Caso Moro

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Citazioni sul caso Moro.

Citazioni[modifica]

  • I brigatisti si erano mostrati risoluti ed efficienti, ma la loro non fu una vittoria. La decisione di uccidere Moro creò gravi dissensi al loro interno, mentre all'esterno si diffuse un profondo sentimenti di ripulsa per quanto avevano fatto. È generalmente riconosciuto che la crisi del terrorismo italiano prese l'avvio dall'uccisione di Moro. A posteriori sembra quindi corretto riconoscere che avevano ragione i paladini dell'intransigenza: se Moro fosse stato scambiato con uno o piú terroristi in prigione, le Brigate Rosse sarebbero apparse allo stesso tempo invulnerabili e propense al compromesso, col risultato che il loro fascino sarebbe quasi certamente cresciuto. [...] Dopo la morte di Moro la democrazia italiana non solo si difese ma si rafforzò. (Paul Ginsborg)
  • Il caso Moro continua a vivere con i suoi misteri. Quelli veri e quelli creati ad arte. Se e quando, in quella vicenda, si è calata una mano straniera nessuno è mai riuscito a dimostrarlo. (Bettino Craxi)
  • Il caso Moro deve essere oggetto di riflessione in ogni momento perché costituisce un riferimento per la nostra democrazia e monito costante a non abbassare la guardia verso tutti i pericoli che la possono mettere in discussione. (Andrea Orlando)
  • Il pomeriggio del giorno seguente ritrovarono Moro a via Caetani. Qualcuno disse che lo avevano scaricato di proposito tra Botteghe oscure e piazza del Gesù. Tutti dovevano capire che era la fine dello storico compromesso tra cattolici e comunisti. Scialoja si fece largo a colpi di tesserino tra lo sgomento, la rabbia, il dolore. Nel vano della Renault rossa c'era un corpo rattrappito. Questo è un parricidio, pensò Scialoja. Hanno sparato al vecchio padre, lo hanno guardato negli occhi mentre moriva. Questo è un parricidio. Il sangue del padre ricade sempre sui figli. Quel viso smagrito, ossuto, da uccello; quella barba grigia incolta gli aveva ricordato suo padre nella cassa. (Giancarlo De Cataldo)
  • Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile, l'onorevole Aldo Moro [...] Io non ho alcun mandato nei suoi confronti, né sono legato da alcun interesse privato verso di lui. Ma lo amo come membro della grande famiglia umana, come amico di studi, e a titolo tutto particolare, come fratello di fede e come figlio della Chiesa di Cristo. [...] vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità. (Papa Paolo VI)
  • L'uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri. (Ferdinando Imposimato)
  • [Nell'aprile 1978, nel periodo in cui Moro era ancora vivo, seppur nelle mani delle Br] La fermezza è dunque giusta. Ma essa risulterà ancor più giusta se sarà accompagnata da concreti segnali, i quali indichino che lo Stato, nel cui nome viene invocato ed esercitato il rigore, vuole rigenerarsi. (Nello Ajello)
  • La storia non si fa – e nemmeno la cronaca – con i se. Ma è legittimo ipotizzare ciò che sarebbe potuto accadere se i brigatisti rossi, anziché obbedire alla voluttà di distruzione e di morte – quella che induceva un militante a sognare l'avvento d'un regime alla Pol Pot, con una immane e salvifica carneficina – avessero liberato Moro: quel Moro che aveva coperto d'accuse e recriminazioni i suoi amici di partito, che aveva rinnegato la Dc, che sarebbe riemerso dalla segregazione catacombale di via Montalcini gonfio di rancori, e ansioso di vendette da assaporare a freddo. Per la Dc la sua presenza sarebbe stata dirompente, se non devastatrice. Il martire sfuggito alla morte poteva diventare – lo diventeranno del resto la moglie e i figli – il peggior nemico della Nomenklatura democristiana. Altro che Cossiga (il Cossiga del 1991, per intenderci). (Indro Montanelli e Mario Cervi)
  • Non voglio attaccare Andreotti, per carità, ma come dimenticare che consegnò lo Stato alla P2 nominando nel 1978 Grassini, Santovito e Pelosi capi dei servizi segreti? Tutti della P2. I tre che poi fecero le indagini sul delitto Moro. (Mirko Tremaglia)
  • Nonostante le ironie fatte, più volte, io non posso che ripetere: è storicamente dimostrato che Moro è roba nostra. È per quello che siamo stati condannati. Non c'entrano nulla la mafia, non c'entrano nulla i servizi segreti. Questi ultimi possono magari essere intervenuti, ma per manipolare i partiti e il parlamento, non certo noi. (Prospero Gallinari)
  • Penso veramente che il caso Moro sia stata la svolta. 55 giorni prigioniero il leader che sta aprendo ai comunisti, ma dove può succedere? E poi la gestione della caccia ai rapitori... l'artificio della seduta spiritica per indicare il covo dove lo tengono... le trattative che coinvolgono i mafiosi... (Enrico Deaglio)
  • Quando, con il Pci di Berlinguer, ho optato per la linea della fermezza, ero certo e consapevole che, salvo un miracolo, avevamo condannato Moro a morte. Altri si sono scoperti trattativisti in seguito; la famiglia Moro, poi, se l'è presa solo con me, mai con i comunisti. Il punto è che, a differenza di molti cattolici sociali, convinti che lo Stato sia una sovrastruttura della società civile, io ero e resto convinto che lo Stato sia un valore. Per Moro non era così: la dignità dello Stato, come ha scritto, non valeva l'interesse del suo nipotino Luca. (Francesco Cossiga)
  • Si può sfuggire alla polizia italiana – alla polizia italiana così come è istruita, organizzata e diretta – ma non al calcolo delle probabilità. E stando alle statistiche diffuse dal ministero degli Interni, relative alle operazioni condotte dalla polizia nel periodo che va dal rapimento di Moro al ritrovamento del cadavere, le Brigate rosse appunto sono sfuggite al calcolo delle probabilità. Il che è verosimile, ma non può essere vero e reale. (Leonardo Sciascia)

Adriana Faranda[modifica]

  • Finché l'organizzazione è attiva non si può chiedere a membri che ne hanno fatto parte di raccontare quello che è accaduto con nome e cognome dei protagonisti.
  • Io avevo grandissimi dubbi sul sequestro Moro. Li ho messi da parte pensando ai nostri compagni in prigione che spingevano all'azione.
  • [Sulla decisione di uccidere Aldo Moro al segnale di una possibile apertura delle istituzioni] Perché temevano che l'apertura sarebbe stata minima, ma sufficiente a spaccare le Br tra chi era per l'uccisione e chi no.

Massimo Fini[modifica]

  • È vergognoso che ancora oggi si accusi la Democrazia Cristiana per l'unica occasione in cui, sacrificando il suo leader, dimostrò quel senso dello Stato che sempre le si è rimproverato di non avere. Cosa chiedeva infatti Moro? In quelle lettere lo "statista insigne", l'uomo che aveva governato il Paese per oltre trent'anni, chiedeva che lo Stato sconfessasse i principi su cui si regge, le leggi, le Istituzioni pur di salvargli la pelle.
  • In ogni caso il Governo, presieduto da Andreotti, e la Dc, con l'appoggio determinante del Partito comunista, decisero di dire no al ricatto delle Br e di Aldo Moro. Ed era la sola strada da seguire. [...] Era in gioco la sopravvivenza stessa dello Stato. Che cosa avrebbero fatto le Brigate Rosse se il Governo avesse ceduto al ricatto? Avrebbero sequestrato il primo signor Rossi che gli capitava a tiro e avrebbero ricominciato. Sarebbe iniziata una spirale al fondo della quale c'era solo il dissolvimento dello Stato e la vittoria dei terroristi.
  • Ad ogni buon conto se si poteva avere qualche dubbio sulla "linea della fermezza" all'epoca in cui si svolsero i fatti, oggi non è più lecito. Non è infatti un caso che il terrorismo abbia cominciato a perdere colpi proprio dopo il caso Moro e si sia liquefatto in pochi anni. È la dimostrazione che la linea della fermezza era giusta non solo dal punto di vista etico e giuridico ma anche da quello pratico. Se avessimo dato retta ai Craxi, ai Mancini, ai Signorile, ai Pace, ai Liguori e ai Deaglio, cioè a tutta quell'area che civettava col terrorismo, oggi Renato Curcio sarebbe il padrone del Paese.

Alberto Franceschini[modifica]

  • A via Fani erano in nove, come dice Morucci, di cui 4 sparatori, affrontarono una scorta che non credo fosse incapace di difendere Moro. Allora ci si domanda come hanno fatto? I compagni mi dissero "l'abbiamo fatta noi, addestrandoci nel cortile di casa".
  • Di zone d'ombra ce ne sono tantissime. Sono state fatte diverse commissioni parlamentari, ed anche in queste, ci sono zone d'ombra. Appaiono delle inadempienze dello Stato che sono gravissime ed è impossibile accettare che ci fosse uno Stato così inefficiente. Questo porta a pensare che più che di inefficienza dello Stato, c’era un'inefficienza "voluta" e come tale, di fatto, una complicità.
  • Noi eravamo per la trattativa, Renato per tenersi fuori, ma sapevamo che se ammazzavano Moro avrebbero ucciso anche noi in carcere, per questo ruotavamo in cella con Curcio, poiché per noi era il primo che avrebbe fatto quella fine.
  • Noi volevamo la chiusura dell'Asinara, come punto di partenza per trattare la liberazione. Volevamo lo stesso schema del sequestro Sossi, che per noi era stata una vittoria politica.
  • Probabilmente se lo Stato avesse liberato qualcuno, qualcuno che era malato, non posso oggi garantire che questo avrebbe potuto salvare Moro, ma certamente avrebbe messo in grave difficoltà chi gestiva il caso. Era questa infatti, secondo me, l'unica possibilità che avrebbe potuto salvare la vita di Aldo Moro.

Indro Montanelli[modifica]

  • I giuochi sono fatti. E sono fatti non soltanto per Moro, cui va tutta la nostra più fraterna e rispettiva pietà. Sono fatti anche per una politica da belle époque, che la distruzione – fisica o morale – di Moro chiude e conclude. La Storia sta riprendendo i suoi connotati di tragedia, e costringe coloro che la fanno, o ambiscono o s'illudono di farla, ad adeguarsi al repertorio. Stiamo entrando in una di quelle «età di ferro» in cui il potere si paga, o si può pagarlo col ferro. Nessuno è obbligato a sfidare questo rischio. Chi lo fa, sappia che oggi è toccato a Moro, domani può toccare a lui. Solo se si rende conto di questo e lo accetta, la classe politica troverà la forza di archiviare il caso Moro. Ed è tempo che lo faccia.
  • La fine di Aldo Moro ci rende sgomenti, il fanatismo di chi lo ha ucciso lentamente, togliendogli la speranza prima di toglierli la vita, ci riempie di orrore. Speriamo ancora che la tracotanza dei criminali sia un giorno punita. L'importante, adesso, è che il Paese, proprio per rendere omaggio a Moro, e proprio in memoria di lui, sappia trarre da questa tragedia l'amara lezione che essa comporta. La democrazia non deve, anzi non può essere debole. La libertà, che la rende superiore a qualsiasi altro regime, ma anche più vulnerabile, non va conclusa con la indulgenza verso i nemici, la imprevidenza, la leggerezza.
  • Lo Stato italiano ha superato con onore questa prova difficile, ma la magistratura e gli organi di polizia hanno denunciato, nella loro azione, una desolante inefficienza, che ha permesso alle brigate rosse di operare con irridente spavalderia. Ne va data colpa non tanto alle forze dell'ordine quanto a chi ha voluto, per demagogia, per compiacere le sinistre, per acquistare facile popolarità, smobilitare i servizi segreti, rimuovere i funzionari più ligi al dovere, trasformare le carceri in alloggi con libera uscita quotidiana. Gli eversori della democrazia, i contestatori della legalità hanno potuto predicare e demolire senza ostacoli. Ci auguriamo di non vederli ora associati ipocritamente al compianto per un delitto del quale sono, ideologicamente se non materialmente, corresponsabili. Le loro non erano soltanto parole. Un giovane sfracellato da un ordigno sulla ferrovia Trapani-Palermo – l'episodio è di ieri – apparteneva a Democrazia proletaria. I banditi che hanno assalito a Bologna un grande magazzino venivano dal Movimento studentesco. È inutile che questi gruppi ostentino adesso costernazione e stupore per le belluine imprese delle brigate rosse. Il terrorismo è figlio loro.
  • All'annuncio della fine di Aldo Moro i sindacati si sono mossi, hanno indetto manifestazioni e proclamato uno sciopero generale. Siamo certi della loro profonda esecrazione, e della loro sincera partecipazione al cordoglio nazionale. Pensiamo tuttavia che i lavoratori e i loro rappresentanti darebbero un apporto più costruttivo alla lotta contro i terroristi tenendo d'occhio gli estremisti delle fabbriche, troppe volte protetti e difesi. Così pure gli studenti «impegnati», se proprio vogliono dissociarsi dalle brigate rosse, devono estromettere dalle loro file gli agitatori deliranti, e dinamitardi che nascondono bottiglie molotov e armi negli scantinati delle facoltà. Chi ha chiuso gli occhi di fronte alla escalation di violenza degli anni scorsi, li chiuda oggi per non lasciar scorrere lagrime di coccodrillo.
  • Credevamo che l'assassinio di Aldo Moro, così come è stato eseguito, fosse il colmo dell'infamia. Abbiamo dovuto ricrederci. Al comizio di protesta svoltosi in piazza Duomo a Milano subito dopo la macabra scoperta in via Caetani a Roma, un gruppo di ultrà ha gridato: «Moro fascista!». Preferiamo le zanne delle belve alla bava degli sciacalli.
  • Io credo che il miglior omaggio che si può rendere a Moro sia quello di archiviare l'episodio che ne segnò la fine e dal quale, diciamo la verità, la sua immagine esce tutt'altro che bene. Quando sento dire che, oltre a quelle conosciute, ci sono anche altre lettere di Moro, prego Iddio che non vengano trovate. So già cosa contengono, e preferisco non leggerlo.

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