Erasmo da Rotterdam

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Erasmo da Rotterdam

Erasmo da Rotterdam (1466/1469 – 1536), teologo, umanista e filosofo olandese.

Citazioni di Erasmo da Rotterdam[modifica]

  • Ciò che l'occhio è per il corpo, la ragione lo è per l'anima.[1]
  • Giove infuse nell'uomo molta più passione che ragione: pressappoco nella proporzione di ventiquattro a uno. Relegò inoltre la ragione in un angolino della testa lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni.[2]

Adagia[modifica]

  • Come se desse dell'erudito a uno Scita, del bellicoso a un Italiano, dell'onesto a un mercante, del devoto a un soldato, o del leale a un cartaginese. (da Myconius calvus[3])
Veluti si quis Scytham dicat eruditum, Italum bellacem, negociatorem integrum, militem pium, aut Poenum fidum.

Dulce bellum inexpertis[modifica]

  • Anche i grammatici hanno intuito la natura della guerra: alcuni sostengono che essa si chiama «bellum» per antitesi, perché non ha niente di buono né di bello; la guerra è «bellum» nello stesso senso in cui le Furie sono le «Eumènidi». Altri preferiscono far derivare la parola «bellum» da «bellua», belva: perché è da belve, non da uomini, impegnarsi in uno sterminio reciproco. (1980; p. 209)
  • Cane non mangia cane; «i feroci leoni non si fanno guerra»; il serpente non aggredisce il suo simile; v'è pace tra le bestie velenose. Ma per l'uomo non c'è bestia più pericolosa dell'uomo. (1980; p. 209)
  • Tant'è: non esiste pratica, per quanto infame, per quanto atroce, che non s'imponga, se ha la consuetudine dalla sua parte. Quale fu dunque questo misfatto? Ebbene, non ebbero scrupolo di divorare i cadaveri degli animali, di lacerarne a morsi la carne esanime, di berne il sangue, di suggerne gli umori, e di seppellirsi viscere nelle viscere, come dice Ovidio. L'atto apparve sì disumano alle nature più mansuete, ma s'impose grazie al bisogno e alla convenienza. (Anche in mezzo ai piaceri e ai godimenti l'evocazione del cadavere cominciò a incontrar gradimento.) (1980; p. 215)
  • E a forza di sterminare animali, s'era capito che anche sopprimere l'uomo non richiedeva un grande sforzo. (1980; p. 217)
  • Che cos'è la guerra? un omicidio collettivo, di gruppo, una forma di brigantaggio tanto più infame quanto più estesa. (1980; p. 221)

Colloqui[modifica]

  • I mali che non si avvertono sono i più pericolosi. (da Esame della fede)
Periculosius solet esse malum, quia non sentitur.
  • Il miglior modo di onorare i santi è di imitarli. (da I francescani o i ricchi mendicanti)
Sanctissime coluit divos, quisquis imitatus est.
  • Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna è il primo e più importante gradino verso la conoscenza. (da La puerpera)
Praecipuus autem discendi gradus est, mutuus inter docentem ac discentem amor.

Elogio della follia[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Utcunque de me vulgo mortales loquuntur, neque enim sum nescia, quam male audiat stulticia etiam apud stultissimos, tamen hanc esse, hanc, inquam, esse unam quae meo numine deos atque homines exhilaro, vel illud abunde magnum est argumentum quod, simulatque in hunc coetum frequentissimum dictura prodii, sic repente omnium vultus nova quadam atque insolita hilaritate enituerunt, sic subito frontem exporrexistis, sic laeto quodam et amabili applausistis risu, ut mihi profecto quotquot undique praesentes intucor, pariter deorum Homericorum nectare non sine nepenthe temulenti esse videamini, cum antehac tristes ac solliciti sederitis, perinde quasi nuper e Trophonii specu reversi.

Gabriella D'Anna[modifica]

Qualsiasi cosa siano soliti dire di me i mortali, e infatti non sono così sciocca da non sapere quanto si parli male della follia anche da parte dei più folli, tuttavia sono io, io sola, ve lo posso garantire, che ho il dono di riuscire a rallegrare gli dèi e gli uomini. Eccone la prova: non appena mi sono presentata a parlare dinanzi a questa numerosa assemblea, tutti i volti si sono improvvisamente illuminati di una certa nuova e insolita letizia; subito le vostre fronti si sono spianate, subito mi avete applaudito con una risata così lieta e amabile che mi sembra di trovarmi dinanzi a un consesso degli dèi di Omero, come loro tutti ubriachi di nettare e nepente, mentre prima ve ne stavate lì seduti tutti imbronciati e tristi, come se foste appena usciti dall'antro di Trofonio.
[Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, introduzione di Paolo Miccoli, traduzione di Gabriella D'Anna, TEN, Roma 2002. ISBN 8882897125]

Luca D'Ascia[modifica]

Qualsiasi cosa gli uomini dicano di me comunemente (so bene infatti quanto sia cattiva la reputazione della pazzia anche tra i più pazzi), l'argomento che sto per esporre basta largamente a dimostrare che sono io qui presente, io qui presente, dico, e nessun altro a rallegrare uomini e dèi con la mia potenza divina. Eccola [sic] prova: non appena mi sono presentata a parlare in questa riunione affollatissima, tutti i visi sono stati improvvisamente rischiarati da una nuova e non comune allegria, avete spianato immediatamente la fronte, mi avete applaudito con un riso amabile e pieno di benevolenza,[4] tanto che tutti voi presenti mi sembrate ebbri del nettare degli dèi omerici con accompagnamento di nepente,[5] mentre prima ve ne stavate seduti cupi e preoccupati, come se foste appena tornati dall'antro di Trofonio.[6]
[Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, traduzione di Luca D'Ascia, RCS Quotidiani, 2010]

Eugenio Garin[modifica]

Qualunque cosa dicano di me comunemente i mortali – non ignoro, infatti, quanto la Follia sia portata per bocca anche dai più folli – tuttavia, ecco qui la prova decisiva che io, io sola, dico, ho il dono di rallegrare gli dèi e gli uomini. Non appena mi sono presentata per parlare a questa affollatissima assemblea, di colpo tutti i volti si sono illuminati di non so quale insolita ilarità; d'improvviso le vostre fronti si sono spianate e mi avete applaudito con una risata così lieta e amichevole che tutti voi qui presenti, da qualunque parte mi volga, mi sembrate ebbri del nettare misto a nepente degli dèi d'Omero, mentre prima sedevate cupi e ansiosi come se foste tornati allora dall'antro di Trofonio.
[Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, traduzione di Eugenio Garin, Mondadori]

Citazioni[modifica]

  • Ci sono tante grammatiche quanti sono i grammatici, e anche di più.
  • Di me giudicheranno gli altri: tuttavia, se non m'inganna la filautìa, io ho lodato la follia, ma non certo come un folle. (dalla dedica a Tommaso Moro)
  • In primo luogo se la saggezza consiste nell'esperienza, chi merita di più che gli venga attribuito il nome prestigioso di saggio, il sapiente, che rinuncia a qualsiasi iniziativa vuoi per ritegno vuoi per viltà, o l'insensato, che né ritegno che gli manca, né il pericolo che non valuta, trattengono da alcuna avventura? Il sapiente si rifugia dai suoi libri antichi e ne impara soltanto sottigliezze linguistiche. L'insensato ricava una autentica saggezza, se non mi sbaglio, andando incontro alle cose e affrontandole da vicino. Sembra che questo l'abbia visto Omero, anche se era cieco, quando dice: "Avendone fatto esperienza anche lo stolto sa". Infatti gli ostacoli principali per farsi un'idea delle cose sono il ritegno che annebbia lo spirito e la paura, che mostrando i pericoli distoglie dal prendere iniziative. La folia libera magnificamente da entrambi. Tra i mortali sono in pochi a capire per quanti altri vantaggi riesca utile non vergognarsi mai ed essere pronti a tutto. (RCS 1996, p. 80)
  • Infatti chi va contro natura facendo mostra di capacità fittizie e forzando le proprie reali inclinazioni riesce solo a raddoppiare il difetto. (RCS 1996, p. 70)
  • L'unico fatto certo è che senza il condimento della follia non può esistere piacere alcuno.
  • La maggior parte dell'umanità indulge alla Follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo.
  • La vita umana nel suo insieme, non è che un gioco, il gioco della pazzia. (XXVII)
Nec aliud omnino est vita humana, quam stultitiae lusus quidam.
  • Le donne corrono dietro agli stolti; fuggono i saggi come animali velenosi.
  • Ma che dolce delirio è il loro, allorché si fabbricano mondi senza fine, allorché misurano come con il pollice e con il filo, sole, luna, stelle, sfere.
  • Ma perché devo dire queste cose a te, che sei un avvocato tanto eccezionale che puoi difendere ottimamente anche cause non proprio ottime?
    Stammi bene eloquentissimo Moro, e difendi la tua Moria con tutto il tuo zelo. (dalla dedica a Tommaso Moro)
  • Mi dicano però, per Giove, c'è forse una qualche parte della vita che non sia cupa, tetra, fastidiosa, senza grazia, senza spirito se non le si sarà aggiunto il condimento della follia, il piacere? (RCS 1996, p. 63)
  • Mi è parso il caso, infatti, di imitare anche in questo gli oratori contemporanei, che si credono degli dei se sembrano bilingui come le sanguisughe, e considerano un vero capolavoro inserire nel tessuto delle orazioni latine alcune parolette greche come tessere di un mosaico, anche se inopportune in quel dato momento. Se poi mancano termini esotici, tirano fuori dal libro polveroso quattro o cinque parole arcaiche per rendere oscuro il testo, certo perché così chi capisce diventa sempre più pieno di sé e chi non capisce quanto meno capisce più ammira. (RCS 1996, p. 58)
  • Non si gode a possedere qualche cosa senza compagnia. (XLVI)
Nullius boni iucunda sine socio possessio.
  • Non vedete, prima di tutto, con quanta preveggenza Madre Natura, artefice della specie umana, ha evitato che il pepe della follia venisse in qualche misura a mancare? Se infatti la sapienza consiste, secondo la definizione stoica, nell'essere guidati dalla ragione e la follia, invece, nell'essere in balia delle passioni, quanto più passione che ragione ha posto Giove nell'uomo, ad evitare che la sua vita fosse davvero cupa e tetra? più o meno come la mezza oncia sta all'asse. La ragione, per giunta, ha voluto relegarla in uno stretto angolino della testa, lasciando alle passioni tutto il resto del corpo. Per di più l'ha costretta a lottare da sola contro due violentissimi tiranni, l'ira che occupa la rocca della viscere e la stessa sorgente della vita, il cuore, e la brama, che dispone di un vastissimo impero giù fino al pube. (RCS 1996, p. 69)
  • Pochissimi dei matrimoni già stretti potrebbero durare se tutti i passi fuori strada delle mogli non restassero celati per la cecità o la stupidità dei mariti.
  • Quanti sono, infatti, coloro che accendono alla Vergine, madre di Dio, un candelotto, magari a mezzogiorno, quando proprio non ce n'è bisogno! D'altra parte, quanto pochi cercano d'imitarne la castità, la modestia, l'amore per il regno dei cieli!
  • Quanto più un uomo invecchia, tanto più si riavvicina alla fanciullezza, finché lascia questo mondo in tutto come un bambino al di là del tedio della vita e al di là del senso della morte.
  • Questa vita terrena, del resto, vi sembra da chiamar vita, se le si toglie il piacere. (RCS 1996, p. 62)
  • Se uno tentasse di togliere la maschera agli attori mentre stanno recitando un dramma, e mostrare agli spettatori la loro vera faccia, quella con cui sono nati, costui non porterebbe scompiglio in tutta la scena tanto di meritare di essere cacciato a sassate dal teatro come un forsennato? Apparirebbe infatti improvvisamente un nuovo volto delle cose: chi prima era donna sarebbe ora uomo, chi prima giovane ora vecchio, chi poco prima era un re ora apparirebbe come un poveraccio, chi prima era un dio ora si rivelerebbe un omettino da niente. Smascherare quell'illusione equivarrebbe a privare di senso tutto lo spettacolo. È proprio quella finzione e quell'inganno che tiene avvinti gli occhi degli spettatori. Ebbene, che altro è la vita umana se non tutta una commedia, nella quale tutti recitano la loro parte chi con una maschera chi con un'altra, finché a un tratto il capocomico non li faccia uscire di scena? A volte però il capocomico fa recitare allo stesso attore parti diverse, e così quello che poco prima faceva la parte di un re ammantato di porpora, ora è un piccolo schiavo coperto di stracci. Sono tutte finzioni, ma questa commedia non si può recitare altrimenti. (Newton, 2002, p. 67)
  • Seguo infine il notissimo proverbio popolare secondo cui fa bene a lodare se stesso chi non trova un altro che lo elogi (RCS 1996, p. 57)
  • Tanto è necessario che ciascuno si raccomandi da sé, magari con un po' di adulazione, prima di potersi raccomandare ad altri.
In tantum necesse est, ut sibi quoque quisque blandiatur et assentatincula quapiam sibi prius commendetur quam aliis possit esse commendatus. (2002, p. 56-57)
  • Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico.

Citazioni sul libro[modifica]

  • L' Elogio della follia conserva un fascino di imperitura attualità. Lo si desume dall'analisi di Histoire de la Folie, dove Michel Foucault evidenzia il confine sfumato tra ragione e sragione in epoca di alta tecnologia, e altresì dalle invettive di Nietzsche contro lo smunto bibliotecario, lo stitico correttore di bozze, il pallido burocrate stipendiato, emblemi tutti del moderno «uomo alessandrino». (Paolo Miccoli)

Per una libera educazione[modifica]

  • Il tempo basta a tutto, se lo si gestisce con la parsimonia necessaria. Per noi è breve la giornata di cui perdiamo la maggior parte.
  • In ogni attività la passione toglie gran parte della difficoltà.
  • Non scuola la diresti, ma sala di tortura: non vi si sente altro che lo schiocco delle sferze, lo strepito delle verghe, gemiti, singhiozzi e atroci minacce. Cos'altro possono impararvi i bambini, se non a odiare la cultura? Una volta che quest'odio ha messo radice nei teneri animi, anche da grandi detestano lo studio.

Citazioni su Erasmo da Rotterdam[modifica]

  • Come umanista Erasmo si sente apparentato alla società dalla duttile forza della parola che ne saggia criticamente le valenze in termini di ironia, sarcasmo, gioco allusivo, bonarietà lungimirante, tolleranza magnanima, moralismo contenuto. (Paolo Miccoli)
  • Sotto la penna dell'insigne umanista olandese si fronteggiano al femminile Sapientia e Stultitia: la prima, per voler essere austera ad ogni costo, diventa stolta; la seconda, in quanto «forza vitale irrazionale e creatrice», si palesa veramente saggia alla resa dei conti. (Paolo Miccoli)
  • Uno dei maggiori uomini di cultura del Rinascimento, Erasmo da Rotterdam, fu portato dalla sua stessa humanitas a condannare la guerra come «assurdità cattiva, anticristiana, belluina, selvaggia», a disprezzare gli «stolti nomi» di inglesi, francesi, tedeschi e delle altre nazionalità perché il nome di Cristo ci ricongiunge tutti: «il mondo intero è una patria comune» egli scrisse, ma quel mondo non era altro che l'Europa del tempo ed ambiente di Erasmo, ancor sostanziata di sentimento cristiano, ma soprattutto affratellata da uno spirito umanistico di tolleranza e di comprensione. (Paolo Brezzi)

Note[modifica]

  1. Da Il libero arbitrio, Fabbri, Milano, 1996.
  2. Citato in Ralf Dahrendorf, Erasmiani, traduzione di M. Sampaolo, p. 79.
  3. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 659.
  4. Il proemio dell'Encomion suggerisce un modo caratteristico di condurre il discorso etico: i meriti della follia non vengono dedotti da premesse logiche, bensì confermati dall'osservazione di un comportamento concreto. Di un procedimento analogo si era valso spesso Lorenzo Valla (1407-57) nella sua critica «oratoria» allo Stoicismo, Sul vero e falso bene, sicuramente tenuto presente da Erasmo.
  5. Un'erba ricordata da Omero (Odissea, IV, 220) e Plinio (Historia Naturalis, XXI, 91, 159), che mescolata al vino liberava dalle preoccupazioni.
  6. Trofonio era una divinità pre-greca di Labadeia in Beozia, dove veniva interrogato in una caverna per ottenere oracoli. La delusione di coloro che avevano interrogato l'oracolo assunse un valore proverbiale: cfr. Adagio 677 (LB II, 292 F-294 B) «È stato emesso un vaticinio nell'antro di Trofonio».

Bibliografia[modifica]

  • Erasmo da Rotterdam, Adagia: sei saggi politici in forma di proverbi, traduzione di Silvana Seidel Menchi, G. Einaudi, Torino, 1980.
  • Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, traduzione di Eugenio Garin, Mondadori.
  • Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, introduzione di Paolo Miccoli, traduzione di Gabriella D'Anna, TEN, Roma 2002. ISBN 88-8289-712-5
  • Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, traduzione di Luca D'Ascia, RCS Quotidiani, 2010.

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