György Lukács

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György Lukács

György Lukács de Szeged (1885 – 1971), filosofo e critico letterario ungherese.

Citazioni di György Lukács[modifica]

  • I rapporti sociali sono sfuggiti al controllo degli uomini stessi assumendo la forma di cose.[1]
  • Il mondo del capitalismo odierno come inferno e l'impotenza di tutto ciò che è umano davanti alla potenza di questo inferno, costituisce il contenuto dell'opera di Kafka.[2]
  • [...] in tutte le espressioni esistenziali di Philippe s'inserisce qualcosa di idilliaco.[3]
  • Il romanzo è la forma dell'avventura [...]; il suo contenuto è la storia di un'anima che si mette in cammino per conoscersi, che cerca l'avventura per mettersi alla prova, per trovarvi, confermando se stessa, la propria essenzialità.[4]
  • Quando le classi dominanti non possono più governare alla vecchia maniera, e le classi dominate non vogliono più vivere allo stesso modo, allora nasce la situazione rivoluzionaria.[5]
  • [Georg Büchner] Un campione ottocentesco del realismo, nella strenua lotta letteraria tra progresso e reazione.[6]

Breve storia della letteratura tedesca.[modifica]

  • [Heinrich Heine] Egli è in Germania il primo pensatore e poeta rivoluzionario che sia al livello dello sviluppo europeo, nonché, accanto a Goethe e Hoffmann, l'unico scrittore tedesco dell'Ottocento che abbia avuto una vera influenza sulla letteratura mondiale. (p. 83)
  • Nietzsche, un intenditore di prima forza in fatto di decadenza [...] (p. 103)
  • La sincerità poetica, la sincerità con se stessi, è tanto più indisturbata e integrale quanto meno il contenuto da rappresentare abbraccia la totalità del mondo esterno, quanto minore è l'ignoranza (e il non voler sapere) che si frappone tra l'autore e l'oggetto che deve configurare. (p. 147)
  • Rilke In quanto poeta egli accetta e traduce in parola tutto, anche le cose e gli eventi più infimi e impercettibili, anche l'orribile e il terribile, cogliendo ed esprimendo tutto con finezza e nobiltà, con un entusiasmo e una partecipazione come in pochi poeti prima di lui. Ma dall'oggetto più insignificante, o meglio dal modo rilkiano di cogliere l'oggetto più insignificante, echeggia sempre di nuovo – più puro nella più matura stagione del poeta – questo lamento dell'uomo smarrito in un mondo fondamentalmente estraneo, anzi ostile:
    [...] denn das Schöne ist nichts
    als des Schrecklichen Anfang, den wir noch gerade ertragen,
    und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht,
    uns zu zerstören.
    [7]
    Che «sicurezza»[8]è questa che così risuona nel più puro dei suoi cantori? (pp. 148-149)
  • La concretezza e la profondità poetica stanno ai problemi sociali del loro tempo nello stesso rapporto di Anteo alla terra. (p. 155)
  • [Su La morte a Venezia] Thomas Mann assume qui l'eredità della critica sociale di Theodor Fontane, ma estendendola a una critica della prussificazione interiore di tutti gli intellettuali tedeschi. Ed egli mostra come questo «contegno» escluda bensì rigidamente l'uomo dal suo ambiente sociale, conferendogli l'apparenza e l'illusione dell'intima solidità morale, ma come basti la minima scossa per mettere in libertà il mondo psichico sotterraneo, il caos bestiale e barbarico che era stato puramente represso e artificialmente soffocato, ma non inteso e superato moralmente. (p. 164)
  • [Su La montagna incantata] Nel romanzo di Thomas Mann l'esito della lotta resta incerto; ed esso avrebbe potuto esercitare una notevole funzione di orientamento, poiché il pareggio con cui termina lo scontro ideologico implica un'importante e feconda critica della democrazia; la dove il campione dell'ideologia democratica si attiene alla versione tradizionale della sua ideologia politica, cioè resta pressapoco al livello della realtà di Weimar, viene sempre battuto dalla demagogia sociale del suo avversario. (p. 175)
  • [Su La montagna incantata] Thomas Mann offre qui, nella sua maniera cauta, qualcosa di estremamente importante per la letteratura tedesca: cioè un'autocritica corrosiva dell'assenza di dimensioni sociali, spaziali e temporali, propria della letteratura tedesca del periodo imperialistico. L'azione viene qui consapevolmente situata in un ambiente artificialmente isolato. Gli uomini sono bensì determinati dalla loro psicologia sociale, ma si trovano al di fuori del loro normale ordito di legami sociali. Si ha così un simbolo ironico della descrizione della società nell'imperialismo tedesco. (pp. 175-176)

Teoria del romanzo[modifica]

Incipit[modifica]

Felice il tempo nel quale la volta stellata è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere, che il fulgore delle stelle rischiara. Ogni cosa gli è nuova e tuttavia familiare, ignota come l'avventura e insieme certezza inalienabile. Il mondo è sconfinato e in pari tempo come la propria casa, perché il fuoco che arde nell'anima partecipa all'essenza delle stelle; come la luce del fuoco, così il mondo è nettamente separato dall'io, epperò mai si fanno per sempre estranei l'uno all'altro. Perché il fuoco è l'anima di ogni luce, e nella luce si avvolge il fuoco. Così ogni atto dell'anima riceve un senso e giunge al compimento entro questa duplicità: esso è compiuto nel senso e compiuto per i sensi, è perfetto perché l'anima riposa in se stessa mentre muove all'azione; è perfetto, ancora, perché il suo agire si stacca da essa e, fattosi autonomo, perviene al proprio centro e si iscrive in un suo conchiuso ambito.

Citazioni[modifica]

  • Noi non possiamo più respirare in un mondo chiuso e compresso. Noi abbiamo scoperto la produttività dello spirito, ed è per questo che i modelli originari hanno per noi per sempre smarrito la loro evidenza oggettiva ed il nostro pensiero batte ormai la strada senza fine dell'approssimazione mai paga e mai appagante.
  • Noi abbiamo inventato l'arte del plasmare: pertanto a tutto ciò che le nostre mani stanche e disperate lasciano cadere e abbandonano fanno difetto l'estremo compimento e l'insuperabile perfezione.
  • Il romanzo inscrive il centro essenziale della sua totalità entro lo spazio compreso fra il suo inizio e la sua fine, e con ciò innalza l'individuo all'altezza infinita di colui che mediante la propria vita e il proprio esperire deve creare un intero mondo e, creatolo, mantenerlo in equilibrio: all'altezza cui mai l'individuo epico può giungere, neppure quello dantesco, il quale deve il suo significato e il suo valore non già alla sua pura individualità, bensì alla «grazia» che gli è stata largita. In forza di quella sua avulsione e di quel suo distacco l'individuo è però ridotto a mero strumento, e la sua posizione centrale ed egemone trova la propria giustificazione nell'essere egli atto ad evidenziare una determinata problematica del mondo.

Citazioni su György Lukács[modifica]

  • «Finché parlava», diceva Thomas Mann di lui, per sottolinearne la forza dialettica, «aveva ragione». Kafka, col quale le spettrali vicende del mondo costrinsero il vecchio Lukács a fare i conti, avrebbe potuto insegnargli che talvolta si ha ragione quando si tace. Ma il silenzio non è dialettico, non è hegeiiano, è mistico o ironico (o entrambi); non è Marx, ma è Wittgenstein o Hofmannsthal, è viennese. (Claudio Magris)
  • Lukács era, in definitiva, un cattolico senza fede che guardava con favore alla restaurazione del sistema gerarchico e cosmopolita della Chiesa medievale, vedendo in esso ciò che mancava costitutivamente al capitalismo: un ordine animato da una grande fede, regolato da rigorosi princìpi morali e fondato sull'ascetismo spirituale. Per questa ragione, egli aveva manifestato scarsa simpatia per il socialismo della Seconda Internazionale, troppo laico e imbevuto di spirito illuministico, e perciò privo del pathos social-religioso che aveva caratterizzato il cristianesimo delle origini. (Luigi Fenizi)
  • Un filosofo come Lukács detesta in Nietzsche il fondatore dell'irrazionalismo moderno, l'avversario della democrazia e del socialismo, lo strumento ideologico del capitalismo nella sua fase di «imperialismo aggressivo». (Remo Cantoni)

Yvon Bourdet[modifica]

  • È noto, dalla sua pratica politica quando ricopriva la carica di commissario del popolo[9] così come dai suoi scritti all'inizio del suo esilio a Vienna, che Lukács era, a quel tempo, un estremista di sinistra ferocemente antisocialdemocratico, convinto che solo la violenza avrebbe potuto assicurare la vittoria del proletariato tanto che lo stesso Lenin aveva ritenuto necessario denunciare il suo ultra-bolscevismo.
  • Lukács non è uno di quei marxisti cresciuti, fin quasi dall'infanzia, nelle e per le lotte del movimento operaio. Al Partito comunista ungherese ha aderito soltanto dopo aver passato la trentina senza aver letto seriamente Marx e, come lui stesso ha riconosciuto, per motivi essenzialmente etici.
  • Per ciò che riguarda la tesi del rapporto tra struttura e soprastruttura, Lukács non porta alcun nuovo contributo per quanto concerne la teoria, ne allarga bensì il campo di applicazione a una sfera poco esplorata da Marx: quella della sociologia dell'arte e specificamente della letteratura.

Note[modifica]

  1. Da Prolegomeni all'ontologia dell'essere sociale, traduzione di A. Scarponi, Guerini, Milano 1990.
  2. Citato nell'introduzione di Roberto Fertonani a Franz Kafka, Il castello, traduzione di Anita Rho, Oscar Mondadori, 1979, p. 32.
  3. Citato in prefazione a Charles-Louis Philippe, Croquignole, a cura di Giacinto Spagnoletti, Armando Curcio Editore, 1979.
  4. Da Teoria del romanzo.
  5. Citato in Enzo Biagi, Quante storie, Rizzoli, Milano, 1989, p. 195. ISBN 88-17-85322-4
  6. Citato in Vladimiro Cajoli, Mi vergogno di essere servo, La Fiera Letteraria, aprile 1973.
  7. [...] Ché il bello | è solo l'inizio del tremendo, che noi sopportiamo, | ancora ammirati perché tranquillo disdegna | di sgretolarci. Traduzione di Leone Traverso. Citato in Breve storia della letteratura tedesca, p. 149, nota 1.
  8. L'"epoca della sicurezza": l'epoca guglielmina, "come la chiamerà più tardi la critica reazionaria". Cfr. Breve storia della letteratura tedesca, p. 146.
  9. Nel periodo della Repubblica sovietica ungherese di Béla Kun del 1919.

Bibliografia[modifica]

  • György Lukács, Breve storia della letteratura tedesca. Dal Settecento ad oggi, traduzione di Cesare Cases, Einaudi, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, edizione4.
  • György Lukács, Teoria del romanzo, traduzione di Antonio Liberi, Newton Compton Italiana, 1972.

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