Angelo di Costanzo

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Angelo di Costanzo (1507 circa – 1591), storico e poeta italiano.

  • Gli occhi miei, da che gli fu prima inoltrato l'Alfabeto, non hanno mai letto Opere che più gli giovino e dilettino, che quelle che produce il glorioso e felice ingegno vostro [Pietro Aretino]. (Lettera IV)[1]

Rime amorose[modifica]

Incipit[modifica]

A che dolce pensier così sovente | Torni a turbare il mio quieto stato? | E de' bei rai d'un nuovo sole armato, | Di rinfiammarmi il cor cerchi e la mente? | Già la ragion, quando tornar ti sente, | Prende contra le l'arme al modo usato, | Ma, sia sua colpa, o mio contrario fato, | Di restar vinta al fin par che pavente.

Citazioni[modifica]

  • Patria gentil, nido dal cielo eletto | Ad albergar colei, che in terra adoro; | Poiché pur li riveggio omai, s'io moro | Avrò nel morir mio pace, e diletto. (da Sonetto XVI)
  • Ahi! con quanti sospiri Amor pregai | Che le fermasse, a l'incontrarmi, il passo, | Per aver spazio di mirarla assai. | Ma ebber contrario effetto i preghi, ahi lasso! | Ch'ella passò volando, ed io restai | Da' suoi begli occhi trasformato in sasso. (da Sonetto XVII)
  • Sciocco è chi a contrastar col ciel s'ingegna, | Il tuo destin a tal ben non si degna; | Ond'è dispersa al vento ogni fatica. (da Sonetto XXIV)
  • D. Che farete, occhi miei, poi ch'io non spero | Veder per tanto spazio il viso santo?
    R. Farem con nuovo inusitato pianto | Fiumi maggior del Reno e dell'Ibero
    . (da Sonetto XXX)
  • Quella ch'è sol cagion del penar mio | Per breve spazio e poca lontananza | L'antico amore ha già posto in obblio, | Dal grave incendio mio, ch'ogni altro avanza | Veder si può, che nel mondo empio e rio | In donna aver si dee poca speranza. (da Sonetto XL)
  • E sol col cener mio muto e sepolto | Sfogar potrete il gran vostr'odio interno, | Che per amarvi troppo avete accolto. | Ch'io con lo spirito fuor di questo inferno | sol goderò del bel del vostro volto, | Dipinto in quel del gran Motore eterno. (da Sonetto XLIII)
  • Ricca nave dal porto appena uscita | Carca non pur di perle e d'oro e d'ostro, | Ma di tutto il tesor del secol nostro, | A solcar l'aspro mar di questa vita. (da Sonetto XLVI)
  • E de le dolci mie speranze morte | Sol per sepolcro la memoria resta, | Con speme di trovar, lasciando questa, | Nell'altra patria, vita assai men forte, | Prego, che mi sottragga ognor la Morte | A l'unghie di Fortuna aspra e molesta. (da Sonetto XLII)
  • Beltà crudel, che in due modi m'offende; | Pria col ferir, poi col vietar ch'io mostri | L'alte piaghe, onde il cor mercede attende. (da Sonetto XLII)
  • Chiuder non posso a quel pensier le porte, | Che mi reca voi viva entro la mente; | Ch'ei per virtù del vostro raggio ardente | V'entra per forza, e studia a la mia morte. (da Sonetto XLIX)
  • Ier piansi del mio lume i vivi rai | Spariti a me per mio sinistro fato; | Oggi piango il suo cor già dilungato | Da me, ch'abbandonar non dovea mai. (da Sonetto LII)
  • Quando il bel viso, in cui rose e viole | Fanno al più freddo verno ingiuria e scorno | Grate orecchie porgea, mirando intorno, | A le amorose mie calde parole. (da Sonetto LXXXIX)
  • Come dal vincitor fugge e s'asconde | Il vinto, in volto mesto e vergognoso, | Sommerse il carro suo tosto nell'onde. (da Sonetto LXXXIX)
  • Piango il mio duro esilio, e la gioconda | Vita passata, e le speranze spente; | E la cagion del mio viver dolente | Chiamo sempre, e non è chi mi risponda. (da Sonetto XCI)
  • Se quel che non ardisco | Cantar, nel cor, come in secreta istoria, | Qual vera dea v'adoro e riverisco. (da Sonetto XCIV)
  • Il primo annunzio di mia cruda morte, | Se a chi muor per amor tanto è concesso, | Vo' che tra il sonno l'ombra mia t'apporte. (da Sonetto XCVI)
  • Poi c'hai del sangue mio sete si ardente, | E perchi'io mora, o Morte acerba e ria, | Sei mossa per ferir la donna mia, | Col velenoso stral fiero e pungente. (da Sonetto C)
  • Ringrazio il ciel, ch'in quest'alme contrade | Drizzò i miei passi, e più ringrazio Amore, | Che mostrò a gli occhi miei tanta beltade. (da Sonetto CI)
  • Almen, or che di fredda, ed oscur'ombra | Copre la notte il ciel, piacciati in sonno | Mandarmi a consolar la tua bell'ombra. (da Sonetto CII)
  • Quanto quel cieco desiderio ardente, | Ch'a cercar il mio mal m'è guida e scorta, | Di qua di là vagando in van mi porta, | Tanto ha riposo sol l'inferma mente. (da Sonetto CIII)
  • ...se non simiglia immagin pinta, | Imputar non si dee punto a la vera; | Ma solo al mal pittor che l'ha dipinta. (da Sonetto CIV)
  • Rota, gentil, che della gloria vera | A sì gran passi il calle erto varcate, | Che per buon spazio addietro vi lasciate | De' spirti bei la più lodata schiera; | Io qui, dove Apennin la fronte altera | Mostra carca di neve a mezza estate, | Di mano uscito a l'empia crudeltate | Di donna assai più ch'orsa atroce e fiera, | Fo con nuovi pensieri aspre battaglie. (da Sonetto CXIV)
  • Languia la gran Colonna, e Amor con lei, | Dal cui bel viso mai non si diparte, | Da cruda febbre travagliato, e in parte | Stanco di saettare uomini, e Dei; | Quando dal terzo ciel scesa Colei, | Che in cielo, in terra, e in mare ha tanta parte, | La vide, e tra se disse : or per guai arte | Non so io son Ciprigna, e se costei? | Certo Amor che solca sempre esser meco | Mi dona a diveder che non son'io; | Poiché si strettamente il veggio seco, | Anzi mi par sia più possente Dio | Nella sua faccia, così infermo, e cieco. | Che sano esser non suol nel volto mio. (Sonetto CXV)
  • Innanzi tempo, ahi! caso acerbo e duro, | Quando del suo valor più si godea, | N'ha tolto morte invidiosa e rea, | Per far più che l'abisso il mondo oscuro. (da Sonetto XVII)
  • [Vittoria Colonna] Cenere è quel che in lungo incendio ardente | Soave foco in sul mio cor si sparse, | E dell'antiche sue faville, ond'arse | Già fredde or lascia le vestigia e spente. | D'un si lieve principio, ampio e possente | Come crebbe il mio duol qui può mirarse, | Qual ria procella suol dietro lasciarse | Delle rovine sue segno dolente; | Morto lo spirto, che talor vivace | Le sue fiamme sostenne invitto e forte, | Non gusta, o sente il cor dolcezza o doglia; | E se già visse in pene, or nella morte, | Queto giace e tranquillo, e questa spoglia | Lacera e rotta almen riposa in pace. (Sonetto CXIX)
  • Quand'un alma gentil, credo dal cielo | Discesa, ad onorar quel chiaro giorno, | Però che tal nascer non suole in terra, | Vidi tra molte stelle a par d'un sole | Con raggi fiammeggiar, da far in vita | Tornar quanti mai spense avara morte. (da Sestina)
  • Viver mill'anni e governar la terra | Vil servitù mi sembrerebbe, e morte, | Al par di riscaldarmi a sì bel sole, | Tal ch'io devoto vo' pregando il cielo | Che a gli occhi miei conceda un simil giorno, | Ma tanto ben non spero in questa vita. (da Sestina)
  • Canzon, oltra le pene ed i tormenti | Ch' avrian d'alta pietate i sassi accesi, | Oltra le notti, e i giorni indarno spesi | Vai perdendo le voci anco e gli accenti, | E non t'accorgi, ahi! poverella e stolta, | Che parli a un sordo cor che non t'ascolta? (da Canzone I)
  • Ahi! perduti mal graditi affanni, | Guest'è l'ultimo dì dei miei dolci anni. (da Stanze I)
  • Il sol, che chiaro a tutti gli altri splende, | A me d'oscurità velato appare. (da Stanze I)
  • Lasciando con la patria ogni conforto, | Ove più l'Appennin la neve agghiaccia, | Carco n'andrò di così gravi some, | Chiamando morte, e te sola per nome. (da Stanze I)

Istoria del regno di Napoli[modifica]

Incipit[modifica]

Poiché l'Imperator Federico Secondo, non senza nota d'ingratitudine, ebbe consumati i miglior anni suoi infestando la Chiesa Romana tanto di lui benemerita; ritrovandosi in Fiorentino Città di Puglia, (ch'or è disfatta) con animo di far nuovo esercito contro Papa Innocenzo IV dal quale poco innanzi era stato privato per sentenza dell'Imperio Romano e de' Regni di Puglia e di Sicilia; venne ad ammalarsi gravemente. E bench'egli per l'età, ch'era ancor fresca e per la robustezza del corpo, parea che avesse potuto prevalersi dal male: tutti gli Autori di quel tempo scrivono che fu affogato da Manfredi suo figliuolo bastardo, il quale alcuni anni avanti avea creato Prencipe di Taranto. Lasciò due figli legittimi, Corrado Re di Germania ed Enrico, il quale era fanciullo, ch'allora era in Sicilia. Lasciò tra' figli bastardi Enzio Re di Sardegna, che a quel tempo si ritrovava prigione in Bologna; Manfredi Prencipe di Taranto e Federico, che teneva il titolo solo del Prencipato d'Antiochia in Soria.

Citazioni[modifica]

  • Ed accade che Balduino Imperatore di Costantinopoli venne a Bari a tempo ch'egli si trovava in Barletta; andò cortesemente a riceverlo, e l'intertenne in feste e diversi giuochi d'arme, trai quali fu una giostra mantenuta da quattro giostratori i più riputati, i quali furo il Conte di Tricarico, M. Gioffredo di Loffredo, e due Siciliani, M. Tancredi di Vintimigli, e M. Corrado di Spatafore, cavalieri molto stimati; trovò che usciro ventidue avventurieri, i nomi de' quali (per quei che scrive nelli suoi Diurnali Matteo di Giovenazzo) sono questi. Roberto Piscicello, Gottardo Sassone, Atenase Poderico, Galasso Siginolfo, e Stefano Brancazzo Napolitani, Ruggiero Stellato, Matteo della Porta di Salerno, Cataldo e Giacomo Protentini di Taranto, Rienzo di Falconi, Gasparo di Persona, ed Orlando Maramonte Otrantini; Riccardo della Leonessa, Guglielmo d'Evòli, Sarro d'Antignano e Pietro d'Abenavoli di Capua, Simone di Sanguino, Saccone di Monte Agana, Lorenzo Torto, ed Eleuterio di Valignano d'Abruzzo, e Betumeno e Jacet Saraceni. (p. 20-21)
  • Scrive Matteo di Giovinazzo, che l'esercito di Manfredi la maggior parte era di Saraceni, e che per difesa del regno Manfredi avea chiamato i Baroni, come sono tenuti per lo servizio delli feudi, e tra quelli nomina i Conti di Celano e di Molisi, e li Signori di casa d'Acquaviva e di casa di Sangro e di casa di Gesoaldo, e alcuni altri di case, che ora sono estinte. (p. 25-26)
  • Venuto l'anno di Cristo MCCXCIV. all'ultimo presero risoluzione di far Papa un povero Eremita, chiamato fra Pietro di Morone, che stava in un picciolo eremitaggio, due miglia lontano da Sulmone, nella laida del monte di Majella, e già era opinione, che per la santità della vita non accetterebbe il Papato: Re Carlo udita l'elezione, andò subito a persuadere che l'accettasse e ad adorarlo, e l'indusse a mandare a chiamar il Collegio de' Cardinali all'Aquila, e fu agevol cosa a persuaderlo, non già per avidità ch'egli avesse di regnare, ma solo per la semplicità ed umiltà sua grandissima. (p. 157)
  • Questo Pontefice chiamato Celestino V dimostrò quanta differenza sia dalla vita attiva alla contemplativa, perché essendo stato di tanta gran fama, ch'espose i Cardinali a crearlo Papa, si scoverse nell'altra tanto inetto, che i medesimi Cardinali si pentiro di averlo creato, ed egli stesso di avere accettato il Pontificato, e già non mostrava minor volontà di ritornare al suo eremo, che i Cardinali desideravano ch'egli il facesse, del che Re Carlo sentìa dispiacere grandissimo, perché quando fu creato se 'l tenne a grandissima ventura, essendo suo vassallo e di così santa vita, dal quale sperava ottenere quanto volea, e poiché vide che i Cardinali lo scoversero per uomo di poco valore, gli persuase che venìsse in Napoli per mantenerlo col fiato e col favor suo, ma non valse a ritenere la santa intenzione di Celestino, poiché tra pochi dì per ispirazione Divina, per la fiducia del Regno celeste, che gli fece vile il Regno terreno, o fosse, come dice Dante, per viltade, a mezzo Dicembre rinunziò il Papato in man de' Cardinali, e se ne ritornò al suo eremo. (p. 157-158)
  • Ruggiero per la prima impresa volle andare sopra Squillace, la quale era tenuta da benissimo presidio de' soldati, richiese il Re, che mandasse per terra Blasio d'Alagona con l'esercito, a tal ch'in un medesimo tempo si potesse combattere per mare e per terra: venne Blasio, e nel dare l'assalto per terra fu in modo ributtato, che se i Terrazzani voleano essere contenti d'avere ben difesa la Città, come conveniva, non sarebbe pigliata mai; ma i Terrazzani, ch'eran in maggior numero che i soldati del presidio, usciro e s'allontanaro temerariamente tanto dalla Terra, dando la caccia a' nemici, che Ruggiero di Loria, ch'invano si travagliava di combattere la Terra per mare, pose subito i soldati dell'armata in terra, ed occupò quel luogo, ch'era tra i Cittadini usciti col presidio e la Città, ed allora Blasio avendo per forza fatto far testa a suoi che fuggivano, rinnovò la battaglia e si trovaro i Terrazzani rinchiusi, sentendosi all'improvviso Ruggiero coi suoi dietro le spalle, onde fu fatta tal uccisione, che non fu casa in Squillace ove non fosse morto alcun a quella giornata: de' soldati del presidio si salvaro pochissimi, facendosi per vera virtù la strada con l'arme a ritornar alla Città, la maggior parte feriti, e la Città restò tanto spaventata al ritorno loro, che subito pigliò partito di rendersi e fu data a Corrado Lanza con buon numero di gente, e Biasio, con l'esercito di terra andò sopra Pietro Ruffo, ch'era in Catanzaro, Signore per antica nobiltà di sangue illustre, il qual essendo stato fidato sopra la speranza della pace, non avea fatte quelle provisioni di cose da vivere né dei soldati, che avesse potuto sostenere un lungo assedio; pur i Terrazzani che l'amavano, lo confortaro a tenersi, promettendo di voler morire tutti sotto la bandiera sua, ma il buon Signore volle assicurarsi, mandò a Riggio a patteggiare con Re Federico, e così si rese a patti, che se fra quaranta dì, l'esercito di Re Carlo non venia a soccorrere, si dava reso. (p. 172)

Citazioni su Angelo di Costanzo[modifica]

  • Angelo di Costanzo uno de' primi poeti italiani. (Ludovico Antonio Muratori)
  • Dunque è morto il Costanzo? or chi più vostro | Fia duce, o sacri ingegni? e chi v'addita | D'onor la via, se col suo piè partita | Virtù sen riede al sempiterno chiostro? | Voi, che a dolervi, o muse, al dolor nostro | Comun lamento e proprio danno invita, | Spargete, estinto lui che vi diè vita, | Per gl'occhi pianto e per le penne inchiostro. | E tu, tante tue glorie in breve speco | Rinchiuse in un con l'onorata salma, | Sospira, o Mondo impoverito e cieco. Sol morte lieta di sì chiara palma. Trionfi intanto e goda, e godan seco | La Terra che ha le membra, e 'l Ciel ch' ha l'alma. (Giovan Battista Marino)
  • Il Costanzo dipinge l'anima sua delicata ne' versi che ci ha lasciati; talché di lui potrebbe dirsi senz'altro, che sentito avendo così squisitamente l'amore e il bello, esser non potea altrimenti che un uom virtuoso. (Agostino Gallo)
  • Il Costanza, il Caracciolo, e Ferrante, | Che del tempo il furor s'han preso a scherno, | E rendono il Tirreno alto e sonante, | Piano ed umil nel tempestoso verno. (Bernardo Tasso)
  • Compilò Angelo di Costanzo quella sua grave e giudiziosa storia del regno di Napoli, che siccome oscurò tutto ciò che insino allora erasi scritto, così ancora per la sua gravità, prudenza civile, ed eleganza si lasciò indietro tutte le altre che furono compilate dopo lui dalla turba d'infiniti altri scrittori. Per questa cagione l'istoria di questo insigne scrittore sarà da noi più di qualunque altra seguitata, né ci terremo a vergogna, se alle volte colle sue medesime parole: come ehe assai gravi e proprie, saranno narrati i loro avvenimenti. (Pietro Giannone)

Note[modifica]

  1. Dalle Lettere in Le rime d'Angelo di Costanzo, a cura di Anton Federigo Seghezzi, Giuseppe Comino, Padova 1750.

Bibliografia[modifica]

  • Angelo di Costanzo, Rime amorose da Poesie italiane e latine e prose, a cura di Agostino Gallo, Tipografia Francesco Lao, Palermo 1843.
  • Angelo di Costanzo, Istoria del regno di Napoli, Società Tipografica dei Classici Italiani, Milano 1805.

Voci correlate[modifica]

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