Giacomo Leopardi
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Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (1798 – 1837), poeta, scrittore e filosofo italiano.
[modifica] Citazioni di Giacomo Leopardi
- Così ella vede che il Monti è assai più famoso per l'Iliade che per il Persio. (da Lettera ad Antonio Fortunato Stella del 6 dicembre 1816)
- E tu nemica | La sorte avesti pur: ma ti rimbomba | Fama che cresce e un dì fia detta antica. (dal sonetto Letta la vita dell'Alfieri scritta da esso)
- Il fare è il miglior modo d'imparare. (dalla lettera al fratello Pier Francesco, Firenze, 16 ottobre 1828)
- Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né di altre cose simili; ma ho bisogno d'amore. (da Lettera all'Antonietta)
- La conoscenza degli effetti e la ignoranza delle cause produsse l'astrologia. (da Storia dell'astronomia)
- La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze ella è senza dubbio l'Astronomia. L'uomo s'innalza per mezzo di essa come al di sopra di sé medesimo, e giunge a capire la causa dei fenomeni più straordinari. (da Storia dell'astronomia, introduzione)
[modifica] Attribuite
- Il maligno dice male de' buoni; lo stolto or de' buoni, or de' malvagi; il saggio di nessuno mai.
- Questa citazione appare in Michele Colombo, Opuscoli, 1832; potrebbe tuttavia trattarsi di un apocrifo.
- Sono convinto che anche nell'ultimo istante della nostra vita abbiamo la possibilità di cambiare il nostro destino.
[modifica] Canti
[modifica] I – All'Italia
- Piangi, che ben hai donde, Italia mia.
[modifica] III – Ad Angelo Mai: quand'ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica
- Ahi ahi, ma conosciuto il mondo | non cresce, anzi scema, e assai più vasto | l'etra sonante e l'alma terra e il mare | al fanciullin, che non al saggio appare. (vv. 87-90)
[modifica] IX – Ultimo canto di Saffo
- Arcano è tutto, | fuor che il nostro dolor. (vv. 45-46)
- Negletta prole | nascemmo al pianto, e la ragione in grembo | de' celesti si posa. (vv. 46-48)
- Virtù non luce in disadorno ammanto. (v. 53)
- Vivi felice, se felice in terra | visse nato mortal. (vv. 60-61)
[modifica] X – Il primo amore
- Tornami a mente il dì che la battaglia | d'amore sentii la prima volta, e dissi: | oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! (vv. 1-3)
[modifica] XI – Il passero solitario
- D'in su la vetta della torre antica, | Passero solitario, alla campagna | Cantando vai finché non more il giorno; | Ed erra l'armonia per questa valle. (vv. 1-4)
[modifica] XII – L'infinito
- Sempre caro mi fu quest'ermo colle, | e questa siepe, che da tanta parte | dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. (vv. 1-3)
- E il naufragar m'è dolce in questo mare. (v. 15)
[modifica] XIII – La sera del dì di festa
- Dolce e chiara è la notte e senza vento. (v. 1)
[modifica] XVII – Consalvo
[modifica] XVIII – Alla sua donna
- Ma non è cosa in terra | Che ti somigli; e s'anco pari alcuna | Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, | Saria, così conforme, assai men bella. (vv. 19-22)
[modifica] XXI – A Silvia
- Silvia rimembri ancora | quel tempo della tua vita mortale, | quando beltà splendea | negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi. (vv. 1-4)
- O natura, o natura | perché non rendi poi | quel che prometti allor? Perché di tanto | inganni i figli tuoi? (vv. 35-38)
- All'apparir del vero | Tu, misera, cadesti: e con la mano | La fredda morte ed una tomba ignuda | Mostravi di lontano. (vv. 60-63)
[modifica] XXII – Le ricordanze
- Dolce per sé; ma con dolor sottentra | il pensier del presente, un van desio | del passato.
- O speranze, speranze; ameni inganni | Della mia prima età!
[modifica] XXIII – Canto notturno di un pastore errante dell'Asia
- Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, | Silenziosa luna? (vv. 1-2)
- Forse, in qual forma, in quale | stato che sia, dentro covile o cuna, | è funesto a chi nasce il dì natale. (vv. 141-143)
- Perché reggere in vita | chi poi di quella consolar convenga? | Se la vita è sventura, | perché da noi si dura? (vv. 53-56)
- A me la vita è male. (v. 104)
[modifica] XXIV – La quiete dopo la tempesta
- Piacer figlio d'affanno. (v. 32)
- Umana | prole cara agli eterni! assai felice | se respirar ti lice | d'alcun dolor: beata | se te d'ogni dolor morte risana. (vv. 50-54)
[modifica] XXV – Il sabato del villaggio
- La donzelletta vien dalla campagna, | in sul calar del sole, | col suo fascio dell'erba; e reca in mano | un mazzolin di rose e viole, | onde siccome suole, | ornare ella si appresta | dimani, al dì di festa, il petto e il crine. (vv. 1-7)
- Questo di sette è il più gradito giorno, | pien di speme e di gioia. (vv. 38-39)
[modifica] XXVI – Il pensiero dominante
- Questa età superba, | Che di vote speranze si nutrica, | Vaga di ciance, e di virtù nemica; | Stolta, che l'util chiede, | E inutile la vita | Quindi più sempre divenir non vede.
- Pregio non ha, non ha ragion la vita | Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto.
[modifica] XXVIII – A se stesso
- Amaro e noia | La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. (vv. 8-9)
[modifica] XXXIV – La ginestra o il fiore del deserto
- Dipinte in queste rive | son delle umane genti | "le magnifiche sorti e progressive". (vv. 49-51)
[modifica] Operette morali
[modifica] Incipit
- Storia del genere umano
Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono dell'educazione di Giove. E che la terra fosse molto più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l'uno e l'altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicità.
[modifica] Citazioni
- Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura. (Elogio degli uccelli, 17)
- Tutti gli uomini per necessità nascono e vivono infelici. (Dialogo della Natura e di un'Anima)
- Tu [Natura] sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. (Dialogo della Natura e di un Islandese)
- Certo l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perocché niuna cosa è felice. (Cantico del gallo silvestre)
- La natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte. (Dialogo di Plotino e di Porfirio)
- Le cognizioni non sono come le ricchezze, che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa somma. Dove tutti sanno poco, e' si sa poco; perché la scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia. (Dialogo di Tristano e di un amico)
[modifica] Pensieri
- Sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. (I)
- La morte non è male: perché libera l'uomo da tutti i mali, e insieme coi beni gli toglie i desiderii. La vecchiezza è male sommo: perché priva l'uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori. Nondimeno gli uomini temono la morte, e desiderano la vecchiezza. (VI)
- Bella ed amabile illusione è quella per la quale i dì anniversari di un avvenimento, che per verità non ha a fare con essi più che con qualunque altro dì dell'anno, paiono avere con quello un'attinenza particolare, e che quasi un'ombra del passato risorga e ritorni sempre in quei giorni, e ci sia davanti: onde è medicato in parte il tristo pensiero dell'annullamento di ciò che fu, e sollevato il dolore di molte perdite, parendo che quelle ricorrenze facciano che ciò che è passato, e che più non torna, non sia spento né perduto del tutto. (XIII)[1]
- Se la miglior compagnia è quella dalla quale noi partiamo più soddisfatti di noi medesimi, segue ch'ella è appresso a poco quella che noi lasciamo più annoiata. (XXI)[2]
- Nessun maggior segno d'essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita. (XXVII)[3]
- Nessuna professione è sì sterile come quella delle lettere. (XXIX)[4]
- Gli uomini si vergognano non delle ingiurie che fanno, ma di quelle che ricevono. (LVII)
- Quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: perché si paragonano continuamente, non cogli altri, ma con quell'idea del perfetto che hanno dinanzi allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che ha il volgo; e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla. (LXIV)[5]
- La noia non è se non di quelli in cui lo spirito è qualche cosa. (LXVII)[6]
- La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. (LXVIII)
- La stima non è prezzo di ossequi: oltre che essa, non diversa in ciò dall'amicizia, è come un fiore, che pesto una volta gravemente, o appassito, mai più non ritorna. (LXXII)[7]
- Grande tra gli uomini e di gran terrore è la potenza del riso: contro il quale nessuno nella sua coscienza trova se munito da ogni parte. Chi ha coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è preparato a morire. (LXXVIII)[8]
- Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli. (LXXXVI)[9]
- Chi comunica poco cogli uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella solitudine, ma nel mondo: perché l'uso pratico della vita, e non già la filosofia, è quello che fa odiare gli uomini. E se uno che sia tale, si ritira dalla società, perde nel ritiro la misantropia. (LXXXIX)
- Le persone non sono ridicole se non quando vogliono parere o essere ciò che non sono. (XCIX)
- L'uomo è quasi sempre tanto malvagio quanto gli bisogna. Se si conduce dirittamente, si può giudicare che la malvagità non gli è necessaria. Ho visto persone di costumi dolcissimi, innocentissimi, commettere azioni delle più atroci, per fuggire qualche danno grave, non evitabile in altra guisa. (CIX)
[modifica] Zibaldone
- Chi non ha uno scopo non prova quasi mai diletto in nessuna operazione. (268)
- Chi più si ama meno può amare. (1723)
- Cosa rarissima nella società, un uomo veramente sopportabile. (4525, 16 settembre 1832)
- Dicono che la felicità dell'uomo non può consistere fuorché nella verità. Così parrebbe, perché qual felicità in una cosa che sia falsa? E come, se il mondo è diretto alla felicità, il vero non deve render felice? Eppure io dico che la felicità consiste nell'ignoranza del vero.
- È curioso a vedere, che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco merito. (4524, Firenze, 31 maggio 1831)
- Felicità non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato si sia, e fosse pur arco il più spregevole. Ora da questa sola definizione si può comprendere che la felicità è di sua natura impossibile in un ente che ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura tutti i viventi, soli capaci d'altronde di felicità. Un amor di se stesso che non può cessare e che non ha limiti, è incompatibile colla contentezza, colla soddisfazione. Qualunque sia il bene di cui goda un vivente, egli si desidererà sempre un ben maggiore, perché il suo amor proprio [amore della propria persona] non cesserà, e perché quel bene, per grande che sia, sarà sempre limitato, e il suo amor proprio non può aver limite. Per amabile che sia il vostro stato, voi amerete voi stesso più che esso stato, quindi voi desidererete uno stato migliore. Quindi non sarete mai contento, mai in uno stato di soddisfazione, di perfetto amore del vostro modo di essere, di perfetta compiacenza di esso. Quindi non sarete mai e non potete esser felice, né in questo mondo, né in un altro. (30 agosto 1826)
- Gl'italiani non hanno costumi: essi hanno delle usanze. Così tutti i popoli civili che non sono nazioni. (2923, 9 luglio 1823)
- I beni si disprezzano quando si possiedono sicuramente, e si apprezzano quando sono perduti, o si corre pericolo o si è in procinto di perderli. (296, 23 ottobre 1820)
- I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto. (527, 19 gennaio 1821)
- I migliori momenti dell'amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. (142, 27 giugno 1820)
- Il dolore o la disperazione che nasce dalle grandi passioni o illusioni o da qualunque sventura della vita non è paragonabile all'affogamento che nasce dalla certezza e dal sentimento vivo della nullità di tutte le cose, e dell'impossibilità di essere felice in questo mondo, e dalla immensità del vuoto che si sente nell'anima. (140, 27 giugno 1820)
- Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso. (4153, Bologna, 21 novembre 1825)
- Il miglior modo di celare agli altri i confini del proprio sapere è non oltrepassarli.
- Il piacere è sempre o passato o futuro, non mai presente. (3550, 29 settembre 1823, Festa di San Michele Arcangelo)
- Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. (51)
- Il tale diceva che noi, venendo in questa vita, siamo come chi si corica in un letto duro e incomodo, che sentendovisi stare male, non vi può star quieto, e però si rivolge cento volte da ogni parte, e procura in vari modi di appianare, ammollire, ecc. il letto, cercando pur sempre e sperando di avervi a riposare e prendere sonno, finché senz'aver dormito né riposato vien l'ora di alzarsi.
- Intendo per innocente non uno incapace di peccare, ma di peccare senza rimorso. (51)
- L'abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge. (229, 31 agosto 1820)
- L'arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura. (189)
- L'egoismo è sempre stata la peste della società, e quanto è stato maggiore, tanto peggiore è stata la condizione della società. (670 – 671)
- L'esistenza può essere maggiore senza che lo sia la vita. (3927)
- L'immaginazione [...] è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell'uomo, tanto più l'uomo sarà felice. (168)
- L'irresoluzione è peggio della disperazione. (245)
- La convenienza al suo fine è quello in cui consiste la bellezza di tutte le cose, e fuor della quale nessuna cosa è bella.
- La felicità è impossibile a chi la desidera. (648)
- La felicità o infelicità non si misura dall'esterno ma dall'interno. (296)
- La lingua latina così esatta, così regolata e definita, ha nondimeno moltissime frasi ec. che per la stessa natura loro, e del linguaggio latino, sono di significato così vago, che a determinarlo, e renderlo preciso non basta qualsivoglia scienza di latino, e non avrebbe bastato l'esser nato latino, perocch'elle son vaghe per se medesime, e quella tal frase e la vaghezza della significazione sono per essenza loro inseparabili, né quella può sussistere senza questa. Come Georg., I, 44: et Zephyro putris se glaeba resolvit. Quest'è una frase regolarissima, e nondimeno regolarmente e gramaticalmente indefinita di significazione, perocché nessuno potrà dire se quel Zephyro sigifichi al zefiro, col zefiro ec. Così quell'altra: Sunt lacrimae rerum ec. della quale altrove ho parlato. E cento mila di questa e simili nature, regolarissime, latinissime, conformissime alla grammatica, e alla costruzione latina, prive o affatto o quasi affatto d'ogni figura di dizione, e tuttavolta vaghissime e indefinibili di significato, non solo a noi, ma agli stessi latini. (2288)
- La memoria non è altro che assuefazione.
- La noia è il desiderio della felicità, lasciato, per così dir, puro. (3715, 17 ottobre 1823)
- La noia è la più sterile delle passioni umane. Com'ella è figlia della nullità, così è madre del nulla: giacché non solo è sterile per se, ma rende tale tutto ciò a cui si mesce o avvicina. (1815)
- La pazienza è la più eroica delle virtù giusto perché non ha nessuna apparenza d'eroico. (112, 31 maggio 1820)
- Ne' guai non ci vuol pianto ma consiglio. (5)
- Nessuna opinione vera o falsa, ma contraria all'opinione dominante e generale, si è mai stabilita nel mondo istantaneamente, e in forza di una dimostrazione lucida e palpabile, ma a forza di ripetizioni e quindi di assuefazione. (1720, 17 settembre 1821)
- Non basta che lo scrittore sia padrone del proprio stile. Bisogna che lo stile sia padrone delle cose.
- Non si vive al mondo che di prepotenza.
- Ogni felicità si trova falsa e vana, quando l'oggetto suo giunge ad essere conosciuto nella sua realtà e verità. (352)
- Quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d'averne che basti, quanto più se ne gitta, tanto par che n'avanzi. (43)
- Quasi tutte le principali scoperte che servono alla vita civile sono state opere del caso. (2602)
- Quello che non può la riflessione, può e fa l'irriflesione. (3520)
- Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno mai rider di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. (4391, 23 settembre 1828)
- Tutto è amor proprio nell'uomo e in qualunque vivente. Amabile non pare e non è, se non quegli che lusinga, giova ec. l'amor proprio degli altri. (508, 15 gennaio 1821)
- Tutto è follia in questo mondo fuorché il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorché il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorché le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze. (3930, 17 dicembre 1823)
- Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia. (58)
- Un uomo tanto meno o tanto più difficilmente sarà grande quanto più sarà dominato dalla ragione. (13)
- Una lingua universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente essere, di necessità e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme, arida e brutta lingua [...] uno scheletro, un'ombra di lingua, piuttosto che lingua veramente. (23 agosto 1823)
- Una poesia ragionevole, è lo stesso che dire una bestia ragionevole. (17)
[modifica] Incipit di Paralipomeni della Batracomiomachia
1
Poi che da' granchi a rintegrar venuti
Delle ranocchie le fugate squadre,
Che non gli aveano ancor mai conosciuti,
Come volle colui ch'a tutti è padre,
Del topo vincitor furo abbattuti
Gli ordini, e volte invan l'opre leggiadre,
Sparse l'aste pel campo e le berrette
E le code topesche e le basette;
2
Sanguinosi fuggian per ogni villa
I topi galoppando in su la sera,
Tal che veduto avresti anzi la squilla
Tutta farsi di lor la piaggia nera:
Quale spesso in parete, ove più brilla
Del Sol l'autunno la dorata sfera,
Vedi un nugol di mosche atro, importuno,
Il bel raggio del ciel velare a bruno.
[modifica] Citazioni su Giacomo Leopardi
- Per Leopardi scrivere una pagina sola, o comporre una strofa, non era un'avventura, così neppure era un'avventura vivere. Alla vita sapeva sopra tutto quello che non poteva chiedere, e di quali pericoli era gravato quel poco bene. Gli mancava la bella confidenza: ma, in compenso, gli era stato dato in sorte un dono: quello di sorridere e fantasticare. (Giuseppe De Robertis)
- L'anima del Leopardi era nobilissima, delicatissima, quella d'una creatura angelica, straboccante di desiderio d'amore e di amicizia. (Giuseppe Prezzolini, da Storia tascabile della letteratura italiana – Biblioteca del Vascello, 1993)
- Infallibile, Leopardi chiama canto la voce notturna della rana; e Leopardi era un angelo disceso, un messaggero. (Guido Ceronetti)
- È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustra con se stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il Leopardi, non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente. (Giosuè Carducci: dalla prefazione ai Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura)
[modifica] Note
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 60 (prima del 1820), 2255 (15 dicembre 1821), 2322-2323 (2 gennaio 1822).
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 507-508 (15 gennaio 1821) e 4523 (29 luglio 1829).
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 1252, 30 giugno 1821.
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 1787-1788, 25 settembre 1821.
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 612-613, 5 febbraio 1821.
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 4306-4307, 15 maggio 1828.
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 116-117, 9 giugno 1820.
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 4391, 23 settembre 1828.
- ↑ Confronta anche Zibaldone, 4482, 4 aprile 1829.
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