Sándor Márai

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Sándor Márai

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Sándor Márai (1900 – 1989), in origine Sándor Károly Henrik Grosschmid de Mára, scrittore e giornalista ungherese.

  • La prima cosa che dovetti imparare fu che gli uomini, senza un motivo particolare, anzi, senza nessuno scopo, infieriscono gli uni sugli altri ogni volta che possono, e che ciò deriva dalla loro natura, e quindi è inutile dolersene. (da Confessioni di un borghese)
  • La solitudine è l'elemento vitale dello scrittore. (da Confessioni di un borghese – Adelphi, 2003, M. D'Alessandro)
  • La vita è un dovere che siamo tenuti ad adempiere, certo un dovere gravoso e complesso, per il quale a volte è necessario sopportare dei sacrifici. (da Divorzio a Buda, traduzione di L. Sgarioto, Adelphi, 2002)
  • Quale avventura limpida e irripetibile è la prima amicizia tra ragazzi! Nessun altro rapporto potrà mai eguagliare quel legame. Nessuno mi diede più, in seguito, ciò che ricevetti da questa amicizia infantile; del resto non incontrai mai più un vero amico. (da Confessioni di un borghese)

[modifica] Le braci

[modifica] Incipit

In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all'alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fece ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardiacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato.

«Cosa vuoi?» disse il generale, e si arrestò con aria seccata. Spinse indietro sulla fronte il cappello di paglia a tesa larga che gli ombreggiava il viso arrossato. Da anni ormai non apriva né leggeva lettere. La corrispondenza veniva aperta e selezionata da un impiegato nell'ufficio dell'intendente.

«L'ha portata un messo» disse il guardiacaccia, e rimase fermo sull'attenti.

Il generale riconobbe la grafia, prese la lettera e se la ficcò in tasca.

[modifica] Citazioni

  • Tutte le relazioni umane sprofondano nelle paludi della vanità e dell'egoismo.

[modifica] Explicit

La balia si solleva sulla punta dei piedi e alza la mano minuta, con la pelle giallastra e rugosa, per tracciare un segno di croce sulla fronte del vecchio. Si danno un bacio, uno strano bacio rapido e un po' goffo: se qualcuno li vedesse non potrebbe fare a meno di sorridere. Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole.

[Sándor Márai, Le bracii (A gyertyák csonkig égnek), a cura di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano 1998]

[modifica] I ribelli

[modifica] Incipit

Abel, il figlio del medico, era steso sul letto con le membra rigide e contratte. Aveva il corpo madido di sudore e si sentiva la febbre addosso. Fissava il riquadro della finestra, dove le sagome spigolose della strada – un albero, il tetto di un edificio, tre finestre – sfumavano lentamente nella penombra. Dal comignolo della casa di fronte un sottile filo di fumo saliva dritto verso l'alto. A quell'ora, nella stanza dal basso soffitto a volte, l'oscurità del tramonto era più densa di quanto non lo fosse all'aria aperta. Dalla finestra spalancata entrava a ondate il caldo afoso dell'estate incipiente, e i lamponi a gas emanavano una luce verdognola tra i vapori del crepuscolo. Nelle serate primaverili cala talvolta una di queste nebbie invisibili che tinge di verde le luci della strada. La domestica stirava in cucina e cantava. Sul vetro inclinato della finestra balenava un cerchio di fuoco e si udiva crepitare la brace nel ferro da stiro, come quando si strofina al buio uno zolfanello contro un pezzo di legno: era la ragazza che sollecitava la scatola di ferro arroventata e la scuoteva per rimescolare la carbonella. Abel giaceva rigido, con lo sguardo vacuo, in preda alla nausea.

[modifica] Citazioni

  • Non erano più bambini da parecchio tempo, e in quella stanza scoprirono di avere il coraggio di far qualcosa di cui in città si vergognavano persino gli uni di fronte agli altri: continuare a giocare, con pudore, a essere bambini, intimamente bambini come non avevano mai potuto esserlo fino in fondo. Da lì, soltanto da lì si riusciva a mettere a fuoco il mondo degli adulti e a scambiare con gli altri le proprie esperienze. Il monco giocava appassionatamente. Il suo riso nervoso e spasmodico lì si placava. E la tana della locanda Furcsa fu l'unico luogo in cui, talvolta, videro Erno ridere.

[modifica] Explicit

Attraversò il cortile indisturbato. Lo seguiva Tibor con la sella sulle spalle. Bèla reggeva il mappamondo tra le mani. In fondo a tutti arrancava Abel, con la lanterna del calzolaio e il bastone da pastore, alto il doppio di lui. Il calzolaio teneva senza sforzo il corpo disteso sulle braccia; procedeva con passo zoppicante, rapido e deciso, tanto che gli altri facevano fatica a stargli dietro. Il pianto isterico di Bèla si trasformò in singhiozzi. Ai limiti del giardino la strada faceva una curva, e dal quel punto si vedevano ancora le finestre illuminate della sala della locanda. Risate e canti filtravano attraverso il silenzio gelido. Abel riconobbe la voce di Kikinday. La strada era rapida, e Abel corse al fianco del calzolaio per fargli luce con la lanterna. L'alba andava rischiarando il cielo. Giù nella valle si distinguevano già i contorni della città, con le sue torri e i tetti delle case. Si fermarono per un momento al tornante della discesa. Il calzolaio parlava fra sé sottovoce. Lo ascoltarono battendo i denti. Teneva la testa inclinata verso il viso del figlio, la sua zazzera come fil di ferro era tutta arruffata. Parlava a voce così bassa che non si capiva cosa stesse dicendo. Poi riprese il cammino e si diresse spedito verso la valle. A ogni passo la città si delineava sempre più netta, come in un disegno, mentre loro sprofondavano, come inghiottiti da un trabocchetto, sotto la linea dell'orizzonte. Avevano già imboccato una via, e le scarpe del calzolaio percuotevano il selciaio con ritmo irregolare. Lungo le strade non udirono altro che il calpestio dei tacchi del calzolaio e i singhiozzi cadenzati di Bèla.

[Sándor Márai, I ribelli (A zandulok), a cura di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano 2001]

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