Sándor Márai

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Sándor Márai

Sándor Márai (1900 – 1989), in origine Sándor Károly Henrik Grosschmid de Mára, scrittore e giornalista ungherese.

Citazioni di Sándor Márai[modifica]

  • La vita è un dovere che siamo tenuti ad adempiere, certo un dovere gravoso e complesso, per il quale a volte è necessario sopportare dei sacrifici. (da Divorzio a Buda)

L'eredità di Eszter[modifica]

  • Non so che cosa mi riservi ancora il Signore. Ma prima di morire voglio narrare la storia del giorno in cui Lajos venne per l'ultima volta a trovarmi e mi spogliò di tutti i miei beni.
  • Gli amori infelici non finiscono mai.
  • Ma il vento, quel vento di fine settembre, che fino ad allora si era aggirato di soppiatto intorno alla casa, aprì con violenza i battenti delle finestre, fece sventolare le tende e, come se portasse notizie da lontano, sfiorò e mosse ogni cosa nella stanza. Quindi spense la fiamma della candela. È l'ultima cosa che rammento. Ricordo ancora vagamente che più tardi Nanu chiuse le finestre, e io mi addormentai.
  • Nella vita esiste una specie di regola invisibile per cui ciò che si è iniziato un giorno prima o poi lo si deve portare a termine». «Quel senso di allarme continuo» che è stato «l'unico vero significato della sua vita».
  • Mentiva come urla il vento, con una specie di forza primordiale, con allegria indomabile.
  • Più tardi, verso il crepuscolo, quando ci liberammo dall'incantesimo, ci guardammo sbigottiti, come se fossimo stati testimoni delle stregonerie di un fachiro indiano, il fachiro aveva lanciato una corda verso il cielo, si era arrampicato sulla corda ed era scomparso tra le nubi sotto i nostri occhi.
  • A mettere in gioco la pelle, non tanto in vista del bottino quanto per amore di quelle emozioni e di quel pathos di cui si compenetra così profondamente, al punto da soffrirne.
  • Tu sei responsabile di tutto ciò che mi è accaduto nella vita... Tu sei profondamente legata a me anche se sai che non sono cambiato, che sono quello di prima, pericoloso e imprevedibile.
  • Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno, prima di quando saranno mature per il loro incontro.

Le braci[modifica]

Incipit[modifica]

In mattinata il generale si soffermò a lungo nella cantina del vigneto. Vi si era recato all'alba insieme al vignaiolo perché due botti del suo vino avevano cominciato a fermentare. Quando finì di imbottigliarlo e fece ritorno a casa, erano già le undici passate. Ai piedi delle colonne, sotto il portico lastricato di pietre umide ricoperte di muffa, lo attendeva il guardiacaccia, che porse una lettera al padrone appena arrivato.

«Cosa vuoi?» disse il generale, e si arrestò con aria seccata. Spinse indietro sulla fronte il cappello di paglia a tesa larga che gli ombreggiava il viso arrossato. Da anni ormai non apriva né leggeva lettere. La corrispondenza veniva aperta e selezionata da un impiegato nell'ufficio dell'intendente.

«L'ha portata un messo» disse il guardiacaccia, e rimase fermo sull'attenti.

Il generale riconobbe la grafia, prese la lettera e se la ficcò in tasca.

Citazioni[modifica]

  • Tutte le relazioni umane sprofondano nelle paludi della vanità e dell'egoismo.
  • Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, quasi chiamandoci per nome, in fondo all'angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l'uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione.
  • Si sacrifica volentieri agli dèi una parte di felicità, perché essi sono invidiosi, e se regalano a un comune mortale un anno di felicità, si può essere certi che prenderanno immediatamente nota di quel debito per poi esigerne la restituzione alla fine della vita, praticando tassi da usurai.
  • Possiamo comprendere l'essenziale solo partendo dai particolari, questa è l'esperienza che ho tratto sia dai libri che dalla vita. Bisogna conoscere tutti i particolari, perché non possiamo sapere quale sarà importante in seguito, quali parole metteranno in luce qualcosa.
  • Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo ad entrare.
  • Come le persone appartenenti allo stesso gruppo sanguigno sono le uniche che possano donare il loro sangue a chi è vittima di un incidente, così anche un'anima può soccorrerne un'altra solo se non è diversa da questa, se la sua concezione del mondo è la stessa, se tra loro esiste una parentela spirituale.
  • Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio.

Explicit[modifica]

La balia si solleva sulla punta dei piedi e alza la mano minuta, con la pelle giallastra e rugosa, per tracciare un segno di croce sulla fronte del vecchio. Si danno un bacio, uno strano bacio rapido e un po' goffo: se qualcuno li vedesse non potrebbe fare a meno di sorridere. Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare alle parole.

Il gabbiano[modifica]

Incipit[modifica]

Riavvitò con estrema cura il cappuccio di ebanite della stilografica – un gesto lento e cauto da chirurgo che impugna il suo affilato strumento o da chimico che soppesa un'ampolla in cui sono racchiuse vita e morte: medicamento o veleno capace di sterminare interi villaggi. Da qualche tempo ogni sua azione era palesamente guardinga.

Citazioni[modifica]

  • Si è sempre in cammino verso la persona alla quale un giorno si darà un bacio. (p. 94)
  • «E tu» domanda con garbo l'uomo «cerchi il tuo posto nel mondo perché la tua casa natale è crollata in seguito a un sisma scatenato dalle armi dell'uomo? Che cosa speri, Unica Onda? Dov'è la tua riva?…». (p. 100)

La donna giusta[modifica]

Incipit[modifica]

Ehi, guarda quell'uomo. Aspetta, fa' come se niente fosse, continuiamo a chiacchierare... Se si voltasse potrebbe vedermi, e io non voglio che mi saluti. Ecco, adesso puoi guardarlo… Quello basso, tarchiato, con il cappotto dal collo di martora? Ma figurati! Quello alto, pallido, con il cappotto nero, che sta parlando con la commessa. Si fa incartare della scorza d'arancia candita. Strano, a me non l'ha mai comprata, la scorza candita.

Citazioni[modifica]

  • Ma Dio sa che solo noi possiamo essere d'aiuto a noi stessi.
  • Quando si comincia a piangere, vuol dire che ormai si cerca di ingannare il prossimo. In quel momento, il corso degli eventi si è già concluso. Non credo alle lacrime. Il dolore è asciutto e muto.
  • Non c'è nessun "consiglio" che possa davvero servire nella vita. Le cose accadono, ecco tutto.
  • Un giorno anche noi diventiamo adulti, e scopriamo che la solitudine, quella vera, scelta consapevolmente, non è una punizione, e nemmeno una forma morbosa e risentita di isolamento, né un vezzo da eccentrici, bensì l'unico stato davvero degno di un essere umano. E a quel punto non è più tanto difficile da sopportare. È come poter vivere per sempre in un grande spazio e respirare aria pura.
  • Amare significa semplicemente conoscere appieno la gioia e poi morire.
  • Prima o poi la vita ti dà tutto, basta saper aspettare.
  • […] a volte le persone sono buone solo perché hanno delle inibizioni che le trattengono dal fare del male. Questo è il massimo a cui può arrivare un essere umano... C'è poi chi è buono perché è troppo vigliacco per essere cattivo.
  • «Perché la cultura è ormai alla fine. […] Morirà, resteranno qua e là solo singoli ingredienti. È possibile che anche in futuro da qualche parte si venderanno olive ripiene al pomodoro. Ma sarà ormai estinto quel genere di persone che avevano coscienza di una cultura. La gente avrà soltanto delle conoscenze, e non è la stessa cosa. La cultura è esperienza, […]. Un'esperienza continua, costante, come la luce del sole. La conoscenza è solo un accessorio».
  • Certe domande non hanno risposte scritte, sarà la vita a fornircele, talvolta in maniera sorprendente.
  • In ogni vero uomo c'è una certa ritrosia, come se egli volesse precludere una parte del suo essere, della sua anima, alla donna amata, come se le dicesse: «Ti concedo di arrivare fino a qui, mia cara, e non oltre. Ma qui, nella settima stanza, ci voglio restare da solo». Le donne stupide impazziscono di rabbia. Quelle intelligenti si intristiscono, si lasciano prendere dalla curiosità, ma alla fine se ne fanno una ragione.
  • Nella vita ci sono momenti del genere, in cui si prova una sorta di vertigine e si vede tutto con assoluta lucidità: si riscoprono energie e potenzialità nascoste e si comprende perché si è stati troppo codardi o troppo deboli. E sono i momenti in cui la nostra vita cambia. Arrivano all'improvviso, come la morte, o una conversione.
  • Non è soltanto con la bocca che si tace o si parla di qualcosa, ma anche con l'anima.
  • È infinitamente più difficile conservare qualcosa che conquistarla, oppure distruggerla.
  • A quanto pare, nella vita tutto accade secondo una specie di cronometro invisibile; non si può «decidere» nulla nemmeno un attimo prima, ma soltanto quando le cose e le situazioni si sono già decise da sole… Agire diversamente è soltanto una forzatura, è insensato, disumano, forse anche immorale… È la vita a decidere, in modo sorprendente e meraviglioso… e allora tutto diventa semplice e naturale.
  • Improvvisamente ho capito che non c'è nessuna persona giusta. Non esiste né in terra né in cielo né da nessun'altra parte, puoi starne certa. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c'è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c'è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Nessuna racchiude in sé tutto questo, e non esiste quella certa figura, l'unica, la meravigliosa, la sola che potrà darci la felicità. Esistono soltanto delle persone, e in ognuna ci sono scorie e raggi di luce, tutto…
  • Non credo nei Don Giovanni, non credo sia lecito vivere con più donne contemporaneamene. Si dovrebbe invece fare di un unico corpo lo strumento dal quale trarre ogni melodia.
  • Chi parla troppo cerca di nascondere qualcosa. Chi tace in modo coerente è invece convinto di qualcosa.
  • C'è una sorta di regia invisibile nella vita: quando la situazione richiede che si porti a compimento qualcosa, anche le circostanze, sì, persino il luogo e gli oggetti diventano complici, e le persone che vivono lì accanto sono inconsapevolmente conniventi [...] Quando vuole creare qualcosa, la vita realizza messinscene impeccabili.
  • [...] il delirio non può essere spiegato. Prima o poi irrompe nella vita di ognuno… E forse è davvero povera una vita che non sia stata spazzata via, almeno una volta, dal turbine di una crisi come questa, una vita il cui edificio non sia stato mai scosso da un terremoto, travolto da un tornado che fa volare le tegole dal tetto e, ululando, smuove per un attimo tutto ciò che la ragione e il carattere avevano tenuto in ordine.
  • Il senso più vero della letteratura, come della religione, è proprio la forma, e ciò che è forma è anche arte.
  • Con il passare del tempo, anche se i desideri non muoiono svanisce l'ansia, l'avidità furiosa, si esauriscono la disperata eccitazione e la nausea che pervadono ogni desiderio e ogni appagamento. Ebbene sì, ci si stanca. Io, talvolta, sono quasi felice che la vecchiaia sia ormai alle porte. Certe volte non vedo l'ora che giungano le giornate piovose in cui andrò a sedermi accanto alla stufa, in compagnia di una bottiglia di vino rosso e di un vecchio libro che narra di antichi desideri e delusioni…
  • La vita è un po' un delitto [...] Perché non siamo mai innocenti, e un giorno finiremo sotto processo. Saremo condannati o assolti, ma nel frattempo sapremo di non essere innocenti.
  • Alla fine, ogni cosa deve trovare la propria forma, anche le ribellioni. Tutto finisce per sprofondare nei grandi luoghi comuni della vita.
  • Due persone che significhino qualcosa l'una per l'altra non possono vivere covando un segreto nel cuore. In ciò consiste il tradimento. Tutto il resto non ha poi una grande importanza… riguarda il corpo e il più delle volte non è che un triste affanno. Amori calcolati, a ore, che si svolgono in luoghi prestabiliti, senza alcuna spontaneità… è così triste e meschino. E dietro tutto cova un ignobile segreto. che infetta la convivenza, come se da qualche parte in quella bella casa, magari sotto il canapè, ci fosse un cadavere in decomposizione.
  • La gente viene precipitata all'inferno e lasciata lì a cuocersi per bene, e se poi un giorno una potenza celeste la riporta su, e se poi un giorno una potenza celeste la riporta su, non appena si rianima, dopo essersi stropicciata gli occhi, continua a fare quello che faceva prima, esattamente dal punto in cui l'aveva lasciato in sospeso.
  • Non si può amare con un secondo fine. Non si può amare in modo così spasmodico e delirante. (p. 37)
  • Adesso penserai che sono un'oca isterica. No, cara, solo una donna, e perciò sono allo stesso tempo pellerossa e detective professionista, santa e spia, sono tutto questo quando si tratta dell'uomo che amo. (p. 64)
  • Le persone dall'animo assiderato capiscono prima degli altri se qualcuno cerca un po' di calore. (p. 112)
  • Ma questo sentimento, l'amicizia, è molto più fine e complicato dell'amore. È il più forte dei sentimenti umani... è veramente disinteressato. Le donne non lo conoscono. (p. 114)
  • Non mi piacciono questi drammi silenziosi che si protraggono per decenni, con nemici invisibili, carichi di una tensione spenta ed esangue. Se ci deve essere un dramma, che sia bello fragoroso, pieno di grida, di lotte, di morti, con tanto di applausi e fischi finali. (p. 118)
  • Ogni altra forma di eroismo è un fenomeno occasionale, o imposto dalle circostanze, o, peggio ancora, semplice ostentazione. Invece essere poveri per sessant'anni, adempiere in silenzio ogni dovere imposto dalla famiglia e dalla società, e contemporaneamente riuscire a restare umani, onesti, e magari persino allegri e altruisti – questo è vero eroismo. (p. 246)
  • A quanto pare, ci vuole un bel fegato per gettarsi nella vita così come capita, senza orari, senza tanti artifici... vivere così come viene, ora dopo ora, alla giornata, addirittura attimo per attimo.. E non aspettarsi niente. E non sperare niente. Stare semplicemente al mondo. (p. 285)

I ribelli[modifica]

Incipit[modifica]

Abel, il figlio del medico, era steso sul letto con le membra rigide e contratte. Aveva il corpo madido di sudore e si sentiva la febbre addosso. Fissava il riquadro della finestra, dove le sagome spigolose della strada – un albero, il tetto di un edificio, tre finestre – sfumavano lentamente nella penombra. Dal comignolo della casa di fronte un sottile filo di fumo saliva dritto verso l'alto. A quell'ora, nella stanza dal basso soffitto a volte, l'oscurità del tramonto era più densa di quanto non lo fosse all'aria aperta. Dalla finestra spalancata entrava a ondate il caldo afoso dell'estate incipiente, e i lamponi a gas emanavano una luce verdognola tra i vapori del crepuscolo. Nelle serate primaverili cala talvolta una di queste nebbie invisibili che tinge di verde le luci della strada. La domestica stirava in cucina e cantava. Sul vetro inclinato della finestra balenava un cerchio di fuoco e si udiva crepitare la brace nel ferro da stiro, come quando si strofina al buio uno zolfanello contro un pezzo di legno: era la ragazza che sollecitava la scatola di ferro arroventata e la scuoteva per rimescolare la carbonella. Abel giaceva rigido, con lo sguardo vacuo, in preda alla nausea.

Citazioni[modifica]

  • Non erano più bambini da parecchio tempo, e in quella stanza scoprirono di avere il coraggio di far qualcosa di cui in città si vergognavano persino gli uni di fronte agli altri: continuare a giocare, con pudore, a essere bambini, intimamente bambini come non avevano mai potuto esserlo fino in fondo. Da lì, soltanto da lì si riusciva a mettere a fuoco il mondo degli adulti e a scambiare con gli altri le proprie esperienze. Il monco giocava appassionatamente. Il suo riso nervoso e spasmodico lì si placava. E la tana della locanda Furcsa fu l'unico luogo in cui, talvolta, videro Erno ridere.

Explicit[modifica]

Attraversò il cortile indisturbato. Lo seguiva Tibor con la sella sulle spalle. Bèla reggeva il mappamondo tra le mani. In fondo a tutti arrancava Abel, con la lanterna del calzolaio e il bastone da pastore, alto il doppio di lui. Il calzolaio teneva senza sforzo il corpo disteso sulle braccia; procedeva con passo zoppicante, rapido e deciso, tanto che gli altri facevano fatica a stargli dietro. Il pianto isterico di Bèla si trasformò in singhiozzi. Ai limiti del giardino la strada faceva una curva, e dal quel punto si vedevano ancora le finestre illuminate della sala della locanda. Risate e canti filtravano attraverso il silenzio gelido. Abel riconobbe la voce di Kikinday. La strada era rapida, e Abel corse al fianco del calzolaio per fargli luce con la lanterna. L'alba andava rischiarando il cielo. Giù nella valle si distinguevano già i contorni della città, con le sue torri e i tetti delle case. Si fermarono per un momento al tornante della discesa. Il calzolaio parlava fra sé sottovoce. Lo ascoltarono battendo i denti. Teneva la testa inclinata verso il viso del figlio, la sua zazzera come fil di ferro era tutta arruffata. Parlava a voce così bassa che non si capiva cosa stesse dicendo. Poi riprese il cammino e si diresse spedito verso la valle. A ogni passo la città si delineava sempre più netta, come in un disegno, mentre loro sprofondavano, come inghiottiti da un trabocchetto, sotto la linea dell'orizzonte. Avevano già imboccato una via, e le scarpe del calzolaio percuotevano il selciaio con ritmo irregolare. Lungo le strade non udirono altro che il calpestio dei tacchi del calzolaio e i singhiozzi cadenzati di Bèla.

Liberazione[modifica]

Incipit[modifica]

La diciottesima notte dopo il capodanno -il ventiquattresimo giorno dell'assedio a Budapest-, una giovane donna decise di abbandonare il rifugio in un grande edificio accerchiato nel cuore della città, di attraversare la strada trasformata in campo di battaglia e di raggiungere, in ogni modo e a qualsiasi costo, l'uomo che quattro settimane prima era stato murato, insieme a cinque compagni, in un angusto scantinato dell'edificio di fronte. Quell'uomo era suo padre, e la polizia politica si ostinava, pur nel culmine del caos e dello sfacelo, a cercarlo con un zelante e puntiglioso accanimento.

Citazioni[modifica]

  • La follia non ha scopo. Il folle fa qualcosa, lo fa senza scopo né motivo, così perché lo può fare: si cava i denti con un chiodo arrugginito, o si mette a urlare parole senza senso, in un dialetto norvegese magari. (pag. 80)
  • Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare.[...] c'è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte, anch'io la penso così, condivido la tua preoccupazione, noi due siamo d'accordo... (pag. 91)
  • Gli ebrei sono esseri umani. [...] quindi ce ne sono anche di orgogliosi. Poi ci sono quelli avidi, quelli golosi, lascivi e anche ladri. Tra di loro c'è a chi piace imbrogliare il prossimo, e ce ne sono altri che mentono. Ma gli ebrei sono così perché sono esseri umani. [...] di ebrei ce ne sono tanti tipi. Chi crede che siano tutti uguali non li conosce. Gli ebrei non sono fatti tutti allo stesso modo. [...] Dire gli ebrei è una generalizzazione, proprio come se dicesse i cristiani. Ci sono ebrei e ci sono cristiani, e l'origine, a religione, lo stile di vita, la razza di sicuro comportano tanti tratti comuni... Ma gli ebrei differiscono gli uni dagli altri più di quanto non si assomiglino. (pagine 113-115)

L'isola[modifica]

  • Non esiste alcun fine. È questo l'aspetto divino, grandioso della concezione, questa mancanza di scopo.
  • Era ovvio che sarebbe potuto partire per questo viaggio soltanto rinunciando a ogni bagaglio superfluo, da solo. Quando si fanno esperimenti con sostanze esplosive sconosciute non si portano con sé in laboratorio i propri familiari.
  • La gente si accontenta della superficie, di quei segni convenzionali che può scambiarsi senza pericolo, dell'assaggio, e resta assetata per tutta la vita.
  • Ma che strani movimenti, i movimenti dell'amore! Per chi li osservi da fuori, che cos'altro può essere questo mordersi, abbrancarsi, afferrarsi per il collo, questo disperato battere con i pugni, con le unghie e con i denti sulla porta chiusa, questo rabbioso frugare in un corpo estraneo, che cos'altro può essere se non una grande scena di collera, una punizione, una resa dei conti?

La recita di Bolzano[modifica]

  • La vita […] è la pienezza. La vita sono un uomo e una donna che si incontrano perché sono fatti l'uno per l'altro, perché sono, l'uno per l'altro, ciò che la pioggia è per il mare: l'uno torna sempre a cadere nell'altro, si generano a vicenda, l'uno è la condizione dell'altro. Da tale pienezza nasce l'armonia, e in questo consiste la vita. una cosa rarissima fra gli esseri umani.
  • L'amore dispone di due palcoscenici su cui si recita il grande duetto, e sono entrambi infiniti: il letto e il mondo. (p. 232)

L'ultimo dono. Diari 1984-1989[modifica]

  • Una persona innamorata non scrive poesie, e per giunta buone. Ogni poeta, per quanto innamorato, ama più che altro la poesia d'amore che va scrivendo.
  • Ottantacinque anni fa venni alla luce su questo pianeta. In un giorno simile, il mortale pensa alla morte in maniera diversa dagli ottantacinque anni precedenti. L'uomo è sempre cosciente della morte, la considera un naturale compimento del difficile e incomprensibile corso dell'esistenza, tuttavia si limita ad «averne coscienza», l'accetta. Arriva in fine il tempo in cui l'uomo acconsente a morire. Non è una sensazione tragica. Piuttosto un senso di sollievo, come quando, dopo aver lungamente riflettuto, si comprende qualcosa di incomprensibile.
  • La via di ritorno dalla vita alla morte è oscura, brancolo dal nulla verso il nulla e lungo il percorso, ogni tanto, una parola, un concetto risplendono come lucciole nella buia foresta.
  • Il grande esame da superare nella vita non è la morte, bensì il morire. Ma la malattia e la morte hanno un che di osceno. Questo rovescio dell'esistenza corporea è al tempo stesso orrido e lubrico.
  • Sono in molti a comprendere soltanto tardi che il mistero più grande, nella vita, non è la morte, bensì il morire. E ogni ars moriendi è pura fantasticheria, un'arte simile non esiste.
  • L'assurdità, la spietatezza totale della vita. Non esistono «parole», né sentimenti o emozioni. Come quando si è ormai consumato tutto ciò che ha scintillato o fiammeggiato nel corso di una lunga vita. Veniamo dal nulla e scompariamo nel nulla, tutto il resto è un coacervo di fantasie puerili. Quel che nel frattempo accade è talvolta meraviglioso ma sempre insensato e privo di uno scopo.
  • Scomparire, in silenzio, è il massimo che ci sia concesso.
  • La sua mancanza? È una sorta di fame d'aria. Non soltanto le parole e oggetti che la ricordano, ma anche l'aria. Anche all'aria manca qualcosa.
  • Se la vita di uno scrittore si protrae a lungo, ci si attende da lui una summa vitae, una sorta di sintesi filosofica. Non ho la minima idea di qualsivoglia summa vitae. Per riassumere, dirò soltanto che tutto sommato gli uomini, quando sono «malvagi», sono meno pericolosi di quando sono stupidi. E di uomini stupidi ce ne sono tantissimi. Sono loro a rappresentare un pericolo.
  • Nella cultura cinese, che ha diecimila anni, si mangia senza coltello. La bomba atomica invece ce l'hanno già.
  • Non è piacevole incartapecorirsi nella vecchiaia. Ma mantenersi artificialmente giovanili è anche peggio.
  • Le tante menzogne che si raccontano sulla morte mi fanno venire la nausea. La vita eterna. Vita oltre la morte. Giudizio, sfere, paradiso e inferno. Sono sempre menzogne piagnucolose, insulse, ripugnanti. La realtà è oscena e sogghignante, è la morte.
  • L'inconscio è una fossa profonda. La fossa comune, in cui un pazzo fruga, pur non sapendo di che cosa va in cerca.
  • Dio, se esiste, tace. Penso molto a Dio. Come sarà, sempre che esista? In nessun caso simile a come ce lo mostrano le religioni.
  • Il destino comune di ogni monumento è che i cani finiscono per pisciare sul piedistallo.

Confessioni di un borghese[modifica]

  • La prima cosa che dovetti imparare fu che gli uomini, senza un motivo particolare, anzi, senza nessuno scopo, infieriscono gli uni sugli altri ogni volta che possono, e che ciò deriva dalla loro natura, e quindi è inutile dolersene.
  • La solitudine è l'elemento vitale dello scrittore.
  • Quale avventura limpida e irripetibile è la prima amicizia tra ragazzi! Nessun altro rapporto potrà mai eguagliare quel legame. Nessuno mi diede più, in seguito, ciò che ricevetti da questa amicizia infantile; del resto non incontrai mai più un vero amico.
  • L'uomo vive nelle tenebre. Finché un bel giorno la nebbia si dissolve, ma a quel punto la luce non gli serve più a molto.
  • Mi sarà capitato non più di un paio di volte di incontrare un essere la cui familiarità – una complessa e dolorosa familiarità, che risale a un appuntamento mancato in qualche epoca remota – mi ha costretto a fermarmi di colpo e a mettere le carte in tavola. Talvolta incontriamo persone […] che non possiamo eludere: una parentela ci unisce, e c'è qualcosa di cui dobbiamo discutere, qui, ora, a quattr'occhi!
  • Occorre molto tempo per imparare che in realtà non si ha un bel niente da fare. E quasi sempre è proprio allora che si comincia finalmente a fare qualcosa.
  • Nella vita esistono periodi in cui il soffio di Eros alita su di noi, e noi ci aggiriamo in mezzo agli altri come esseri eletti che niente e nessuno può ferire o insozzare.
  • Sentirsi spinti a conoscere qualcuno fino a penetrare tutti i suoi segreti, con tutte le conseguenze che ne deriveranno: ecco quello che si è soliti chiamare, con un termine fiacco e generico, amore. La conoscenza, quando è totale, non è mai un idillio.
  • Arriva il giorno in cui è l'anima a mettersi in viaggio, e allora il mondo si trasforma in un elemento di disturbo. Senza un progetto ben preciso, impreparati, senza averne l'intenzione, partiamo per una spedizione in confronto alla quale un viaggio in India ci sembrerà una banale gita domenicale.
  • Arriviamo a comprendere fino in fondo gli esseri umani ai quali siamo uniti da un vincolo indissolubile soltanto nell'attimo della loro morte.

Terra, Terra!...[modifica]

  • I popoli non sono disposti al rimorso, che è un problema solo dell'individuo.
  • […] negli snodi critici della vita la vita stessa ci fa trovare, con mano invisibile e fatale, la lettura che in un modo o nell'altro, qualche volta in maniera indiretta, risponde al problema del momento.
  • […] non sono un poeta; nel mio sistema nervoso e nella mia coscienza manca quell'energia condensatrice che è la poesia, la quale con una sola parola, per mezzo di un comunicare magico, qualche volta demoniaco, riesce a catalizzare gli elementi della passione e della ragione come il nucleo dell'atomo con i protoni e i neutroni…
  • […] le leggi della conservazione dell'energia non sono solo fisiche, ma valgono anche nell'ambito del destino di ciascuno: il fenomeno che crea ogni singola personalità al di là della realtà organica non perisce mai nel corso della sua vita l'uomo non solo agisce, sogna, parla e pensa, ma tace anche qualcosa – per tutta la vita tacciamo su quel qualcuno che siamo, di cui solo noi sappiamo e di cui non possiamo parlare a nessuno. Ma noi sappiamo che quell'uomo e quel qualcosa di cui tacciamo sono «la verità», siamo noi quelli di cui tacciamo.
  • Per l'idea ci vuole la parola, senza la parola non c'è scambio, giusto un brulichio nella coscienza, come formiche sulla pelle.
  • Un'opera letteraria non è solo quello che lo scrittore (e il libro) dice, e nemmeno la maniera in cui viene presentata, ma è prima di tutto l'atmosfera che circonda il libro. Il libro diventa «vivo» in quest'atmosfera; altrimenti è simile a un corpo celeste raffreddato che riluce ma non avendo atmosfera non ha vita. Quest'atmosfera non cessa di esistere alla morte dello scrittore. Come nella vita reale, anche in letteratura vi sono personalità che muoiono lentamente, e anche dopo rimane comunque qualcosa della loro essenza, che si sprigiona dai loro libri come ai defunti continuano a crescere i capelli e le unghie. Perciò è viva la personalità di Tolstoj, perciò è vivo Proust…
  • Perché un'opera rimanga viva lo scrittore deve sapere che da qualche parte esiste, nel presente o nel futuro, quell'essere particolare, quel fenomeno dialettico che è il lettore, alleato e insieme nemico. Che chiama e contemporaneamente respinge. C'è qualcosa di sensuale in questo fenomeno, qualcosa di allettante e di minaccioso. Il lettore è il compagno, come in amore la donna.
  • Lo scrittore, che tra miseria e distruzione – che in guerra e in pace sono la condizione umana – si giustifica e assicura di «sentire sinceramente» quel che scrive, dimentica la regola secondo cui non esiste letteratura «sincera». Nella letteratura, come nella vita, solo chi tace è «sincero»: nell'attimo in cui qualcuno parla a un pubblico non è più «sincero», ma scrittore, o attore, perciò uomo che civetta.
  • Qual è la vera ragione della crudeltà umana? La volontà di sopprimere? Le basi della vita organica sono le proteine e gli acidi nucleici. Occorrono miliardi di anni perché su un pianeta dotato di biosfera una molecola si disponga nella catena evolutiva per diventare un organismo complesso. La molecola non è crudele… Ma questa stessa molecola, nella variante evoluta, l'uomo, lo è. Perché?… Nessun altro organismo è incline alla crudeltà, solo l'uomo. Il panico che assale l'uomo perché sa che un giorno dovrà morire può essere la ragione della sua crudeltà? Non sappiamo nulla; tutti noi viventi siamo condannati a morte, dei condannati a morte chiamati alla vita da un cieco caso, vagolanti in un universo buio e indifferente.
  • Ogni poeta è un mistico, altrimenti non è un poeta, solo un fabbricante di versi. Ma vi sono dei mistici, Valéry ad esempio, che non hanno un Dio. E provano allora un'eterna nostalgia per una divinità che ai loro occhi abbia un significato nell'Universo.
  • Così come le religioni hanno sempre cercato di ostacolare il formarsi delle libere opinioni, per loro pericolose, allo stesso modo i sistemi di potere politico ed economico dell'epoca della massificazione – il comunismo e la civiltà dei consumi postindustriale, altrettanto nemici del libero pensiero – fanno di tutto per tenere le masse umane in stato di infantilismo spirituale. I fondatori di religioni hanno sempre fatto credere agli uomini di essere stati creati da Dio a suo immagine e non confessano che in realtà sono stati gli uomini a creare Dio a propria somiglianza.
  • «Umanesimo» è la disposizione dell'animo che non confida nelle risposte sovrannaturali al problema della morte e non si aspetta la soluzione delle questioni terrene da forze sovrumane: per opera della cieca volontà del caso in un universo abbandonato, indifferente e ostile aveva preso forma un mammifero bipede, l'uomo, unico essere vivente che trovi un assetto nel mondo prescindendo dai suoi istinti.
  • Ma nella Luce ci si può solo immergere, come nell'oceano: l'uomo non vi può vivere stabilmente, perché perde i sensi. Solo nella penombra è possibile vivere – vivere, cioè progettare e poi agire.
  • Come capita nella vita: vediamo e sappiamo bene, nei momenti cruciali, le molte cose che sarebbe stato meglio non fare, non esternare… ma poi l'istante del ripensamento passa e rimane, con le tante incertezze, i difetti e anche i peccati, il «tutto», che è com'è perché non può essere diverso. E alla fine siamo responsabili solo del «tutto», i dettagli non contano.
  • Colui che conosce un solo libro è sempre pericoloso: è il tipo che si accosta ai problemi della vita senza elasticità mentale e con rigidi pregiudizi.

La sorella[modifica]

Incipit[modifica]

Mi accingo a raccontare qui l'esperienza che mi accadde di vivere in quella strana notte di Natale. Era il terzo dall'inizio della seconda guerra mondiale. È passato molto tempo da allora, e i giorni e notti che seguirono a quella serata ci hanno portato miseria e sofferenze. Ma il ricordo di quell'incontro è rimasto sempre vivo nel mio cuore e nella mia mente: non sono riusciti ad affievolirlo né l'annuncio della distruzione di intere città, né il dubbio e l'angoscia che in quel tempo turbavano gli animi riguardo al futuro dell'umanità, e neppure le immani disgrazie che si abbatterono su di noi con inaudita crudeltà. Ciò che appresi non riguardava la sorte di interi popoli, o di continenti, bensì il destino di un solo uomo: ma il fato può scagliarsi contro un solo uomo con la stessa cieca e inesorabile ferocia con la quale si abbatte sulla sorte di interi popoli.

Citazioni[modifica]

  • L'uomo è un giocattolo in mano a forze e intenzioni delle quali ignoriamo la vera natura, è un burattino manovrato da impulsi che si accendono al di là dei confini delle nostra ragione. (p. 28)
  • Quando si prende in mano la penna per fissare il ricordo di esperienze private si vuole sempre parlare ad altri uomini, anche quando si sceglie una forma di comunicazione pudica come il diario; sì, la letteratura ci insegna che i diari più famosi furono redatti perché il pubblico li leggesse.
  • Rivedere e accogliere per una seconda volta è un piacere assai più profondo che scoprire e afferrare.
  • […] è questo l'unico terreno sul quale l'uomo può misurarsi con Dio, ed essere in qualche modo alla sua altezza: quando crea dal nulla, come Lui.
  • Forse è proprio questo il grande male che schiaccia l'umanità: non il dolore, ma la paura che le impedisce di essere felice.
  • La vita diventa un veleno se non crediamo in essa, quando non è che un mezzo per saziare la vanità, l'ambizione, l'invidia. E si comincia ad avere nausea...
  • La malattia è uno stato primordiale, non conosce il pudore.
  • Nella Bibbia l'uomo e la donna «si conoscono» quando una vita sigilla l'altra con le parole e i gesti dell'amore. E questa «conoscenza» è il massimo che un essere umano possa dare a un altro essere umano.

Bibliografia[modifica]

  • Sándor Márai, Le braci (A gyertyák csonkig égnek), a cura di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano, 1998.
  • Sándor Márai, La donna giusta, traduzione di Laura Sgarioto e Kristina Sándor, Adelphi Edizioni, Milano, 2004.
  • Sándor Márai, I ribelli (A zandulok), a cura di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano, 2001.
  • Sándor Márai, Liberazione (Szabadulás), traduzione di Laura Sgarioto, Adelphi Edizioni, Milano, 2008.
  • Sándor Márai, L'eredità di Eszter, Adelphi, 2004.
  • Sándor Márai, L'isola (A sziget), traduzione di Laura Sgarioto, Adelphi Edizioni, Milano, 2007.
  • Sándor Márai, La recita di Bolzano (Vendégjáték Bolzanóban), traduzione di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano, 2000.
  • Sándor Márai, L'ultimo dono. Diari 1984-1989, a cura di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano, 2009.
  • Sándor Márai, Confessioni di un borghese (Egy polgar vallomasai), traduzione di Marinella D'Alessandro, Adelphi Edizioni, Milano, 2003.
  • Sándor Márai, La sorella (A nővér), traduzione di Antonio Sciacorelli, Adelphi Edizioni, Milano, 2006.
  • Sándor Márai, Divorzio a Buda (Válás Budán), traduzione di Laura Sgarioto, Adelphi Edizioni, Milano, 2002.
  • Sándor Márai, Terra, Terra!... (Föld, föld...!), traduzione di Katinka Juhász, Adelphi Edizioni, Milano, 2005.
  • Sándor Márai, Il gabbiano, traduzione di Laura Sgarioto, Adelphi Edizioni, Milano, 2011. ISBN 978-88-459-2595-5

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