Mario Luzzatto Fegiz

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Mario Luzzatto Fegiz

Mario Luzzatto Fegiz (1947 – vivente), critico musicale, giornalista e saggista italiano.

Citazioni di Mario Luzzatto Fegiz[modifica]

  • Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters nacque in modo curioso. In una stanza Mauro De André fratello maggiore di Fabrizio preparava l'esame di procedura civile, in quella accanto Paolo Villaggio e Fabrizio si aiutavano a vicenda per l'esame di Diritto privato. Dopo un mese Mauro superò a pieni voti l'esame, tappa di un percorso che lo portò a diventare insigne avvocato. Fabrizio e Villaggio invece composero il brano, ameno e goliardico su Carlo Martello, e un altro intitolato Il fannullone. Non dettero l'esame e non si laurearono mai.[1]
  • Ciò premesso, va riconosciuto che "Hegel", nella babele di parole (in coerenza con la loro negazione i testi non sono allegati al disco per il semplice fatto che esse non esistono), con un tappeto sonoro modernissimo, è meno brutto dei precedenti (forse ci stiamo abituando).[2]
  • [Su Pino Daniele] È stato capace di evocare la grande varietà di umori, di atmosfere e di stili di una Napoli che nessuno aveva colto prima di lui.[3]
  • [Su Renato Zero] È un urlatore di aforismi con carisma: ed è forse per questo che al di là di tutto lo show è appassionante, a tratti emozionante: Zero può essere giudicato tutto tranne che noioso. E va osservato che probabilmente il geniale affarista dell'adolescenza in cerca di punti di riferimento non creda a una parola di quello che canta e dice.[4]
  • [...] esponenti più vistosi e commercialmente fortunati [della musica demenziale italiana] furono gli Squallor, Daniele Pace, Totò Savio, Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi, che nella vita facevano mestieri normali come i discografici o i musicisti o i parolieri e una volta all'anno si chiudevano in una sala d'incisione in compagnia di alcolici e donnine allegre per svuotare, a microfoni aperti, la sentina della loro creatività più oscena e volgare, dando vita ad album dai titoli allusivi come Tromba, Cappelle, Arrapaho.[5]
  • Mango è stato un caso unico nella musica leggera italiana: ha saputo coniugare raffinata melodia con un pizzico di sperimentalismo vocale e con una spruzzata di sensazioni etniche, senza perdere di vista né il rock né la canzone d'autore, generi da cui ha sempre evitato accuratamente di attingere qualsiasi effetto, accordo, prassi in qualche modo prevedibile.[6]
  • Nell'album "Cosa succederà alla ragazza" uscito in questi giorni Battisti spinge a fondo questa sfida con qualche piccola modifica. I testi sono sempre un guazzabuglio di vocaboli, ma sono parole in libertà vigilata. Infatti nel delirio verbale si può intravedere una certa lubrica malizia [...]. Ma il disco è noioso più che per i versi, per il sapore ossessivo e quasi ipnotico delle musiche. Se lo si mette sul giradischi senza prestargli troppa attenzione, suona da perfetto sottofondo come certi lavori di "new age".[7]
  • [Su Anastacia] Non è indispensabile soffrire per essere un grande artista. Ma indirettamente rafforza il carattere; e un background di dolore aumenta la credibilità di fronte al pubblico. Questo spiega solo in parte il successo planetario di Anastacia [...] La verità è che è sexy, brava e simpatica, ma soprattutto umana.[8]
  • Occorre quindi separare il Battisti uomo, orso indecifrabile, dal Battisti leggenda, capace di dispensare emozioni ineguagliabili, di dar le ali alla poesia per canzone di Mogol, di colorare il nostro grigio quotidiano di fantastiche melodie, di rinnovare la canzone italiana come nessuno seppe fare prima e dopo. Con Battisti non se ne va solo un caposcuola e un grande artista, ma un pezzo della storia del costume del nostro Paese, nonché l'artefice di una colonna sonora immortale che ha unito almeno tre generazioni.[9]
  • Per metafora si potrebbe affermare che Mango recita la parte di un folletto che si muove agile e furtivo in un ambiente dall'architettura complessa, senza urtare le cristallerie la cui esatta ubicazione solo lui conosce, in un insieme vocal strumentale molto pittorico e mai banale. Nel suo caso si può parlare di «voce che si fa strumento con modulazioni speciali».[6]
  • [Su Rino Gaetano] Quando era salito sul palco di Sanremo nel 1978 a cantare «Gianna» sembrava uscito dalla celebre canzone di Modugno: indossava un cappello a cilindro, un frac con fiore all'occhiello. Fra ironia, ottimismo, romanticismo e non-sense costituiva un caso abbastanza unico nel panorama italiano, un outsider, come Buscaglione.[10]
  • Volume I [di Fabrizio De André] si apre con una canzone di struggente bellezza Preghiera in gennaio scritta la notte prima dei funerali di Tenco, morto al festival di Sanremo: nel brano campeggia la figura di un Dio finalmente vicino al dolore degli uomini che accoglie anche i suicidi «perché non c'è l'inferno nel regno del buon Dio».[1]

Note[modifica]

  1. a b Da De André poesia e musica, Corriere della Sera, 30 gennaio 2018, p. 38.
  2. Da Con Battisti "Hegel" rimane ostico, Corriere della Sera, 29 settembre 1994.
  3. Da Le contraddizioni di Napoli nella voce e nelle note di Pino Daniele, Corriere.it, 5 gennaio 2015.
  4. Dal Corriere della Sera, 9 luglio 1980.
  5. Da Elio e i suoi antenati. Il demenziale al potere, Corriere della Sera, 3 settembre 2004, p. 35.
  6. a b Da Mango, la voce divenuta strumento che ha rinnovato la musica leggera, Corriere.it, 8 dicembre 2014.
  7. Da Un ermetico autodidatta, Corriere della Sera, 29 settembre 1992, p. 38.
  8. Da Anastacia: l'aver sofferto mi ha reso più forte, Corriere della Sera, 24 settembre 2004.
  9. Da Un rivoluzionario delle emozioni, Corriere della Sera, 10 settembre 1998, p. 5.
  10. Da Un festival con ironia «celebra» Rino Gaetano, Corriere della Sera, 3 settembre 2002, p. 36.

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