Joachim Fest

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Joachim Fest nel 2004

Joachim Clemens Fest (1926 – 2006), storico, giornalista e saggista tedesco.

Il volto del Terzo Reich[modifica]

Incipit[modifica]

L'ascesa di Adolf Hitler, che «povero diavolo» a Braunau e cliente fisso del Männerheim di Vienna,[1] divenne il dominatore della Germania e di una parte del mondo, è una delle carriere più sorprendenti e più sconcertanti della storia. Essa fu resa possibile dalla singolare coincidenza di alcune premesse individuali con una situazione storica generale, e da quella affinità segreta che l'uomo trovò in quest'epoca e l'epoca in quest'uomo.

Citazioni[modifica]

  • [Hitler] Odiava le discussioni; non era abituato a essere contraddetto e, poiché il monologo era in pratica la sua unica maniera d'esprimersi, alle regole impegnative di un dialogo preferiva sempre rauche espressioni tribunizie. Durante la visita di Mussolini in Germania, al termine di una colazione, Hitler parlò per un ora e quaranta minuti ininterrottamente all'ospite visibilmente tediato, senza dargli la possibilità da lui sospirata di interloquire. (Parte prima: Adolf Hitler: dal Männerheim alla cancelleria del Reich, Capitolo 4 Il cancelliere del Reich, p. 75)
  • «Lasciatelo, è un uomo del Rinascimento!», soleva ribattere Hitler a chi veniva a parlargli del carattere compromettente della condotta di Göring.[2] Ma egli impersonava solo un lato della natura rinascimentale, e cioè la mancanza di scrupoli, l'avidità e l'imperturbabile decisione dell'animale da preda. Ma di tutto il resto, dell'incomparabile sensibilità estetica e del gusto raffinato della vita del Rinascimento, egli non aveva la più pallida idea, nonostante tutto il suo ostentato eudemonismo[3]. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 1 Hermann Göring: il numero due, p. 124)
  • Il nazionalsocialismo ebbe il genio della propaganda. Essa, oltre a procurargli i trionfi più clamorosi, costituì il suo unico originario contributo alle condizioni della sua ascesa e fu qualcosa in più di un semplice strumento del potere: la propaganda fu la sua linfa vitale. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 2 Joseph Goebbels: «una canaglia», p. 135)
  • [...] egli [Joseph Goebbels] si consacrò anima e corpo al Führer, passando sopra alle ragioni dell'intelletto, del libero arbitrio e della dignità. Poiché tale asservimento era un atto di volontà più che un atto di fede, esso si mantenne intatto fino alla fine attraverso tutte le vicissitudini. «Chi abbandona Adolf Hitler perde ogni ragione di vita», era solito dire. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 2 Joseph Goebbels: «una canaglia», p. 144)
  • In lui [Reinhard Heydrich] le capacità intellettuali si accompagnarono ai caratteri somatici, per cui egli poteva apparire la conferma della teoria della «stretta relazione tra psiche e razza»: l'anticipazione di quel nuovo tipo d'uomo che avrebbe dovuto essere distillato dal torbido materiale biologico del popolo tedesco attraverso «una serie d'incroci obbligati» e allevato in scuole speciali; «il tipo d'uomo», come Hitler dichiarò, «padrone della vita e della morte, che comanda sulla paura e sulla superstizione, che ha imparato a dominare il suo corpo, i suoi muscoli e i suoi nervi... ma che non si lascia vincere dalle tentazioni dello spirito e da una sedicente libertà scientifica». (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 3 Reinhard Heydrich: il successore, p. 162)
  • [...] Heydrich fu una personalità tutt'altro che solida. Dietro la statura minacciosa nella sua inumanità solo apparentemente salda e imperturbabile, si nascondeva un temperamento nervoso facilmente eccitabile, che conosceva i suoi tormenti segreti ed era continuamente assalito da angosce, amarezze e odio verso se stesso. [...] Reinhard Eugen Heydrich era segnato da un marchio indelebile che lo faceva soffrire le pene dell'inferno: aveva antenati ebrei. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 3 Reinhard Heydrich: il successore, p. 163)
  • Due maschere furono rilevate dal volto di Heinrich Himmler dopo che egli, il 23 maggio 1945, durante una minuziosa visita medica compiuta da un medico militare britannico, aveva morso in fretta quella capsula di cianuro di potassio che lo aveva portato alla morte nello spazio di pochi minuti; la prima mostra una fisionomia contraffatta, brutale e impudente quanto mai, la cui impronta diabolica è messa ancora più in rilievo dalle contrazioni della morte e dalla smorfia della bocca; la seconda rappresenta un volto inespressivo e piuttosto impassibile, che non esprime nulla di mostruoso. È come se la morte stessa avesse cercato ancora una volta di dimostrare a quale singolare connubio essa dovesse uno dei suoi più terribili e miserabili servitori di questo mondo.[4] (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 4 Heinrich Himmler: piccolo borghese e grande inquisitore, p. 180)
  • Nessuno era più odiato di lui [Martin Bormann]. Il disprezzo, ad esempio, che suscitava la boria neroniana di Göring, la comicità di Ribbentrop o la fama di sanguinario di Himmler, tutti questi sentimenti di reciproca repulsione che circolavano nel gruppo direttivo e che si erano acuiti nei lunghi anni di rivalità, erano di altra natura e non erano paragonabili al grado di intensa animosità che venne portata a questo Machiavelli da tavolino dai suoi numerosi nemici. (Parte seconda: Tecnici e realizzatori del regime autoritario, Capitolo 5 Martin Bormann: l'eminenza grigia, p. 204)
  • Per la sua debolezza, la sua instabilità e le sue contraddizioni, egli [Hans Frank] fu, tra gli esponenti del nazionalsocialismo, la personalità meno solida. A un attento esame, dietro il ritratto disegnato col sangue dell'«assassino della Polonia» e primo giurista del partito, non possono sfuggire i tratti dell'uomo incerto e debole il quale, nella persona di Hitler e nel programma – che per tutta la vita si ostinò ciecamente a fraintendere – del Partito nazionalsocialista, aveva trovato gli oggetti confacenti al proprio idealismo esteriorizzante, ai quali rivolgere una devozione illimitata che arrivava al delitto. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 6 Hans Frank: copia dell'uomo brutale, p. 331)
  • Schirach non proveniva dalla Hitlerjugend[5] in senso stretto, ma si era reso benemerito del partito come capo della Lega degli studenti nazionalsocialisti tedeschi (NSDStB) conquistando buona parte della gioventù accademica al nazionalsocialismo, prima che Hitler , nel 1931, lo designasse «capo della gioventù del Reich del NSDAP[6]». [...] Idealista, sentimentale e affettato, egli non poté mai divenire il vero rappresentante della Hitlerjugend, sia nell'aspetto, sia perché non proveniva da un ambiente operaio o della media borghesia. [...] I suoi tratti poco marcati e piuttosto delicati avevano qualcosa di effeminato, per tutto il tempo che fu in carica non cessarono mai di correre le voci sulla sua camera da letto bianca, adatta per una fanciulla. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 7 Baldur von Schirach e la «missione della giovane generazione», p. 357)
  • Beck tentò [...] in tutti i modi di ostacolare i piani di guerra di Hitler o almeno di ritardarli, senza però riuscire ad ottenere altro che di essere obbligato a presentare al Führer le proprie dimissioni: «Come può esserci un simile bastardo nella nostra bella Germania!», esclamò Beck subito dopo, disperato per la situazione. Fu per questo che nel 1938, in seno a una ristretta cerchia di alti ufficiali, si sentì tentato di intraprendere una opposizione al nazismo che sarebbe dovuta culminare, nelle sue intenzioni, in un colpo di Stato. La sua disperazione derivava non soltanto da un senso di impotenza individuale nei confronti del regime autoritario, ma soprattutto rispecchiava il disagio – e forse l'odio – dell'aristocratica e conservatrice casta militare prussiana nei confronti di Hitler e del nazionalsocialismo. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 8 Il generale von Icks e il ruolo del corpo ufficiali nel Terzo Reich, p. 380)
  • Come molti altri individui simili a lui, egli [Rudolf Höss, comandante del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz] fu aiutato nella realtà del Lager dalla capacità continuamente rafforzata di vivere su due piani diversi, distinti tra loro, di separare il «servizio» da quelle zone della vita privata in cui regnano i sentimenti, in cui le donne e i bambini sono circondati dalle cure di un padre o in cui possono manifestarsi degli entusiasmi e tanti altri paradossi. (Parte terza: I funzionari del regime totalitario, Capitolo 11 Rudolf Höss: l'uomo della folla, p. 443)

Explicit[modifica]

La malattia totalitaria sopravvive in molte manifestazioni cui spesso oggi non si dà peso. Lo sviluppo politico mondiale dl dopoguerra ha accordato al popolo tedesco, perlomeno nella Repubblica federale, un periodo di indulgenza, nel corso del quale non sembra finora che esso abbia dato prova di un mutamento della coscienza. Molti, tuttavia, si chiedono se il tono apologetico che spesso il nostro popolo assume verso la sua «ragione storica» non rispecchi semplicemente un modo di reagire ad una situazione contingente. La risposta a questo interrogativo è ancora lontana, ma chi potrebbe biasimare coloro che l'attendono con paura?

Note[modifica]

  1. Ospizio per soli uomini. [N.d.T]
  2. Martin H. Sommerfeldt, Ich war dabei. Die Verschwörung der Dämonen. Ein Augenzeungenbericht, cit., p. 49. [N.d.A., p. 132]
  3. "Eudemonismo", Cfr. voce su Wikipedia
  4. Una delle due maschere fu riprodotta nell'estate 1945 dal periodico di New York «Time»; l'altra è riportata tra le illustrazioni del presente volume. [N.d.A., p. 197]
  5. "Gioventù hitleriana", Cfr. voce su Wikipedia
  6. "Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori" (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) Cfr. voce su Wikipedia

Bibliografia[modifica]

  • Joachim C. Fest, Il volto del Terzo Reich (Das Gesicht des Dritten Reiches), traduzione di Licia Berlot, Garzanti, Milano, 1977.

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