Joseph Conrad

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Joseph Conrad

Joseph Conrad, nato con il nome di Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (1857 – 1924), scrittore polacco naturalizzato britannico.

Citazioni di Joseph Conrad[modifica]

  • Di solito ci si sente molto importanti a vent'anni, ma in realtà si diventa utili solo quando ci si rende conto di quanto sia invece insignificante l'individuo nello schema generale dell'universo.[1]
  • Essere donna è terribilmente difficile perché consiste principalmente nel trattare con gli uomini.
Being a woman is a terribly difficult trade since it consists principally of dealings with men.[2]
  • Guai all'uomo il cui cuore da giovane non ha appreso a sperare, ad amare e a riporre fiducia nella vita!
Woe to the man whose heart has not learned while young to hope, to love — and to put its trust in life!![3]
  • Il compito che mi spetta e che cerco di assolvere è di riuscire, col potere della parola scritta, a farvi udire, a farvi sentire... Di riuscire soprattutto, a farvi vedere.[4]
  • Il capitano Mac Whirr aveva navigato sulla superficie degli oceani come certi uomini sfiorano gli anni della vita per poi calare dolcemente in una placida tomba, ignorando la vita stessa fino all'ultimo, senza essere mai stati costretti a constatare tutto quel che può contenere in fatto di perfidia, di violenza e di terrore. Esistono, sul mare e sulla terra, uomini così fortunati... o così disdegnati dal destino o dagli oceani.[5]
  • Il mare non è mai stato amico dell'uomo. Tutt'al più è stato complice della sua irrequietezza.[6]
  • Il mondo dei vivi, quale è, non è certo privo di meraviglie e misteri; meraviglie e misteri che influenzano le nostre emozioni e la nostra intelligenza in modi così inspiegabili da giustificare quasi il concetto della vita come di una condizione incantata. No, sono troppo saldo nella mia consapevolezza del meraviglioso per essere sedotto dal preternaturale, che (prendetelo come volete) è qualcosa di artefatto, costruito da menti insensibili agli intimi piaceri del nostro rapporto con i morti e con i vivi, nella loro incalcolabile moltitudine; una dissacrazione delle nostre più tenere memorie; un'offesa alla nostra dignità.[7]
  • La lunga, eterna tensione di una tempesta produce questo effetto: l'attesa interminabile della catastrofe culminante. Ed è fisicamente spossante il semplice avvinghiarsi alla vita in quel tumulto eccessivo.[5]
  • La natura delle mie conoscenze delle impressioni e delle idee in cui ebbero origine le mie opere, ha dipeso direttamente dalle condizioni stesse della mia vita.[8]
  • La vera pace di Dio comincia in qualunque punto a mille miglia dalla terra più vicina; e quando Egli vi manda i messaggeri della Sua potenza, non è in un impeto d'ira terribile contro il delitto, la presunzione e la follia, ma paternamente, per purificare dei cuori semplici; dei cuori ignoranti che non sanno nulla della vita e che palpitano senza essere disturbati dall'invidia o dall'avidità.[9]
  • Nessuna occupazione è seria, neppure quando l'ammenda per il fallimento è rappresentata da una pallottola in petto.[10]
  • Non è necessario credere in una fonte sovrannaturale del male: gli uomini da soli sono perfettamente capaci di qualsiasi malvagità.[11]
  • Qualsiasi dono narrativo e drammatico io possa avere è sempre instintivamente usato per quello scopo: raggiungere e portare avanti les valeurs idéales.[12]
  • Soltanto nella nostra attività troviamo la salutare illusione di un'esistenza indipendente dall'universo intero, del quale tuttavia costituiamo soltanto una parte trascurabile.[10]
  • Tradire. Parola grossa. Che significa tradimento? Di un uomo si dice che ha tradito il paese, gli amici, l'innamorata. In realtà l'unica cosa che l'uomo può tradire è la sua coscienza.[13]
  • Un artista è un uomo d'azione, sia che crei un personaggio, inventi un espediente o trovi la via d'uscita da una situazione complicata.[14]
  • Un'opera che aspiri, per quanto umilmente, alla condizione di arte, dovrebbe portare in ogni riga la propria giustificazione.[15]

Cuore di tenebra[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

The Nellie, a cruising yawl, swung to her anchor without a flutter of the sails, and was at rest. The flood had made, the wind was nearly calm, and being bound down the river, the only thing for it was to come to and wait for the turn of the tide.

The sea–reach of the Thames stretched before us like the beginning of an interminable waterway. In the offing the sea and the sky were welded together without a joint, and in the luminous space the tanned sails of the barges drifting up with the tide seemed to stand still in red clusters of canvas sharply peaked, with gleams of varnished sprits.

[Da Wikisource]

Alberto Rossi[modifica]

Il Nellie, piccolo yacht da crociera, girò sull'ancora senza un fluttuar delle vele, e s'arrestò. La marea era alta, quasi del tutto cessato il vento, e poiché si scendeva, in favor di corrente, verso la foce, altro non rimaneva che fermarci e attendere il riflusso.
L'ultimo tratto del Tamigi che conduce al mare si stendeva innanzi a noi, come il principio di una sterminata via acquea. Laggiù al largo il mare e il cielo si saldavano insieme senza giuntura, e nello spazio luminoso le vele color di ruggine delle barche che salivano alla deriva portate dal flusso parevan ferme in rossi grappoli di tela foggiata a punte aguzze, tra un balenio di aste verniciate.

[Joseph Conrad, Cuore di tenebra (Heart of Darkness), nota introduttiva di Giuseppe Sertoli, traduzione di Alberto Rossi, Einaudi, Torino, 1974. ISBN 8806385704]

Luisa Saraval[modifica]

La Nellie ruotò sull'ancora senza far oscillare le vele, e restò immobile. La marea si era alzata, il vento era quasi caduto e, dovendo ridiscendere il fiume, non ci restava che ormeggiare aspettando il riflusso.
L'estuario del Tamigi si apriva davanti a noi, simile all'imbocco di un interminabile viale. Al largo, il cielo e il mare si univano confondendosi e, nello spazio luminoso, le vele color ruggine delle chiatte che risalivano il fiume lasciandosi trasportare dalla marea, sembravano ferme in rossi sciami di tela tesa tra il luccichio di aste verniciate.

[Joseph Conrad, Cuore di tenebra, traduzione di Luisa Saraval, Garzanti, 1990. ISBN 8811584124]

Mauro Fissore[modifica]

La Nellie, una iole da crociera, girò all'ancora senza alcun tremolio di vele, e giacque immobile. Si era alzata la marea, il vento si era quasi calmato del tutto, e volendo discendere il fiume, non ci restava che aspettare all'ancora il riflusso.
La foce del Tamigi si stendeva davanti a noi come l'inizio di un interminabile corso d'acqua. Mare e cielo erano saldati insieme al largo senza alcuna giuntura e nello spazio di luce le vele tinte dei barconi, che risalivano portate dalla marea, parevano rosse macchie dalla forma ben appuntita, immobilizzate, tese da pennoni smaltati che si intravedevano a sprazzi.

[Joseph Conrad, Cuore di tenebra (Heart of Darkness), traduzione di Mauro Fissore, Edisco, Torino 1998.]

Rossella Bernascone[modifica]

La Nellie, una iolla da crociera, girò sull'ancora senza il minimo fluttuare delle vele e si fermò. La marea si era alzata, il vento era quasi calmo e, poiché dovevamo discendere il fiume, non ci restava che fermarci all'ancora e attendere il riflusso.
L'ultimo tratto del Tamigi si stendeva davanti a noi come il principio di un interminabile corso d'acqua. Al largo, cielo e mare erano saldati senza una giuntura e nello spazio luminoso le vele conciate delle barche che salivano con la marea sembravano immobili fastelli rossi di tele appuntite tra luccicori di aste verniciate.

[Joseph Conrad, Cuore di tenebra, traduzione di Rossella Bernascone, Mondadori, 2000. ISBN 8852000097]

Citazioni[modifica]

  • Voi sapete quanto io odii, detesti, ripugni la menzogna, non perché io sia piú schietto del resto dei mortali ma semplicemente perché la menzogna m'atterrisce. C'è in essa un lezzo di morte, un alito di corruzione, che è proprio quel che io più odio e detesto al mondo, quel che vorrei dimenticare. Mi avvilisce e mi nausea, come quando capita di mordere qualcosa di marcio. Questione di temperamento, suppongo. (Marlow: cap. I, 1974, p. 41)
  • No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli. (Marlow: cap. I, 1974, p. 42)
  • Ah, ma era già qualcosa, se non altro, di potersi almeno scegliere il proprio incubo! (Marlow: cap. III, 1974, p. 99)
  • Che bizzarra cosa la vita – questo misterioso congegnarsi di implacabile logica in vista di uno scopo tanto futile. Il più che se ne possa sperare è una certa qual conoscenza di se stessi – che giunge troppo tardi – e una messe di inestinguibili rimpianti. Ho lottato con la morte. È la contesa meno eccitante che immaginar si possa. Ha luogo in un grigiore impalpabile dove non s'ha più nulla sotto i piedi, nulla tutt'attorno; senza spettatori, senza clamori, senza glorie; senza un gran desiderio di vincere e senza gran paura della sconfitta, in un'atmosfera malaticcia di scetticismo tepido, senza una gran fede nel proprio diritto, e ancor meno in quello dell'avversario. Se questa è la forma suprema della conoscenza, allora la vita è un enigma ancor piú oscuro di quanto non vogliano credere certuni. (Marlow: cap. III, 1974, p. 112)
  • I loro portamenti, che erano semplicemente quelli di comuni individui che se ne andavano per le loro faccende in una tranquilla fiducia quanto alla propria sicurezza personale, mi offendevano come le oltraggiose vanterie della follia in faccia ad un pericolo che essa è incapace di comprendere. Non avevo nessun preciso desiderio di illuminarli, ma avevo qualche difficoltà a trattenermi dal rider nelle facce loro tanto piene di stupida importanza. A dire il vero non stavo troppo bene in quel torno di tempo. (Marlow: cap. III, 1974, p. 113)
  • Tutto quel che era stato di Kurtz se n'era andato fuori dalle mie mani: la sua anima, il suo corpo, la sua stazione, i suoi progetti, il suo avorio, la sua carriera. Non restava più che la sua memoria, e la sua fidanzata: e io avevo desiderio di abbandonare anche loro al passato, in un certo qual modo; di consegnare personalmente quanto ancora mi restava di lui a quell'oblio che è l'ultima parola del nostro comune destino. Non mi difendo. Non avevo nessuna precisa coscienza di quello che in realtà volevo. Chi sa che non fosse un impulso di lealtà inconscia, o l'adempimento di una di quelle ironiche necessità che s'annidano tra i fatti della esistenza umana. Non so. Non potrei dire. Ad ogni modo ci sono andato. (Marlow: cap. III, 1974, p. 116)
  • Risalire quel fiume era come compiere un viaggio indietro nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi erano sovrani. Un corso d'acqua vuoto, un silenzio assoluto, una foresta impenetrabile; l'aria calda, spessa, greve, immota. Non c'era gioia nello splendere del sole. Deserte, le lunghe distese d'acqua si perdevano nell'oscurità di adombrate distanze. (1990)
  • La via d'accesso a quel Kurtz, che rastrellava la misera boscaglia in cerca d'avorio, era lastricata di così tanti pericoli quasi fosse una principessa addormentata sotto l'effetto di un incantesimo in un favoloso castello. (1990)
  • Si trattava del fatto che, fra tutte le doti di quell'essere [Kurtz] tanto dotato, quella che emergeva in modo preponderante, che dava il senso di una presenza reale, era la capacità di parlare, il dono della parola: questa dote che sconcerta o illumina, la più nobile e la più spregevole, vivificante flusso di luce o torrente ingannatore scaturito dal cuore di una tenebra impenetrabile. (1990)
  • L'importante era capire a chi apparteneva lui. [Kurtz], quante potenze della tenebra lo rivendicassero come loro proprietà. Quella era la riflessione che vi faceva accapponare la pelle. Era impossibile – e anche malsano – cercare di indovinarlo. Aveva occupato un posto molto elevato fra i demoni di quel paese, lo dico letteralmente. Voi non potete capire. (1990)
  • Non tradii il signor Kurtz – era nell'ordine delle cose che non l'avrei mai tradito – era scritto che sarei rimasto fedele all'incubo che mi ero scelto. (1990)
  • Dal momento che ho sbirciato anch'io oltre la soglia, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della candela, ma era abbastanza vasto da abbracciare l'universo intero, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Aveva tirato le somme e aveva giudicato. "Che orrore!". (1990)
  • Erano dei conquistatori e per questo, non ci vuole che la forza bruta, niente di cui essere fieri quando la si ha, perché questa forza non è che un accidente che deriva dalla debolezza altrui.
  • Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi. La propria realtà – per se stesso, non per gli altri – ciò che nessun altro potrà mai conoscere.
  • Lo sguardo fisso [di Kurtz] era vasto abbastanza da abbracciare tutto l'universo, abbastanza acuto per penetrare in tutti i cuori che battono nella tenebra. Egli aveva tirato le somme – e aveva giudicato, "Quale orrore!"
  • È privilegio della prima gioventù vivere d'anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione.
  • Ho lottato con la morte. È la contesa meno eccitante che si possa immaginare. Avviene in un grigiore impalpabile, con nulla sotto i piedi, con nulla intorno, senza spettatori, senza clamore, senza gloria, senza il grande desiderio della vittoria, senza la grande paura della sconfitta, in un clima malsano di tiepido scetticismo, senza molta fede nella propria causa, e ancor meno in quella dell'avversario. (BUR, 2006, p. 107)

Citazioni sul romanzo[modifica]

  • È Conrad lo scrittore che amo. Ho letto Cuore di tenebra per caso, avevo 18 anni. L'avevo comperato nella collana Romantica Sonzogno. Una sera non riuscivo a dormire e l'ho letto fino all'alba. Sembra una frase fatta ma è un libro che mi ha segnato la vita insieme con Martin Eden di Jack London e La vita semplice di Ernst Wiechert. (Mino Milani)
  • L'immaginario di Cuore di tenebra è colorato quasi esclusivamente di neri e bianchi. Una contrapposizione, questa, che non coincide con l'altra grande contrapposizione su cui è costruito il racconto, quella fra tenebra e luce, anche se a volte si avvicinano. L'obiettivo di Conrad è la generalizzazione della bianchezza e degli attributi e pregiudizi che si fondono con il termine e sembrano da esso inseparabili. Questa bianchezza generalizzata costituisce il fondale su cui si snoda il racconto, uno schermo imbiancato che viene penetrato e lacerato, ripetutamente, da particolari esempi di cose bianche. Queste cose – denti bianchi, capelli bianchi, ossa bianche, colletti bianchi, marmo bianco, avorio bianco, nebbia bianca – portano sempre con sé un misterioso senso di freddezza, di inerzia e di morte. Bianco, al pari di nero, di luce e di tenebra, diventa un termine estremamente complesso. Per Conrad, chi parla di bianco con sicurezza è, che lo sappia o no, un ipocrita o un folle. (David Batchelor)
  • «L'orrore» dice Kurtz alla fine di Cuore di tenebra, «l'orrore». E beato lui non distribuivano il Times nella giungla. Eh, se no l'avrebbe visto l'orrore. Ma che si può fare? Leggete di qualche massacro nel Darfur o di uno scuolabus fatto esplodere e attaccate "oh, mio Dio l'orrore!" e poi girate pagina e finite le vostre uova di gallina ruspante, perché tanto che si può fare, si è... si è sopraffatti. (Basta che funzioni)

Il piantatore di Malata[modifica]

Incipit[modifica]

Due uomini parlavano nell'ufficio di direzione del quotidiano più autorevole di una grande città coloniale. Erano giovani tutt'e due. Quello più corpulento, biondo e dall'aspetto cittadino, era capo redattore e comproprietario del giornale. L'altro si chiamava Renouard. Dal suo bel viso abbronzato appariva evidente che qualche cosa lo preoccupava. Era un uomo magro, e dava un'impressione di alarità e insieme di indolenza.
Il giornalista continuò a parlare:
«E ieri sera, dunque, avete pranzato in casa del vecchio Dunster?»
Adoperò la parola «vecchio» non nel senso affettuoso che talora si usa parlando di vecchi amici, ma come di un semplice riconoscimento della realtà.

Citazioni su Il piantatore di Malata[modifica]

  • Sì, la missione di tradurre le passioni con le parole, si può veramente affermare «troppo difficile». La mia abituale impenitenza mi rende nondimeno felice di aver tentato questa novella con tutti i suoi sottintesi, tutte le sue complicazioni, compresa la scena accanto alla rupe grigia che incorona l'altura di Malata. L'esito peraltro non mi soddisfa in modo tale da non scusare il lettore che se ne mostrasse deluso. (dalla prefazione)

[Joseph Conrad, Il piantatore di Malata (The planter of Malata), in Within the Tides, traduzione di Gilberto Altichieri, Muggiani Tipografo Editore, Milano 1944.]

L'agente segreto[modifica]

Incipit[modifica]

Quella mattina, uscendo, il signor Verloc lasciò nominalmente il negozio nelle mani di suo cognato. La cosa era possibile, perché di affari se ne facevano pochissimi in qualunque momento, e praticamente nessuno prima di sera. Al signor Verloc quella sua attività dichiarata interessava assai poco e, per di più, il cognato era nelle mani di sua moglie.

Citazioni[modifica]

  • «Lombroso è un emerito coglione». Il compagno Ossipon sostenne l'urto di questa bestemmia con un impressionante sguardo vuoto. E l'altro, i cui occhi spenti e offuscati facevano apparire più nere le ombre profonde sotto la fronte ampia e ossuta, mugugnò, afferrandosi ogni due parole la punta della lingua fra le labbra come se la masticasse con rabbia: «Ma voi un idiota simile lo avete mai visto? Per lui, il criminale è il detenuto. Semplice, no? E quelli che lo hanno messo in prigione, che lo hanno costretto ad entrarvi? Proprio così. Costretto a entrarvi. e il crimine, che cos'è? Lo sa lui cos'è, quest'imbecille che si è fatto strada in questo mondo di idioti rimpinzati di cibo guardando le orecchie e i denti di un mucchio di poveri diavoli sfortunati? Sarebbero i denti e le orecchie a imprimere il marchio al criminale? Ma davvero? E la legge allora, che gli imprime il marchio ancora meglio, questo grazioso strumento per marcare a fuoco inventato dai supernutriti per proteggersi dagli affamati? Applicazioni col ferro rovente sulla loro pelle vile, eh? Non lo sentite anche da qui l'odore e il rumore della pellaccia del popolo che brucia e sfrigola? Ecco come si fabbricano i criminali, perché i tuoi Lombroso ci possano scrivere su le loro baggianate.» (p. 75)
  • [...] la verità può essere più crudele della caricatura [...]. (p. 183)

La linea d'ombra[modifica]

Incipit[modifica]

Gianni Celati[modifica]

Soltanto i giovani hanno momenti del genere. Non dico i più giovani. No. Quando si è molto giovani, a dirla esatta, non vi sono momenti. È privilegio della prima gioventù vivere d'anticipo sul tempo a venire, in un flusso ininterrotto di belle speranze che non conosce soste o attimi di riflessione.
Ci si chiude alle spalle il cancelletto dell'infanzia, e si entra in un giardino di incanti. Persino la penombra qui brilla di promesse. A ogni svolta il sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia questo un paese inesplorato. Lo sappiamo bene che l'umanità tutta è passata di lì. È piuttosto l'incanto dell'universale esperienza, da cui ci aspettiamo emozioni non ordinarie o personali, qualcosa che sia solo nostro.

Flavia Marenco[modifica]

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo dire i giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima gioventù vivere in anticipo sui propri giorni, nella bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione.
Uno chiude dietro di sé il cancelletto della fanciullezza – ed entra in un giardino incantato. Là persino le ombre rilucono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha un suo fascino. E non perché sia una terra tutta da scoprire. Si sa bene che l'umanità intera l'ha percorsa in folla. È la seduzione dell'esperienza universale, da cui ci si attende una sensazione singolare o personale: un po' di se stessi.

Dunja Badnjevic Orazi[modifica]

Solo i giovani hanno momenti simili. Non penso ai giovanissimi. No, i giovanissimi, propriamente parlando, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause o introspezioni. Si chiude dietro di noi il cancelletto della pura fanciullezza – e ci si addentra in un giardino incantato. Persino le ombre vi risplendono promettenti. Ogni svolta del sentiero è piena di seduzioni. E questo non perché sia una terra inesplorata. Si sa bene che tutta l'umanità ha già percorso questa strada. È il fascino dell'esperienza universale dalla quale ognuno si aspetta una sensazione particolare e personale – un po' di noi stessi.

Citazioni[modifica]

  • Il favore dei grandi spande un'aureola attorno ai fortunati oggetti delle loro scelte. (1999, cap. II, p. 42)
  • La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l'occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi. (2011, cap. II, p. 67)
  • Il moderno spirito della fretta si manifestava con voce sonora negli ordini di «Vira a lasciare» – di «Ammaina la scala di barcarizzo», e in pressanti inviti rivolti a me, «Sbrigatevi, signore! Siamo in ritardo di tre ore per voi... La nostra ora è le sette, sapete!»
    Salii in coperta. dissi: – No! Non lo so –. Lo spirito della fretta moderna era incarnato in un individuo magro, con braccia e gambe lunghe, e una barba grigia tagliata corta. La sua mano ossuta era calda e asciutta. Dichiarò febbrilmente:
    – Sulla forca, se vi aspettavo altri cinque minuti, comandante del porto o non comandante del porto. (2011, cap. II, p. 69)
  • [Su Bangkok] Era là, estesamente sparsa su ambe le rive, la capitale d'Oriente che mai aveva conosciuto conquistatori bianchi: una distesa di scure case di bambù, di stuoia e di foglie, e con uno stile d'architettura vegetale, sorta dallo scuro suolo sulle sponde del fiume fangoso. Era stupefacente pensare che in tutte quelle migliaia d'abitazioni umane probabilmente non v'erano neppure sei libbre di chiodi. Alcune di quelle case fatte d'erba e paletti, come nidi d'una specie di animali acquatici, erano abbarbicate sulla bassa sponda. Altre parevano spuntare dall'acqua; altre ancora galleggiavano ancorate proprio nel bel mezzo della corrente. Qua e là in lontananza, sopra l'affollata distesa delle basse creste dei tetti, torreggiavano grandi edifici in muratura, il palazzo del re, templi splendidi e decrepiti, crollanti sotto il sole a picco tremendo e opprimente, quasi palpabile cosa, che sembrava entrarvi nel petto attraverso il respiro e impregnarvi le membra attraverso ogni poro della pelle. (1999, cap. II, pp. 56-57)
  • Sì, era là. Divorai con gli occhi, felice, lo scafo, l'attrezzatura. Quel senso di vacuità della vita che mi aveva reso così irrequieto negli ultimi mesi perse la sua amara ragione d'essere, la sua malefica influenza, dissolvendosi in un fiotto di emozione gioiosa. (2011, cap. II, p. 73)
  • Una voce dietro di me disse in un odioso tono equivoco: – Spero, capitano, che ne siate soddisfatto –. Non voltai neppure la testa. Era il comandante del piroscafo, e qualsiasi cosa intendesse dire, qualsiasi cosa lui pensasse della nave, sapevo che, al pari di alcune rare donne, essa era una di quelle creature la cui semplice esistenza è sufficiente a suscitare un diletto disinteressato. Uno sente che è bello essere al mondo, quel mondo in cui essa esiste. (2011, cap. II, pp. 73-74)
  • Di fronte a quell'uomo, che giudicai avesse molti più anni di me, divenni conscio di ciò che avevo già lasciato alle spalle: la gioventù. E ciò fu invero un ben scarso conforto. La gioventù è una bella cosa, un grande potere, fin tanto che non ci si pensa. (1999, cap. III, p. 64)
  • Già, dovevo far fronte a un bel po' di problemi che erano preziosissimi come "esperienze". Tutti tengono in grande considerazione i vantaggi dell'esperienza. Ma a tal riguardo bisogna dire che l'esperienza significa sempre qualcosa di sgradevole, che s'oppone all'incanto e all'innocenza delle illusioni. (1999, cap. III, p. 76)
La gente ha una grande opinione sui vantaggi dell'esperienza. Ma sotto un certo profilo, esperienza significa sempre qualcosa di spiacevole, in contrasto con il fascino e l'innocenza delle illusioni. (2011, cap. III, p. 90)
  • Credevo nel chinino. Vi riponevo tutta la mia fiducia. Avrebbe salvato gli uomini, la nave, infranto l'incantesimo con la sua potenza medicinale, avrebbe privato il tempo della sua importanza, avrebbe fatto del clima una mera preoccupazione passeggera, e, simile a una polvere magica che sconfigge misteriosi malefici, avrebbe protetto il primo viaggio del mio primo comando contro le potenze malefiche della bonaccia e della pestilenza. Ai miei occhi il chinino era prezioso più dell'oro, e sulla nave, come non accade con l'oro del quale sembra non ve ne sia mai, ovunque, a sufficienza, sulla nave ve ne era una scorta bastevole. (1999, cap. IV, p. 100)
  • È un fatto che, quanto più forte è la scossa che attraversa la mente, tanto più ci aiuta a sostenerla provocando una specie di temporanea insensibilità. (1999, p. 101)
  • Ecco là: stelle, sole, mare, luce, oscurità, spazio, vaste acque; l'opera formidabile della Creazione, nella quale sembra che l'umanità sia capitata per sbaglio, non desiderata. Oppure caduta in trappola. (1999, cap. V, p. 110)

Explicit[modifica]

Mi avvicinai tendendogli la mano. I suoi occhi, che guardavano altrove, avevano un'espressione tesa. Era come uno che stesse ad ascoltare un grido d'avvertimento.
«Non volete stringermi la mano, Ransome?» dissi con dolcezza.
Uscì in un'esclamazione, arrossì fino a diventar paonazzo, quasi mi slogò la mano nella sua stretta, e subito dopo, rimasto io solo nella cabina, lo udii salire la scaletta del boccaporto con cautela, gradino per gradino, nel timor panico di risvegliare improvvisamente l'ira del nostro comune nemico, ch'era suo destino di dover consapevolmente portare nel petto fedele.

Citazioni su La linea d'ombra[modifica]

  • Conrad è, come molti grandi scrittori, un filosofo solo nel senso che la sua consapevolezza retrospettiva delle continuità e discontinuità dell'esperienza umana può chiarire la nostra, e La linea d'ombra è forse la realizzazione più riuscita di Conrad in questa direzione. Molte persone, si può azzardare, hanno fatto degli sbagli, prima con mortificazione, poi, se sono stati fortunati, con rassicurazione, con la scoperta che molti dei loro pensieri e azioni non sono unici, ma uniti in vario modo a quelli dei nostri predecessori e di coloro che si trovano più vicini alla morte; che la reciprocità è reale, nonostante noi non diamo e non riceviamo mai la completa misura del riconoscimento; e che alcuni elementi di questa reciprocità, per quanto limitati, sono ancora - adattando la frase di Conrad sotto il titolo - degni del nostro effimero ma eterno rispetto. Nella Linea d'ombra, Conrad ci sommerge con queste idee; ma egli le accompagna anche con varie ironie malinconiche: tanto per iniziare, le dinastie dell'esperienza sono fragili, corruttibili e intermittenti; in secondo luogo, a dispetto della lettura esistenzialista della linea d'ombra, noi non scegliamo i nostri legami di solidarietà con il passato e il presente, ma ci arriviamo - come veniamo al mondo - involontariamente e inconsapevolmente: ex abrupto, urlando. (Ian Watt)
  • La linea d'ombra, sebbene in parte sia stato scritto nella prosa piana e semplice dell'Ospite segreto, è evidentemente un'opera meno perfetta. Va avanti in modo lento e incerto [...]. Sembrerebbe che Conrad abbia concepito La linea d'ombra come la rappresentazione del passaggio - attraverso una prova decisiva - dalla fiducia ingenua e mai messa alla prova, alla completamente diversa fiducia che deriva dal maturo autocontrollo. Concepita in questo modo, la storia avrebbe dovuto logicamente riflettere, nelle sue prime pagine, una fiducia ingenua ed esuberante. (Albert J. Guerard)

Lord Jim[modifica]

Incipit[modifica]

Era alto quasi sei piedi, forse un pollice o due meno, solidamente costrutto, e vi veniva incontro con le spalle un po' incurvate, la testa in avanti, e uno sguardo dall'alto in basso che vi faceva pensare a un toro pronto a caricare. La sua voce era profonda e sonora e i suoi modi rivelavano una tenace sicurezza in se stesso che pure nulla aveva di aggressivo. Sembrava una necessità, quel suo atteggiamente, che appariva diretto tanto agli altri quanto a se medesimo. Meticolosamente curato nella persona, vestiva di candido dalla testa ai piedi ed era assai popolare nei vari porti dell'Estremo Oriente, dove si guadagnava da vivere come agente di forniture marittime.

Citazioni[modifica]

  • La vanità gioca orrendi scherzetti alla nostra memoria. (2002)
  • Le idee sono fannulloni, vagabondi che bussano alla porta di servizio della nostra mente, e ognuna di esse ci toglie un poco della nostra essenza, ognuna ci ruba una briciola della fiducia in quelle poche, semplici nozioni, alle quali dobbiamo attenerci, se vogliamo vivere decentemente e morire senza rimpianti! (p. 29)
  • Si giudica un uomo dai suoi nemici oltre che dai suoi amici. (2002)

Citazioni su Lord Jim[modifica]

  • Lord Jim è un giovane che abbraccia la carriera di capitano marittimo con un ideale di eroismo e abnegazione... Egli punta tutto sul grande momento della prova suprema in cui dimostrerà tutto il suo valore. (Italo Calvino)
  • Noi siamo Lord Jim, questo codardo che a un certo momento salta dalla nave e abbandona migliaia di pellegrini al loro destino. E poi comincia il grande rimorso, il senso di colpa. E tutti noi, un giorno, abbiamo «saltato»... (Ugo Mursia)

[Joseph Conrad, Lord Jim, traduzione di Alessandro Gallone, Alberto Peruzzo Editore, 1989.]

Suspense[modifica]

Incipit[modifica]

Un cupo rossore infuocava le facciate marmoree dei palazzi ammassati lungo le pendici di un'arida collina il cui spoglio crinale tracciava, alto sul cielo che imbruniva, un rigo luminoso e spettrale. Il sole invernale tramontava sul golfo di Genova. Oltre la costa a oriente il cielo era come vetro scuro. Anche il mare aperto aveva un aspetto vitreo, e sulla sua superficie rossastra la luce della sera indugiava come incapace di staccarsene. Le vele di alcune feluche alla fonda apparivano rosee e allegre, immobili nell'oscurità crescente. Tutte puntavano la prua verso la Superba. All'interno del molo, che era lungo e terminava con una tozza torre rotonda, l'acqua del porto si era fatta nera. (p. 37)

Citazioni[modifica]

  • [Su Genova] Dalla massa compatta delle spesse mura sporgevano, a lunghi intervalli, bracci di ferro battuto con lanterne contenenti fioche fiammelle. Gli enormi portali degli ingressi sontuosi di fronte ai quali si trovava a passare erano chiusi, e l'unico suono che gli giungeva alle orecchie era quello dei suoi cauti passi. Si fermò in uno slargo all'incrocio di quelle viuzze, e guardandosi attorno si chiese se tutti quegli enormi e grandiosi edifici fossero deserti, o se era lo spessore dei muri a smorzarne ogni segno di vita all'interno: non poteva credere che tutta la popolazione fosse già andata a dormire. (pp. 78-79)
  • «, , Palazzo Rosso», disse.
    Nel suo tono imperturbabile, Cantelucci spiegò che il popolino chiamava così quel palazzo per via del granito rosso con cui era costruito [...] Sull'angolo di uno stretto vicolo con un breve spazio al centro del quale crescevano alcuni alberi, la cenciosa guida si fermò e, indicando a Cosmo uno scuro e splendido edificio, lo lasciò solo. Scuro e massiccio, riccamente ornato e pesante, cupo all'aspetto e con enormi sculture, il palazzo in cui viveva la piccola Adèle parve a Cosmo una sontuosa prigione. Si accedeva al portale irto di borchie di ferro per mezzo di una scalinata dai gradini bassi, segmento di un cerchio più ampio, con ai lati due enormi grifoni, ali e artigli in vigile tensione, accosciati su uno stretto e alto piedistallo. Nel salire la scala, Cosmò noto che la pesante porta era socchiusa quel tanto che gli avrebbe consentito di passare, e subito, dalla penombra dell'arcata, vide nel cortile interno il sole splendere sugli oleandri, le lastre di marmo e la larga scalinata che portava al colonnato della galleria del primo piano. (pp. 115-116)

Incipit di alcune opere[modifica]

Agli occhi dell'Occidente[modifica]

Dichiaro innanzitutto di non possedere quelle doti d'immaginazione ed espressione che mi avrebbero permesso di ricreare, per il lettore, la personalità dell'uomo che secondo l'uso russo si chiamava Kirilo Sidorovič (Cirillo figlio di Isidoro) Razumov.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

I duellanti[modifica]

Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l'Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione.

[Joseph Conrad, I duellanti, traduzione di Leonardo Gandi, E/O, 1994]

Il nero del «Narciso»[modifica]

Il signor Baker, primo ufficiale della nave Narciso, uscì con un solo passo dalla sua cabina illuminata e si trovò nell'ombra del cassero. Sopra la sua testa, sul frontone del casseretto, la guardia di notte suonò un doppio colpo. Il signor Baker, parlando all'uomo in alto, domandò:
– L'equipaggio è tutto a bordo, Knowells?
Il marinaio scese la scala zoppicando, poi disse con tono meditativo:
– Credo di sì, signore. Tutti i nostri vecchi sono qui, e ne sono venuti molti nuovi... Devono essere qui tutti.

[Joseph Conrad, Il nero del «Narciso», traduzione di Alda Politzer, Junior Club, Milano 1965]

La locanda delle streghe[modifica]

Questa storia, episodio, avventura (chiamatela come vorrete), fu riferita verso il 1850 da un uomo che, per sua confessione, aveva in quell'epoca sessant'anni. Sessant'anni non è una brutta età, se non quando se ne considera la prospettiva, ciò che noi facciamo, nella maggior parte, con sentimenti molto confusi. È un'età calma; praticamente, la partita è al termine; e tenendosi in disparte, ciascuno comincia a ricordare, con una certa vivezza, l'uomo abile che ha saputo essere nel corso della sua esistenza.

[Joseph Conrad, La locanda delle streghe, traduzione di Giovanni Marcellini e Ovidio Fatica, Editori Riuniti, 1996. ISBN 8835941628]

Tifone[modifica]

Il capitano Mac Whirr, del piroscafo Nan-Shan, aveva, per quanto concerne l'aspetto esteriore, una fisionomia che rispecchiava fedelmente l'animo suo: non presentava alcuna distinta caratteristica di fermezza o di stupidità; non aveva, assolutamente, alcuna caratteristica pronunciata; era soltanto comune, insensibile e imperturbabile.

[Joseph Conrad, Tifone, traduzione di Bruno Oddera, Bompiani, 1987]

Citazioni su Joseph Conrad[modifica]

  • Lo scrigno segreto del suo genio è pieno di cianfrusaglie piuttosto che di gioielli; è inutile, quindi, sforzarsi di capirlo da un punto di vista filosofico, poiché non c'è niente da scrivere in questo senso. Nessuna dottrina, in realtà. Solo opinioni... (E. M. Forster)

Federica Almagioni[modifica]

  • Fin dal suo primo romanzo Conrad attirò l'attenzione di letterati come Galsworthy, Gide, James. Edward Garnett sostenne che aveva la capacità di "rendere visibili aspetti della vita che noi inglesi siamo costituzionalmente incapaci di percepire"; Thomas Mann esaltava "il suo talento virile, il suo carattere così inglese... la sua così nobile energia narrativa e il suo spirito così costantemente bizzarro".
  • Il vero pregio di Conrad è [...] quello di essere un grande esploratore della psicologia umana, per cui i lettori si possono riconoscere nei suoi personaggi.
  • Nell'uomo Conrad si mescolano vari individui : il giovane romantico nobile polacco; l'avventuriero-contrabbandiere; lo scrupoloso ufficiale della marina inglese; il grande romanziere; il piccolo uomo con i suoi acciacchi e le sue manie.
    Joseph Conrad fu polacco per nascita, suddito russo per ragioni storiche, francese per educazione, inglese per adozione.

Note[modifica]

  1. Da Letters of Joseph Conrad to Marguerite Pradowska, 1890-1920, a cura di Gee e Sturm, New Haven, 1940, p. 45; citato in Ian Watt, Racconto e idea nella Linea d'ombra di Conrad, in Critical Quarterly, vol. 2, 1960, pp. 133-148, inserito come introduzione a Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Francesca Rossi, Mondadori, Milano, 1999, p. XXI.
  2. Da Chance, Parte II, cap. 5
  3. Da Vittoria – Una storia delle isole
  4. Dalla prefazione a Il negro del Narciso; citato in Claudio Taddei, Joseph Conrad, Lampi di stampa, Milano, 2007, pp. 29-30.
  5. a b Da Tifone
  6. Da Lo specchio del mare; citato in Elena Spagnol, Citazioni, Garzanti, 2003.
  7. Dalla nota introduttiva a La linea d'ombra, 1999, pp. 3-4
  8. Da Il piantatore di Malata
  9. Da Il nero del «Narciso», Politzer 1965, p. 47
  10. a b Da Nostromo
  11. Da Sotto gli occhi dell'occidente
  12. Da Georges Jean-Aubry, Joseph Conrad: Life and Letters, vol. II, Londra, 1927, p. 185; citato in Ian Watt, Racconto e idea nella Linea d'ombra di Conrad, in Critical Quarterly, vol. 2, 1960, pp. 133-148, inserito come introduzione a Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Francesca Rossi, Mondadori, Milano, 1999, p. X.
  13. Da Con gli occhi dell'occidente, 1911
  14. Da Lo specchio del mare
  15. Dalla prefazione a Il negro del "Narciso"

Bibliografia[modifica]

  • Joseph COnrad, Agli occhi dell'Occidente, 1911.
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra (Heart of Darkness), nota introduttiva di Giuseppe Sertoli, traduzione di Alberto Rossi, Einaudi, Torino, 1974. ISBN 8806385704
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra, traduzione di Luisa Saraval, Garzanti, 1990. ISBN 8811584124
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra, traduzione di Mauro Fissore, Edisco, Torino, 1998.
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra, traduzione di Rossella Bernascone, Mondadori, 2000. ISBN 8852000097
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra, traduzione di Giorgio Spina, BUR, Milano, 2006. ISBN 88-17-00053-1
  • Joseph Conrad, I duellanti, traduzione di Leonardo Gandi, E/O.
  • Joseph Conrad, Il nero del «Narciso», traduzione di Alda Politzer, introduzione di Vezio Melegari, Junior Club, Milano 1965.
  • Joseph Conrad, Il piantatore di Malata (The planter of Malata), in Within the Tides, traduzione di Gilberto Altichieri, Muggiani Tipografo Editore, Milano 1944.
  • Joseph Conrad, L'agente segreto, traduzione di Luisa Saraval, Giunti Editore, 2010. ISBN 8809753534
  • Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Dunja Badnjevic Orazi, Newton & Compton.
  • Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Gianni Celati, Mondadori, Milano, 1999. ISBN 88-04-40923-1
  • Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Flavia Marenco, Einaudi, 2006.
  • Joseph Conrad, La linea d'ombra, traduzione di Flavia Marenco, Einaudi, La biblioteca di Repubblica, 2011.
  • Joseph Conrad, Lord Jim, traduzione di Alessandro Gallone, prefazione di Federica Almagioni, Alberto Peruzzo Editore, 1989.
  • Joseph Conrad, Lord Jim, traduzione di A. Ceni, Feltrinelli, 2002.
  • Joseph Conrad, Suspense, traduzione di Camilla Salvago Raggi, Il Canneto Editore, Genova, 2013. ISBN 978-88-96430-41-5

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]