Odissea
L'Odissea (in greco Οδύσσεια), poema epico attribuito al poeta greco Omero.
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[modifica] Incipit
[modifica] Originale
Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ
πλάγχθη, ἐπεὶ Τροίης ἱερὸν πτολίεθρον ἔπερσε·
πολλῶν δ' ἀνθρώπων ἴδεν ἄστεα καὶ νόον ἔγνω,
πολλὰ δ' ὅ γ' ἐν πόντῳ πάθεν ἄλγεα ὃν κατὰ θυμόν,
ἀρνύμενος ἥν τε ψυχὴν καὶ νόστον ἑταίρων.
ἀλλ' οὐδ' ὧς ἑτάρους ἐρρύσατο, ἱέμενός περ·
αὐτῶν γὰρ σφετέρῃσιν ἀτασθαλίῃσιν ὄλοντο,
νήπιοι, οἳ κατὰ βοῦς Ὑπερίονος Ἠελίοιο
ἤσθιον· αὐτὰρ ὁ τοῖσιν ἀφείλετο νόστιμον ἦμαρ.
τῶν ἁμόθεν γε, θεά, θύγατερ Διός, εἰπὲ καὶ ἡμῖν.
[modifica] Ippolito Pindemonte
Musa, quell'uom di multiforme ingegno
dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
gittate d'Ilïòn le sacre torri;
che città vide molte, e delle genti
l'indol conobbe; che sovr'esso il mare
molti dentro del cor sofferse affanni,
mentre a guardar la cara vita intende,
e i suoi compagni a ricondur: ma indarno
ricondur desïava i suoi compagni,
ché delle colpe lor tutti perîro.
Stolti! che osâro vïolare i sacri
al Sole Iperïon candidi buoi
con empio dente, ed irritâro il nume,
che del ritorno il dì lor non addusse.
Deh, parte almen di sí ammirande cose
narra anco a noi, di Giove figlia e diva.
[Omero, Odissea, traduzione di Ippolito Pindemonte, 1961]
[modifica] Niccolò Delvinotti
Dimmi l'accorto eroe, Musa, che tanto
Errò, poiché le sacre a terra sparse
Ilìache mura, che di molte genti
Visitò le città, l'indol conobbe;
Che sul pelago ancor patì nell'alma
Immensi affanni, onde raddurre in salvo,
Sé medesmo esponendo, i suoi compagni.
Ma i compagni bramò raddurre invano,
Ché di lor nequitose opre perîro.
Stolti! che i sacri al Sol Iperione
Buoi divorâro, ed ei del redir loro
Il dì rapiva. O Dea, prole di Giove,
Parte a noi pure di siffatti eventi,
Donde ti è in grado più, ridir ti piaccia.
[Omero, Odissea, traduzione di Niccolò Delvinotti, In Fonte, Iseo, 2004. ISBN 8887997187]
[modifica] G.A. Privitera
Narrami, o Musa, dell'eroe multiforme, che tanto
vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia:
di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,
molti dolori patì sul mare nell'animo suo,
per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.
Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo:
con la loro empietà si perdettero,
stolti, che mangiarono i buoi del Sole
Iperione: ad essi egli tolse il dì del ritorno.
Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus.
[Omero, Odissea, traduzione di G.A. Privitera, Mondadori]
[modifica] Citazioni
- Come la figlia del mattin, la bella | Dalle dita di rose Aurora surse, | Surse di letto anche il figliuol d'Ulisse, | I suoi panni vestì, sospese il brando | Per lo pendaglio all'omero, i leggiadri | Calzari strinse sotto i molli piedi | E della stanza uscì rapidamente, | Simile ad un degli Immortali in volto. (Libro II, 1-8; 1961)
- Uscito delle salse acque vermiglie, | Montava il sole per l'eterea volta | Di bronzo tutta, e in cielo ai dèi recava | Ed agli uomini il dì su l'alma terra: | Quando alla forte Pilo, alla cittade | Fondata da Nelèo, giunse la nave. (Libro III, 1-6; 1961)
- Già l'Aurora, levandosi a Titone | D'allato, abbandonava il croceo letto, | E ai dèi portava ed ai mortali il giorno; | E già tutti a concilio i dèi beati | Sedean con Giove altitonante in mezzo, | Cui di possanza cede ogni altro nume. (Libro V, 1-6; 1961)
- Nulla io so di più molesto | Che il digiun ventre, di cui l'uom mal puote | Dimenticarsi per gravezze o doglie. (Alcinoo: Libro VII, 279-281; 1961)
- Chi potrìa de' numi | Scorgere alcun che qua o là si mova | Quando dall'occhio uman voglion celarsi? (Ulisse: Libro X, 711-713; 1961)
- Giunti al divino mare, il negro legno | Prima varammo, albero ergemmo, e vele, | E prendemmo le vittime, e nel cavo | Legno le introducemmo: indi con molto | Terrore, e pianto, v'entravam noi stessi. (Ulisse: Libro XI, 1-5; 1961)
- Allora incontro ti verran le belle | Spiagge della Trinacria isola, dove | Pasce il gregge del Sol, pasce l'armento. (Circe: Libro XI, 164-166; 1961)
- Costei [Clitennestra], che tutta del peccar sa l'arte | Sé ricoprì d'infamia, e quante al mondo | Verranno, e le più oneste anco, ne asperse. (Agamennone: Libro XI, 549-551; 1961)
- Io millantarmi alquanto | Voglio qual mi comanda il folle vino, | Che talvolta i più saggi a cantar mosse | Più in là d'ogni misura, a mollemente | Rider, spiccar salti improvvisi, ed anche | Quello a parlar, ch'era tacere il meglio. (Ulisse: Libro XIV, 548-553; 1961)
- Se in man nostra tutto | Fosse, il ritorno a procurar del padre | Non si rivolgerebbe ogni mia cura? (Telemaco: Libro XVI, 167-169; 1961)
- Tal cicatrice l'amorosa vecchia [Euriclèa] | Conobbe, brancicandola, ed il piede | Lasciò andar giù: la gamba nella conca | Cadde, ne rimbombò il concavo rame, | E piegò tutto da una banda; e in terra | L'acqua si sparse. (Libro XIX, 574-579; 1961)
- Ma Palla[1], occhio azzurrino, alla prudente | Figlia d'Icario entro lo spirto mise | Di propor l'arco ai proci e i ferrei anelli, | Nella casa d'Ulisse: acerbo gioco, | E di strage principio e di vendetta. (Libro XXI, 1-5; 1961)
- La buona vecchia [Euriclèa] gongolando ascese | Nelle stanze superne, alla padrona | Per nunzïar, ch'era il marito in casa. (Libro XXIII, 1-3; 1961)
[modifica] Citazioni sull'opera
- L'Iliade e l'Odissea sono rimasti esemplari per tutta l'epopea occidentale, sino ai tempi più recenti, sino al Goethe e al Pascoli. (Giorgio Pasquali)
[modifica] Note
- ↑ Appellativo di Minerva.
[modifica] Voci correlate
[modifica] Altri progetti
Wikisource contiene la traduzione completa in italiano dell'Odissea
Wikisource contiene inoltre il testo completo in greco antico dell'Odissea
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