel Proust che mi parve subito molto bella ma, per dire la verità, anche un po' eccessiva. Era il periodo in cui, come scrive il poeta Giorgio Caproni, la vita s'avverte in modo più intenso: "Oh, altezza/ mai più raggiunta dal fuoco del cuore". Le parole di Proust, allora, mi sembrarono troppo lontane da quel "fuoco del cuore". Dicevano: "Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto intensamente quanto quelli che crediamo di aver perduto senza viverli, i giorni trascorsi in compagnia di un libro molto caro".

Citazioni[modifica]

  • I libri sono per loro natura strumenti democratici e critici: sono molti, spesso si contraddicono, consentono di scegliere e di ragionare. Anche per questo sono sempre stati avversati dal pensiero teocratico, censurati, proibiti, non di rado bruciati sul rogo insieme ai loro autori. (p. 45)
  • Un giovane che voglia avere davanti a sé una ragionevole porzione di futuro dovrebbe dominare (dico "dominare", non balbettare) almeno tre livelli linguistici: il dialetto locale, quando c'è; la lingua nazionale; una lingua straniera. (p. 39)
  • I romanzi di Hugo sono poderosi, zeppi di personaggi che balzano al vivo fuori della pagina, figurine di un presepio laico, di una rappresentazione profana sulla sacralità della vita terrena, l'infanzia, il male, la giustizia, l'amore, gli uomini di Dio. (p. 41)
  • La lingua è una geniale convenzione, le parole significano qualcosa solo perché siamo tutti d'accordo che ciò debbano significare. (p. 11)
  • La letteratura non ha messaggi né valori morali da proporre, e quando ne ha, si tratta di un genere di cattiva letteratura. Il suo solo compito è di rappresentare la contraddittoria esperienza del tutto e del nulla della vita, del suo valore e della sua assurdità. (p. 113)
  • La vita contemporanea, all'apparenza così piena di luce (in tutti i sensi), contiene in realtà vaste zone d'ombra, dove solo la letteratura e le arti sono in grado di penetrare; sicuramente non riusciranno a illuminarla per intero, tanto meno potranno cambiarne il connotato, ma possono aiutarci a percepirne l'estensione e la complessità, il che sarebbe già un risultato notevole. (p. 113)
  • Noi siamo abituati a dare a parole come "silenzio" e "solitudine" un significato di malinconia, negativo. Nel caso della lettura non è così, al contrario quel silenzio e quella solitudine segnano la condizione orgogliosa dell'essere umano solo con i suoi pensieri, capace di dimenticare per qualche ora "ogni affanno". (p. 106)

Citazioni su Corrado Augias[modifica]

Note[modifica]

  1. Da intervista di Enrico Comaschi, «Ha dato vita a parole stampate. Un'intuizione e un miracolo», Gazzetta di Mantova, 10 maggio 2020, p. 39.
  2. Da I segreti d'Italia. Storie, luoghi, personaggi nel romanzo di una nazione, Rizzoli, Bur, Milano, 2014, p. 109. ISBN 978-88-58-66836-8
  3. Da I segreti d'Italia. Storie, luoghi, personaggi nel romanzo di una nazione, (p. 117)
  4. Da Roma, eri così bella nel 1960... O no?, Rep.repubblica.it, 20 giugno 2018.
  5. Da la Repubblica, 11 settembre 2007.
  6. a b Dall'intervista di Monica Mondo nel programma televisivo Soul, Tv2000, 2 gennaio 2016. Video disponibile su Youtube.com.
  7. a b Dall'intervento a Senza filtri, 26 giugno 2019. Video disponibile su Youtube.com (min. 11:40-13:20).
  8. Dall'intervento a Pordenonelegge.it, 29 ottobre 2015. Video disponibile su Youtube.com (min. 33:20-35:12).
  9. Dall'intervista a Massimo Romano, Corrado Augias presenta il suo libro a Napoli. Corrado Augias: "Napoli tappa fondamentale del mio viaggio nell'Italia disunita", napolitoday.it, 29 novembre 2017, Video disponibile su napolitoday.it (min. 1:00-1:23).
  10. Da la Repubblica, 15 dicembre 2010.
  11. Da I gesuiti contro il libro di Augias: "Attacco frontale alla fede cristiana", Repubblica.it, 30 novembre 2006.
  12. Da Le fiamme e la ragione, Promo Music, 2008.
  13. Citato in Alessandro Di Battista, Corrado Augias e lo "scontro" a distanzia che infiamma il web, Giornalettismo.com, 1 febbraio 2014.
  14. Dal programma televisivo diMartedì, 9 febbraio 2016. Video disponibile su YouTube.com (min. 10:20).

Bibliografia[modifica]

  • Corrado Augias, I segreti di Roma. Storie, luoghi e personaggi di una capitale, Mondadori, 2006. ISBN 880455908X
  • Corrado Augias, I segreti di Roma. Storie, luoghi e personaggi di una capitale, Oscar bestsellers, Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-56641-0
  • Corrado Augias, Leggere. Perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi, Mondadori, Milano, 2007.
  • Corrado Augias, Il disagio della libertà, Rizzoli, 2012. ISBN 9788817055079

Voci correlate[modifica]

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