Tahar Ben Jelloun

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Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun (1944 – vivente), scrittore, poeta e saggista marocchino.

Citazioni di Tahar Ben Jelloun[modifica]

  • I palestinesi hanno il senso dell'umorismo. È normale. Finché un popolo è senza Stato, senza esercito e senza polizia, resta capace di umorismo.[1]
  • La Siria ha da sempre avuto a cuore l'idea di svolgere un ruolo determinante nella questione palestinese. È riuscita a tenere lontano dal Libano l'America, l'Europa e tutti quelli che non l'avevano capito hanno ricevuto messaggi sanguinosi. Gli attentati più spettacolari che sono stati commessi in Libano e che andavano a toccare gli interessi dell'Occidente sono stati opera di fazioni terroristiche delle quali è ben noto il rapporto di dipendenza da Damasco.[1]
  • Il mondo arabo non è mai stato unito; la guerra del Golfo lo ha provato in modo eclatante e drammatico. Bisogna ammettere che questo mondo è composto da ventun paesi molto diversi fra loro, che hanno in comune una lingua e una religione. Ma questo non basta a fare un insieme omogeneo e coerente. La maggior parte di questi Stati è governata da uomini che non si preoccupano molto di legittimità e vera democrazia.[1]
  • [Sul mondo arabo] Entro certi limiti si può dire che i punti comuni ai ventuno Stati che lo compongono siano pochissimi. Certo, c'è la lingua, ma è la lingua classica, letteraria, quella del Corano e non quella dei popoli. Il popolo di ogni paese arabo ha il suo proprio dialetto. Come comunicare? Per parlarsi, bisogna essere degli intellettuali. Tuttavia un elemento costante nell'atteggiamento degli arabi c'è: hanno voglia di formare un unico paese, una sola entità politica e culturale. Il capo di Stato libico lo ha capito. Ne ha addirittura fatto il suo chiodo fisso, la sua ossessione: unire gli Arabi. Che lo vogliano o no. Le unioni fallite non si contano più. Oggi il mondo arabo è più che mai diviso, forse anche più di quanto non lo fosse prima della guerra del Golfo.[2]
  • Ci si può domandare: ma cosa fa la lingua araba? A che serve? Gli arabi ne dimenticano perfino l'esistenza.[2]
  • Hafez El Assad dice agli arabi: "Bisogna mobilitarsi per non farsi prendere alla sprovvista e non lasciarsi imbrogliare". Ma che cosa dirà al suo vicino, il re Hussein di Giordania, che lo accusa di volerlo destabilizzare da quando, nell'ottobre 1994, ha sottoscritto un trattato di pace con Israele? Che cosa dirà Arafat a Assad, visto che le relazioni non sono tanto buone? A che cosa serve un vertice che riunirà per le apparenze tanti capi di Stato che raramente riescono a sopportarsi?[2]
  • Facciamo una diagnosi della situazione del mondo arabo: l'Algeria non va d'accordo con il Marocco; la Libia non va realmente d'accordo con nessuno Stato; l'Iraq è mal visto da tutti o da quasi tutti; la Siria non apprezza i popoli del Golfo né i giordani e ancor meno l'Iraq, suo nemico ereditario; l'Egitto rinfaccia al Sudan di aver tentato di far assassinare Mubarak; Arafat fa fatica a ristabilire le relazioni con le monarchie del Golfo che lo aiutavano finanziariamente fino al giorno in cui ha offerto il suo sostegno a Saddam... eccetera.[2]
  • Povera Africa! Dopo le stravaganze barbare di Amin Dada, l'ex dittatore dell'Uganda, dopo le follie e i deliri di Bokassa che si era autoproclamato imperatore del Centrafrica, ecco che Mobutu, del tutto impunemente, cerca esilio nel mio paese, il Marocco, dopo aver regnato da padrone assoluto per 32 anni e aver accumulato una fortuna di quattro miliardi di dollari depredando il suo paese.[3]
  • Povera Africa! Una terra ricca, una civiltà millenaria, uno straordinario continente di vita e di cultura che produce dei dittatori-predatori che prendono il potere con dei colpi di Stato e lo conservano con la forza, il terrore, la corruzione e persino con il sostegno e l'aiuto di alcuni paesi occidentali. Si viene così a sapere da John Stockwell, ex capo della Cia in Zaire, che tra le mani di Mobutu sono passati dai 20 ai 25 milioni di dollari sotto forma di aiuti dei servizi segreti e del governo americani. Anche l'Europa ha sostenuto Mobutu. C'erano in gioco troppi interessi. Oggi si viene a sapere che il patrimonio immobiliare del dittatore decaduto è stimato più di quattro miliardi di dollari. Ora si pone la questione di come recuperare quel denaro e di come usarlo in modo sano ed efficace perché il popolo dello Zaire possa mangiare a sufficienza e vivere dignitosamente.[3]
  • Personalmente non ho fiducia in Kabila. Il suo percorso e i suoi metodi li conosciamo.[3]
  • La persona di Mobutu non mi interessa. È malato e con ogni probabilità morirà nel suo letto, tra le sue lenzuola di raso e di seta. Non sarà il primo dittatore a morire tranquillamente. In compenso il sistema che ha istituito, il saccheggio sistematico del suo paese e l'avidità del suo arricchimento scandaloso non sono peculiarità soltanto sue. Dovrebbe essere giudicato da un tribunale internazionale che lo obbligasse a restituire il denaro sottratto. Infatti le banche hanno i loro principii, specialmente le banche svizzere che hanno rifiutato di congelare i beni di Mobutu. Bisognerebbe costringerlo a rendere conto del suo operato al suo popolo e al mondo prima che il cancro lo stronchi. Quanto a coloro che lo hanno sostenuto e utilizzato, anche loro dovrebbero presentare delle spiegazioni. Altrimenti non ci sarà più morale né giustizia e l'Africa continuerà ad essere quell'immenso teatro dove si recitano tragedie che si concludono con centinaia di migliaia di morti e di dispersi, di rifugiati e disperati.[3]
  • A un certo momento, l'Iran è apparso come il leader di un rifiorire dell'Islam, un Islam politico che si fa promotore della rivincita dell'oppresso contro l'oppressore. In quel caso si trattava di liberarsi del regime dello scià e dei paesi occidentali che lo appoggiavano. Era una guerra politica fatta in nome di una "purificazione" delle mentalità. Fu così che il fondamentalismo, vale a dire un ritorno ai fondamenti dell'Islam, assunse un forte rilievo e diede inizio a una fase di arretratezza le cui vittime furono le donne e le libertà dell'individuo. E si è puntato a scatenare una guerra tra l'Occidente giudeo-cristiano e l'Islam parlando di scontri tra civiltà.[4]
  • L'Iran di oggi vorrebbe chiudere con quell'epoca in cui la parola di Khomeini era assoluta, indiscutibile e di conseguenza irrazionale. Qualsiasi sviluppo abbiano quelle manifestazioni, il popolo iraniano si sta incamminando verso un'altra rivoluzione, quella della modernità. E non è un caso se le donne sono all'avanguardia di questa volontà di cambiamento.[4]
  • Ciò che i Talibani fanno in Afghanistan è puro e semplice vandalismo. Il vandalo è innanzitutto un ignorante, un essere primitivo, privo di cultura, di pensiero e soprattutto di libertà. I Talibani confondono il XXI secolo con la "Jahiliya", l'età delle tenebre, vale a dire l'epoca preislamica durante la quale gli arabi adoravano idoli in pietra. La distruzione delle statue e di altri idoli fu uno dei primi gesti dei Compagni del profeta che diffondevano l'islam. Ma tutto questo aveva un senso: Dio non è un oggetto, è un'idea, è l'anima dell'umanità. L'Islam nasceva appunto da una reazione contro quell'adorazione instabile, priva di spirito. I Talibani, che hanno dimostrato in tutti i modi di non aver compreso nulla dello spirito dell'Islam, si sono sentiti autorizzati a tornare indietro di quindici secoli per assassinare la memoria di una cultura millennaria.[5]
  • Il Mollah Mohamed Omar, che ha dato l'ordine di distruggere le statue dei buddah, vero patrimonio della cultura universale, agisce in nome "della virtù e della lotta contro il vizio". Ma è in contraddizione con lo spirito del Corano e dell'Islam, che postula l'acquisizione del sapere e il rispetto della cultura altrui. Inoltre, essendo un leader politico, non può erigersi a capo religioso, nella misura in cui il sistema delle gerarchie è proscritto dall'Islam. I testi dicono infatti che nell'islam non esiste "sacerdozio". [5]
  • Quando Bin Laden ha fatto la sua dichiarazione attraverso l'emittente televisiva Al Jazeera, il tono, la calma, la sicurezza e l'indice leggermente curvo e alzato in segno di minaccia hanno impressionato la gente e fatto paura a molti. Quest'uomo fa tremare il pianeta e sfugge all'esercito e alla polizia più grandi del mondo. Ma, se questo suscita l'ammirazione dei popoli musulmani, alcuni hanno osservato che Bin Laden ha appena commesso il suo primo errore teologico. Facendosi riprendere davanti a una roccia, voleva suggerire di trovarsi in prossimità di una grotta nella montagna. Così facendo, però, riproduce l'immagine del profeta Maometto che ha ricevuto la Rivelazione nella grotta del monte Hira. In questo modo Bin Laden confonde le acque e scandalizza i veri musulmani. Ho sentito parlare di eresia e di impostura. Allah ha detto che Maometto è l'ultimo dei profeti e che chiunque sosterrà d'essere un profeta sarà un bugiardo e un usurpatore. Come osa quell'exagente degli Americani, che indossa una giacca dell'esercito americano e un orologio sofisticato, lanciare una fatwa come se fosse il profeta di tutti i musulmani, il loro rappresentante e la loro guida? Con quale diritto scaglia una fatwa contro l'America e l'Occidente? Una fatwa è un'indicazione religiosa, non una legge. La può emettere un saggio, un teologo di rango elevato, un uomo dalla moralità perfetta, una guida rispettata e profondamente religiosa. Originariamente, tale indicazione veniva espressa dai Compagni del Profeta, persone di grandi qualità. Non certo guerrieri che mandavano terroristi a seminare la morte in giro per il mondo.[6]
  • Il suo scopo è evidentemente quello di consumare una vendetta personale contro l'America, il suo vecchio padrone, e di destabilizzare il regime saudita che ospita soldati americani sul suo territorio. Cerca, inoltre, di alimentare il risentimento dei musulmani, un risentimento che nel mondo arabo è molto diffuso, soprattutto dopo i bombardamenti sulla popolazione irachena e la repressione dei Palestinesi. Questo risentimento rischia di annebbiare i pensieri dei musulmani e impedire loro di dubitare e aprire gli occhi sulla realtà del male immenso che Bin Laden sta facendo all'islam e agli Arabi in tutto il mondo.[6]
  • I Taliban rispecchiano tutte le malattie religiose costituite dall'ignoranza, dal fanatismo e dal terrore.[6]
  • Davanti alle immagini delle barbe tagliate in massa a Kabul in segno di libertà, viene da domandarsi perché i Taliban si fanno crescere la barba e dove hanno scovato questa regola. E perché la barba non deve soltanto essere rigogliosa, ma anche lunga, folta e selvaggia. Si potrebbe trattare l'argomento con umorismo e ironia, se non fosse che è uno degli aspetti del totalitarismo dei Taliban che hanno stravolto l'Islam per farne un'ideologia detestabile. Portare la barba è obbligatorio, come per le donne nascondersi dietro un burqa.[7]
  • La barba è un segno di allineamento. È per questo che gli afgani liberati dalla dittatura dei Taliban per prima cosa si sono rasati la barba e hanno ricominciato ad ascoltare la musica. Il profeta Maometto aveva la barba. I suoi compagni lo hanno imitato. Ma lui non obbligava nessuno a farsi crescere la barba e tantomeno a fare come lui. È come segno mimetico che i Taliban portano la barba. E poi è anche un segno di virilità, o, almeno, loro devono crederlo. Ciò che non è stato detto riguardo ai Taliban, e che d'altronde vale anche per gli islamisti algerini appartenenti al Gia (Gruppi islamici armati), è che al centro della loro nevrosi c'è la sessualità. La paura delle donne è la paura di sé, la paura della parte femminile che ogni uomo porta in sé. Per mascherare questa paura che viene da lontano, ci si fa crescere la barba. Ci si nasconde, ci si dissimula, si gioca con le apparenze. Nessun uomo barbuto riconoscerà che l'altro sesso gli fa paura.[7]
  • Finche la barba non è un segno di appartenenza politica, finché è un elemento di seduzione, è tollerabile. Ma i Taliban non sanno che farsene della seduzione, perché conoscono soltanto il linguaggio della forza, della repressione sessuale, dell'odio per la diversità e soprattutto il linguaggio della chiusura.[7]
  • Se io fossi Saddam Hussein, comincerei col radermi i baffi. Poi andrei nel mio villaggio natale a raccogliermi sulla tomba dei miei avi. Pregherei perché Dio, il mio popolo e i miei figli mi perdonassero. Chiederei perdono alle centinaia di migliaia di famiglie che hanno perso uno o due dei loro cari nelle due guerre inutili che ho provocato, quella stupida e gratuita contro l'Iran e poi quella orribile e assolutamente ingiusta che ho suscitato invadendo il Kuwait. Nutrito fin dall'infanzia di leggende eroiche in cui il sangue era più generoso dell'acqua, ho creduto che il destino avesse scelto me come eroe di questa nazione. Chiederei perdono agli orfani, alle vedove, a quanti sono sopravvissuti con un corpo mutilato, e poi mi rivolgerei ai morti, quelli che ho fatto chiamare "martiri", e direi loro che a mandarli a morire sono stati il mio orgoglio e la mia smisurata ambizione. Mi metterei in ginocchio, sì, io, Saddam, colui che ha creduto di far piegare la maggiore potenza del mondo, e implorerei il loro perdono per aver sbagliato. Poi mi rivolgerei al mio popolo, che vive in condizioni difficili a causa dell'embargo, e dividerei con esso i miei beni materiali e le mie speranze perché l'Iraq torni un paese vivo, florido, libero e fiero.[8]
  • Nasser ha influenzato molto diverse generazioni di cittadini e anche di dirigenti arabi. Gheddafi è un suo discepolo, con meno carisma e qualche errore grave in più. Hafez El Assad, che ha regnato dispoticamente sulla Siria, era un uomo distante e temuto. Ha nutrito il culto della personalità esercitando una dittatura ferma e discreta sul suo popolo. Il figlio che gli è succeduto sembra seguire le orme del padre. Niente democrazia, niente libertà pubblica. Il popolo è inquadrato. Questo modo di fare politica è efficace ma, come si dice in arabo, «la paura non è il rispetto». Saddam, che è stato il fratello nemico di El Assad (i due dirigenti provenivano dal partito Baath, laico e socialista) ha ricalcato il suo sistema su quello del vicino, ma con minore intelligenza e con una sete di potere smisurata. Ha voluto essere per il suo popolo un «assoluto», cioè una sorta di destino che opera il bene anche se deve sacrificare milioni di persone. Non era amato, ma nessuno poteva dimostrarlo. Ha finito per credere alla sua stessa demagogia. Tutti quelli che hanno tentato di opporglisi sono stati liquidati fisicamente. Era un assoluto come Stalin, come Dio, come una fatalità del cielo. Oggi la sua disfatta è una terapia per l'avvenire del mondo arabo.[9]
  • Arafat era più di un capo di truppe, più di un politico che dialoga con i grandi del mondo. Era un simbolo, cioè un'immagine in cui milioni di persone si identificano e gli delegano il potere di parlare a nome loro. Il destino del simbolo è di trasformarsi in mito. Il mito si sfasa dalla realtà ed esce dal processo razionale che fonda le relazioni tra i cittadini e i loro rappresentanti.[10]
  • Si è adoperato per inscrivere il popolo palestinese nella Storia, per dargli un'esistenza e una visibilità. Per ottenerlo ha fatto ricorso a tutti i mezzi, anche i più contestabili. Si dice che fosse autoritario, poco democratico, scaltro e astuto. Amava il segreto e coltivava le sue relazione come un feudatario. Era un oratore eccellente, qualità che nel mondo arabo è particolarmente apprezzata. Chi possiede il verbo seduce e conquista i voti dei più esitanti.[10]
  • Dopo Nasser, il mondo arabo non ha più avuto un leader carismatico, amato e rispettato (Gheddafi sogna di accedere a quella posizione ma non ci riesce). Solo Arafat ha avuto il ruolo riconosciuto di guida al punto che certi palestinesi lo considerano come un profeta; il fatto che sia sfuggito a 17 tentativi di assassinio e a un incidente aereo lo rendeva intoccabile, forse perfino immortale. È per questo che lo piangono.[10]
  • Saddam è calmo. Lui che aveva tolto tanta dignità al suo popolo, nel suo cappotto nero avanza con dignità. Ha saputo come comportarsi di fronte alla morte, forse senza ricordare la morte che aveva somministrato a tanti suoi cittadini.[11]
  • Saddam è stato condannato e giustiziato per dare l'esempio, ma a che vale quell'esempio in un paese impantanato nel caos e nella guerra civile? A che cosa vale quella giustizia resa tra le macerie di un paese che non è più un paese ma un campo di battaglia occupato da eserciti stranieri?[11]
  • Saddam ha pagato per i suoi crimini, non per tutti i suoi crimini. Ma la pena di morte è una barbarie della stesse specie cui appartiene la mentalità di Saddam. Non doveva essere giudicato soltanto un individuo, che certamente è un uomo spregevole, certamente è un criminale, ma il suo sistema, che gli sopravvive e gli sopravvivrà a lungo: il sistema di una dittatura proveniente dal partito unico, che schernisce tutti i diritti dei cittadini, che uccide e condanna a morte senza processo uomini sospettati di opporsi a quel sistema.[11]
  • Saddam non ha solo regnato sul suo popolo da padrone assoluto, ma lo ha trascinato in due guerre assurde e inutili, guerre particolarmente sanguinose. E quell'uomo è stato l'amico degli Americani, dei Francesi, dei Tedeschi. Non è vissuto isolato. è stato armato e sostenuto da Stati occidentali democratici. Era un buon cliente per il nucleare francese e per le armi tedesche, per esempio. Si è creduto autorizzato a fare quel che ha fatto. Ma ha mancato di intelligenza.[11]
  • Sì, lo sanno tutti, Saddam era un personaggio orribile, un grande criminale, ma che ha fatto la giustizia americano-irachena? La stessa cosa. Non bisognava giustiziare Saddam, non per scrupolo umanitario ma perché la sua morte non sistemerà niente nell'Iraq di oggi. Inoltre, bisognava processarlo per gli altri crimini che aveva commesso e lasciarlo in vita perché potesse vivere nel ricordo di tutte le morti che aveva ordinato.[11]
  • Abdellah Taïa si è esiliato in Europa per timore di essere aggredito fisicamente da qualche fanatico. Sua madre aveva appreso con sgomento che il figlio non si sarebbe mai sposato, né mai le avrebbe dato dei nipotini; era affranta per la vergogna e il timore dei commenti di parenti e vicini. Ma Abdellah Taia aveva scelto, come ha detto lui stesso, «la via della libertà» e doveva «percorrerla fino in fondo».[12]
  • [Sulla Libia] Arrivando in Libia, già all'aeroporto ci si ritrova come catapultati nei tempi passati dei paesi totalitari dell'Est europeo. I poliziotti in uniforme o in borghese sono sospettosi e onnipresenti. Si ha la sensazione di essere arrivati in un paese immaginato da Georges Orwell e Franz Kafka insieme. Tutto è fermo, assurdo, strano. Si è spiati, sorvegliati, ci si sente a disagio. La prima notte trascorsa all'hotel l'ho passata in bianco. Impossibile conciliare il sonno. Se l'ambasciata di Francia non mi avesse soccorso, non sarei potuto restare in quel paese che mi faceva venire il mal di testa e i conati di vomito. Sono sensazioni non facili da spiegare.[13]
  • Certo, Gheddafi è stato un dittatore sanguinario. Ha fatto torturare e massacrare migliaia di cittadini. E moltissimi sono quelli che ha fatto scomparire. Era un malato mentale, reso folle dal potere, privo di scrupoli. Il suo potere era tale da permettergli anche di fare dello spirito, imponendo le sue manie di divo folcloristico. Un personaggio odioso, che ha durevolmente infangato l'immagine degli arabi e dei musulmani finanziando il terrorismo un po' dovunque nel mondo. Un criminale, senza alcun dubbio. Ma il modo in cui è stato messo a morte è inaccettabile: non un arresto ma un'esecuzione, con la violenza che caratterizzava le sue concezioni e il suo modo di governare.[14]
  • La "primavera araba" sta drenando sul suo passaggio un'inaudita violenza, riflesso dell'altra violenza che ha regnato per lunghi decenni in questi Paesi. Gli attacchi contro i copti in Egitto sono scandalosi, come lo è l'intolleranza di alcuni tunisini nei confronti di film o documentari che si prendono qualche libertà rispetto ai dogmi musulmani. La laicità non prenderà facilmente piede in questi Paesi in ebollizione, il cui futuro a breve termine suscita molte inquietudini. Morto Gheddafi, la Libia dovrebbe rinascere. Ma nessuno sa in quali condizioni, né con quale programma[14]
  • A Hafez piaceva giocare a scacchi con un suo amico d'infanzia, che si presentava ogni pomeriggio e doveva essere perquisito sette volte prima di approdare alla sala dei giochi. Ma un giorno, dopo averlo visto tante volte, i soldati lo lasciarono passare senza compiere il loro lavoro. Quando Hafez venne a saperlo, ordinò di far giustiziare quei disgraziati per aver mancato di adempiere ai loro obblighi.[15]
  • La sua testa non è molto grande. È occupata da fieno, spilli e lame da rasoio. Non so perché. Il suo cervello è calmo. Non c'è stress né nervosismo.[15]
  • Bashar è collegato alla centrale della tortura: tanto per passare il tempo, è lui che preme il pedale per trasmettere le scariche ai genitali dei suppliziati. Sembra che questo lo diverta.[15]
  • Io non so quanti anni abbiano i figli di Bashar al-Assad. Sembra che li abbia fatti andare all'estero. Fa bene a proteggerli. Non ha tempo di occuparsene. Ma cosa importa. Che dei servizi di Stato torturino a morte un ragazzino la dice lunga sulla sua umanità, sulla sua visione del mondo e del potere.[16]
  • Il regime siriano sa rispondere alla protesta pacifica solo con le armi e con questa forma viziata di barbarie. Più di 1200 morti dall'inizio delle manifestazioni. Discreditato, illegittimo, il regime di Damasco sarà prima o poi giudicato per i suoi crimini contro l'umanità. Nel frattempo, semina il terrore, ma la cosa straordinaria è il coraggio magnifico del popolo siriano, che scende in strada più volte a settimana, sapendo che sarà accolto solo da raffiche di mitra. Per molto tempo ci hanno fatto credere che questo popolo fosse fatto di spie e informatori. Per molto tempo sono stati evocati gli anni di piombo, in cui il minimo sospetto di opposizione veniva ridotto al silenzio definitivo. Ecco che la "primavera araba" ci fa scoprire un popolo di persone coraggiose, un popolo responsabile.[16]
  • Le guerre che dilaniano — tra l'altro — la Siria, la Libia e l'Iraq, hanno la conseguenza inattesa di spingere intere famiglie ad accettare le proposte di scafisti mafiosi per trovare in Europa una terra d'asilo. Sanno di rischiare la vita, ma accettano anche di pagare, pur di poter fuggire su barconi insicuri. Ormai non sono più solo i clandestini sub-sahariani a morire annegati al largo delle coste mediterranee, ma anche i profughi siriani, libici, iracheni. Sulle barche spesso sono in lotta tra loro.[17]
  • Il problema è che la Libia non è uno Stato, ma un coacervo di tribù, con due governi, di cui solo uno è riconosciuto dalle Nazioni Unite. La Siria è governata da un massacratore del suo stesso popolo. A Bashar al Assad non importa nulla di chi fugge dai suoi bombardamenti o da quelli delle orde dell'Is. In Iraq il governo non riesce a garantire l'ordine e la sicurezza.[17]
  • Se l'America e l'Europa avessero colpito con forza Assad nell'agosto 2013, quando usò il gas contro la sua popolazione, oggi non ci troveremmo davanti a una tragedia di questa portata. I potenti hanno abbandonato il popolo siriano. Fu l'America di George W. Bush a distruggere l'Iraq e a smantellare il suo esercito, che oggi si ritrova a combattere a fianco dell'autoproclamato imam Al Baghdadi, capo dell'Is. Nel frattempo Bush trascorre giornate tranquille nel suo ranch texano. Nessuna istanza giudiziaria internazionale lo ha mai importunato. E quest'impunità alimenta gli estremismi, servendo da pretesto ai giovani che si arruolano nella jihad.[17]
  • Se lo Scià di Persia fosse stato un buon democratico, ovvero un uomo che ama e rispetta il suo popolo, avrebbe evitato al suo Paese la drammatica esperienza della Repubblica islamica. Trentacinque anni dopo la sua caduta e l'ascesa trionfale di Khomeini, l'Iran soffre di una penosa schizofrenia. Più della metà della sua popolazione non ama il regime cui è sottoposta e ne aggira i divieti per vivere diversamente. Che vi siano o meno le elezioni, questo non fa differenza per gli iraniani scontenti. Una cappa di piombo soffoca il Paese i cui destini vengono decisi da un superuomo annidato nel suo palazzo, che si crede un piccolo dio. Lui è la "Guida Suprema". Non è stato eletto, ma designato o meglio si è autodesignato. Ali Khamenei è al di sopra della mischia. Al di sopra di tutto, inarrivabile, intoccabile.[18]
  • [Su Mahmud Ahmadinejad] Un uomo aggressivo, testardo, niente affatto diplomatico. Dopo otto anni al potere, ha lasciato l'Iran in cattive acque dal punto di vista economico (il prodotto interno lordo è calato del 3 per cento) e ne ha gravemente screditato la reputazione nel mondo.[18]
  • [Su Ali Khamenei] A lui spetta l'ultima parola. Si racconta che un giorno alla domanda «Chi comanda in Iran?», abbia risposto: «Dio». Indubbiamente, la volontà divina svolge una funzione nell'esercizio di un potere assoluto e indiviso. E lui si ritiene ovviamente il rappresentante di Dio sulla terra.[18]
  • L'islam sunnita (condiviso dal 90 per cento dei musulmani nel mondo) non riconosce una gerarchia: né un clero, né un papa. Gli sciiti invece hanno instaurato un ordine gerarchico in attesa dell'avvento del Mahdi, il dodicesimo ed ultimo Imam, discendente da Alì, il genero del profeta Maometto, che sarebbe scomparso nell'874 all'età di cinque anni. Questo "imam nascosto, padrone del tempo" dovrebbe riapparire e salvare il mondo. Nel frattempo, la religione è organizzata in modo gerarchico e serve da base ideologica per l'esercizio del potere. In nome dell'Islam, le libertà individuali sono state confiscate. Da qui trae origine lo choc prodotto nel 1979 dall'ayatollah Khomeini quando dichiarò che «l'islam è politico o non è». Questa rivoluzione ha avuto conseguenze catastrofiche sulla maggior parte dei Paesi arabi. L'islam politico si è propagato nel mondo e ha offerto a popoli delusi dai partiti tradizionali la speranza di un rinnovamento in cui la dimensione temporale e quella spirituale convergono, facendosi beffe delle libertà e impedendo l'emergere dell'individuo.[18]
  • Indubbiamente è un uomo sincero e cercherà di rimediare ai guasti prodotti da Ahmadinejad. Ma cosa potrà fare se ogni sua iniziativa sarà controllata da Ali Khamenei che ha il diritto di veto su ogni decisione? Qualsiasi cambiamento dipende dall'uomo forte, che non ha bisogno del suffragio universale e si considera cone un piccolo dio.[18]
  • Quando i Taliban distrussero le due grandi statue del Buddha nella valle di Swat, a nord-est dell'Afghanistan, tutta l'emozione del mondo civile non bastò a fermare quell'impresa criminale, perpetrata in nome dell'Islam. È facile immaginare il piacere provato da quei pericolosi ignoranti per aver fatto esplodere una statua alta più di 40 metri, che risaliva a 1300 anni fa. Le nevrosi e le frustrazioni covano a volte nelle profondità nell'inconscio, per esplodere un giorno devastando il frutto di secoli di civiltà.[19]
  • Che età hanno i suoi figli? Dormono bene? Sono stati dal dentista per prevenire la carie? Ci si preoccupa, si controlla che stiano bene e non manchino di nulla. Perché tutt'intorno alla loro casa, i cittadini in armi tentano di indurre il loro padre a tornare al suo primo mestiere di medico. Ma Bashar ha troppi impegni, non sa se la sera riuscirà a trovare il tempo di raccontare loro una favoletta per una buona notte con tanti bei sogni. Magari li ha mandati in un posto lontano, a Londra per esempio, per farli vivere al sicuro con la loro mamma.[20]
  • Con l'appoggio della Russia e dell'Iran, Bashar sta conducendo una guerra spietata contro il suo popolo. Le cose si sono complicate con l'entrata in scena dell'islamismo radicale. Un bell'aiuto per la strategia di Bashar, che ha potuto dire al mondo: o resto io, o sarà il caos islamista! Poi, nell'agosto 2013, si è fatto uso di armi chimiche. Obama si è spazientito. Ma era solo uno scatto di nervi, un po' di malumore. Tutto qui. Gli europei aspettavano di vedere cos'avrebbe fatto l'America. Non fece nulla. Così si è data «licenza di uccidere» a un grande assassino, Bashar al Assad.[20]
  • Poi, nel 2005 Abdellah Taia, nato a Rabat nel 1973, dà alle stampe il racconto «Le Rouge Tarbouche», in cui parla della sua omosessualità senza giri di parole; e la rivendica a pieno titolo nel romanzo «L'armée du Salut» (L'esercito della salvezza) pubblicato un anno dopo da Edition du Seuil (Parigi). La stampa marocchina se ne occupa per giudicarlo in termini per lo più spregiativi, scrivendo ad esempio: «Si è prostituito per piacere all'Occidente»; oppure: «A parlare non è lui, ma il suo posteriore»; o ancora: «Lo pubblicano e ne parlano solo perché è omosessuale».[12]
  • Non critico gli occidentali, constato che hanno un comportamento con gli anziani che mi sciocca, ma al tempo stesso non faccio loro la morale, ognuno se la sbriga con i valori con cui vive. Noi in Marocco, e in generale nel mondo musulmano e arabo, abbiamo un valore essenziale che è il rispetto assoluto dei genitori, e degli insegnanti, di tutti coloro che ci insegnano qualcosa. Per noi è normale, ma non lo è del tutto in Occidente. I marocchini sono come tutti quanti: amano i soldi, amano il lusso, amano il piacere e tutto il resto. Ma al tempo stesso riconoscono la sacralità del padre e della madre.[21]
  • Era un colonialismo un po' gentile perché non era l'Algeria, che era stata occupata dai francesi. Noi, in Marocco, eravamo un protettorato che non era simpatico ma nemmeno drammatico, non abbiamo fatto la guerra contro la Francia, ci sono stati alcuni giorni di violenza, tutto lì.[21]
  • In quanto alla Sicilia da che mondo è mondo è stata sempre al centro della grande storia. [...] prima i commerci e le tante dominazioni, oggi l'approdo nelle sue coste di una catena di disperati. I natanti fanno rotta verso Lampedusa perché la Sicilia da sempre è terra di accoglienza. Brava gente con grande senso dell'umanità. Altrove, vedi in Spagna ma anche in Francia per molti versi, non è così. Il flusso purtroppo è destinato a ingrossarsi.[22]
  • Se Gheddafi ha ordinato di sparare e di uccidere è perché sa di essere condannato, sa che presto o tardi dovrà lasciare il potere e il Paese, anche se il figlio ha promesso di dotarlo di una Costituzione. Ha deciso che non se ne andrà prima di aver annientato quanti più libici possibile. È un uomo tragico: si "difende" come se a essere attaccata fosse stata la sua casa. Perché la Libia è la sua casa, la sua tenda, un suo bene personale. Non capisce come si osi pretendere ciò che lui considera un bene proprio. Quindi uccide. Non ha alcun senso del diritto né di ciò che è legittimo o meno. Ha vissuto tutta la sua vita al margine di ogni legge internazionale. Tutto ciò che è giuridico non lo riguarda. Si ritiene al di sopra della legge e schiaccia con le armi pesanti i manifestanti che chiedono di vivere con dignità, in libertà e in democrazia, valori che non fanno parte del suo universo. Nel Libro verde ha inventato un nuovo modo di regnare e di sottomettere il popolo convincendolo di avere il destino nelle proprie mani. Una menzogna, una vergogna.[13]
  • L’Islam in linea di principio è sempre una religione illuminata: sono gli individui che la interpretano in maniera letterale e irrazionale a farla apparire oggigiorno come foriera di violenza, guerra, terrore. Ma ai musulmani va comunque la responsabilità di non aver difeso la propria religione. Avrebbero dovuto reagire immediatamente quando si sono palesate persone che pretendevano di commettere attentati in nome dell’Islam. Chi ha aperto la strada a questo Islam violento è stato l’ayatollah Khomeini, che al suo arrivo a Teheran all'inizio della rivoluzione iraniana dichiarò: “L’Islam o è politica o non esiste”. In seguito Oussama ben Laden e la sua organizzazione Al Qaeda misero in pratica questa idea. Bisogna anche dire che nel 1979 c’è stata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan che, durante i dieci anni che è durata, ha spinto l’Arabia Saudita e altri Paesi musulmani ad inviare militanti armati in Afghanistan per lottare contro il comunismo e l’ateismo. Nascono così i gruppi Talebani che tanta infelicità hanno portato nella regione.[23]
  • La Siria è una delle più grandi tragedie nella storia del mondo arabo. Sogniamo di vedere Bashar al-Assad e Putin, i due grandi massacratori del popolo siriano, comparire davanti a un tribunale internazionale. Purtroppo, però, ciò non accadrà mai perché prima di loro dovrebbe comparire il grande criminale di guerra George W. Bush. Dunque il mondo arabo rimane diviso e vive sotto la minaccia del terrorismo nel nome dell’Islam.[23]

Il razzismo spiegato a mia figlia[modifica]

  • Un bambino non nasce razzista. E se i suoi genitori e i suoi familiari non gli hanno messo in testa idee razziste, non c'è ragione perché lo diventi. (p. 41)
  • Con la cultura si impara a vivere insieme; si impara soprattutto che non siamo soli al mondo, che esistono altri popoli e altre tradizioni, altri modi di vivere che sono altrettanto validi dei nostri. (p. 46)
  • Le religioni non sono razziste, ma è l'uso che ne fanno gli uomini, talvolta, che viene nutrito di razzismo… Tutte le religioni predicano la pace tra gli uomini. (pp. 54-55)
  • Si è sempre lo straniero di qualcuno. (p.70)
  • La scuola è fatta apposta per questo: per insegnare ai ragazzi che gli uomini nascono e rimangono uguali nei loro diritti pur essendo diversi e per insegnare che la diversità tra gli uomini è una ricchezza, non un handicap. (p. 72)
  • Viaggiare è il piacere di scoprire e imparar; è capire quanto siano diverse tra loro le culture e come siano tutte belle e ricche. Non esiste una cultura superiore ad un'altra cultura. (p. 73)
  • La lotta contro il razzismo deve essere un riflesso quotidiano. Non bisogna mai abbassare la guardia. (p. 75)
  • Ogni faccia è un miracolo. È unica. Non potrai mai trovare due facce assolutamente identiche. Non hanno importanza bellezza e bruttezza: sono cose relative. Ogni faccia è simbolo della vita e ogni vita merita rispetto. (p. 76)

L'Islam spiegato ai nostri figli[modifica]

Incipit[modifica]

Le immagini della tragedia americana non hanno risparmiato i nostri figli. I commenti che hanno sentito ovunque a proposito dei terroristi e della loro appartenenza al mondo Arabo e Musulmano li preoccupano e li spaventano. Così, uno dei miei figli (meno di dieci anni) mi ha fatto questa domanda:
– Papà, io sono Musulmana?
– Sì, come i tuoi genitori.
– E sono anche Araba?
– Sì, sei Araba, anche se non parli questa lingua.
– Ma hai visto anche tu la televisione: i Musulmani sono cattivi, hanno ucciso molte persone; io non voglio essere Musulmana.
– E allora? Cosa pensi di fare?
– D'ora in poi, a scuola, non rifiuterò più la carne di maiale in mensa.
– Se preferisci, ma prima che tu rinunci a essere Musulmana, devo dirti che i cattivi di cui parli non sono dei veri Musulmani; ci sono persone cattive dappertutto.

Citazioni[modifica]

  • Nell'Islam non esistono costrizioni. Nessuno ha il diritto di obbligarvi a dire preghiere, né Dio né vostro padre. Quindi siete liberi, pensateci; la cosa fondamentale è non rubare, non mentire, non picchiare chi è debole e chi è malato, non tradire, non calunniare chi non ha fatto nulla, non maltrattare i propri genitori e soprattutto non commettere ingiustizie.

Incipit di alcune opere[modifica]

Creatura di sabbia[modifica]

Quel volto era reso più lungo da alcune rughe verticali, profonde come cicatrici, scavate da insonnie ostinate e abituali, un volto mal rasato, lavorato dal tempo. La vita– ma quale vita? una apparenza strana di memorie distrutte– doveva averlo malmenato, contrariato, o forse anche turbato profondamente. Ci si leggeva o indovinava una ferita profonda che un gesto malaccorto della mano o lo sguardo troppo insistente di un occhio scrutatore o malintenzionato potevano riaprire. Evitava di esporsi alla luce diretta e si copriva gli occhi con l'avambraccio. La luce del giorno, quella di una lampada o della luna piena, gli faceva male: lo denudava, gli penetrava sotto la pelle e ne sorprendeva la vergogna o le lacrime segrete.

Jenin: un campo palestinese[modifica]

Una donna seduta su macerie.
Il suo vestito nero è coperto di polvere grigia, bianca. Le sue mani vigorose scavano fra le rovine.
Seduta su una pietra, guarda lontano. Intorno a lei, pietre, pezzi di una casa non del tutto distrutta, di pareti crivellate, di sbarre di ferro, di resti di porte, di finestre, di frantumi di vita spezzata, interrotta.
La mano destra tira fuori dai sassi e dalla polvere la scarpa di un bambino. È strappata, lacerata. La esamina. L'altra mano caccia via le mosche e copre il naso e la bocca.

L'ablazione[modifica]

Da quando non scopo più, mi sento più libero e amo sempre di più le donne. Le amo meglio e più di prima perché il sentimento di libertà mi dà ali, humour, leggerezza. Le trovo belle, spirituali, alcune più meravigliose di altre. Ne sono pazzo. Penso a loro tutto il tempo e non capisco perché non reagiscono più alla mia disponibilità... Se sapessero, se potessero immaginare che sono capace di amarle come si ama in una storia romantica, in un bel mélo... Ah, se potessero immaginare cosa sono pronto a fare per cerebrarle, onorarle, dare loro piacere, orgasmi da favola che andrei a cercare lontano, in fondo al loro animo, nelle pieghe del loro inconscio.

L'albergo dei poveri[modifica]

Questa è la storia di un uomo contrariato. Sembra niente, ma un uomo contrariato è qualcuno che soffre. Imprevedibile, incontrollabile, capace di perdere la ragione, può diventare violento o vigliacco o scavare la sua galleria per scomparire.

L'ha ucciso lei[modifica]

Quando Mohamed ebbe terminato la preghiera della sera rimase seduto sul tappetino sintetico, con le ginocchia piegate. Fissava un orologio di plastica fabbricato in Cina appeso al muro davanti a lui. Non guardava le lancette, ma l'immagine che incorniciava il quadrante: una moltitudine di persone vestite di bianco che giravano intorno alla Kaaba sullo sfondo di un cielo pieno di uccelli e angeli. Gli tornò in mente il suo pellegrinaggio. Ne conservava un ricordo sfocato. Per quanto si fosse sentito commosso e felice durante le preghiere, aveva patito la promiscuità e la violenza di alcuni pellegrini.

L'ultimo amore è sempre il primo?[modifica]

Un folle amore

È una storia inventata. L'ho immaginata un giorno mentre mi trovavo sulla terrazza del Mirage, sopra le grotte di Ercole, a Tangeri. il mio amico A. mi aveva prestato un bungalow perché mi riposassi un po' e naturalmente potessi scrivere. Di fronte all'immensa distesa di una spiaggia dove vengono a estenuarsi le onde dell'Atlantico, su quel deserto di sabbia e di schiuma, in pochi mesi è stato costruito un palazzo. Non so a chi appartiene. La gente dice che è il cottage balneare di un principe straniero innamorato del mare e del silenzio della regione. Altri lo attribuiscono a un armatore greco che, non sopportando più il Mediterraneo, ha scelto quel posto per finire i suoi giorni e soprattutto per sfuggire alla giustizia del suo paese che vorrebbe sì perseguirlo, ma lo lascia morire in pace.

L'uomo che amava troppo le donne[modifica]

Tangeri, 4 febbraio 2000

I due uomini robusti che lo avevano trasportato e poi deposto sulla poltrona rivolta al mare non avevano più fiato. Vengono chiamati i Gemelli perché, anche se non sono fratelli, sono inseparabili. Uno, un tempo giocatore di calcio, l'altro professore di ginnastica. Il malato aveva il respiro corto e lo sguardo pieno di amarezza. Il suo corpo era ingrassato, era diventato pesante. le sue membra non gli obbedivano più. Erano inutili, testimoni immobili del suo stato.

La rivoluzione dei gelsomini[modifica]

Questa primavera in pieno inverno non assomiglia a nulla nella storia recente del mondo. Potrebbe far pensare alla rivoluzione dei garofani in Portogallo (novembre 1974), ma è diversa. I popoli arabi hanno subito e sono stati rassegnati per molto tempo. Di tanto in tanto, qualcuno si è ribellato e si è fatto uccidere. In generale, però, il Maghreb e il Machrek hanno questo in comune: l'individuo non è riconosciuto come tale. Tutto è organizzato in modo che l'emergere dell'individuo in quanto entità singolare e unica sia impedito. È la rivoluzione francese che ha permesso ai cittadini di Francia di diventare individui dotati di diritti e doveri.

Le pareti della solitudine[modifica]

Il sole ha cacciato le dita nella cenere di una nuvola che mi separa dalla vita.
Da qualche tempo la mia vita è quella di un albero strappato dalle radici. Seccato ed esposto in una vetrina. Non sento più la terra. Sono orfano. Orfano di una terra e di una foresta.
Non sanguino più.

Mia madre, la mia bambina[modifica]

Da quando è malata, mia madre è diventata una cosetta dalla memoria vacillante. Convoca i familiari morti da tempo. Parla con loro, si stupisce che sua madre non venga a trovarla, tesse le lodi del fratello minore che, dice lei, le porta sempre dei regali. Loro sfilano al suo capezzale e passano insieme lunghi momenti. Io non la contraddico. Non li disturbo. Keltoum, la sua badante, si lamenta: – Crede che siamo a Fès l'anno in cui sei nato tu, – mi dice.

Note[modifica]

  1. a b c Da I radicali arabi? Asini senza ali, la Repubblica, 16 ottobre 1993.
  2. a b c d Da Il sogno dell'unità araba, la Repubblica, 23 giugno 1996.
  3. a b c d Da Salvate l'Africa, bella e disperata, la Repubblica, 22 maggio 1997.
  4. a b Da Lo storico conflitto tra Islam e modernità, la Repubblica, 14 luglio 1999.
  5. a b Da Il Corano tradito dai Taliban, la Repubblica, 6 marzo 2001.
  6. a b c Da Osama. La maschera del falso profeta, la Repubblica, 23 ottobre 2001.
  7. a b c Da Quelle paure nascoste dietro la barba, la Repubblica, 15 novembre 2001.
  8. Da Se io fossi Saddam chiederei perdono, la Repubblica, 2 gennaio 2003.
  9. Da L'umiliazione del tiranno, la Repubblica, 16 dicembre 2003.
  10. a b c Da Arafat, il padre perduto, la Repubblica, 12 novembre 2004.
  11. a b c d e Da I cappi e quella testa caduta due volte, la Repubblica, 31 dicembre 2006.
  12. a b Da La difficile condizione degli omosessuali arabi, traduzione di Elisabetta Horvat, la Repubblica, 21 agosto 2007, p. 20.
  13. a b Da Silenzio, si uccide., traduzione di Guiomar Parada, Espresso.it, 25 febbraio 2011.
  14. a b Da La nascita violenta di una democrazia, traduzione di Elisabetta Horvat, la Repubblica, 22 ottobre 2011.
  15. a b c Da L'orrore nella testa di Bashar, la Repubblica, 18 febbraio 2012.
  16. a b Da Le storie dei ragazzi della primavera, la Repubblica, 4 maggio 2012.
  17. a b c Da La barbarie religiosa, la Repubblica, 17 aprile 2012.
  18. a b c d e Da In Iran comanda solo il "piccolo dio", Espresso.repubblica.it, 5 luglio 2013.
  19. Da Timbuctù Quei tesori distrutti da barbari in nome di un falso Islam, la Repubblica, 11 luglio 2012.
  20. a b Da Il bimbo morto e il suo tiranno, la Repubblica, 5 settembre 2015.
  21. a b Citato in Tahar Ben Jelloun, le rivolte arabe e il meticciato - L'intervista, Panorama.it, 2008.
  22. Dall'intervista di Tano Gullo, Tahar Ben Jelloun: "La lezione che ci dà la Sicilia", Repubblica.it, 24 aprile 2015.
  23. a b Citato in Intervista a Tahar Ben Jelloun, Mangialibri.com, senza data.

Bibliografia[modifica]

  • Tahar Ben Jelloun, Creature di sabbia, traduzione di Egi Volterrani, Einaudi.
  • Tahar Ben Jelloun, Jenin: un campo palestinese, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2002. ISBN 8845253287
  • Tahar Ben Jelloun, L'ablazione, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2014. ISBN 9788845275999
  • Tahar Ben Jelloun, L'albergo dei poveri, traduzione di Egi Volterrani, Einaudi, Torino, 1999. ISBN 8806152483
  • Tahar Ben Jelloun, L'ha ucciso lei, traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi, Torino, 2008. ISBN 9788806189181
  • Tahar Ben Jelloun, L'Islam spiegato ai nostri figli, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani.
  • Tahar Ben Jelloun, L'ultimo amore è sempre il primo?, traduzione di Egi Volterrani, Bompiani, Milano, 1995. ISBN 8845225542
  • Tahar Ben Jelloun, L'uomo che amava troppo le donne, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, Milano, 2010. ISBN 9788845265365
  • Tahar Ben Jelloun, La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba, traduzione di Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2011. ISBN 9788845267741
  • Tahar Ben Jelloun, Le pareti della solitudine, a cura di Egi Volterrani, Einaudi, Torino, 1997. ISBN 9788806196929
  • Tahar Ben Jelloun, Mia madre, la mia bambina, traduzione di Margherita Botto, Einaudi, Torino, 2006. ISBN 8806179756

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