Tahar Ben Jelloun

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Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun (1944 – vivente), scrittore, poeta e saggista marocchino.

Citazioni di Tahar Ben Jelloun[modifica]

  • Nell'Islam non esistono costrizioni. Nessuno ha il diritto di obbligarvi a dire preghiere, né Dio né vostro padre. Quindi siete liberi, pensateci; la cosa fondamentale è non rubare, non mentire, non picchiare chi è debole e chi è malato, non tradire, non calunniare chi non ha fatto nulla, non maltrattare i propri genitori e soprattutto non commettere ingiustizie. (da L'Islam spiegato ai nostri figli)
  • [Sulla Libia] Arrivando in Libia, già all'aeroporto ci si ritrova come catapultati nei tempi passati dei paesi totalitari dell'Est europeo. I poliziotti in uniforme o in borghese sono sospettosi e onnipresenti. Si ha la sensazione di essere arrivati in un paese immaginato da Georges Orwell e Franz Kafka insieme. Tutto è fermo, assurdo, strano. Si è spiati, sorvegliati, ci si sente a disagio. La prima notte trascorsa all'hotel l'ho passata in bianco. Impossibile conciliare il sonno. Se l'ambasciata di Francia non mi avesse soccorso, non sarei potuto restare in quel paese che mi faceva venire il mal di testa e i conati di vomito. Sono sensazioni non facili da spiegare.[1]
  • Se Gheddafi ha ordinato di sparare e di uccidere è perché sa di essere condannato, sa che presto o tardi dovrà lasciare il potere e il Paese, anche se il figlio ha promesso di dotarlo di una Costituzione. Ha deciso che non se ne andrà prima di aver annientato quanti più libici possibile. È un uomo tragico: si "difende" come se a essere attaccata fosse stata la sua casa. Perché la Libia è la sua casa, la sua tenda, un suo bene personale. Non capisce come si osi pretendere ciò che lui considera un bene proprio. Quindi uccide. Non ha alcun senso del diritto né di ciò che è legittimo o meno. Ha vissuto tutta la sua vita al margine di ogni legge internazionale. Tutto ciò che è giuridico non lo riguarda. Si ritiene al di sopra della legge e schiaccia con le armi pesanti i manifestanti che chiedono di vivere con dignità, in libertà e in democrazia, valori che non fanno parte del suo universo. Nel Libro verde ha inventato un nuovo modo di regnare e di sottomettere il popolo convincendolo di avere il destino nelle proprie mani. Una menzogna, una vergogna.[1]
  • Abdellah Taïa si è esiliato in Europa per timore di essere aggredito fisicamente da qualche fanatico. Sua madre aveva appreso con sgomento che il figlio non si sarebbe mai sposato, né mai le avrebbe dato dei nipotini; era affranta per la vergogna e il timore dei commenti di parenti e vicini. Ma Abdellah Taia aveva scelto, come ha detto lui stesso, «la via della libertà» e doveva «percorrerla fino in fondo».[2]
  • Poi, nel 2005 Abdellah Taia, nato a Rabat nel 1973, dà alle stampe il racconto «Le Rouge Tarbouche», in cui parla della sua omosessualità senza giri di parole; e la rivendica a pieno titolo nel romanzo «L' armée du Salut» (L' esercito della salvezza) pubblicato un anno dopo da Edition du Seuil (Parigi). La stampa marocchina se ne occupa per giudicarlo in termini per lo più spregiativi, scrivendo ad esempio: «Si è prostituito per piacere all' Occidente»; oppure: «A parlare non è lui, ma il suo posteriore»; o ancora: «Lo pubblicano e ne parlano solo perché è omosessuale».[2]

Incipit di alcune opere[modifica]

Creatura di sabbia[modifica]

Quel volto era reso più lungo da alcune rughe verticali, profonde come cicatrici, scavate da insonnie ostinate e abituali, un volto mal rasato, lavorato dal tempo. La vita– ma quale vita? una apparenza strana di memorie distrutte– doveva averlo malmenato, contrariato, o forse anche turbato profondamente. Ci si leggeva o indovinava una ferita profonda che un gesto malaccorto della mano o lo sguardo troppo insistente di un occhio scrutatore o malintenzionato potevano riaprire. Evitava di esporsi alla luce diretta e si copriva gli occhi con l'avambraccio. La luce del giorno, quella di una lampada o della luna piena, gli faceva male: lo denudava, gli penetrava sotto la pelle e ne sorprendeva la vergogna o le lacrime segrete.

Jenin: un campo palestinese[modifica]

Una donna seduta su macerie.
Il suo vestito nero è coperto di polvere grigia, bianca. Le sue mani vigorose scavano fra le rovine.
Seduta su una pietra, guarda lontano. Intorno a lei, pietre, pezzi di una casa non del tutto distrutta, di pareti crivellate, di sbarre di ferro, di resti di porte, di finestre, di frantumi di vita spezzata, interrotta.
La mano destra tira fuori dai sassi e dalla polvere la scarpa di un bambino. È strappata, lacerata. La esamina. L'altra mano caccia via le mosche e copre il naso e la bocca.

L'ablazione[modifica]

Da quando non scopo più, mi sento più libero e amo sempre di più le donne. Le amo meglio e più di prima perché il sentimento di libertà mi dà ali, humour, leggerezza. Le trovo belle, spirituali, alcune più meravigliose di altre. Ne sono pazzo. Penso a loro tutto il tempo e non capisco perché non reagiscono più alla mia disponibilità... Se sapessero, se potessero immaginare che sono capace di amarle come si ama in una storia romantica, in un bel mélo... Ah, se potessero immaginare cosa sono pronto a fare per cerebrarle, onorarle, dare loro piacere, orgasmi da favola che andrei a cercare lontano, in fondo al loro animo, nelle pieghe del loro inconscio.

L'albergo dei poveri[modifica]

Questa è la storia di un uomo contrariato. Sembra niente, ma un uomo contrariato è qualcuno che soffre. Imprevedibile, incontrollabile, capace di perdere la ragione, può diventare violento o vigliacco o scavare la sua galleria per scomparire.

L'ha ucciso lei[modifica]

Quando Mohamed ebbe terminato la preghiera della sera rimase seduto sul tappetino sintetico, con le ginocchia piegate. Fissava un orologio di plastica fabbricato in Cina appeso al muro davanti a lui. Non guardava le lancette, ma l'immagine che incorniciava il quadrante: una moltitudine di persone vestite di bianco che giravano intorno alla Kaaba sullo sfondo di un cielo pieno di uccelli e angeli. Gli tornò in mente il suo pellegrinaggio. Ne conservava un ricordo sfocato. Per quanto si fosse sentito commosso e felice durante le preghiere, aveva patito la promiscuità e la violenza di alcuni pellegrini.

L'Islam spiegato ai nostri figli[modifica]

Le immagini della tragedia americana non hanno risparmiato i nostri figli. I commenti che hanno sentito ovunque a proposito dei terroristi e della loro appartenenza al mondo Arabo e Musulmano li preoccupano e li spaventano. Così, uno dei miei figli (meno di dieci anni) mi ha fatto questa domanda:
– Papà, io sono Musulmana?
– Sì, come i tuoi genitori.
– E sono anche Araba?
– Sì, sei Araba, anche se non parli questa lingua.
– Ma hai visto anche tu la televisione: i Musulmani sono cattivi, hanno ucciso molte persone; io non voglio essere Musulmana.
– E allora? Cosa pensi di fare?
– D'ora in poi, a scuola, non rifiuterò più la carne di maiale in mensa.
– Se preferisci, ma prima che tu rinunci a essere Musulmana, devo dirti che i cattivi di cui parli non sono dei veri Musulmani; ci sono persone cattive dappertutto.

L'ultimo amore è sempre il primo?[modifica]

Un folle amore

È una storia inventata. L'ho immaginata un giorno mentre mi trovavo sulla terrazza del Mirage, sopra le grotte di Ercole, a Tangeri. il mio amico A. mi aveva prestato un bungalow perché mi riposassi un po' e naturalmente potessi scrivere. Di fronte all'immensa distesa di una spiaggia dove vengono a estenuarsi le onde dell'Atlantico, su quel deserto di sabbia e di schiuma, in pochi mesi è stato costruito un palazzo. Non so a chi appartiene. La gente dice che è il cottage balneare di un principe straniero innamorato del mare e del silenzio della regione. Altri lo attribuiscono a un armatore greco che, non sopportando più il Mediterraneo, ha scelto quel posto per finire i suoi giorni e soprattutto per sfuggire alla giustizia del suo paese che vorrebbe sì perseguirlo, ma lo lascia morire in pace.

L'uomo che amava troppo le donne[modifica]

Tangeri, 4 febbraio 2000

I due uomini robusti che lo avevano trasportato e poi deposto sulla poltrona rivolta al mare non avevano più fiato. Vengono chiamati i Gemelli perché, anche se non sono fratelli, sono inseparabili. Uno, un tempo giocatore di calcio, l'altro professore di ginnastica. Il malato aveva il respiro corto e lo sguardo pieno di amarezza. Il suo corpo era ingrassato, era diventato pesante. le sue membra non gli obbedivano più. Erano inutili, testimoni immobili del suo stato.

La rivoluzione dei gelsomini[modifica]

Questa primavera in pieno inverno non assomiglia a nulla nella storia recente del mondo. Potrebbe far pensare alla rivoluzione dei garofani in Portogallo (novembre 1974), ma è diversa. I popoli arabi hanno subito e sono stati rassegnati per molto tempo. Di tanto in tanto, qualcuno si è ribellato e si è fatto uccidere. In generale, però, il Maghreb e il Machrek hanno questo in comune: l'individuo non è riconosciuto come tale. Tutto è organizzato in modo che l'emergere dell'individuo in quanto entità singolare e unica sia impedito. È la rivoluzione francese che ha permesso ai cittadini di Francia di diventare individui dotati di diritti e doveri.

Le pareti della solitudine[modifica]

Il sole ha cacciato le dita nella cenere di una nuvola che mi separa dalla vita.
Da qualche tempo la mia vita è quella di un albero strappato dalle radici. Seccato ed esposto in una vetrina. Non sento più la terra. Sono orfano. Orfano di una terra e di una foresta.
Non sanguino più.

Mia madre, la mia bambina[modifica]

Da quando è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante. Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta sempre dei regali. Loro sfilano al suo capezzale e passano insieme lunghi momenti. Io non la contraddico. Non li disturbo. Keltoum, la sua badante, si lamenta: - Crede che siamo a Fès l'anno in cui sei nato tu, - mi dice.

Note[modifica]

  1. a b Silenzio, si uccide., L'Espresso, 25 febbraio 2011, consultato il 25 febbraio 2011.
  2. a b Tahar Ben Jelloun La difficile condizione degli omosessuali arabi, La Repubblica, 21 agosto 2007, pag. 20, consultato il 2 febbraio 2010.

Bibliografia[modifica]

  • Tahar Ben Jelloun, Creature di sabbia, traduzione di Egi Volterrani, Einaudi.
  • Tahar Ben Jelloun, Jenin: un campo palestinese, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2002. ISBN 8845253287
  • Tahar Ben Jelloun, L'ablazione, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2014. ISBN 9788845275999
  • Tahar Ben Jelloun, L'albergo dei poveri, traduzione di Egi Volterrani, Einaudi, Torino, 1999. ISBN 8806152483
  • Tahar Ben Jelloun, L'ha ucciso lei, traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi, Torino, 2008. ISBN 9788806189181
  • Tahar Ben Jelloun, L'Islam spiegato ai nostri figli, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani.
  • Tahar Ben Jelloun, L'ultimo amore è sempre il primo?, traduzione di Egi Volterrani, Bompiani, Milano, 1995. ISBN 8845225542
  • tahar Ben Jelloun, L'uomo che amava troppo le donne, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2010. ISBN 9788845265365
  • Tahar Ben Jelloun, La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2011. ISBN 9788845267741
  • Tahar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, a cura di Egi Volterrani, Einaudi, Torino, 1997. ISBN 9788806196929
  • Tahar Ben Jelloun, Mia madre, la mia bambina, traduzione di Margherita Botto, Einaudi, Torino, 2006. ISBN 8806179756

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