Cesare Marchi

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Cesare Marchi (1922 – 1992), scrittore, giornalista e personaggio televisivo italiano.

  • La pubblicità è vecchia come il mondo. Infatti, come tutti sanno, cominciò il serpente a decantare a Eva le virtù della sua frutta. (da Quando l'Italia ci fa arrabbiare, Rizzoli)
  • Se uno scrivesse regno monarchico, acqua idraulica, ghiaccio gelato, fuoco igneo, passerebbe per matto. Chi dice repubblica democratica popolare, no. (da Impariamo l'italiano, Rizzoli, 1984)

Quando eravamo povera gente[modifica]

  • Chi rimpiange la vecchia civiltà contadina, non l'ha mai conosciuta da vicino.
  • È destino che ogni generazione calunni se stessa, rimpianga le precedenti, per poi essere rivalutata dalle successive.
  • I proverbi dialettali non sono «trasferibili», vanno gustati sul posto. Come il lambrusco.
  • La botte è l'unico carcere che renda migliore chi vi sta dentro.

Non siamo più povera gente[modifica]

Incipit[modifica]

Chi siamo noi italiani? Per risolvere questo dubbio, che i sociopsicologi chiamano crisi d'identità, leggo ansiosamente i giornali e in un quotidiano scopro che, secondo i giapponesi, siamo degli stupidi.
Un rotocalco mi informa che, dopo la Danimarca, l'Italia è il Paese dove si vive meglio. Il «Figaro Magazine», interpellati seimila europei e mille americani d'ambo i sessi, ci attribuisce il primato mondiale della seduzione: il trentacinque per cento delle preferenze, contro il ventotto per i francesi e il sedici per gli spagnoli. Tutto questo però non ci aiuta a capire chi siamo.

Citazioni[modifica]

  • Chi per tanto tempo si è adattato a vivere male, non sospettando l'esistenza del meglio, appena lo intravvede lo vuole subito. Poi non si accontenta del meglio, vuole l'ottimo. (prefazione, p. 8)
  • L'umorismo non distribuisce certezze, la sua casa è il dubbio. (prefazione, p. 9)
  • L'incontentabilità umana può restare assopita per un tempo più o meno lungo, ma una volta risvegliata è difficile frenarla. Ed è bene che sia così, perché l'incontentabilità è la molla che fa avanzare il mondo. Se l'uomo si fosse sempre accontentato, sarebbe ancora fermo alle caverne e alle palafitte. (prefazione)
  • L'italiano è per il divorzio, l'aborto, la pillola, la fecondazione artificiale, ma spende un milione per il vestito della figlia che va alla prima comunione. (p. 14)
  • [L'italiano] Legge i giornali di sinistra, ma non vota a sinistra. Se vota a sinistra, è contrario alla selezione meritocratica, ma per il suo tempo libero sceglie i ristoranti con due stelle, i concerti con i più famosi direttori d'orchestra. (p. 14)
  • [L'italiano] Ama le battute di spirito, ma a carico degli altri. Sale sempre sul carro del vincitore, ma è prontissimo a scendere in corsa, se si accorge di avere sbagliato carro. (p. 14)
  • I giapponesi dicono che siamo una nazione di stupidi, il «Figaro Magazine» che siamo dei casanova. Non hanno capito niente. Noi siamo la nazione del ma. (p. 14)
  • Rimpiango le velenose ironie, l'ustionante epigramma alla Flaiano, alla Longanesi, definito «il componimento che con il minor numero di parole procura il maggior numero di nemici». (p. 215)

Quando siamo a tavola[modifica]

Incipit[modifica]

Innanzitutto deve avere l'osso, il manico. Senza il manico, la costoletta (per carità, non chiamatela cotoletta) è un fiore senza stelo, una bandiera senz'asta, una spada senz'impugnatura, un elmo senza pennacchio. Ruvida, quasi scontrosa nel suo malinconico aspetto di foglia morta, essa nasconde sotto la corteccia d'oro brunito una polpa rosea e mansueta come il cuore d'una maddalena pentita.
Per mangiare il tacchino dobbiamo essere in due, io e il tacchino, ridacchiava quel ghiottone di Gioacchino Rossini. Per gustare la costoletta è consigliabile la compagnia dell'autore, il cuoco Alfredo Valli, milanese naturalmente, che siede al tavolo dell'ospite e gli racconta, con scienza, il viaggio di questo pezzo di carne, dalle opache stalle brianzole, alle candide tovaglie del ristorante Gran San Bernardo, in via G. A. Borgese.
– Per prima cosa, occorre la materia prima, cioè il vitello – esordisce lapalissianamente Alfredo, che debuttò al Biffi Scala, ai tempi del duello Maria CallasReanata Tebaldi, cui seguiva, dopo teatro, il duello Callas – costoletta da mezzo chilo, – un vitello sui novanta giorni di vita, che non abbia mai toccato mangime sintetico. Soltanto il latte di mamma mucca.

Citazioni[modifica]

  • L'ira, furor brevis come la chiamò Orazio, fomenta risse allo stadio, tumulti di disoccupati davanti alla prefettura e parolacce in parlamento. (prefazione, p. 9)
  • La superbia scava abissi di odio tra i sottomessi e i soprastanti, continuamente pungolati, quest'ultimi, dall'insana smania di eccellere. (prefazione, p. 9)
  • L'avarizia accumula ricchezze che usa per il tornaconto personale, non nell'interesse collettivo. (prefazione, p. 9)
  • L'invidia soffre per la buona fortuna del prossimo, e non potendo godere, per insufficienza propria, dei propri successi, gode malignamente degli insuccessi altrui. (prefazione, p. 9)
  • L'accidia è pigrizia, negligenza nel fare il bene, nel compiere i propri doveri verso se stessi e verso la collettività. (prefazione, p. 9)
  • Assieme alla lussuria, la gola è il vizio più confessabile. Nessuno si vanterà pubblicamente di essere invidioso, avaro, tracotante, iracondo, negligente. Ma nessuno si vergognerà di dire che va matto per le profiteroles (e per Francesca Dellera). (prefazione, p. 9)
  • La gola, è stato scritto, ha un'altra peculiarità: è il solo vizio che aumenta con l'età, mentre tutti gli altri tendono a diminuire. (prefazione, p. 9)
  • I peccati esigono calorie, la gola gliele fornisce. Perciò i santi eremiti si ritiravano nel deserto a digiunare, cibandosi di erbe e di locuste. Negando al corpo le calorie nell'aldiquà, sottraevano l'anima alle fiamme nell'aldilà. (prefazione, p. 10)
  • Nel Veneto si dice: il baccalà l'è come la dona, più la se bastona più la diventa bona. (p. 11)
  • Gli antichi romani pranzavano al suono della cetra, noi abbiamo Bruno Vespa e Paolo Frajese. (p. 16)
  • In un momento di malumore Ugo Foscolo battezzò Milano «paneròpoli», città della panna. Giovanni Rajberti la chiamò «capitale delle polpette» che non sembra un giudizio lusinghiero. Nei Promessi sposi, il Manzoni fa mangiare a Renzo, Tonio e Gervaso, andati all'osteria poco prima del «matrimonio a sorpresa», un gran piatto di polpette. E quando la madre, Giulia Beccaria, gli domandò il perché di tale scelta, don Lisander rispose: «Cara mamma, mi avete fatto mangiare fin da bambino tante di quelle polpette, che ho ritenuto giusto farle assaggiare anche ai personaggi del mio romanzo». (p. 17)
  • Dopo il film Riso amaro ho lungamente sognato Silvana Mangano, quelle calze nere di mondina infilate su due gambe senza fine; adesso Silvana non c'è più, io cammino sul viale del tramonto, il riso no. Perciò continuo a cantare le lodi di quest'umile cereale che per la nostra felicità muore tre volte: nell'acqua, nella salsa, nel vino. Ho sempre ammirato l'equità di Madre Natura che, amministrando la legge dei contrari, fa nascere dal turpe fango degli stagni una creatura così pulita e gustosa. (pp. 20-21)
  • L'unità d'Italia, sognata dai padri del risorgimento, oggi si chiama pastasciutta; per essa non si è versato sangue, ma molta pummarola. (p. 24)

Bibliografia[modifica]

  • Cesare Marchi, Quando eravamo povera gente, Rizzoli, 19887.
  • Cesare Marchi, Non siamo più povera gente, RCS Libri, Milano, 1989.
  • Cesare Marchi, Quando siamo a tavola, RCS Libri, Milano, 1990.

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