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Salvator Rosa

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Autoritratto di Salvator Rosa

Salvator Rosa (1615 – 1673), incisore, poeta e pittore italiano.

Citazione di Salvator Rosa[modifica]

  • O taci, o di' cose migliori del silenzio.[1]
Aut tace | aut loquere meliora | silentio. (iscrizione riportata sul suo autoritratto)
  • Poco mi giova aver costanza o fede; | per me fortuna avara | parla muta, ode sorda e cieca vede. (da Or son pur solo...[2])
  • Veggio il ben, nulla godo, e spero assai, | si muta il mondo, ed io non vario mai. (da Or son pur solo...[2])

Il teatro della politica[modifica]

  • Assai visse chi per la Patria morì. (1; p. 3)
  • La Morte è l'unico fine delli tormenti di questa vita, il sovrano bene della Natura, il solo appoggio della nostra libertà, il comune e pronto ricetto a tutti i mali. (7; p. 4)
  • Nessuna cosa sparisce più presto all'uomo che il tempo. (15; p. 4)
  • Niuna è più vera gloria della virtù, ch'è quella che con la dottrina, e coi costumi cosi a' presenti, come a' posteri può portare utilità. (16; p. 4)
  • Un impiccando il suo confessore gli disse: «Questa mattina cenerai con Nostro Signore». Gli rispose: «Andateci pur voi perché io diggiuno!» (18; p. 5)
  • La Morte è l'ultimo dei mali. (26; p. 6)
  • La Morte non si sente se non per il discorso, con ciò sia che ella sia il movimento d'un istante. (27; p. 6)
  • Il peggiore accidente dell'esser nostro è il morire. (28; p. 6)
  • È da guardarsi dalle calunnie ancor che false percioché la maggior parte degli uomini non capaci della verità sequitano l'opinione. (35; p. 6)
  • L'uomo prudente deve discorrer tacendo il modo che deve tener parlando. (36; p. 6)
  • La avarizia è metropoli d'ogni ribbalderia. (53; p. 8)
  • Gli avari sono tutori non padroni delle loro richezze. (54; p. 8)
  • Amore è un eccesso di certo desiderio senza raggione che ha una veloce venuta, e una tarda partita. (56; pp. 8-9)
  • Amore è un affetto dell'anima oziosa. (57; p. 9)
  • Il più dolce e perfetto frutto della vita umana consiste nella amicizia e società scambievole. (68; p. 10)
  • L'ippocrita a guisa dell'istrione, cambiando faccia, altro è altro pare, altro parla altro pensa, con superba umiltà, con procurati pallori, con lacrime spremute, ingannando tutti gli ochi, che non veggono il cuore. Sotto sembianze di religione sovverte la religione e sotto spoglia d'agnello, coprendo un lupo rapace, la greggia di Cristo dissipa e devora. (95; p. 13)
  • Le facezie sono il più dolce condimento delle civili conversazioni poiché egli è antico proverbio: «Anco agli dii piace il giocoso».[3] (96; p. 13)
  • Se il demonio fosse regnante non governerebbe i suoi stati che con la politica dei Spagnoli. (110; p. 14)
  • Sono gl'ochi le sentinelle dell'anima, spettatori di chi onora e di chi spreggia. (161; p. 20)
  • Le passioni non sono virtù, ma impeti naturali, perché non si acquistano con atti liberi, ma precedono l'umano discorso; non perfezzionano l'animo, ma perturbano il cuore, e alterano il sembiante.[4] (162; pp. 20-21)
  • Ogni uomo che vuol conservarsi una onorata fama, per fuggire l'infamia, deve ponere al giusto le sue passioni benché gagliarde. (172; p. 21)
  • Il fidarmi di voi sarebbe un volere riporre l'ambra entro un pestilente cesso, far guardiano de' polli un volpone, dare in custodia ad un satiro la verginità di una bella fanciulla. (255; p. 31)
Autoritratto di Salvator Rosa
  • Il francese a forza leva il gippone, e pone in farsetto, lo spagniuolo ti lascia nudo con destrezza. (256; p. 31)
  • Il francese viene in Italia come parte lo spagniolo cioè ricco e lo spagniolo giunge come parte lo francese cioè mendico. (257; p. 31)
  • La fortuna rassomiglia alla luna che allora si ecclissa quando è più piena. (317; p. 39)
  • Gli Spagnioli, quando sono vittoriosi, sono un seminario di crudeltà. (328; p. 40)
  • La plebbe e gli villani sono pascoli di tiranni, e de i soldati; e li tiranni e li soldati sono pascoli del diavolo. (330; p. 41)
  • Ogni Republica che non castigherà i delitti s'invechirà in un giorno. (331; p. 41)
  • L'uomo non deve tacere quando il suo parlare può portare l'altrui utilità. (337; p. 41)
  • È molto vero che la concordia è madre del matrimonio, ma il matrimonio è padre della discordia. (383; p. 46)
  • Al prencipe apartiene l'audacia contro i nimici, la benevolenza verso dei sudditi, e nelle occorenze, il consiglio e la raggione. (390; p. 47)
  • Dui soli giorni felici toccano a colui che prende moglie, quel delle nozze e quello del funerale. (391; p. 47)
  • Non vi è raggione che non ve ne sia una contraria. (422; p. 51)
  • In ogni secolo corotto son le case de' ricchi frequentate dai savi. (466; p. 56)
  • Chi è quel tanto privo di cervello ch'alzando il viso al cielo non creda esserci Dio? (470; p. 56)
  • L'adulatore è come l'ombra la quale non ti ama e pur ti segue.[5] (486; p. 58)
  • Gl'animali senza fiele, benché abino l'armi, non aspirano alla vendetta. (487; p. 58)
  • Ciò che si presume, facilmente si crede.[6] (488; p. 58)
  • Chi facilmente desia, grandimente crede l'adulatore. (489; p. 58)
  • L'adulatore è come il polpo, che secondo il tempo cresce o scema, e secondo il luoco cangia colore: siché i pesciolini, non discernendo il polpo dallo scoglio, fidatamente si appressano e restan colti.[7] (490; p. 58)
  • Un buon cavallo e una bella donna sono due care bestie. (584; p. 70)
  • I medici e i carnefici hanno questo privileggio: di uccidere gl'uomini e d'essere pagati. (601; p. 72)
  • Le lacrime inconsolabili non richiamano i morti in vita. (696; p. 84)
  • La modestia è la prima regola che s'insegna nella scola d'amore. (783; p. 94)
  • Fu sempre vero che chi ha denari ha più gran raggione. (785; p. 94)
  • Il silenzio in un uomo è una virtù, la più loquace che possi decantar le sue glorie. (822; p. 98)
  • Gli ignoranti non hanno mai opinione. (848; p. 101)
  • Una donna allora si rende più adorabile nelle sue parti, quando che tratta con maggior cor. (856; p. 101)
  • Innamora più una graziosa bruttezza che una beltà soverchiamente sostenuta. (857; p. 101)
  • A noi piace in maniera l'andar vacabondo che credo che, se avessimo auttorità sopra la Chiesa, levaressimo l'accidia e metteressimo la fatica per uno de' setti peccati mortali. (858; p. 101)
  • Chi crede agli astrologi crede alla congregazione de' matti. I lumi delle stelle sono troppo oscuri all'ignoranza del nostro intelletto e solo si cifrano quei superni caratteri da chi ha un occhio di divinità nella sua intelligenza. (865; p. 102)
  • Devono i genitori imitar le vermi della seta che, morendo, lasciano da vestire ad altri. (879; p. 104)
  • Quelli encomi che non si meritano non hanno buon suono agli orecchi di chi li recevi né alla bocca di chi li dispensa. (880; p. 104)
  • Le mie lacrime sono gl'ultimi avanzi disperati delle mie speranze. (898; p. 106)
  • Io non ho mai visto un raggio di felicità che rischiarasse l'ombre del mio destino. (899; p. 106)
  • Voi negl'ochi scintillate lussuria e dimostrate una verde fiamma d'inferno. (920; p. 109)
  • Di quello che mal si dice, ogni poco non è molto, ma troppo. (923; p. 109)

Satire[modifica]

Autoritratto di Salvator Rosa

Satira I, La musica[modifica]

Incipit[modifica]

Abbia il vero, o Priapo, il luogo suo,
se gl'Asini a te sol son dedicati,
bisogna dir, che il Mondo d'oggi è tuo.

Credimi che si son tanto avanzati
i tuoi vassalli, che d'un Serse al pari
tu potresti formar squadroni armati.

Citazioni[modifica]

  • Italia, il nome che ti diero i bovi, | or che d'Asini sei fatta sentina, | necessario sarà che tu rinnuovi. (p. 41)
  • Ad un musico bello il tutto lice: | di ciò ch'ei fa, ch'ei brama ottiene il vanto, | che un bel volto, che canta, oggi è felice. (p. 45)
  • Chi ha pratica di questi, e conoscenza | può dir se della musica è compagna | la gola, l'albagia, l'impertinenza. (p. 56)
  • Musica mia, non so se sì molesti, | come son ora i Professori tuoi, | eran già quei Martelli onde nascesti. || Tu senza colpe venisti a noi | e se adesso ne vai piena d'errori | è perché capitasti in man de' Buoi. (p. 63)
  • Le passioni indomite, e discordi | sia vostra cura in armonia comporre, | e far che il senso alla ragion s'accordi. || Questa musica in voi si deve accorre, | e non quell'altra, il di cui vanto è solo | accordar cetre, e l'animo scomporre. (p. 74)

Satira II, La poesia[modifica]

Lucrezia come poetessa (S. Rosa, 1640)

Incipit[modifica]

Le colonne spezzate, e i rotti marmi,
là trai platani suoi divelti, e scossi,
Fronton rimira all'echeggiar de' carmi

che da furore Ascreo spinti, e commossi
s'odono ognor tanti poeti, e tanti,
che manco gente in Maratona armossi.

Suonan per tutto le ribeche, e i canti,
e si vedon sol d'acque inebriati
i seguaci d'Apollo andar baccanti.

Citazioni[modifica]

  • Maggior poeta è chi più ha del matto; | tutti cantano omai le cose istesse; | tutti di novità son privi affatto. (p. 94)
  • Non vedi tu che tutto il mondo è pieno | di questa razza inutile, e molesta, | che i Poeti produr sembra il terreno? (p. 100)
  • Sopra un verso sudar l'alma, e il pensiero | acciò che sia con numero costrutto, | se ogni sostanza poi termina in zero. (p. 100)
  • Raro è quel libro, che non sia un centone | di cose a questo, e quel tolte e rapite | sotto il pretesto dell'imitazione. (p. 120)
  • Per i moderni la Fama è infingarda, | per gli antichi non ha stanchezza alcuna, | ogni accento, ogni peto è una bombarda. (p. 123)

Satira III, La pittura[modifica]

Panorama di sera (S. Rosa, 1640)

Incipit[modifica]

Così va il mondo oggi dall'Indo al Mauro,
nè a guarir tanto mal sarìa bastante
il medico di Timbra, o d'Epidauro.

Cade il mondo a tracollo, e invano Atlante
speragli Alcidi; ah chi m'addita un Giove,
or che il vizio quaggiù fatto è gigante?

Citazioni[modifica]

  • [...] | a chi nulla desia soverchia il poco | [...]. (p. 162)
  • Bisogna che i pittor siano eruditi | nelle scienze introdotti, e sappian bene | le favole, l'istorie, i tempi e i riti. (p. 163)
  • Quel che aborriscon vivo, aman dipinto, | [...]. (p. 171)
  • Ogni luogo di poveri è fecondo, | perché i dazzj, i pedaggi e le gabelle | hanno ridotto a mendicare il mondo. (p. 173)
  • L'arroganza, e i pittor nacquero a un parto | [...]. (p. 180)

Satira IV, La guerra[modifica]

Guerriero (S. Rosa)

Incipit[modifica]

Sorgi, sorgi, o Timon, dal cupo fondo,
a rimirar sulla terrena riva,
quanto da quel di pria cangiato è il mondo.

Sorgi dai morti, or che nel sen m'avviva
cinico ardir a stimolar l'ingegno,
Santo furor della Rannusia diva.

Citazioni[modifica]

  • Un uomo osa destarmi? Un uom mi chiama? | l'uomo inventor di mali, e di rovine; | l'uom, che coll'opre l'universo infama? || L'uom, che le leggi umane, e le divine | sprezza, e calpesta; i cui delitti enormi | san trovar nel sepolcro appena il fine? (Timone: p. 212)
  • Sì, sì lasciamgli far: pur troppo è vero, | che per guarir certe testaccie vuote, | il più santo spedale è il cimitero. (Autore: p. 236)
  • Povero mondo incancherito affatto | per gir dietro a malvagj, ed a bricconi, | da un male in un peggior passa in un tratto. (Autore: p. 247)

Satira V, La Babilonia[modifica]

Un'allegoria della fortuna (S. Rosa, 1658)

Incipit[modifica]

Ecco l'alba, che torna in braccio a Fosforo
e del mio vano affaticar si ride,
che un pesce sol non prenderìa nel Bosforo.

Gite alle forche omai, trappole infide,
nasse, gorre, bilance, ami, e tramagli,
se ad ogni altro, che a me, la sorte arride.

Citazioni[modifica]

  • [...] | perché la sorte, udir bramo da te, | sia cosi parzial di teste sceme? (Tirreno: p. 265)
  • Di cieca frenesia son debolezze, | fallaci sogni d'animo imprudente, | cercare, ove non son, le contentezze. (Tirreno: p. 273)
  • Io so, che l'uom della fortuna è un gioco, | e a far che mai gloria mortal mi domini, | mi figuro il sepolcro in ogni loco. (Tirreno: p. 274)
  • Figliuol, quest'è l'Eufrate: onusta, e piena | sol ne cavan le reti i più vigliacchi; | un uomo ben composto ara l'arene. (Ergasto: p. 279)
  • [...] | e son due cose, che non ponno unirsi, | aver la fiamma in seno e occultarla. (Ergasto: p. 282)
  • Signor, che il tutto sai, che il tutto vedi, | a che giovò porre nel capo il senno | se studian questi ad erudire i piedi? (Tirreno: p. 284)
  • Giova perder di lui ogni ricordo: | che quando fossi un Ettore secondo, | se parli di virtù, l'Eufrate è sordo. || Fiume non fu giammai cotanto immondo, | poiché vi vengon baldanzose, e liete | l'immondizie a color di tutto il mondo. (Ergasto: p. 313)

Satira VI, L'invidia[modifica]

Incipit[modifica]

Era la notte, e delle stelle i lussi
cintia cingean, che dal cornuto argento
sulla testa a più d'un scotea gl'influssi.

Tacea dell'aria il garrulo elemento,
tacea dell'Oceano il moto alterno,
e solliavan le spie, ma non il vento.

Perch'Eolo, che di lui regge il governo,
l'avea legato, e lo tenea prigione
per l'insolenze, ch'avea fatto il verno.

Citazioni[modifica]

  • Ma in me la fantasia vegliando allora, | mentre che il senso si riposa, e dorme, | mille cose alla mente apre, e colora. (Autore: p. 317)
  • Io son colei, di cui paventa, e teme | ogni Stato maggior; quella, che seguo | sempre le cose in eccellenza estreme. (Invidia: p. 320)
  • Quella son io, che rapida mi volgo | là dove alberga la dottrina, e il senno, | e che i vizj d'ognun mordo, e divolgo. || Quella son io, ch'ogni difetto accenno | dell'alme eccelse, e con bilancia uguale | ogni piccolo error peso, e condenno. || Quella son io, che per tenor fatale | sempre accompagno la virtude, e il merto, | e con essi comun ebbi il natale. (Invidia: p. 320)
  • Quella sei tu, che solo affanno, e doglia | senti del bene altrui; quella che tenta | detrarre ai fatti, onde l'onor germoglia. (Autore: p. 323)
  • E non solo i pittori eran poeti, | ma filosofi grandi, e fûr demonj | nel cercar di natura i gran segreti. (Autore: p. 356)

Citazioni sulle Satire[modifica]

  • La critica, priva di un mondo serio, in cui si possa incorporare, si svapora in sentenze, esortazioni, sermoni, prediche, declamazioni e generalità rettoriche, tanto più biliosa, quanto meno artistica. Così apparisce nelle Satire di Salvator Rosa, che pure sono salvate dall'obblio per la maschia energia di un'anima sincera e piena di vita, che incalora la sua immaginazione e gli fa trovare novità di espressioni e di forme pittoriche felicemente condensate. (Francesco De Sanctis)

Citazioni su Salvator Rosa[modifica]

  • Già Salvator Rosa aveva a suon di tromba mosso guerra alla declamazione e alla rettorica, senz'accorgersi che faceva della rettorica anche lui. (Francesco De Sanctis)
  • Salvatore fu di presenza curiosa, perché essendo di statura mediocre, mostrava nell'abilità della vita qualche sveltezza e leggiadria: assai bruno nel colore del viso, ma di una brunezza africana, che non era dispiacevole; gli occhi suoi erano torchini, ma vivaci a gran segno; di capelli negri, e folti, i quali gli scendevano sopra le spalle ondeggianti e ben disposti naturalmente: vestiva galante, ma non alla cortigiana, senza gale, e superfluità. (Giovanni Battista Passeri)

Note[modifica]

  1. Cfr. Proverbi italiani.
  2. a b Citato in I capolavori della poesia italiana, a cura di Guido Davico Bonino, CDE, Milano, 1972.
  3. Cfr. Emanuele Tesauro, La filosofia morale derivata dall'alto fonte del grande Aristotele stagirita (1670), libro XIII, cap. I: «Le facezie dunque sono i più dolci condimenti della civil conversazione, nel passeggio, ne' circoli, nelle veglie, ne' giuochi, e ne' conviti.»
  4. Cfr. Emanuele Tesauro, La filosofia morale derivata dall'alto fonte del grande Aristotele stagirita (1670), libro XIV, cap. I: «Le passioni non sono virtù, ma impeti naturali; perché non si acquistano con atti liberi, ma precedono l'uman discorso; non perfezionano l'animo, ma perturbano il cuore, ed alterano il sembiante.»
  5. Cfr. Emanuele Tesauro, La filosofia morale derivata dall'alto fonte del grande Aristotele stagirita (1670), libro XI, cap. V: «Ma l'adulatore è come l'ombra, la qual non ti ama, e pur ti segue, e fa tutti gl'atti, che tu sai fare.»
  6. Cfr. Emanuele Tesauro, La filosofia morale derivata dall'alto fonte del grande Aristotele stagirita (1670), libro XI, cap. III: «[...] ciò, che si presume, facilmente si crede [...].»
  7. Cfr. Emanuele Tesauro, La filosofia morale derivata dall'alto fonte del grande Aristotele stagirita (1670), libro XI, cap. V: «Egli [l'adulatore] è come il Polpo, che secondo il tempo cresce, ò scema; e secondo il luogo cangia colore: siche i pesciolini e le farfalle, non discernendo il Polpo dallo scoglio, fidatamente si appressano, e restan colti.»

Bibliografia[modifica]

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