Andrea Emo

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Andrea Emo Capodilista (1901 – 1983), filosofo italiano.

Citazioni di Andrea Emo[modifica]

  • Il pensiero è maschile, il sentimento è femminile.[1]
  • Il timido è un animo gentile che dà tanta importanza agli altri, non si ritiene degno di esistere e si vergogna di sé stesso.[2]
  • Il vuoto, il nulla dell'arte moderna è Orfeo che si volge a guardare Euridice.[3]

Aforismi per vivere[modifica]

  • L'uomo non può vivere senza immaginare alla vita dei fondamenti impossibili; quello che per l'uomo è necessario è sempre l'impossibile: per esempio la divinità. (p. 27)
  • Quando da qualche aquila o da qualche vento cosmico siamo rapiti tanto in alto che anche il posarsi su una vetta è uno scendere, quando non abbiamo più niente da leggere, da apprendere, quando nessuno spirito può essere consonante col nostro, allora non possiamo leggere altro testo che noi stessi, che il nostro intraducibile spirito e questa lettura è lo scrivere. (p. 43)
  • È un pregiudizio del secolo scorso che l'uomo desideri la libertà; in realtà esso desidera soltanto "espiare" la sua libertà, trovare un riposo e un perdono in una certezza o in una norma (tutte antitesi della libertà). L'uomo moderno come l'uomo di tutti i tempi, teme la libertà come una vertigine e la odia come un privilegio. Essa è il contrario della eguaglianza. (p. 48)
  • Anche la stupidità ha i suoi capolavori, come la pazzia ha il suo metodo. (p. 52)
  • Hanno il massimo significato tutte quelle cose che non vogliono averne. (p. 57)
  • Dove è luce ivi è fuoco, cioè una terribile distruzione. Non è possibile che sorga una luce, una illuminazione, senza che ad essa corrisponda come causa diretta, una distruzione essenziale, una spaventosa tragedia. Anzi la luce è l'altro aspetto, (l'aspetto spirituale?) della tragedia. (p. 58)
  • La memoria cioè gli altri divenuti noi stessi. (p. 68)
  • Quando apro la finestra del mattino e vedo le regioni dell'aurora, vedo la memoria di Adriano così potentemente pietrificata e l'angelo della resurrezione che rimette nel fodero la spada dell'ira, il gladio della notte, e apre le ali verso il cielo e l'avvenire come un appello all'eternità dell'aurora. (p. 93)
  • L'uomo è un dio che non ha pietà di sé. (p. 99)
  • Se chiedessero quale è la più bella parola, risponderei che è l'Amen. Amen è il suggello del silenzio. (p. 111)
  • La coscienza di sé è lo specchio, lo specchio magico in cui ci vediamo, in cui diveniamo immagine; la suprema gloria, lo specchio, la coscienza, è la fine dell'Eden. (p. 118)

Quaderni di metafisica[modifica]

  • L'aforisma pretende di spiegare tutto senza creare nulla sul già costruito, lo sfrutta e non vi apporta nulla di suo – salvo forse il sorridere malcontento del mondo presente, la malinconia, nostalgia di un mondo futuro. (q. 7, 1929, p. 90)
  • Un pensiero in sé perfetto non esiste; un pensiero è perfetto solo nella serie innumerabile dei pensieri che nascono da esso; appunto perché ogni pensiero è infinito. (q. 27, 1934, p. 195)
  • Credere in Dio è credere nel nulla. (q. 105, 1949, p. 477)

Supremazia e maledizione[modifica]

  • La democrazia è il deserto; ed è monoteista; l'eguaglianza è il deserto del monoteismo democratico – le estreme civiltà riproducono il deserto dei nomadi – tutti si pentono degli Olimpi della civiltà. (p. 18)
  • Il tentativo di conoscere il soggetto, di conoscere la conoscenza, l'individualità, la divinità, è sempre punito dal fulmine celeste o dalle rivendicazioni o dagli inferi – tentativo di conoscere che si perpetua come gloria e come colpa, come supremazia e maledizione [...] (p. 30)
  • L'angoscia è una delle forme con cui conosciamo il tempo; un nostro modo di individuare il tempo; forse perché è il modo con cui individuiamo, riconosciamo la morte, la morte in noi e nel tempo; il tempo è l'araldo della morte. (pp. 34-35)
  • La Musa Clio suona la sua lira, melodiosa come la memoria, assisa su una spaventevole montagna di cadaveri – essa tenta di evocare, dai defunti dei secoli defunti, delle figure più viventi di quelle di noi attuali. (p. 36)
  • Gli spiriti della notte sono i figli delle tenebre e dell'abisso, sono gli arcangeli della disperazione, oppure sono i sogni della salvezza? (p. 52)
  • Il bambino che deve essere iniziato alle lettere apprende, per cominciare, le vocali – il fondamento apparentemente solido ed evidente di un sottostante mistero – tutte le catacombe inestricabili dei misteri, delle oscurità, delle solitudini. Ogni evidenza ha un inesplorato sottosuolo – la vocale è la pace e il colore del Verbo; le cinque stagioni del Verbo, lo spettro newtoniano del Verbo; appena inquinato nei dittonghi in lingue non abbastanza meridionali, non abbastanza solari. Ma il Verbo non può rimanere vocale, deve divenire verbo anche nel senso grammaticale della parola – comincia così il mistero delle consonanti che non hanno fondamento, sono impronunziabili se non alleate alla stabilità arcaica della vocale. (pp. 73-74).
  • La poesia diffonde le ombre create dalla sua luce, e la luce creata dalle sue ombre. La poesia, con la sua luce, sveglia tutte le ombre che sono in noi. Essa è un oasi nel mondo delle evidenze. L'ombra di un sole impossibile che si rivela solo con l'ombra – in principio era la luce, e da essa derivarono le tenebre. (p. 124)
  • La grande storia, o meglio la grande storiografia, è una trasfigurazione della realtà, come la memoria. Le epoche storiche hanno molte vite, ma la loro vera vita è la vita postuma. La vita postuma è un accenno all'immortalità. (pp. 126-127)
  • Nell'epoca del destino il tempo non è più creatore, ma lento subdolo fatale distruttore; e distruttore di se stesso. Le epoche del destino, che noi abbiamo creato e che, come ogni creatura, strappa il potere al creatore, sono le creature del tempo e tentano di distruggerlo, nell'atto in cui lo sono. Ma il tempo è distruttore di se stesso, come il destino. (p. 131)
  • Io ho passato la mia vita inseguendo le Chimere e me ne congratulo; non vi è nulla di più interessante, piacevole e degno. La caccia alle Chimere è la più bella ed esaltante delle cacce.[4] (p. 151)
  • Il divieto di conoscere riguarda noi stessi; noi siamo nell'atto stesso Orfeo ed Euridice, amore e psiche, Lohengrin ed Elsa. Noi abbiamo un nome scritto forse nei cieli, ma perciò noto anche agli inferi. Esso è il paesaggio dai cieli agli inferi. Ma questo nostro nome segreto, il nome che vive in noi, noi lo viviamo, ma non possiamo conoscerlo. (p. 178)

Note[modifica]

  1. Citato in Marcello Veneziani, Imperdonabili, Venezia, 2017, p. 477, ISBN 978-88-317-2858-4
  2. Citato in Marcello Veneziani, Imperdonabili, Venezia, 2017, p. 479, ISBN 978-88-317-2858-4
  3. Da Le voci delle Muse. Scritti sulla religione e sull'arte 1818-1891, a cura di M. Donà e R. Gasparotti,, Marsilio, Venezia, 1992, p. 177; citato in Supremazia e maledizione, nota 13, p. 198.
  4. Citato in: Marcello Veneziani, Alla luce del mito, Marsilio editori, 2017, p. 58. ISBN 978-88-317-2639-9

Bibliografia[modifica]

  • Andrea Emo, Aforismi per vivere. Tutte le parole non dette si ricordano di noi, a cura di Raffaella Toffolo, postfazione di Massimo Donà, Mimesis, Milano, 2017. ISBN 978-88-8483-586-4
  • Andrea Emo, Quaderni di metafisica. 1927-1981, a cura di Massimo Donà e Romano Gasparotti, Bompiani, 2006.
  • Andrea Emo, Supremazia e maledizione. Diario filosofico 1973, a cura di Massimo Donà e Remo Gasparotti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998. ISBN 99-7078-513-0

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