Tito Maccio Plauto

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Tito Maccio Plauto
Tito Maccio Plauto

Tito Maccio Plauto (255 a.C. – 184 a.C.), scrittore latino.

Indice

[modifica] Citazioni

  • Malamente opera
    chi dimentica ciò che ha imparato.
Haud aequom facit
qui quod didicit id dediscit.
(da Amphitruo, vv. 687-688)
  • L'amante è come il pesce: pessimo se non è fresco.
Quasi piscis, itidemst amator lenae: nequam est, nisi recens. (Asinaria, v. 178)
  • Ogni uomo è un lupo nei confronti di un altro uomo.
Lupus est homo homini. (da Asinaria, v. 495)
  • È umano amare, ed è ancor più umano il perdonare.
altera manu fert lapidem, panem ostentat altera. (Aulularia, v. 195)
  • L'amore è fecondo di molto miele e di molto fiele.
Amor et melle et felle est fecundissimus. (da Cistellaria, v. 69)
  • Chi vuol mangiare la noce ne deve rompere il guscio.
Qui e nuce nuculeum esse volt, frangit nucem. (Curculio, v. 55)
  • La merce buona trova facilmente un compratore.
Proba merx facile emptorem reperit. (da Poenulus, v. 342)
  • Insegni a uno che già sa.
Doctum doces. (da Poenulus, v. 880.b)
  • Non è facile volare senza ali.
Sine pennis volare hau facilest. (da Poenulus, v. 871)
  • È cosa sciocca, padre, andare a caccia con cani svogliati.
Stultitiast, pater, venatum ducere invitas canes. (Stichus, v. 139)
Paupertas artis omnis perdocet. (da Stichus, v. 178)
  • Non con l'età, ma con l'ingegno si raggiunge la sapienza.
Non aetate, verum ingenio apiscitur sapientia. (Trinummus, v. 367)
  • Pensa a quanto è saggio un topolino:
    non affida mai la sua vita a un solo buco.
Cogitato, mus pusillus quam sit sapiens bestia:
aetatem qui non cubili <uni> umquam committit suam.
(Truculentus, vv. 868-869)

[modifica] Aulularia

  • [1] Euclione: E già adesso che mi sforzo di nascondere a tutti il mio segreto sembra che tutti lo conoscano, e tutti mi salutano più cortesemente di quanto non mi salutassero prima. (vv. 113-115; 1998)
  • [2] Euclione: Ora affrettiamoci verso casa; ché, se io sono qui, il mio pensiero è a casa. (v. 181; 1998)
  • [3] Euclione: Sono perduto! Sono morto! Sono assassinato! Dove correre? Dove non correre? Fermalo, fermalo! Fermare chi? Chi lo fermerà? Non so, non vedo nulla, cammino alla cieca. Dove vado? dove sono? chi sono? Non riesco a stabilirlo con esattezza. [Al pubblico] Vi scongiuro, vi prego, vi supplico, aiutatemi voi: indicatemi l'uomo che me l'ha rubata. [A uno spettatore] Che ne dici tu? Voglio crederti: lo capisco dalla faccia, che sei una brava persona... Che c'è? perché ridete? Vi conosco tutti: so che qua ci sono parecchi ladri, che si nascondono sotto una toga imbiancata a gesso, e se ne stanno seduti, come fossero galantuomini... Eh? Non ce l'ha nessuno di costoro? Mi hai ucciso! Dimmi dunque, chi l'ha? Non lo sai? Ah, povero, povero me! Sono morto! Sono completamente rovinato, sono conciato malissimo: troppe lacrime, troppe sventure, troppo dolore mi ha portato questo giorno; e fame, e miseria!... Sono il più sventurato tra gli esseri della terra. Che bisogno ho di vivere, ora che ho perduto tutto quell'oro che avevo custodito con tanta cura! Mi sono imposto sacrifici, privazioni; ed ora altri godono della mia sventura e della mia rovina. Non ho la forza di sopportarlo.
    [4] Liconide: [A parte, uscendo dalla casa di Megadoro] Chi sta lamentandosi? Chi piange e geme davanti a casa nostra? Ma è Euclione, mi pare. Sono completamente perduto; s'è scoperto tutto. Senza dubbio sa già che sua figlia ha partorito. Ora non so che fare. Devo andarmene o rimanere? affrontarlo o evitarlo? Per Polluce! Non so più che fare.
    Euclione: Chi sta parlando là?
    Liconide: Sono io, un infelice.
    Euclione: Infelice sono io, e sventurato! io che sono stato colpito da sì grande disgrazia, da sì grande dolore!
    Liconide: Fatti coraggio.
    Euclione: Farmi coraggio? Come potrei, di grazia?
    Liconide: Il misfatto che t'angustia il cuore, sono stato io a compierlo: lo confesso.
    Euclione: Cosa mi tocca sentire?
    Liconide: La verità.
    Euclione: Che male t'ho dunque fatto, o giovine, perché tu agissi così e rovinassi me e i miei figli?
    Liconide: È un dio che mi ci ha indotto e mi ha attratto verso di lei.
    Euclione: Come?
    Liconide: Confesso d'aver commesso un torto; so di essere colpevole. E così vengo a pregarti di essere indulgente, di perdonarmi.
    Euclione: Come hai osato fare una cosa simile: toccare ciò che non era tuo?
    Liconide: Che vuoi farci? Ormai è fatta; non si può disfare. È stato il volere degli dèi, senza dubbio: certo, senza la loro volontà, non sarebbe accaduto.
    Euclione: E allora credo che gli dèi abbiano anche voluto che io ti facessi crepare in catene, in casa mia.
    Liconide: Non dir questo!
    Euclione: Perché dunque hai toccato, contro il mio volere, una cosa mia?
    Liconide: È stata colpa del vino e dell'amore.
    Euclione: Sfrontatissimo essere! Aver osato presentarti a me con un simile discorso! Impudente! Se esiste un diritto che ti permette di scusare una simile azione, non ci resta che andare a rubare pubblicamente gioielli alle matrone, in pieno giorno; e se poi dovessimo essere arrestati, ci scuseremmo dicendo che l'abbiamo fatto in istato d'ebbrezza, per amore! Varrebbero troppo poco, il vino e l'amore, se l'ubriaco e l'innamorato avessero il diritto di soddisfare impunemente i loro capricci.
    Liconide: Ma io vengo di mia spontanea volontà a supplicarti di perdonare la mia follia.
    Euclione: Non mi piacciono gli individui che si scusano dopo aver fatto del male. Tu sapevi che essa non era tua; non avresti dovuto toccarla.
    Liconide: Dal momento che ho osato toccarla, non voglio cercare pretesti, ma tenerla nel migliore dei modi.
    Euclione: Tu vorresti tenere, contro il mio volere, una cosa mia?
    Liconide: Non pretendo d'averla contro il tuo volere; ma penso ch'essa mi spetti. Converrai subito tu stesso, Euclione, ch'essa deve spettare a me.
    Euclione: E io - per Ercole! - ti trascinerò subito dal pretore e t'intenterò un processo, se non restituisci...
    Liconide: Cosa dovrei restituirti?
    Euclione: Ciò che mi hai rubato.
    Liconide: Io? rubato? dove? Cosa significa?
    Euclione: [ironicamente] Che Giove ti protegga, com'è vero che tu non sai niente!
    Liconide: A meno che tu non dica cosa stai cercando... (vv. 713-762; 1998)

[modifica] Bacchides

  • [5] Filosseno: Lido, i costumi ora sono cambiati.
    Lido: Lo so bene: perché allora uno aspettava di venir eletto a una carica prima di cessare di obbedire al suo maestro. Ora, invece, prima ancora che abbia sette anni, se solo osi toccarlo con la mano, ti rompe la tavoletta in testa. E se vai a lamentarti dal padre, questo qui dice poi così al figlio: "Sei proprio degno di me per come ti sai difendere dalle offese". E il maestro viene richiamato: "Vecchio inutile, non azzardarti a toccare il ragazzo, quando si comporta con ardore". E il maestro se ne va zampillante di sangue come una lucerna con lo stoppino che cola. Proclamata la sentenza la corte si ritira. In queste condizioni un maestro come fa a esercitare la propria autorità, se è lui stesso per primo a prenderle? (vv. 437-449; 2007)
  • [6] Crisalo: Non mi piacciono questi Parmenoni e Siri che rubano ai padroni solo due o tre mine. Non c'è niente di peggio di un servo senza fantasia, senza un'intelligenza potente e versatile: ogniqualvolta ce ne sia bisogno, deve saper attingere alla sua intelligenza. (vv. 649-653; 1996)
  • [7] Crisalo: I due Atridi sono famosi per aver compiuto un'impresa grandiosa: conquistarono dopo dieci anni Pergamo, la patria di Priamo, difesa da mura divine, con armi, cavalli, un esercito di fortissimi combattenti, una flotta di mille navi. Roba veramente da nulla rispetto a quello che farò io per espugnare il mio padrone, senza flotta e senza tutto quel grande esercito. L'ho preso, sono riuscito a portargli via l'oro per il padroncino innamorato. Prima che ritorni, voglio intonare un lamento funebre. O Troia, patria, Pergamo, o vecchio Priamo, sei bello che morto: ti sto per scucire quattrocento filippi d'oro. Le tavolette sigillate che ti ho consegnato non sono mica delle tavolette, sono il cavallo di legno degli Achei. Pistoclero, da cui le ho prese, è Epeo, il costruttore, Mnesiloco è Sinone, quello che fu lasciato indietro, ma non sta presso la tomba di Achille, è a letto con Bacchide. Quello vero un tempo accese del fuoco per dare il segnale, questo qua invece... è proprio lui a bruciare. E io sono Ulisse, grazie alla cui astuzia sta avvenendo tutto questo. Tutte le cose scritte qui, nelle tavolette, sono i soldati all'interno del cavallo, ben armati e pien di coraggio. Fino a questo momento tutto è andato per il verso giusto. Il cavallo ora dovrà attaccare non una rocca, ma un forziere: per l'oro del vecchio sarà rovina, strage, terribile lusinga. Al nostro sciocco vecchio posso dare sicuramente il nome di Ilio; al soldato è Menelao, io sono Agamennone e anche Ulisse figlio di Laerte, Mnesiloco è Paride che manda in rovina la sua patria. Ha rapito Elena, per questo sto assediando Ilio. Ho sentito che anche lì Ulisse fu coraggioso e perfido, proprio come me. Io sono stato beccato nel mezzo dei miei inganni, lui rischiò quasi di morire mentre spiava le mosse dei Troiani travestito da mendicante. Oggi a me è successo qualcosa di simile. Mi hanno incatenato, ma me la sono cavata con l'inganno: anche lui si salvò con i suoi inganni. Ho sentito che tre furono i segni del fato che preannunciavano la rovina di Troia: se fosse stata portata via la statua dalla rocca, poi la morte di Troilo, terzo, quando si fosse spaccato lo stipite superiore delle porte frigie. E tre sono anche i segnali del fato per la nostra Ilio. Primo: quando ho raccontato al vecchio la storia dell'ospite, dell'oro e della barca: in questo modo ho portato via dalla rocca la statua. Poi me ne rimanevano ancora due per prendere la roccaforte. Quando ho consegnato le tavolette al vecchio: lì ho ucciso Troilo: lui pensava che Mnesiloco fosse a letto con la moglie del soldato. Qui mi sono salvato per un pelo. Ma è come il pericolo che corse Ulisse quando, raccontano, fui riconosciuto da Elena e consegnato a Ecuba; ma, come allora Ulisse riuscì a liberarsi grazie alle sue lusinghe, convincendo Ecuba a lasciarlo andare, così io con la mia astuzia sono scampato al pericolo e ho messo nel sacco il vecchio. Poi mi son dovuto scontrare con il grande soldato che conquista le città senza armi, solo con le sue ciance, e ho sistemato anche lui. Poi altra battaglia con il vecchio. M'è bastato un solo inganno per sbaragliarlo e ho preso il bottino in un colpo solo. Ora consegerà al soldato i duecento filippi che ha promesso. Però ne servono altri duecento da spendere dopo la presa di Troia, che ci sia del vino per il trionfo dei vincitori. Questo Priamo è molto meglio dell'altro: non c'ha mica cinquanta figli, ne ha quattrocento e tutti di prima scelta, senza un solo difetto. Li farò a pezzi in due soli colpi. Se c'è qualcuno che lo compra, il nostro Priamo, io lo metto pure in vendita: penso che questo vecchio sia veramente roba da vendere, da mettere all'asta, dopo che avrò espugnato la roccaforte. Ma eccolo là il nostro Priamo, davanti alla porta. Gli vado a parlare. (vv. 925-978; 2007)

[modifica] Pseudolus

  • [8] Pseudolo: Per Giove, come mi riesce bene e felicemente, qualunque cosa io faccia! Nella mia mente sta riposto un piano che non lascia adito né a dubbi né a timori. Perché è stoltezza affidare una grande impresa a un animo timoroso, dato che ogni iniziativa ti riesce a seconda di come tu ti ci impegni, di quanta importanza le dài. Io ho preparato in anticipo nella mia mente le schiere, in duplice, in triplice fila, gli inganni, le perfidie, cosicché, dovunque mi scontrerò con i nemici - lo dirò fidando nel valore dei miei antenati, nella mia abilità e nella malizia delle mie frodi - io possa vincere facilmente, io possa spogliare facilmente i miei nemici con le mie perfidie. Adesso questo nemico comune mio e di tutti voi, Ballione, io lo sbalestrerò bellamente. Voi fate solo attenzione. Io voglio assediare questa fortezza [indica la casa di Ballione], perché oggi sia conquistata, e qui condurrò le mie legioni; se la espugno - facile io renderò questa impresa per i miei concittadini - subito dopo muoverò prontamente il mio esercito contro questa antica fortezza [indica la casa di Simone]. Quindi caricherò e riempirò di bottino me stesso e insieme tutti i miei compagni, perché si sappia che sono nato per il terrore e la disfatta dei miei nemici. Da una tale stirpe io sono nato: a me si addice compiere grandi imprese, che mi diano lustro e rinomanza per lungo tempo in futuro. Ma chi è costui che vedo? Chi è costui che si presenta ai miei occhi, a me ignoto? Mi piacerebbe sapere che cosa vuole con quella spada. Da quest'angolo starò in agguato per vedere che cosa fa. (vv. 574-594; 1996)

[modifica] Senza fonte

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  • Dov'è amore, è dolore.
  • In una cosa cattiva se t'adopri con animo buono, riuscirai.
  • In una mano porta una pietra, mentre nell'altra mostra il pane.
  • La natura genera tutti liberi, e in tutti è naturale l'amore di libertà.
  • La pazienza è il rimedio migliore per ogni problema.
  • La saggezza non si acquista per l'età, ma per la capacità.
  • La via di mezzo è sempre la migliore: ogni eccesso conduce alla rovina.
  • L'amore è spesso amaro.
  • L'animo dell'uomo può ottenere qualunque cosa si comandi.
  • Le cose che non speri accadono più spesso di quelle che speri.
  • L'equanimità è ottimo conforto nelle sventure.
  • Nessun uomo è abbastanza saggio da solo.
  • Niente è più amichevole di un amico in difficoltà.
  • Non c'è ospite tanto gradito che non diventi scomodo dopo tre giorni.
  • Quel che non si spera accade più spesso di quel che si spera.
  • Se sei contento, hai abbastanza per vivere bene.
  • Spesso i sommi ingegni rimangono nascosti.

[modifica] Citazioni su Tito Maccio Plauto

  • Esistono in tutto due generi di scherzo: uno volgare, violento, vergognoso e osceno, e un altro elegante, urbano, ingegnoso e fine. Di questo secondo tipo sono intrisi non solo il nostro Plauto e la Commedia greca antica, ma anche i libri dei filosofi socratici. (Marco Tullio Cicerone)

[modifica] Bibliografia

  • Tito Maccio Plauto, Cesare Questa e Mario Scàndola, La pentola del tesoro. Testo latino a fronte, BUR, Borgaro Torinese 199813. ISBN 8817165247
  • Tito Maccio Plauto e Chiara Battistella, Bacchides­Curculio. Testo latino a fronte, Mondadori, Cles 20071. ISBN 9788804571155
  • Giovanna Garbarino, Letteratura latina. Storia e antologia con pagine critiche­Excursus sui generi letterari. Per le Scuole superiori – 1, Paravia, Torino 19962. ISBN 8839531017

[modifica] Note

  1. Dopo aver trovato in casa sua una pentola piena d'oro, Euclione è divenuto avaro e sospettoso. Infatti, prima di trovare il tesoro, non prendeva in considerazione più di tanto le cortesie e i saluti rivoltigli dai vicini; ora, invece, l'avarizia lo porta a studiare quelle buone azioni, a sospettare che in giro si sappia della sua ricchezza, anche se in realtà i vicini non sono cambiati affatto.
  2. A casa è nascosto il tesoro.
  3. Nel lamento dell'avaro Euclione per il furto della pentola dell'oro, Plauto parodia i registri della poesia tragica, come farà anche Gaio Lucilio nel libro XXVI delle Satire.
  4. Fedria, figlia dell'avaro Euclione, ha partorito prima del matrimonio. Il padre del bambino è Liconide, che l'aveva violentata nove mesi prima, durante le Cerealia. Per riparare al danno, vuole prenderla in sposa, ma deve prima parlarne con il padre della ragazza, Euclione. Gli si avvicina, origlia, lo vede in preda al dolore e subito crede che egli abbia saputo della maternità della figlia. Infatti non sa che Euclione ha una pentola d'oro, il cui furto è la causa di tanto dolore. Il giovane si fa coraggio e gli parla: entrambi sottintendono la causa del dolore, così che il dialogo si intride di equivoco, in quanto Liconide confessa d'aver reso incinta Fedria mentre Euclione lo crede reo confesso del furto della pentola. Questa, per Plauto, è un'occasione d'oro per impostare la satira contro la categoria degli avari: l'avaro, influenzato nelle decisioni dalla sua stessa avarizia, formula male la classifica delle sue priorità e pospone la preoccupazione per i figli alla salvezza del patrimonio, che finisce per trascendere l'utilità e non procura altro che vane preoccupazioni.
  5. Lido, schiavo del vecchio Filosseno e maestro del giovane Lido, informa il padrone della vergognosa condotta dell'allievo, che ha preso a frequentare delle prostitute, le sorelle Bacchidi. Filosseno non è affatto inviperito con il figlio, anzi, lo giustifica asserendo che "ci sarebbe più da stupirsi se a quell'età certe cose non le facessero" (da vv. 409-410). Il monologo prosegue fino al verso 978
  6. La maschera preferita di Plauto è quella del servo, forse anche per averla indossata davvero, e più volte nella sua vita, essendo stato fra l'altro schiavo per debiti. "Si noti che Parmenone e Siro erano nomi comunissimi, sempre ricorrenti per i servi nella commedia nuova, e che il servo del modello menandreo, trasformato in Crísalo da Plauto, si chiamava appunto Siro" (1996).
  7. Il servo plautino è anche un personaggio sbruffone e strafottente. Qui celebra le proprie gesta con lessico e argomenti attinti dall'epica di Omero, che è parodiata nel monologo. Tutti i personaggi epici ivi citati: Achille, Agamennone, Ecuba, Elena, Epeo, Laerte, Menelao, Paride, Priamo, Sinone, Troilo, Ulisse.
  8. A parlare qui è ancora un servus callidus, un servo astuto: Pseudolo, il quale da il nome alla commedia. Nel monologo proposto, Plauto parodia ancora la poesia epica, ma non meglio che in Bacchides vv. 925-978.

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