Tahar Ben Jelloun

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun (1944 – vivente), scrittore, poeta e saggista marocchino.

Citazioni di Tahar Ben Jelloun[modifica]

  • Povera Africa! Dopo le stravaganze barbare di Amin Dada, l' ex dittatore dell' Uganda, dopo le follie e i deliri di Bokassa che si era autoproclamato imperatore del Centrafrica, ecco che Mobutu, del tutto impunemente, cerca esilio nel mio paese, il Marocco, dopo aver regnato da padrone assoluto per 32 anni e aver accumulato una fortuna di quattro miliardi di dollari depredando il suo paese.[1]
  • Povera Africa! Una terra ricca, una civiltà millenaria, uno straordinario continente di vita e di cultura che produce dei dittatori-predatori che prendono il potere con dei colpi di Stato e lo conservano con la forza, il terrore, la corruzione e persino con il sostegno e l' aiuto di alcuni paesi occidentali. Si viene così a sapere da John Stockwell, ex capo della Cia in Zaire, che tra le mani di Mobutu sono passati dai 20 ai 25 milioni di dollari sotto forma di aiuti dei servizi segreti e del governo americani. Anche l' Europa ha sostenuto Mobutu. C' erano in gioco troppi interessi. Oggi si viene a sapere che il patrimonio immobiliare del dittatore decaduto è stimato più di quattro miliardi di dollari. Ora si pone la questione di come recuperare quel denaro e di come usarlo in modo sano ed efficace perché il popolo dello Zaire possa mangiare a sufficienza e vivere dignitosamente.[1]
  • Personalmente non ho fiducia in Kabila. Il suo percorso e i suoi metodi li conosciamo.[1]
  • La persona di Mobutu non mi interessa. E' malato e con ogni probabilità morirà nel suo letto, tra le sue lenzuola di raso e di seta. Non sarà il primo dittatore a morire tranquillamente. In compenso il sistema che ha istituito, il saccheggio sistematico del suo paese e l' avidità del suo arricchimento scandaloso non sono peculiarità soltanto sue. Dovrebbe essere giudicato da un tribunale internazionale che lo obbligasse a restituire il denaro sottratto. Infatti le banche hanno i loro principii, specialmente le banche svizzere che hanno rifiutato di congelare i beni di Mobutu. Bisognerebbe costringerlo a rendere conto del suo operato al suo popolo e al mondo prima che il cancro lo stronchi. Quanto a coloro che lo hanno sostenuto e utilizzato, anche loro dovrebbero presentare delle spiegazioni. Altrimenti non ci sarà più morale né giustizia e l' Africa continuerà ad essere quell' immenso teatro dove si recitano tragedie che si concludono con centinaia di migliaia di morti e di dispersi, di rifugiati e disperati.[1]
  • Se io fossi Saddam Hussein, comincerei col radermi i baffi. Poi andrei nel mio villaggio natale a raccogliermi sulla tomba dei miei avi. Pregherei perché Dio, il mio popolo e i miei figli mi perdonassero. Chiederei perdono alle centinaia di migliaia di famiglie che hanno perso uno o due dei loro cari nelle due guerre inutili che ho provocato, quella stupida e gratuita contro l' Iran e poi quella orribile e assolutamente ingiusta che ho suscitato invadendo il Kuwait. Nutrito fin dall' infanzia di leggende eroiche in cui il sangue era più generoso dell' acqua, ho creduto che il destino avesse scelto me come eroe di questa nazione. Chiederei perdono agli orfani, alle vedove, a quanti sono sopravvissuti con un corpo mutilato, e poi mi rivolgerei ai morti, quelli che ho fatto chiamare "martiri", e direi loro che a mandarli a morire sono stati il mio orgoglio e la mia smisurata ambizione. Mi metterei in ginocchio, sì, io, Saddam, colui che ha creduto di far piegare la maggiore potenza del mondo, e implorerei il loro perdono per aver sbagliato. Poi mi rivolgerei al mio popolo, che vive in condizioni difficili a causa dell' embargo, e dividerei con esso i miei beni materiali e le mie speranze perché l' Iraq torni un paese vivo, florido, libero e fiero.[2]
  • Nasser ha influenzato molto diverse generazioni di cittadini e anche di dirigenti arabi. Gheddafi è un suo discepolo, con meno carisma e qualche errore grave in più. Hafez El Assad, che ha regnato dispoticamente sulla Siria, era un uomo distante e temuto. Ha nutrito il culto della personalità esercitando una dittatura ferma e discreta sul suo popolo. Il figlio che gli è succeduto sembra seguire le orme del padre. Niente democrazia, niente libertà pubblica. Il popolo è inquadrato. Questo modo di fare politica è efficace ma, come si dice in arabo, «la paura non è il rispetto». Saddam, che è stato il fratello nemico di El Assad (i due dirigenti provenivano dal partito Baath, laico e socialista) ha ricalcato il suo sistema su quello del vicino, ma con minore intelligenza e con una sete di potere smisurata. Ha voluto essere per il suo popolo un «assoluto», cioè una sorta di destino che opera il bene anche se deve sacrificare milioni di persone. Non era amato, ma nessuno poteva dimostrarlo. Ha finito per credere alla sua stessa demagogia. Tutti quelli che hanno tentato di opporglisi sono stati liquidati fisicamente. Era un assoluto come Stalin, come Dio, come una fatalità del cielo. Oggi la sua disfatta è una terapia per l' avvenire del mondo arabo.[3]
  • Arafat era più di un capo di truppe, più di un politico che dialoga con i grandi del mondo. Era un simbolo, cioè un' immagine in cui milioni di persone si identificano e gli delegano il potere di parlare a nome loro. Il destino del simbolo è di trasformarsi in mito. Il mito si sfasa dalla realtà ed esce dal processo razionale che fonda le relazioni tra i cittadini e i loro rappresentanti.[4]
  • Si è adoperato per inscrivere il popolo palestinese nella Storia, per dargli un' esistenza e una visibilità. Per ottenerlo ha fatto ricorso a tutti i mezzi, anche i più contestabili. Si dice che fosse autoritario, poco democratico, scaltro e astuto. Amava il segreto e coltivava le sue relazione come un feudatario. Era un oratore eccellente, qualità che nel mondo arabo è particolarmente apprezzata. Chi possiede il verbo seduce e conquista i voti dei più esitanti.[4]
  • Dopo Nasser, il mondo arabo non ha più avuto un leader carismatico, amato e rispettato (Gheddafi sogna di accedere a quella posizione ma non ci riesce). Solo Arafat ha avuto il ruolo riconosciuto di guida al punto che certi palestinesi lo considerano come un profeta; il fatto che sia sfuggito a 17 tentativi di assassinio e a un incidente aereo lo rendeva intoccabile, forse perfino immortale. È per questo che lo piangono.[4]
  • Saddam è calmo. Lui che aveva tolto tanta dignità al suo popolo, nel suo cappotto nero avanza con dignità. Ha saputo come comportarsi di fronte alla morte, forse senza ricordare la morte che aveva somministrato a tanti suoi cittadini.[5]
  • Saddam è stato condannato e giustiziato per dare l' esempio, ma a che vale quell' esempio in un paese impantanato nel caos e nella guerra civile? A che cosa vale quella giustizia resa tra le macerie di un paese che non è più un paese ma un campo di battaglia occupato da eserciti stranieri?[5]
  • Saddam ha pagato per i suoi crimini, non per tutti i suoi crimini. Ma la pena di morte è una barbarie della stesse specie cui appartiene la mentalità di Saddam. Non doveva essere giudicato soltanto un individuo, che certamente è un uomo spregevole, certamente è un criminale, ma il suo sistema, che gli sopravvive e gli sopravvivrà a lungo: il sistema di una dittatura proveniente dal partito unico, che schernisce tutti i diritti dei cittadini, che uccide e condanna a morte senza processo uomini sospettati di opporsi a quel sistema.[5]
  • Saddam non ha solo regnato sul suo popolo da padrone assoluto, ma lo ha trascinato in due guerre assurde e inutili, guerre particolarmente sanguinose. E quell' uomo è stato l' amico degli Americani, dei Francesi, dei Tedeschi. Non è vissuto isolato. è stato armato e sostenuto da Stati occidentali democratici. Era un buon cliente per il nucleare francese e per le armi tedesche, per esempio. Si è creduto autorizzato a fare quel che ha fatto. Ma ha mancato di intelligenza.[5]
  • Sì, lo sanno tutti, Saddam era un personaggio orribile, un grande criminale, ma che ha fatto la giustizia americano-irachena? La stessa cosa. Non bisognava giustiziare Saddam, non per scrupolo umanitario ma perché la sua morte non sistemerà niente nell' Iraq di oggi. Inoltre, bisognava processarlo per gli altri crimini che aveva commesso e lasciarlo in vita perché potesse vivere nel ricordo di tutte le morti che aveva ordinato.[5]
  • Nell'Islam non esistono costrizioni. Nessuno ha il diritto di obbligarvi a dire preghiere, né Dio né vostro padre. Quindi siete liberi, pensateci; la cosa fondamentale è non rubare, non mentire, non picchiare chi è debole e chi è malato, non tradire, non calunniare chi non ha fatto nulla, non maltrattare i propri genitori e soprattutto non commettere ingiustizie. (da L'Islam spiegato ai nostri figli)
  • [Sulla Libia] Arrivando in Libia, già all'aeroporto ci si ritrova come catapultati nei tempi passati dei paesi totalitari dell'Est europeo. I poliziotti in uniforme o in borghese sono sospettosi e onnipresenti. Si ha la sensazione di essere arrivati in un paese immaginato da Georges Orwell e Franz Kafka insieme. Tutto è fermo, assurdo, strano. Si è spiati, sorvegliati, ci si sente a disagio. La prima notte trascorsa all'hotel l'ho passata in bianco. Impossibile conciliare il sonno. Se l'ambasciata di Francia non mi avesse soccorso, non sarei potuto restare in quel paese che mi faceva venire il mal di testa e i conati di vomito. Sono sensazioni non facili da spiegare.[6]
  • Certo, Gheddafi è stato un dittatore sanguinario. Ha fatto torturare e massacrare migliaia di cittadini. E moltissimi sono quelli che ha fatto scomparire. Era un malato mentale, reso folle dal potere, privo di scrupoli. Il suo potere era tale da permettergli anche di fare dello spirito, imponendo le sue manie di divo folcloristico. Un personaggio odioso, che ha durevolmente infangato l' immagine degli arabi e dei musulmani finanziando il terrorismo un po' dovunque nel mondo. Un criminale, senza alcun dubbio. Ma il modo in cui è stato messo a morte è inaccettabile: non un arresto ma un' esecuzione, con la violenza che caratterizzava le sue concezioni e il suo modo di governare.[7]
  • La "primavera araba" sta drenando sul suo passaggio un' inaudita violenza, riflesso dell' altra violenza che ha regnato per lunghi decenni in questi Paesi. Gli attacchi contro i copti in Egitto sono scandalosi, come lo è l' intolleranza di alcuni tunisini nei confronti di film o documentari che si prendono qualche libertà rispetto ai dogmi musulmani. La laicità non prenderà facilmente piede in questi Paesi in ebollizione, il cui futuro a breve termine suscita molte inquietudini. Morto Gheddafi, la Libia dovrebbe rinascere. Ma nessuno sa in quali condizioni, né con quale programma[7]
  • In quanto alla Sicilia da che mondo è mondo è stata sempre al centro della grande storia. [...] prima i commerci e le tante dominazioni, oggi l'approdo nelle sue coste di una catena di disperati. I natanti fanno rotta verso Lampedusa perché la Sicilia da sempre è terra di accoglienza. Brava gente con grande senso dell'umanità. Altrove, vedi in Spagna ma anche in Francia per molti versi, non è così. Il flusso purtroppo è destinato a ingrossarsi.[8]
  • Se Gheddafi ha ordinato di sparare e di uccidere è perché sa di essere condannato, sa che presto o tardi dovrà lasciare il potere e il Paese, anche se il figlio ha promesso di dotarlo di una Costituzione. Ha deciso che non se ne andrà prima di aver annientato quanti più libici possibile. È un uomo tragico: si "difende" come se a essere attaccata fosse stata la sua casa. Perché la Libia è la sua casa, la sua tenda, un suo bene personale. Non capisce come si osi pretendere ciò che lui considera un bene proprio. Quindi uccide. Non ha alcun senso del diritto né di ciò che è legittimo o meno. Ha vissuto tutta la sua vita al margine di ogni legge internazionale. Tutto ciò che è giuridico non lo riguarda. Si ritiene al di sopra della legge e schiaccia con le armi pesanti i manifestanti che chiedono di vivere con dignità, in libertà e in democrazia, valori che non fanno parte del suo universo. Nel Libro verde ha inventato un nuovo modo di regnare e di sottomettere il popolo convincendolo di avere il destino nelle proprie mani. Una menzogna, una vergogna.[6]
  • Abdellah Taïa si è esiliato in Europa per timore di essere aggredito fisicamente da qualche fanatico. Sua madre aveva appreso con sgomento che il figlio non si sarebbe mai sposato, né mai le avrebbe dato dei nipotini; era affranta per la vergogna e il timore dei commenti di parenti e vicini. Ma Abdellah Taia aveva scelto, come ha detto lui stesso, «la via della libertà» e doveva «percorrerla fino in fondo».[9]
  • Poi, nel 2005 Abdellah Taia, nato a Rabat nel 1973, dà alle stampe il racconto «Le Rouge Tarbouche», in cui parla della sua omosessualità senza giri di parole; e la rivendica a pieno titolo nel romanzo «L' armée du Salut» (L' esercito della salvezza) pubblicato un anno dopo da Edition du Seuil (Parigi). La stampa marocchina se ne occupa per giudicarlo in termini per lo più spregiativi, scrivendo ad esempio: «Si è prostituito per piacere all' Occidente»; oppure: «A parlare non è lui, ma il suo posteriore»; o ancora: «Lo pubblicano e ne parlano solo perché è omosessuale».[9]

Il razzismo spiegato a mia figlia[modifica]

  • Un bambino non nasce razzista. E se i suoi genitori e i suoi familiari non gli hanno messo in testa idee razziste, non c’è ragione perché lo diventi. (p.41)
  • Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri. (p.46)
  • Le religioni non sono razziste, ma è l’uso che ne fanno gli uomini, talvolta, che viene nutrito di razzismo… Tutte le religioni predicano la pace tra gli uomini. (p.54-55)
  • Si è sempre lo straniero di qualcuno. (p.70)
  • La scuola è fatta apposta per questo: per insegnare ai ragazzi che gli uomini nascono e rimangono uguali nei loro diritti pur essendo diversi e per insegnare che la diversità tra gli uomini è una ricchezza, non un handicap. (p.72)
  • Viaggiare è il piacere di scoprire e imparar; è capire quanto siano diverse tra loro le culture e come siano tutte belle e ricche. Non esiste una cultura superiore ad un’altra cultura. (p.73)
  • La lotta contro il razzismo deve essere un riflesso quotidiano. Non bisogna mai abbassare la guardia. (p.75)
  • Ogni faccia è un miracolo. È unica. Non potrai mai trovare due facce assolutamente identiche. Non hanno importanza bellezza e bruttezza: sono cose relative. Ogni faccia è simbolo della vita e ogni vita merita rispetto. (p.76)

Incipit di alcune opere[modifica]

Creatura di sabbia[modifica]

Quel volto era reso più lungo da alcune rughe verticali, profonde come cicatrici, scavate da insonnie ostinate e abituali, un volto mal rasato, lavorato dal tempo. La vita– ma quale vita? una apparenza strana di memorie distrutte– doveva averlo malmenato, contrariato, o forse anche turbato profondamente. Ci si leggeva o indovinava una ferita profonda che un gesto malaccorto della mano o lo sguardo troppo insistente di un occhio scrutatore o malintenzionato potevano riaprire. Evitava di esporsi alla luce diretta e si copriva gli occhi con l'avambraccio. La luce del giorno, quella di una lampada o della luna piena, gli faceva male: lo denudava, gli penetrava sotto la pelle e ne sorprendeva la vergogna o le lacrime segrete.

Jenin: un campo palestinese[modifica]

Una donna seduta su macerie.
Il suo vestito nero è coperto di polvere grigia, bianca. Le sue mani vigorose scavano fra le rovine.
Seduta su una pietra, guarda lontano. Intorno a lei, pietre, pezzi di una casa non del tutto distrutta, di pareti crivellate, di sbarre di ferro, di resti di porte, di finestre, di frantumi di vita spezzata, interrotta.
La mano destra tira fuori dai sassi e dalla polvere la scarpa di un bambino. È strappata, lacerata. La esamina. L'altra mano caccia via le mosche e copre il naso e la bocca.

L'ablazione[modifica]

Da quando non scopo più, mi sento più libero e amo sempre di più le donne. Le amo meglio e più di prima perché il sentimento di libertà mi dà ali, humour, leggerezza. Le trovo belle, spirituali, alcune più meravigliose di altre. Ne sono pazzo. Penso a loro tutto il tempo e non capisco perché non reagiscono più alla mia disponibilità... Se sapessero, se potessero immaginare che sono capace di amarle come si ama in una storia romantica, in un bel mélo... Ah, se potessero immaginare cosa sono pronto a fare per cerebrarle, onorarle, dare loro piacere, orgasmi da favola che andrei a cercare lontano, in fondo al loro animo, nelle pieghe del loro inconscio.

L'albergo dei poveri[modifica]

Questa è la storia di un uomo contrariato. Sembra niente, ma un uomo contrariato è qualcuno che soffre. Imprevedibile, incontrollabile, capace di perdere la ragione, può diventare violento o vigliacco o scavare la sua galleria per scomparire.

L'ha ucciso lei[modifica]

Quando Mohamed ebbe terminato la preghiera della sera rimase seduto sul tappetino sintetico, con le ginocchia piegate. Fissava un orologio di plastica fabbricato in Cina appeso al muro davanti a lui. Non guardava le lancette, ma l'immagine che incorniciava il quadrante: una moltitudine di persone vestite di bianco che giravano intorno alla Kaaba sullo sfondo di un cielo pieno di uccelli e angeli. Gli tornò in mente il suo pellegrinaggio. Ne conservava un ricordo sfocato. Per quanto si fosse sentito commosso e felice durante le preghiere, aveva patito la promiscuità e la violenza di alcuni pellegrini.

L'Islam spiegato ai nostri figli[modifica]

Le immagini della tragedia americana non hanno risparmiato i nostri figli. I commenti che hanno sentito ovunque a proposito dei terroristi e della loro appartenenza al mondo Arabo e Musulmano li preoccupano e li spaventano. Così, uno dei miei figli (meno di dieci anni) mi ha fatto questa domanda:
– Papà, io sono Musulmana?
– Sì, come i tuoi genitori.
– E sono anche Araba?
– Sì, sei Araba, anche se non parli questa lingua.
– Ma hai visto anche tu la televisione: i Musulmani sono cattivi, hanno ucciso molte persone; io non voglio essere Musulmana.
– E allora? Cosa pensi di fare?
– D'ora in poi, a scuola, non rifiuterò più la carne di maiale in mensa.
– Se preferisci, ma prima che tu rinunci a essere Musulmana, devo dirti che i cattivi di cui parli non sono dei veri Musulmani; ci sono persone cattive dappertutto.

L'ultimo amore è sempre il primo?[modifica]

Un folle amore

È una storia inventata. L'ho immaginata un giorno mentre mi trovavo sulla terrazza del Mirage, sopra le grotte di Ercole, a Tangeri. il mio amico A. mi aveva prestato un bungalow perché mi riposassi un po' e naturalmente potessi scrivere. Di fronte all'immensa distesa di una spiaggia dove vengono a estenuarsi le onde dell'Atlantico, su quel deserto di sabbia e di schiuma, in pochi mesi è stato costruito un palazzo. Non so a chi appartiene. La gente dice che è il cottage balneare di un principe straniero innamorato del mare e del silenzio della regione. Altri lo attribuiscono a un armatore greco che, non sopportando più il Mediterraneo, ha scelto quel posto per finire i suoi giorni e soprattutto per sfuggire alla giustizia del suo paese che vorrebbe sì perseguirlo, ma lo lascia morire in pace.

L'uomo che amava troppo le donne[modifica]

Tangeri, 4 febbraio 2000

I due uomini robusti che lo avevano trasportato e poi deposto sulla poltrona rivolta al mare non avevano più fiato. Vengono chiamati i Gemelli perché, anche se non sono fratelli, sono inseparabili. Uno, un tempo giocatore di calcio, l'altro professore di ginnastica. Il malato aveva il respiro corto e lo sguardo pieno di amarezza. Il suo corpo era ingrassato, era diventato pesante. le sue membra non gli obbedivano più. Erano inutili, testimoni immobili del suo stato.

La rivoluzione dei gelsomini[modifica]

Questa primavera in pieno inverno non assomiglia a nulla nella storia recente del mondo. Potrebbe far pensare alla rivoluzione dei garofani in Portogallo (novembre 1974), ma è diversa. I popoli arabi hanno subito e sono stati rassegnati per molto tempo. Di tanto in tanto, qualcuno si è ribellato e si è fatto uccidere. In generale, però, il Maghreb e il Machrek hanno questo in comune: l'individuo non è riconosciuto come tale. Tutto è organizzato in modo che l'emergere dell'individuo in quanto entità singolare e unica sia impedito. È la rivoluzione francese che ha permesso ai cittadini di Francia di diventare individui dotati di diritti e doveri.

Le pareti della solitudine[modifica]

Il sole ha cacciato le dita nella cenere di una nuvola che mi separa dalla vita.
Da qualche tempo la mia vita è quella di un albero strappato dalle radici. Seccato ed esposto in una vetrina. Non sento più la terra. Sono orfano. Orfano di una terra e di una foresta.
Non sanguino più.

Mia madre, la mia bambina[modifica]

Da quando è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante. Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta sempre dei regali. Loro sfilano al suo capezzale e passano insieme lunghi momenti. Io non la contraddico. Non li disturbo. Keltoum, la sua badante, si lamenta: – Crede che siamo a Fès l'anno in cui sei nato tu, – mi dice.

Note[modifica]

  1. a b c d "Salvate l'Africa, bella e disperata", La Repubblica (22 maggio 1997)
  2. "Se io fossi Saddam chiederei perdono", La Repubblica (2 gennaio 2003)
  3. "L' umiliazione del tiranno", La Repubblica (16 dicembre 2003)
  4. a b c "Arafat, il padre perduto", La Repubblica (12 novembre 2004)
  5. a b c d e "I cappi e quella testa caduta due volte", La Repubblica (31 dicembre 2006)
  6. a b Silenzio, si uccide., L'Espresso, 25 febbraio 2011, consultato il 25 febbraio 2011.
  7. a b "La nascita violenta di una democrazia", La Repubblica (22 ottobre 2011)
  8. Dall'intervista di Tano Gullo, Tahar Ben Jelloun: "La lezione che ci dà la Sicilia", Repubblica.it, 24 aprile 2015.
  9. a b Tahar Ben Jelloun La difficile condizione degli omosessuali arabi, La Repubblica, 21 agosto 2007, pag. 20, consultato il 2 febbraio 2010.

Bibliografia[modifica]

  • Tahar Ben Jelloun, Creature di sabbia, traduzione di Egi Volterrani, Einaudi.
  • Tahar Ben Jelloun, Jenin: un campo palestinese, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2002. ISBN 8845253287
  • Tahar Ben Jelloun, L'ablazione, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2014. ISBN 9788845275999
  • Tahar Ben Jelloun, L'albergo dei poveri, traduzione di Egi Volterrani, Einaudi, Torino, 1999. ISBN 8806152483
  • Tahar Ben Jelloun, L'ha ucciso lei, traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi, Torino, 2008. ISBN 9788806189181
  • Tahar Ben Jelloun, L'Islam spiegato ai nostri figli, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani.
  • Tahar Ben Jelloun, L'ultimo amore è sempre il primo?, traduzione di Egi Volterrani, Bompiani, Milano, 1995. ISBN 8845225542
  • tahar Ben Jelloun, L'uomo che amava troppo le donne, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2010. ISBN 9788845265365
  • Tahar Ben Jelloun, La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2011. ISBN 9788845267741
  • Tahar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, a cura di Egi Volterrani, Einaudi, Torino, 1997. ISBN 9788806196929
  • Tahar Ben Jelloun, Mia madre, la mia bambina, traduzione di Margherita Botto, Einaudi, Torino, 2006. ISBN 8806179756

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]