Giovanni Pascoli
Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Giovanni Pascoli (1855 – 1912), poeta italiano.
- Caro il mio grano! Quando il mio tesoro, | mando al mulino, se ne va, sì, questo; | ma quello nasce sotto il mio lavoro. | […] | Tua carne è il pane – Ma tuo sangue, il vino – | Che sa l'odore di pan fresco! – E che cantare fa, cantar di tino! – (da Grano e vino in Poemetti 1900)
- Chi ha toccato una volta un'ingiuria – di sangue e di morte – non cesserà mai di toccarne di nuove. Piove sul bagnato: lagrime su sangue, e sangue su lagrime. (Nota bibliografica di Giovanni Pascoli per la sesta edizione di Myricae)
- Conoscere e descrivere la mente di Dante sarà mai possibile? Egli eclissa nella profondità del suo pensiero: volontariamente eclissa. (da Minerva oscura)
- Di quercia caduta ognuno viene a far legna. E tagliato l'albero, così grande e bello, perché hanno a sopravvivere i novelli? (Nota bibliografica di Giovanni Pascoli per la sesta edizione di Myricae)
- Il sogno è l'infinita ombra del Vero. (da Alexandros, in Poemi conviviali)
- Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra. (da Il fanciullino)
- Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. (da Un poeta di lingua morta[1], in Pensieri e discorsi)
- Ridon siringhe del color di lilla | sopra la mensa e odorano viole: | la capinera è tra gli amici: brilla | tremulo il sole. || Tu pur, poeta, hai rifiorito il cuore | e trilli e frulli hai nella fantasia. | Le ignave brume e l'umile dolore | sorgi ed oblìa. (da Maggio, in Poesie famigliari)
Indice |
[modifica] Canti di Castelvecchio
- Al mio cantuccio, donde non sento | se non le reste brusir del grano | il suon dell'ore viene col vento | dal non veduto borgo montano . (da L'ora di Barga)
- Che torbida notte di marzo! | Ma che mattinata tranquilla! | che cielo pulito! Che sfarzo | di perle! Ogni stelo, una stilla | che ride: sorriso che brilla | su lunghe parole. (da Canzone di marzo)
- Io sono una lampada ch'arda | soave! | La lampada, forse, che guarda, | pendendo alla fumida trave | la veglia che fila; || e ascolta novelle e ragioni | da bocche | celate nell'ombra, ai cantoni, | da dietro le soffici ròcche | che albeggiano in fila: (da La poesia)
- La vergine dorme. Ma lenta | la fiamma del puro alabastro | le immemori palpebre tenta; | bussa alla chiusa anima . (da Il sogno della vergine)
- Lascia che guardi dentro al mio cuore | lascia ch'io viva del mio passato; | se c'è sul bronco sempre quel fiore | s'io trovi un bacio che non ho dato! | Nel mio cantuccio d'ombra romita | lascia ch'io pianga sulla mia vita. (da L'ora di Barga)
- Nascondi le cose lontane, | tu nebbia impalpabile e scialba, | tu fumo che ancora rampolli, | su l'alba, | da' lampi notturni e da' crolli | d'aeree frane! (da Nebbia)
- Oh! Valentino vestito di nuovo, | come le brocche dei biancospini! | Solo, ai piedini provati dal rovo | porti la pelle de' tuoi piedini || Porti le scarpe che mamma ti fece, | che non mutasti mai da quel dì, | che non costarono un picciolo: in vece | costa il vestito che ti cucì. (da Valentino)
[modifica] Myricæ
[modifica] Incipit
Io vedo (come è questo giorno, oscuro!), | vedo nel cuore, vedo un camposanto | con un fosco cipresso alto sul muro. || E quel cipresso fumido si scaglia | allo scirocco: a ora a ora in pianto | sciogliesi l'infinita nuvolaglia.
[modifica] Citazioni
- Al camino, ove scoppia la mortella | tra la stipa, o ch'io sogno, o veglio teco: | mangio teco radicchio e pimpinella. (O vano sogno, da L'ultima passeggiata)
- Al rio sottile, di tra vaghe brume, | guarda il bove coi grandi occhi: nel piano | che fugge, a un mare sempre più lontano | migrano l'acque d'un ceruleo fiume. (da Il bove)
- Anch'io; ricordo, ma passò stagione; | quelle bacche a gli uccelli della frasca | invidiavo, e le purpuree more; | e l'ala, i cieli, i boschi, la canzone: | i boschi antichi, ove una foglia casca, | muta, per ogni battito di cuore. (da La Siepe)
- E tu, Cielo, dall'alto dei mondi sereni, infinto, immortale, oh! d'un pianto di stelle lo inondi quest'atomo opaco del Male. (da X Agosto)
- Io la [la felicità] inseguo per monti, per piani, | pel mare, pel cielo, nel cuore, | io la vedo, già tendo le mani, | già tengo la gloria e l'amore. (da Felicità)
- Manina chiusa, che nel sonno grande | stringi qualcosa, dimmi cosa ci hai! | Cosa ci ha? cosa ci ha? Vane domande | quello che stringe, niuno saprà mai. (Morto, da Creature)
- Nella soffitta è solo, è nudo, muore. | Stille su stille gemono dal tetto | [...] La notte cade, l'ombra si fa nera; | egli va, desolato, in Paradiso. (Abbandonato, da Creature)
- Noi mentre il mondo va per la sua strada, | noi ci rodiamo, e in cuor dopio è l'affanno, | e perché vada, e perché lento vada. (Il cane, da L'ultima passeggiata)
- Odi, sorella, come note al core | quelle nel vespro tinnule campane | empiono l'aria quasi di sonore | grida lontane? (da Campane a sera)
- Quanti quel roseo campanil bisbigli | udì, quel giorno, o strilli di rondoni | impazienti agl'inquieti figli. (da Quel giorno)
- Rosa di macchia, che dall'irta rama | ridi non vista a quella montanina, | che stornellando passa e che ti chiama | rosa canina; (da Rosa di macchia)
- Sempre un villaggio, sempre una campagna | mi ride al cuore (o piange), Severino: | il paese ove, andando, ci accompagna | l'azzurra visïon di San Marino: || sempre mi torna al cuore il mio paese | cui regnarono Guidi e Malatesta, | cui tenne pure il Passator cortese, | re della strada, re della foresta. (da Romagna)
- Sappi – e forse lo sai, nel camposanto – | la bimba dalle lunghe anella d'oro, | e l'altra che fu l'ultimo tuo pianto, | sappi ch'io le raccolsi e che le adoro. (da Anniversario)
- Vien per la strada un povero che il lento | passo tra le foglie trascina: | nei campi intuona una fanciulla al vento: | Fiore di spina! (da Sera d'ottobre)
- Anch'io; ricordo, ma passò stagione; | quelle bacche a gli uccelli della frasca | invidiavo, e le purpuree more; | e l'ala, i cieli, i boschi, la canzone: | i boschi antichi, ove una foglia casca, | muta, per ogni battito di cuore. (da La Siepe)
Sempre un villaggio, sempre una campagna | mi ride al cuore (o piange), Severino: | il paese ove, andando, ci accompagna | l'azzurra visïon di San Marino: | sempre mi torna al cuore il mio paese | cui regnarono Guidi e Malatesta, | cui tenne pure il Passator cortese, | re della strada, re della foresta.
Da' borghi sparsi le campane in tanto | si rincorron coi lor gridi argentini: | chiamano al rezzo, alla quiete, al santo | desco fiorito d'occhi di bambini.
Romagna solatìa, dolce paese | cui regnarono Guidi e Malatesta, | cui tenne pure il Passator cortese, | re della strada, re della foresta.
[modifica] Citazioni sul libro
- Di questo libro che giunge ora alla sua sesta edizione, non rincresca al lettore, specialmente alla soave lettrice, un po' di storia.
Le più vecchie poesie del volume sono Il maniero (Ricordi IV) e Rio salto (ib. III), che furono fatti e, mi pare, anche pubblicati prima dell'80. Viene poi Romagna (Ricordi I) che è dell'80 o giù di lì. Fu poi pubblicata nella Cronoca bizantina, ma non so in qual numero: non la vidi mai. Poi ci fu un intervallo. Ero stretto dalle necessità della vita, e il canto non usciva dalla gola serrata. (Giovanni Pascoli, dalla Nota bibliografica, Massa settembre '86, in Myricae, Oscar Mondadori, 1967)
[modifica] Nuovi poemetti
- Chi prega è santo, ma chi fa, più santo. (da E lavoro)
- Dolore è più dolor, se tace. (da Il prigioniero)
- Il poco è molto a chi non ha che il poco. (da La piada)
[modifica] Odi e inni
- Cantò tutta la notte un coro
di trilli arguti e note gravi;
-
- e il plenilunio d'oro
- splendé sul letto dove riposavi.
- e il plenilunio d'oro
- All'alba si diffuse un grande
odor nel portico: il tuo chiostro- fu pieno di ghirlande:
- una diceva: AL CARO PIN CH'È NOSTRO. (da A Giuseppe Giacosa)
- fu pieno di ghirlande:
- Guardi chi passa nella grande estate: | la bicicletta tinnula, il gran carro | tondo di fieno, bimbi, uccelli, il frate | curvo, il ramarro. (da La rosa delle siepi)
- TERRA! …— sì, terra, sì. Tristo | risveglio ! Dormivi, da secoli, || o portatore del Cristo, | dormivi; e giungeva a te l'eco || d'armi e di sferze; a te, presso | la tomba, il lor pianto sommesso | piangeano gli schiavi. || Esule cenere muta | non questo è l'arrivo: è il ritorno! || Dietro la poppa battuta | dall'onde, è la sera d'un giorno … || esule cenere mesta | del giorno latino! Ed è questa | la terra degli avi, || vecchia! È la notte del giorno | latino. È il fatale ritorno. (da: Il Ritorno di Colombo)
- Tu [Otto von Bismarck] sei la Forza. Avanti dunque o conte, | principe, duca, esci dal tuo maniero, | galoppa sulla cupa eco del ponte, || corri pel mondo, ancora tuo!... Guerriero | dalla lunga ombra, ferma il tuo cavallo | nel campo, sotto quello stormo nero! (da Bismarck)
[modifica] Primi poemetti
- C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole | anzi d'antico: io vivo altrove e sento | che sono intorno nate le viole || Sono nate nella selva del convento | dei cappuccini tra le morte foglie | che al ceppo delle querce agita il vento. (da L'aquilone)
- Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo. (dalla Prefazione)
- Sì: sonava lontana una campana, ombra di romba; sì che un mal vestito | che beveva, si alzò dalla fontana, | e più non bevve, e scongiurò, di rito, | l'impaziente spirito. Via via | si sentì la campana di San Vito. (da L'Angelus)
[modifica] A Verdi
[modifica] Incipit
Per il dì trigesimo dal suo transito
Voi che notturni moveste | per le strade ancora ombrate; | ch'or nel vestibolo, al vento | antelucano, aspettate | ch'uno v'apra il monumento | del gran Morto; || voi che da quando le stelle | pendean bianche su le lande, | state: qui, sotto una mole | grave, v'ascosero il Grande; | qui: vedetela nel sole | ch'è già sorto. | Voi che recaste gli aromi | egli vivrebbe, se fosse | qui pur sotto questa pietra; | ma si levò, si riscosse, | volò via con la sua cetra, | non è qui.
[modifica] Citazioni
- Vive, ed è lungi, e ci manda | l'inno dell'anima umana | ch'è in esilio ed in martoro. | Presso una fiumana ha sospesa l'arpa d'oro: | non è qui.
- Morto? Ma forse l'Italia dai due mari fu sommersa? | Dove fu l'Etna nevosa | l'onda ribolle e riversa? | dove stette il Monte Rosa, | c'è una duna?
- Egli sul bianco cavallo | corse via con la sua tromba: | non è qui.
- Oh! chi morì senza fine, | non ha fine, non è spento, | non è qui.
- Dove? Nel cielo d'Italia! | Dove?...Chiedetene al Sole! | Qui non c'è che questa pietra. | Stare e posare, non vuole: | balzò su con la sua cetra, | non è qui.
- Voi che sotterra cercate | l'ultimo Grande d'Italia, | – era l'ombra, e il giorno è sorto – | l'ultimo Grande d'Italia, | io vi grido, non è morto, | non è qui.
[Giovanni Pascoli, A Verdi, citato in Stefano Verdino, Un coro e terminiam la scena, Poesia, anno XIV, maggio 2001, n.150, Crocetti Editore]
[modifica] Citazioni su Giovanni Pascoli
- Di fatto si determina nei tre [Giovanni Pascoli e le due sorelle minori Ida e Mariù] che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. Possiamo notare due movimenti concorrenti: uno, quasi paterno, che gli suggerisce di ricostruire con fatica e pietà il nido edificato dai genitori; di investirsi della parte del padre, di imitarlo. Un altro, di ben diversa natura, gli suggerisce invece di chiudersi là dentro con le piccole sorelle che meglio gli garantiscono il regresso all'infanzia, escludendo di fatto, talvolta con durezza, gli altri fratelli. In pratica il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili. Per renderlo più sicuro e profondo lo sposta dalla città, lo colloca tra i monti della Garfagnana dove può oltre tutto mimetizzarsi con la natura. (Mario Luzi)
- Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del mare, le quali, anche nella più quiete serenità, pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. (Giosuè Carducci)
- Entrare nell'orizzonte pascoliano, senza esserne complici, è un'esperienza simile a una tortura; ma, una volta entrati, fatto il primo passo, chiudere l'argomento e tagliare la corda è impossibile: le viscere pascoliane non hanno fine, perché non hanno forma. (Cesare Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Einaudi, 1990, p. XXVII)
- Giovanni Pascoli rimarrà per gli Italiani il grande lirico delle intime tombe familiari, come Ugo Foscolo è il grande cantore delle tombe che la Nazione conserva ai suoi figli immortali.
Per questi nostri due sommi vati si completa la Italiana Lirica dei Sepolcri! (Guglielmina Ronconi)
[modifica] Note
- ↑ Discorso commemorativo in onore del latinista Diego Vitrioli, Messina 1898.
[modifica] Bibliografia
- Giovanni Pascoli, Poesie e prose scelte, (2 vol.), I meridiani, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 2002
- Giovanni Pascoli, Poesie (Vol. I), Oscar Classici, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1997, ISBN 88-04-42323-4
- Giovanni Pascoli, Poesie (Vol. II), Oscar Classici, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1997, ISBN 88-04-43805-3
- Giovanni Pascoli, Myricae, Oscar Mondadori, 1967.
[modifica] Altri progetti
Wikisource contiene opere originali di o su Giovanni Pascoli
Wikipedia contiene una voce riguardante Giovanni Pascoli
[modifica] Opere
-
Canti di Castelvecchio (1903)