Leo Longanesi

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Leo Longanesi (1905 – 1957), giornalista, editore, disegnatore e aforista italiano.

Citazioni di Leo Longanesi[modifica]

  • Mussolini ha sempre ragione! (da L'italiano, 11 febbraio 1926; ora in Vademecum del perfetto fascista, Vallecchi)
  • Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri. (da L'italiano, 30 settembre 1927)
  • L'amore è l'attesa di una gioia che quando arriva annoia. (da Una vita, Longanesi)
  • Non credo che in Italia occorra servirsi di scenografi per costruire un film. Noi dovremmo mettere assieme pellicole quanto mai semplici e povere nella messinscena, pellicole senza artifizi, girate quanto più si può dal vero. È appunto la verità che fa difetto ai nostri film. Bisogna gettarsi alla strada, portare le macchine da presa nelle vie, nei cortili, nelle caserme, nelle stazioni. Basterebbe uscire in strada, fermarsi in un punto qualsiasi e osservare quel che accade durante mezz'ora, con occhi attenti e senza preconcetti di stile, per fare un film italiano naturale e logico. (da L'Italiano, n. 17-18, 1933; citato in Gianfranco Gori, Alessandro Blasetti. Firenze, La nuova Italia, 1984. p. 25)
  • Non comprate quadri moderni: fateveli in casa. (citato in Focus n. 60, p. 185)

I giusti pensieri del signor di Bonafede[modifica]

  • I filosofi, è cosa strana, non capiscono nulla di arte, mentre gli artisti capiscono assai di filosofia: segno è che l'arte è anche filosofia, ma la filosofia non è arte.
  • I nostri deputati leggono poco, si sente dal loro silenzio.
  • Il popolo italiano è sempre in buona fede.
  • Sotto ogni italiano si nasconde un Cagliostro e un San Francesco.

[Leo Longanesi, I giusti pensieri del signor di Bonafede, L'Italiano, 5 luglio 1926, in Autori vari, Scrittori italiani di Aforismi - Il novecento.]

In piedi e seduti[modifica]

Incipit[modifica]

Il quattro novembre 1918 l'Italia firma l'armistizio con l'Impero Austro-Ungarico; a distanza di pochi giorni la Francia firma quello con la Germania. In Europa si combattono ancora piccole guerre di chiusura, ma la parola PACE appare a grandi lettere nei titoli dei giornali.
I soldati ritornano dopo aver combattuto per quattro anni «la più grande guerra della storia»; otto milioni di uomini sono stati uccisi.
Ansiosa di un nuovo ordine, l'Europa non scorge che due strade: Lenin e Wilson. È in tutti la convinzione che il «mondo di prima» sia al tramonto. Con la guerra del '14 è caduto il sipario sull'800.

Citazioni[modifica]

  • «Dove andremo a finire?» si domandano le direttrici dei collegi leggendo sulla Tribuna del ventun febbraio 1919 questa notizia: «Enrico Cavicchioli ha ultimato la sua nuova commedia in tre atti dal titolo: La danza del ventre, che ha per protagonista un eunuco.» (p. 39)
  • La minoranza dei giovani borghesi reduci, che non sanno quale distintivo mettere all'occhiello, si domanda: «Perché fare il processo a una guerra vinta?»
    «La guerra si accetta in blocco o si respinge in blocco. Se questo processo deve essere eseguito, saremo noi che lo faremo e non altri». [Benito Mussolini] (p. 40)
  • Nei caffè apparivano piccoli cartelli con queste parole: «La mancia è un residuo medioevale: offende chi la riceve e degrada chi la offre». (p. 42)
  • Gli ideali che nascono dal pane, fanno perdere il pane. (p. 44)
  • «Il socialismo puzza di formaggio», disse un giorno il nostro professore alludendo agli scandali delle cooperative rosse. (p. 46)
  • Distratta, indolente, prudente, la nostra borghesia ama i suoi figli viziati e ribelli. (p. 60)
  • Fra Facta e Mussolini, il paese aveva già fatto la sua scelta: il primo è un onest'uomo, con due baffi bianchi, ignoto a tutti, incapace di uscire dalla tutela giolittiana; il secondo ha due occhi autoritari, il passo spedito, la voce risoluta. Il primo spera, il secondo vuole, e tutti gli italiani vogliono. (p. 113)
  • Alla storia non si chiede né il numero dei morti né il costo delle grandi imprese! (p. 124-125)
  • Di tutte le marce che rallegrarono la nostra penisola, da quella di Quarto in poi, la marcia su Roma è la più gaia, la più numerosa, la più riuscita. Nessun triste incidente la rattrista, tutto si svolge in perfetto ordine fascista. (p. 125)
  • L'arte di trascorrere il tempo [...] è l'arte di non inseguirlo.

[Leo Longanesi, In piedi e seduti, presentazione di Indro Montanelli, Longanesi & C., Milano 1968.]

La sua signora[modifica]

  • Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione. (Milano, 3 agosto 1955)
  • Buoni a nulla, ma capaci di tutto. (Milano, 29 marzo 1955)
  • C'è una sola grande moda: la giovinezza. (Milano, 23 novembre 1949)
  • Chi rompe, non paga e siede al governo. (Milano 4 ottobre 1956)
  • Eppure, è sempre vero anche il contrario. (Milano, 25 marzo 1955)
  • I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari. (Milano, 30 novembre 1955)
  • I debiti di riconoscenza si pagano entro le ventiquattro ore con l'antipatia. (Milano, 28 agosto 1953)
  • I difetti degli altri assomigliano troppo ai nostri. (Milano, 1° aprile 1955)
  • I problemi sociali non si risolvono mai: invecchiano, passano di moda e si dimenticano.
  • I ricordi si interpretano come i sogni. (Milano, 28 marzo 1955)
  • Il contrario di quel che penso mi seduce come un mondo favoloso. (Milano, 12 maggio 1948)
  • Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda. (Milano, 29 aprile 1952)
  • In Italia, tutti sono estremisti per prudenza. (Milano, 19 febbraio 1956)
  • L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati. (Milano, 3 giugno 1956)
  • L'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto. (Milano, 27 novembre 1955)
  • L'italiano non lavora, fatica. (Roma, 1° luglio 1953)
  • L'italiano: totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica. (Milano, 11 agosto 1956)
  • La libertà tende all'obesità. (Milano, 28 maggio 1955)
  • La virtù affascina, ma c'è sempre in noi la speranza di corromperla. (Milano, 1° aprile 1955)
  • Montanelli: un misantropo che cerca compagnia per sentirsi più solo. (Milano, 27 marzo 1955)
  • Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi. (Milano, 8 gennaio 1957)
  • Non si ha idea delle idee della gente senza idee.
  • Quando era fascista abusava di verbi al tempo futuro; ora, democratico, si serve del condizionale.
  • Quando potremo raccontare la verità non ce la ricorderemo più. (Milano, 6 Agosto 1957 – conclude il volume)
  • Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa. (Milano, 20 gennaio 1951)[1]
  • «Suo figlio studia?»
    No, ora fa il fascista.
  • Un anno passa rapido, un mese mai. (Milano, 23 giugno 1953)
  • Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa. (Milano, 22 marzo 1957)
  • Un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.
  • Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo. (Milano, 18 febbraio 1957)

[Leo Longanesi, La sua signora, Rizzoli]

Parliamo dell'elefante[modifica]

  • B. C.: Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza. (7 maggio 1939)
  • Bisogna trovare un fratello al Milite Ignoto. (26 luglio 1938)
  • Ci si conserva onesti il tempo necessario che basta per poter accusare gli avversari e prendergli il posto.
  • Cielo chiaro, sole splendente; se non piove, siamo tutti ottimisti. (Roma, 17 gennaio 1943)
  • È meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità. (Roma, 4 novembre 1944)
  • Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica. (15 dicembre 1938)
  • Il napoletano non chiede l'elemosina, ve la suggerisce.
  • La carne in scatola americana la mangio, ma le ideologie che l'accompagnano le lascio sul piatto. (Napoli, 14 gennaio 1944)
  • La noia segue l'ordine e precede le bufere. (22 marzo 1938)
  • La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia. (Roma, 26 novembre 1945)
  • Le apparenze hanno per me uno straordinario valore e giudico tutto dall'abito... ho il coraggio di essere superficiale.
  • Non c'è posto per la fantasia, ch'è la figlia diletta della libertà. (Napoli, 9 dicembre 1943)
  • Non bisogna appoggiarsi troppo ai princìpi, perché poi si piegano.
  • Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee. (Roma, 9 ottobre 1944)
  • Nulla si difende con così tanto calore quanto quelle idee a cui non si crede.
  • Se le religioni fossero molto chiare perderebbero, coll'andar del tempo, i credenti.
  • Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia. (Roma, 19 agosto 1944)
  • Sono un carciofino sott'odio. (11 dicembre 1938)[2]
  • Sono un conservatore in un Paese in cui non c'è niente da conservare.
  • Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola. (27 maggio 1940)
  • Un'idea imprecisa ha sempre un avvenire.
  • Vissero infelici perché costava meno. (15 marzo 1938)
  • Veterani si nasce. (15 novembre 1938)

[Leo Longanesi, Parliamo dell'elefante, Longanesi]

Incipit di Un morto fra noi[modifica]

Quando Roma ci apparve dall'alto dei colli Albani, nel gran sole di quella mattina, credemmo davvero che la nostra storia fosse finita. Dopo un anno di vita randagia, divisi dai parenti da un fronte di battaglia, incerti sul nostro destino, abituati a vivere alla giornata, quel ritorno ci indispettiva più che rallegrarci.
«La giovinezza è finita!» esclamò Soldati. «Pensiamoci prima di bussare al nostro uscio. Domani saremo più vecchi di dieci anni. Questo è il confine fra due età: è qui che si decide!»
La sua voce aveva un accento melodrammatico: capivamo che Soldati recitava la parte del profugo che ritorna. Ora gli piaceva giocare quel ruolo letterario, e piaceva anche a noi ascoltarlo e far finta di credergli. Le nostre barbe lunghe, i nostri abiti sudici e a brandelli, le nostre robe avvolte in fazzoletti laceri, gli zaini gonfi di libri e il bastone da pellegrino s'intonavano a quel discorso.

Citazioni su Leo Longanesi[modifica]

  • Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...» Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo. (Indro Montanelli)

Note[modifica]

  1. Riportato anche in Fa lo stesso, Longanesi.
  2. Citando, secondo Ruozzi, la definizione che Ugo Ojetti dava di Arrigo Cajumi, "Un limone sott'aceto", riportata da Cajumi in Pensieri di un libertino.

Bibliografia[modifica]

  • Autori vari, Scrittori italiani di Aforismi – Il novecento, a cura di Gino Ruozzi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1996. ISBN 88-04-41029-9
  • Leo Longanesi, Un morto fra noi, Longanesi & C., Milano, 1952.

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