Alberto Ronchey

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Alberto Ronchey

Alberto Ronchey (1926 – 2010), giornalista, scrittore e politico italiano.

Citazioni di Alberto Ronchey[modifica]

  • In un ospizio fuori Mosca, malato, cieco e ormai pazzo, è morto Varlam Tichonovic Shalamov, autore dei "Kolymskie rasskazy", i racconti della Kolimà[1], il massimo testo tramandato della letteratura concentrazionaria nell'epoca del terrore staliniano. Lassù, già dagli anni '30, si operava la "perekovka", la così detta riforgiatura degli uomini a 50 sotto zero, fra norme di lavoro forzato che imponevano di scavare fino a 800 "pudy" al giorno nella "merzlotà", il ghiaccio fossile delle miniere d'oro, e le interminabili fucilazioni d'ogni notte, fra torce fumanti e fanfare. Là, prima che a Treblinka-Auschwitz, apparve l'uomo demolito dalle violenze fisiche e ideologiche del XX secolo, il "dochodjaga", il corpo senza peso, il relitto umano giunto alla fine (da "dochodit", giungere) moltiplicato su scala di massa già impensabile nelle premonizioni di Dostoevskij o Korolenko.[2]
  • [Su New York World's Fair 1964] Non è un «tradeshow», una fiera commerciale: non vi si compra, vende o negozia alcunché. È solo una foresta di simboli della civiltà industriale adattati all'edificazione di massa, un grandioso lunapark moraleggiante.[3]

Corriere della sera[modifica]

  • Da un decennio, per la prima volta, il terrorismo rivoluzionario ha fatto irruzione in alcune democrazie liberali. In queste società, nessuno ha l'obbligo di identificarsi con lo Stato, anche se è lo Stato di diritto. Ma quando la non identificazione si traduce in rifiuto, e il rifiuto in ribellione terroristica, è necessario il più attento esame delle teorie conflittuali che alimentano il fenomeno. (19 febbraio 1978)
  • Una contestazione rivoluzionaria globale, senza basi nazionaliste-separatiste o razziali o etnico-religiose, si manifesta in Italia, Germania e Giappone, sebbene con intensità commisurata alle condizioni economiche e politiche. Sono le tre nazioni, per coincidenza, che hanno perso l'ultima guerra. E i terrorologi indicano altre vicende comuni: la democrazia sopraggiunta solo con la sconfitta militare, la rapida sostituzione dei sistemi di valori, l'improvvisazione d'una ideologia della prosperità materiale con tre miracoli economici ora interrotti. (19 febbraio 1978)
  • Dunque l'estremismo del pensiero ha trovato in alcune società il terreno propizio a trasformarsi in estremismo delle azioni. È accaduto specialmente in Italia. Qui, dove la sfida terroristica ha le basi sociali maggiori, il diffondersi delle ribellioni violente è stato favorito non solo dalla peggiore crisi economica e dallo stallo politico di trenta anni senza ricambio di governo, ma dal modo in cui la stessa evoluzione pragmatica del PCI è avvenuta nell'ultimo decennio. (19 febbraio 1978)
  • Il PCI, tra l'esasperazione ideologica della cultura prevalente in questa società di frontiera, non trattiene e non controlla più i settarismi, anche se li combatte, ma nello stesso tempo non affronta un'aperta e motivata revisione dell'ideologia leninista. Così il virus rivoluzionario, un tempo custodito fra strutture di partito autoritarie in attesa dell'ora X, ora circola nel vuoto aperto a sinistra e non incontra anticorpi. La questione ideologica è stata troppo a lungo svalutata. L'ideologia sarà solo un sistema di cose che si dicono, ma le cose dette pesano. Bisogna spiegare almeno perché erano sbagliate, se non si crede che la degradazione della convivenza sia solo questione di polizia. (19 febbraio 1978)

Atlante ideologico[modifica]

Incipit[modifica]

Nel raccogliere l'essenziale dalle ideologie del nostro tempo, si deve tener presente quanto il grande Bacone fosse grato a Machiavelli «perché ci ha detto quel che gli uomini fanno, e non quel che vorrebbero fare».

Citazioni[modifica]

  • Nel Sud del mondo, l'aumento della popolazione ha un ritmo esplosivo. Nel Nord del mondo il ritmo di sviluppo esplosivo appartiene alla produzione. Il divario fra civiltà industriali e preindustriali si accresce vertiginosamente: questo è il fatto principale, comunemente accettato per sicuro, che oggi sconvolge ogni rapporto fra l'input dei dati socio-economici e l'output delle idee politiche. E mentre le distanze storiche aumentano, quelle geografiche si riducono a quantità trascurabili. (I - Ideologie, «idologie», p. 9)
  • A grandi linee, l'ideologia di Nehru può essere definita un paziente, moderato illuminismo pratico, non alieno dal compromesso con le tradizioni storiche, lo spirito e la cultura induisti, ma ostile alle loro degenerazioni e insofferente della loro staticità. (III - Gandhismo e nehruismo, p. 38)
  • Per la dottrina taoista, nulla è immobile e fisso: dunque non possono esserci norme o convenzioni fisse. L'universo «respira» per l'interazione variamente combinata e interpretabile di due forze opposte – lo Yin e lo Yang – che sono come le due facce di una moneta, la sinistra e la destra, il cielo e la terra, e sono unite e ancorché opposte e contengono ciascuna sovente un piccolo nucleo dell'altra. Almeno una traccia di Yin e Yang è rimasta nella dialettica marxista-leninista così come Mao Tse-tung l'ha interpretata nel suo fondamentale saggio Sulla contraddizione[4] [...] (IV - Marx maoista, p. 50)
  • L'Africa oltre i deserti non fu mai, secondo l'intera storiografia occidentale, un continente-meta. Essa fu sempre il continente ostacolo: gli Europei dovevano «circumnavigare» l'Africa. Il continente si chiamò «nero» anche perché non se ne aveva nozione a causa dei deserti, del clima, dell'assenza di documentazione scritta sulle antiche culture africane: e il pensiero tradizionale europeo concedeva un valore esclusivo alla cultura scritta rispetto a quella orale. Nelle illustrazioni sulle «cinque razze dell'uomo», dal bianco di Emerson fino all'africano Bantù, questi rappresentò sempre l'infimo, la condizione «selvaggia». (Africanismo e «négritude» (Nuova etnologia e sviluppo), p. 116)
  • Nasser credeva nella possibilità dello sviluppo tecnico ed economico dei popoli arabi unificati, credeva che la guida di tale unificazione dovesse spettare all'Egitto, credeva in un socialismo che soprattutto fosse potere dello Stato e riflettesse in qualche misura i principi dell'Islam di Maometto e dei primi califfi, specialmente Abu Bakr e Omar[5]. (IX. Politica e petrolio di Allah, p. 132)
  • Nel mondo della proliferazione [nucleare], ha osservato l'analista Kahn, le piccole e medie potenze avrebbero non solo più probabilità di far scoppiare un'arma accidentalmente, più probabilità di guerre-lampo, ma potrebbero trascinare nei loro conflitti più facilmente le super-potenze medesime, secondo un processo a catena, definito guerra-catalitica. (X. Clausewitz H (Il determinismo atomico), p. 146)
  • Plechanov, il fondatore della scuola marxista russa, già maestro di Lenin, aveva avvertito che se i bolscevichi avessero preso il potere con la forza sarebbero stati costretti a praticare il despotismo, perché «non si saltano i gradini della storia». Aveva pronosticato a lungo che con un putsch armato sarebbe stato possibile creare solo un socialismo «da impero degli Incas». (XI. Marx sovietico, p. 169)
  • Gli Stati Uniti d'America sono anzitutto la prima società super-nazionale. Il mondo è nei loro confini: Sassoni e Slavi, Latini e Africani, Baltici e Caucasici, con la carica di violenza e pregiudizi che è nella storia del mondo. [...] Non esistono altri esempi d'una simile esperienza umana. L'URSS è super-nazionale come Stato, non come società. Ciascuno dei molti popoli sovietici ha un proprio territorio, mentre le genti degli Stati Uniti sono confuse, i loro gruppi nazionali formano al massimo piccole isole, grumi, quartieri etnici sparsi dovunque senza un ordine politico. (XIII. Il grattacielo di Babele (L'America «post-industriale»), p. 202)
  • Zbigniew Brzezinski, il giovane e celebre professore di scienze politiche alla Columbia University, giunge a conclusioni analoghe [a quelle di John Kenneth Galbraith] allorché osserva che l'America è oggi in uno stato di transizione fra l'èra dell'industria convenzionale e un'età che egli definisce tecnetronica: «In una società industriale, il modo di produzione passa dall'agricoltura all'industria sostituendo l'azione dell'uomo presso la macchina all'uso della forza umana e animale. Nella società tecnetronica, l'azione dell'uomo alle macchine è sostituita dall'automazione e dalla cibernetica... Nella società industriale, la guida passa dall'élite rurale-aristocratica a quella urbana ‹plutocratica›... Nella società tecnetronica post-industriale, la preminenza del potere finanziario o della plutocrazia, è insidiata a causa d'una leadership politica sempre più influenzata da uomini che posseggono perizia e talento intellettuale di tipo nuovo. La conoscenza diviene uno strumento di potere.»[6] (XIII. Il grattacielo di Babele (L'America «post-industriale»), pp. 208-209)
  • Quando Hitler ordinò lo sbarco in Norvegia, Brandt partecipò alla resistenza con le bande partigiane. Alcuni Tedeschi, ligi al culto guglielmino dell'onor nazionale, anche se estranei al nazismo, non hanno mai voluto assolvere quei trascorsi del Cancelliere social-democratico: anzitutto l'aver combattuto «contro soldati tedeschi, le armi in pugno e l'uniforme norvegese», e l'aver atteso tre anni dopo la fine della guerra per chiedere la nuova cittadinanza germanica. (XV. L'Europa maggiore, p. 258)
  • Giunto alla guida della SPD[7] dopo trentatré anni di traversie, [Willy Brandt] non è un «socialista di cattedra», al vecchio modo tedesco, né di «apparato». Campione d'una nuova élite empirica, è sordo a ogni eco dell'ideologia marxista, legato piuttosto dalle sue personali esperienze a quel riformismo scandinavo che è saturo di cultura anglosassone. (XV. L'Europa maggiore, p. 259)
  • Per dieci anni, secondo la visione di De Gaulle, la politica interna francese non ha avuto altro scopo che servire i fini supremi della politica estera, intesi come prestigio e potenza formali. Egli credeva ancora che il singolo Stato nazionale potesse avere un'efficace politica estera nell'epoca dei grandi Stati plurinazionali, mentre l'economia non doveva essere che l'intendenza logistica al seguito delle bandiere. (XV. L'Europa maggiore, p. 267)
  • In Francia l'ex marxista Raymond Aron, gran sociologo della società industriale, continua la sua polemica anti-ideologica [...] Dopo quindici anni, dato su dato, Aron non cessa di scomporre il marxismo-leninismo nei suoi meccanismi di «falsa coscienza e deformazione interessata del reale», di ricavare tutte le conseguenze dalla rovina dello stalinismo, «la forma estrema, caricaturale, di ciò che chiamavo ideologia, ossia la messa in forma pseudo-sistematica d'una visione globale del mondo storico». (XV. L'Europa maggiore, p. 268)
  • Durante la guerra [seconda guerra mondiale], Salazar cedeva le basi delle Azzorre agli alleati e in pari tempo esponeva sulla sua scrivania un ritratto di Mussolini. Ordinò lavori pubblici e curò l'escudo; nel dopoguerra aderì alla NATO, ma chiudendo il Paese all'aria dell'Ovest. Aveva adottato una politica devota al semplice pareggio contabile delle finanze. Era stato, per l'appunto, professore di diritto finanziario: conosceva la scienza delle finanze dei suoi tempi, non l'economia. (XVI. L'Europa minore arcaica, p. 277)
  • Salazar non credeva nei piani d'investimento e nell'industria. Non sperava in un proletariato industriale, che avrebbe potuto essere comunista. Ma era questo un timore disceso da nozioni superate: ad onta delle profezie marxiste, il comunismo ha trionfato solo nel mondo pre-capitalistico e quasi feudale, dalla Russia alla Cina. (XVI. L'Europa minore arcaica, p. 277)

Note[modifica]

  1. Cfr. voce su Wikipedia.
  2. Da Addio a Shalamov, L'Espresso, 7 febbraio 1982, p. 21.
  3. Da Le prodigiose conquiste della tecnica esposte alla Fiera mondiale di New York, La Stampa, 23 aprile 1964, p. 5.
  4. Mao Tse-tung, On contradiction (1932), in Selected works, vol. I, 1960, pp. 311 segg. [N.d.A., p. 50]
  5. ʿOmar (oʿUmar) ibn al-Khaṭṭāb, secondo califfo islamico dopo Abū Bakr. Cfr. voce su Wikipedia.
  6. Z. Brzezinski, America in the technetronic age, «Encounter», gennaio 1968. [N.d.A., p. 209]
  7. Partito Socialdemocratico Tedesco (in tedesco: Sozialdemokratische Partei Deutschlands). Cfr. voce su Wikipedia.

Bibliografia[modifica]

  • Alberto Ronchey, Atlante ideologico, Aldo Garzanti Editore, Milano 1973

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